Archive for November 19th, 2009

influenza A , la denuncia del ministro polacco “Quei vaccini sono una truffa”

Thursday, November 19th, 2009

Dalla Polonia un attacco ai paesi più ricchi sulla gestione dell’influenza A/H1N1. Un intervento in parlamento firmato dal ministro della Sanità, che accusa senza mezzi termini i governi, mette in discussione gli accordi con le case farmaceutiche e conclude: “Siamo in grado di distinguere una situazione oggettiva da una truffa”.

Le domande sull’efficacia del vaccino, uniti alle polemiche sui ritardi delle consegne, alimentano dubbi e incertezze non solo in Italia. In questo clima ha colpito molto l’intervento di Ewa Kopacz, titolare del ministero della Sanità polacco, che ha denunciato pubblicamente la “truffa” ai danni dei cittadini da parte delle case farmaceutiche che producono i vaccini.

In un discorso in parlamento (pubblicato integralmente sul web dove sta facendo il giro del mondo, tradotto in varie lingue) il ministro pone una serie di dubbi, almeno una ventina, sugli accordi che i “governi di paesi più ricchi del nostro, hanno stipulato con i produttori di vaccini” e su quanto è stato proposto alla Polonia. Qual è, si chiede Kopacz, “il dovere di un ministero della Sanità? Concludere accordi che facciano l’interesse dei cittadini oppure siglare accordi che facciano l’interesse delle case farmaceutiche?”.

Da qui parte un attacco preciso. “So che ci sono tre vaccini disponibili oggi sul mercato, realizzati da tre produttori diversi. Ognuno di loro ha una differente quantità di sostanze attive, non è strano che siano trattati tutti alla stessa stregua? Non è dunque ragionevole che il Ministero della Salute e i suoi esperti nutrano alcuni dubbi in proposito? E’ possibile che uno di questi, magari quello con una quantità inferiore di sostanze attive, sia solo acqua fresca, alla quale attribuiamo il potere di curare l’influenza?”.

Il ministro cita quindi l’esempio della Germania che “ha acquistato 50 milioni di dosi, di cui solo il 10% è stato finora utilizzato” contrariamente a quanto accade normalmente “perché i tedeschi hanno una percentuale di cittadini che si vaccinano molto alta, cioè se in Polonia si vaccinano 52 persone ogni 1000 abitanti, in Germania lo fanno in 238, ovvero il 23%”. Quindi si chiede: “il loro governo ha comprato il vaccino, lo ha reso disponibile gratuitamente e loro non lo vogliono? Cos’è successo?”.
Quindi passa alle controindicazioni. “Ci sono siti web nei quali i produttori di vaccini sono obbligati a pubblicare gli effetti collaterali della vaccinazione. Le vaccinazioni in Europa sono iniziate il primo di ottobre 2009. Vi invito a visitare uno qualsiasi di questi siti web” prosegue, “non esiste un solo effetto collaterale: hanno inventato il farmaco perfetto. E, visto che il farmaco è così miracoloso, come mai le società che lo producono non vogliono introdurlo nel mercato libero e assumersene la completa responsabilità?”.

Ewa Kovacz insiste sulla questione. “Non abbiamo risultati di test clinici, nessun elenco di ingredienti e nessuna informazione sugli effetti collaterali. I vaccini sono arrivati al quarto stadio di controllo, controlli molto brevi a dire il vero, e ancora non abbiamo queste informazioni. Inoltre, il controllo sulle persone è stato molto ridotto”. Dopo aver elencato i dubbi, il ministro ribadisce il suo ruolo: “Io voglio essere molto sicura nel raccomandare questo vaccino. E’ una nostra competenza: durante la fase di negoziazione dobbiamo prenderci il tempo che ci serve e utilizzarlo per scoprire quanto più possibile su questo farmaco. Poi, se la commissione sulla pandemia accetterà il vaccino, allora e solo allora lo compreremo”.

Infine il confronto con l’influenza stagionale. “Ci sono 1 miliardo di persone con l’influenza stagionale ogni anno in tutto il mondo. Un milione di persone muoiono ogni anno, sempre per l’influenza stagionale, su scala mondiale. Non sono statistiche di un anno o due, ma dati raccolti in anni e anni di osservazioni. E’ mai stata annunciata una pandemia a causa dell’influenza stagionale?”.

Tra l’altro, l’influenza stagionale è molto più pericolosa di quella suina, ricorda Kovacz. “A quelli che mi spingono a comprare il vaccino voglio chiedere: come mai non avete gridato e sbraitato l’anno scorso, due anni fa e nel 2003 quando abbiamo avuto 1 milione e 200mila polacchi con l’influenza stagionale. In quell’occasione, per caso qualcuno in quest’aula ha gridato ‘Compriamo il vaccino per tutti’? Non riesco a ricordarmene”. Il ministro conclude: “Da ultimo vorrei dire una cosa. Lo Stato polacco è molto saggio, i polacchi sanno distinguere la verità dalle balle con molta precisione. Sono anche in grado di distinguere una situazione oggettiva da una truffa”.

E in Italia… Oltre un milione e mezzo le persone colpite dal virus H1N1, quasi 70 i decessi, più di 160mila le persone vaccinate). Gli esperti continuano a tranquillizzare gli italiani sostenendo che la percentuale delle vittime correlate al virus H1N1 è lo 0,0038% dei malati, contro lo 0,2% dei decessi causati dalla normale influenza stagionale. A fronte della campagna vaccinale in corso, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha reso noto che sono 190 le sospette reazioni avverse al vaccino (l’elenco e i dati pubblicati sul sito dell’agenzia), ma si tratta di reazioni prevedibili (ad esempio si segnala la comparsa di cefalea, febbre, dolori articolari) e, rassicura l’Aifa, “allo stato attuale non sono stati evidenziati segnali di pericolo con la somministrazione del vaccino pandemico”.
Fonte: La Repubblica

Acqua, la Puglia dice no ai privati

Thursday, November 19th, 2009
Mentre in Parlamento si è votato un decreto legge sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, fra i quali anche quelli idrici, la Regione presieduta da Vendola ha approvato una delibera che va in direzione opposta

L’acqua è un bene comune, un diritto umano universale non assoggettabile a meccanismi di mercato. Con questo principio la regione Puglia sta preparando la sua rivoluzione dell’acqua. La delibera recentemente approvata dalla giunta Vendola è una sfida alla privatizzazione del servizio idrico avviata dal governo nazionale.

Mentre il governo nazionale stabilisce che nelle aziende ex municipalizzate la proprietà pubblica dovrà scendere al 30% entro il 2015, la regione ha intenzione di togliere dal mercato la società Acquedotto Pugliese (AQP) e di cambiare il sistema delle tariffe basandolo anche sul reddito familiare. Entro dicembre la Regione Puglia dovrà presentare un disegno di legge ad hoc.

Che si tratti di una vera e propria sfida lo dimostra il fatto che la Puglia impugnerà dinanzi alla Corte Costituzionale il decreto legge 135, con cui il governo ha dato il via libera alla privatizzazione della gestione idrica e ha sancito la fine delle società per azioni a capitale pubblico. Entro novembre 2009 il testo dovrà essere trasformato in legge. Ma secondo la Puglia il servizio idrico deve rimanere di competenza esclusiva delle regioni. Non solo: essendo un servizio essenziale e un diritto inalienabile dell’uomo, l’acqua deve rimanere fuori dalle logiche di mercato e della concorrenza.

Un acquedotto, mille problemi. L’acquedotto pugliese, la cui costruzione iniziò nel 1906 e si protrasse anche durante la Grande Guerra, è uno dei più imponenti d’Italia con 20.000 chilometri di rete. Attinge da invasi fuori dalla Puglia e serve anche diversi comuni della Campania e della Basilicata. Dal 1999 la società che gestisce l’infrastruttura si è trasformata in società per azioni a capitale pubblico. Del 2002 la Puglia e la Basilicata detengono il 100% delle azioni.

Ma una grande opera ha bisogno di una costante manutenzione. Oggi l’acquedotto pugliese perde il 35% dell’acqua che trasporta. A questa quota vanno aggiunti i furti d’acqua. Non bisogna dimenticare, poi, gli evasori che non pagano la bolletta. Alla fine dei conti, AQP non riesce a fatturare il 47% dell’acqua che immette nelle condotte.

Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: la Spa, che conti alla mano è un’azienda sana, sta realizzando un ambizioso piano di investimenti, che ammonteranno a 1,5 miliardi di euro entro il 2018. Gli interventi sulla rete stanno già dando i risultati sperati: “Negli ultimi quattro anni – dicono dall’Acquedotto Pugliese – le perdite sono diminuite dal 53% al 47% per un risparmio di 25 milioni di metri cubi d’acqua”.

Bollette meno care. O no? Se l’acquedotto dovesse tornare in mano pubblica chi dovrà sopportare il peso di questi investimenti? Secondo Fabiano Amati, assessore regionale per le Opere Pubbliche, non i cittadini. Anzi: “Dal 2010 al 2018 le tariffe scenderanno gradualmente. E introdurremo un sistema secondo il quale chi ha un reddito basso avrà un conto meno salato. Ferma restando, ovviamente, una quota fissa che sarà uguale per tutti”.

Dopo la Toscana, la Puglia è la regione con le tariffe dell’acqua più care d’Italia (consulta la tabella completa). Dovendo attingere acqua da altre regioni, AQP ha dei costi di gestione molto più alti rispetto ad altre aziende più “fortunate”, che operano in territori dove laghi e fiumi abbondano. Ma lo spettro del rincaro non è infondato, visto che la vecchia legge Galli impone che i costi del servizio debbano ricadere sul servizio stesso, quindi in bolletta.

Cosa cambierà. Secondo l’assessore Amati, trasformare l’azienda idrica in un soggetto di diritto pubblico implica un grande vantaggio, quello della trasparenza: “I cittadini avranno finalmente la garanzia che le loro esigenze non saranno più valutate secondo criteri di convenienza economica ma di utilità pubblica. Quando si parla di un bene primario come l’acqua, questo è un diritto fondamentale”.

Le voci critiche non mancano. Anche all’interno di Federutility, la federazione che rappresenta le aziende di servizi pubblici locali, c’è un certo scetticismo verso quella che viene vista come una scelta politica. “In concreto non cambierà nulla per i cittadini, non si capisce perché proprio ora che AQP sta realizzando importanti investimenti la Regione interviene per cambiare tutto”.

Giuseppe Altamore, giornalista esperto di risorse idriche, vede nell’iniziativa della regione Puglia “un po’ di demagogia. Bisogna vedere se ci sono le risorse economiche per togliere dal mercato una società grande come AQP. Certo, bisogna anche dire che in Toscana, dove ci sono state le prime privatizzazioni dell’acqua, le tariffe sono aumentate a vista d’occhio”.

Fonte: Kataweb

CO2, l’equilibrio si è rotto. Senza azioni concrete la temperatura salirà di 6 gradi

Thursday, November 19th, 2009

L’equilibrio fin qui esistente tra le emissioni di anidride carbonica (CO2) e la capacità di assorbimento da parte degli ambienti naturali, soprattutto gli oceani, si è rotto e, se la rotta non sarà cambiata rapidamente con azioni concrete, la temperatura globale è destinata a crescere fino di 6 gradi, con conseguenze catastrofiche per tutti. Se molti scienziati avevano previsto la rottura del ciclo della CO2, per la prima volta una ricerca internazionale lo dimostra. Lo studio è stato realizzato da 31 ricercatori di sette nazioni (Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti, Francia, Brasile, Norvegia e Olanda) ed è stato pubblicato online della rivista Nature Geoscience ed è stata condotto nell’ambito del Global Carbon Project, fondato nel 2001 per quantificare le emissioni globali di anidride carbonica e individuarne le cause.

AUMENTO - Lo studio dimostra che negli ultimi 50 anni la media delle emissioni di CO2 rimasta nell’atmosfera ogni anno è stata pari al 43%, mentre il resto è stato assorbito dal terreno e dagli oceani. In particolare, dal 1959 al 2008 la frazione rimasta nell’atmosfera è aumentata dal 40% al 45%: segno, rilevano gli autori dello studio, di una perdita di efficienza delle riserve naturali. «È la prima evidenza di come le riserve naturali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici», dice la coordinatrice della ricerca Corinne Le Quere, dell’università britannica di East Anglia e del British Antarctic Survey.

LA CRISI NON FERMA LE EMISSIONI - Le emissioni di combustibili fossili sono aumentate del 41% fra il 1990 e il 2008. Fra il 2000 e il 2008 l’aumento è stato del 29%, pari a circa il 3,4% all’anno rispetto all’uno per cento degli anni Novanta. Nonostante la crisi economica, nel 2008 le emissioni sono aumentate comunque del 2%. Per il 2009 si prevede un ritorno ai livelli del 2007 e poi una nuova crescita nel 2010. La principale causa è da riscontrarsi nell’utilizzo del carbone per produrre energia. Con il risultato che ora i Paesi in via di sviluppo emettono più gas serra rispetto ai Paesi industrializzati. In particolare le emissioni da parte di Cina e India si sono più che raddoppiate dal 1959.

CASSANDRA - Secondo Le Quere, se alla prossima conferenza sul clima di Copenaghen non si troverà un accordo per stabilizzare e ridurre le emissioni di gas serra, l’aumento della temperatura globale non sarà di 2-3 gradi come fin qui ipotizzato, ma arriverà anche a 5-6 gradi entro la fine dell’attuale secolo o nella prima metà del prossimo. Il fatto è che, dopo il mancato accordo tra Cina e Usa sulla riduzione delle emissioni, la conferenza di Copenaghen appare già destinata a non produrre nulla di concreto ancora prima di iniziare. E questo studio rischia di diventare l’ennesima previsione inascoltata di Cassandra.


Fonte: Corriere della Sera

Fao, Diouf: “Leader assenti discussione al solo livello tecnico”

Thursday, November 19th, 2009

“Avrei auspicato che tutti i Paesi presenti al Vertice fossero rappresentati dai loro leader”, la loro assenza ha ridotto la discussione “al solo livello tecnico”. Lo ha detto il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, nella conferenza stampa conclusiva del summit mondiale sulla sicurezza alimentare. “Se non ci sono i capi di Stato e di governo che possono coordinare gli sforzi, se non sono qui a discutere degli aiuti allo sviluppo e delle problematiche ad essi correlati, siamo andati fuori tema e ridotto la soluzione al solo livello tecnico”, mentre la lotta alla fame “è un problema sociale economico e finanziario e oserei dire culturale”.

Tuttavia Diouf difende il ruolo del vertice, nonostante la latitanza dei capi di Stato: “Questi tre giorni sono stati per noi una tappa importante nella realizzazione del nostro obiettivo comune: un mondo libero dalla fame. Questo conferma che gli sforzi messi in campo per preparare questo vertice non sono stati vani”. D’altra parte, “Occore rimanere con i piedi per terra: un vertice non può pretendere di risolvere il problema della fame, ma è uno spazio di dibattito per arrivare a una soluzione condivisa per vincere questa sfida”.

Diouf sottolinea “alcuni elementi importanti su cui concentrarsi”: “Il fermo impegno a raddoppiare gli sforzi per raggiungere gli Obiettivi del Millennio; l’impegno a rinforzare il coordinamento internazionale e la governance della sicurezza alimentare mettendo in atto una profonda riforma del Comitato per la Sicurezza alimentare (Csa); l’impegno a invertire la tendenza verso una diminuzione dei finanziamenti nazionali e internazionali; la decisione di promuovere nuovi investimenti per aumentare la produzione e la produttività agricola soprattutto nei Paesi in via di sviluppo”.


Una risposta a quanti hanno lamentato la sostanziale inutilità del vertice, definito da più parti in senso dispregiativo un “carrozzone”: “I leader mondiali non sono nemmeno riusciti a stanziare fondi per affrontare direttamente il problema della malnutrizione, nonostante la promessa di 20 miliardi di dollari per sostenere la sicurezza alimentare fatta al Vertice del G8 all’Aquila”, si legge in una nota di Medici Senza Frontiere.

“Se al tanto atteso vertice Fao, come ha tristemente denunciato Diouf, si sono dette molte parole ma nessun passo avanti è stato fatto dai governi nella direzione di maggiori stanziamenti e di nuove politiche per combattere la fame nel mondo, alla Conferenza sull’Infanzia organizzata dal governo a Napoli sappiamo già che assisteremo solamente a fiumi di parole”, ha detto il presidente dell’Unicef Italia, Vincenzo Spadafora.

Solo parole, dunque, ma almeno quelle Diouf ha voluto che fossero precise, indicando obiettivi imprescindibili per combattere la fame, qualora i governi decidano di impegnarsi in questa direzione: “Nel 2050 ci saranno 9,1 miliardi di persone nel mondo e per sfamarle servirà un aumento della produzione agricola del 70 per cento e, nei Paesi in via di sviluppo, del 100 per cento”. Diouf ha concluso ribadendo che non si candiderà per il quarto mandato nel 2012: “Ho già detto quando sono stato rieletto nel 2005 per il mio terzo mandato che questo sarebbe stato l’ultimo e, notoriamente, sono uomo di parola”.
Fonte: La Repubblica

Animali come sacchi di patate Canili-lager, è tam tam sul web

Thursday, November 19th, 2009

Un tam tam sul web, fra siti e blog, per risvegliare l’attenzione. Le associazioni dei volontari che operano nei canili e in generale gli animalisti si mobilitano dopo la notizia di una gara al ribasso che ha permesso a un maxi-canile di Cassano allo Ionio, in provincia di Cosenza, di aggiudicarsi 420 cani, ospitati da una decina d’anni in due canili in Basilicata, promettendo di mantenerli per un euro e sessanta centesimi al giorno. Un passaparola - commenti, foto, messaggi - per ribadire l’urgenza di una soluzione alla questione dei canili lager ma anche un grazie a Repubblica per aver parlato pochi giorni fa della vicenda del canile di Cassano allo Ionio. Che con quell’euro e sessanta al giorno dovrebbe garantire alimentazione, spese veterinarie, accalappiamento dei randagi nei territori della Comunità, smaltimento dei corpi degli animali morti, anche quelli non selvatici né esotici, insomma mucche, pecore e simili.

Infliggere sofferenze agli animali rappresenta un reato ai sensi dell’articolo 544 ter del Codice penale. Una legge del 2004, la 189, stabilisce che i maltrattamenti sugli animali sono da considerare reato - multe e fino a 18 mesi di carcere. Nonostante questa, o grazie a questa, dal 2006 a maggio 2009 le indagini della Forestale hanno portato alla denuncia di 137 persone e a quasi 6000 sequestri fra cani, gatti e altri animali. L’Italia è piena di luoghi usati come depositi di cani, utili a chi li gestisce per percepire fra i 2 e 5 euro al giorno dai Comuni per il mantenimento, salvo tenere le bestie in condizioni immonde, farle accoppiare per liberare i cuccioli, ri-accalappiarli e riprendere il giro. Un affare da un miliardo e mezzo di euro, concentrato prevalentemente al Sud.

Gran parte della responsabilità di tutto ciò è nella non applicazione della “legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”, la 281 del 14 agosto 1991. Sulla quale i Verdi, ad esempio, stanno per lanciare una campagna. Perché con la mancata applicazione della legge, spiega a Repubblica.it il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, “si alimenta il business dei canili-lager, come dimostra una lunga serie di sequestri, e si alimentano le zoomafie e il traffico illegale di animali”. Le conseguenze sono nelle cronache dei mesi scorsi. Un ragazzino ucciso dai randagi a Modica, in Sicilia, a marzo; una turista aggredita nella stessa zona, pochi giorni dopo; un bimbo sbranato ad Acireale, a luglio. Per citare solo alcuni casi.


All’epoca il sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, aveva puntato l’indice contro “l’inattività colpevole dei sindaci del centro-sud”, ribadendo la gravità dell’emergenza randagismo e spiegando che dal 2001 a oggi, in base alla 281, sono stati stanziati 30 miloni di euro mai utilizzati dalle pubbliche amministrazioni. Lo ribadisce oggi Bonelli: “Ci sono responsabilità enormi degli enti locali, delle Regioni e dello Stato che non hanno né applicato la legge né fatto investimenti. Se funzionasse il piano di prevenzione e sterilizzazione, la situazione sarebbe ben diversa”. A Martini i Verdi chiedono fra l’altro di eliminare le gare al ribasso perché - spiega Bonelli - “entrano in conflitto con la modifica dell’articolo del Codice penale 544 bis e ter che punisce il maltrattamento degli animali”.

La sterilizzazione è uno dei pilastri della 281. Lo ricorda Annamaria Procacci, consigliere nazionale dell’Enpa, l’Ente nazionale protezione animali, e tra i firmatari della legge. “Il controllo delle nascite fu lo strumento d’avanguardia che permise di eliminare la pratica della soppressione, in uso fino a quel momento”. Ma, spiega ancora, la 281 “ha molti nemici”. “I peggiori sono gli amministratori locali e anche le asl. Le Regioni devono tradurre in legislazione e in politiche regionali la prevezione del randagismo, asl e assessorati hanno il compito di vegliare sul benessere degli animali”.

Lo Stato, continua Procacci, “si occupava di dividere fra le Regioni un fondo per l’applicazione della legge. Qualche anno dopo scoprimmo che la gran parte delle Regioni non si curava nemmeno di riscuotere i fondi: era più facile dire ‘le risorse non ci sono’. Invece c’erano, ma era più comodo quell’alibi”. Sulla vicenda, l’Enpa annuncia un esposto alla Procura della Repubblica e “chiediamo anche di interloquire con la Corte dei Conti, per sapere come mai 300mila euro, destinati alla Regione Basilicata per le politiche sul randagismo, non sono mai stati utilizzati”. La battaglia continua.

Sentenza a favore dei gatti in un condominio milanese

Thursday, November 19th, 2009
   
MILANO
Dopo tre anni di discussione è arrivata la sentenza di primo grado che riconosce ai gatti di un condominio di via Mar Nero a Milano il diritto di vivere nell’edificio e alla famiglia di gattari che se ne occupa a lasciare le casette che avevano predisposto nelle zone comuni del palazzo: lo comunica l’Associazione italiana difesa animali e ambiente (Aidaa) che definisce la sentenza del Tribunale di Milano «senza percedenti» e «storica».La decisione del giudice civile richiama «per la prima volta», spiegano dall’Aidaa, le normative della legge 281, riconoscendo che i gatti sono «animali sociali che si muovono liberamente» e precisando che «nessuna norma di legge nè nazionale nè regionale proibisce di alimentare gatti randagi nel loro habitat» e che quindi «i gatti che stazionano e/o vengono alimentati nelle zone condominiali non possono essere allontanati o catturati per nessun motivo».Era stata una coppia di condomini contrari alla presenza della colonia felina nel palazzo ad avviare la causa civile, chiedendo la rimozione delle casette, l’allontanamento degli animali e un risarcimento morale agli altri condomini.
 

I piccoli dilemmi della raccolta: ma questo dove lo butto?

Thursday, November 19th, 2009

Ci siamo. È il momento di smistare. La misura è colma: la scrivania è coperta di dépliant, volantini, lettere (alcune ancora sigillate, altre appena aperte). In cucina, il cartone vuoto del latte è rimasto appoggiato sul tavolo della colazione e, là, nell’angolo del salotto, riviste e giornali giacciono ammonticchiati. Bisogna fare ordine. Come? C’è chi, semplicemente, raccoglie e butta e chi, prima di gettare nella spazzatura i rifiuti, li separa meticolosamente. Così, nel via vai di scatole, imballaggi, confezioni che, a flusso continuo, entrano ed escono ogni giorno dalla porta di casa, quello della raccolta differenziata è diventato una sorta di rito quotidiano. Almeno per i più: da una recente indagine realizzata da Ipsos per Comieco, il consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi a base cellulosica, emerge che l’83% degli italiani differenzia regolarmente carta e cartone (così come vetro e plastica). La buona volontà, però, non basta; sono ancora in molti, infatti, a commettere errori al momento del conferimento, gettando nel bidone della carta alcune tipologie di rifiuti che dovrebbero andare altrove. Lo smistamento può essere, in effetti, punteggiato da piccoli dilemmi: dove butto il cartone sporco della pizza? Il fazzoletto usato? Lo scontrino?

Il Sole 24 Ore.com ha preparato un decalogo con alcune indicazioni che possono aiutare a separare in maniera corretta i rifiuti di carta e cartone. Piccoli gesti quotidiani il cui impatto economico è a nove zeri: riciclare questi materiali ha infatti portato al nostro Paese un beneficio di 2,6 miliardi di euro nel decennio 1999-2008 (in termini, per esempio, di mancati costi di discarica). E ha consentito di evitare, nello stesso periodo, la realizzazione sul territorio italiano 170 discariche.

Tra gli italiani, questa eco-consapevolezza sembra non mancare: dal sondaggio Ipsos-Comieco emerge che il 78% ritiene molto utile la raccolta differenziata di carta e cartone, con qualche resistenza al Sud, in particolare nelle Isole, nei centri abitati medio-grandi e nelle famiglie particolarmente numerose (con cinque e più componenti).
Sebbene per la maggioranza del campione (il 64%) non ci siano problemi nella raccolta differenziata di carta e cartone, il 36% evidenzia alcuni elementi critici. Tra questi, il 22% denuncia l’assenza di servizi di raccolta a domicilio o di contenitori facilmente accessibili e il 16% ritiene che l’organizzazione sia pessima (con una percentuale più elevata al Sud rispetto al Centro e al Nord). Tra chi lamenta problemi nel sistema di raccolta, una percentuale elevata (il 13%) sostiene addirittura che la differenziata sia inutile, nella convinzione che tutti i tipi di rifiuti finiscano, prima o poi, nella stessa discarica.
Più sensibili alle tematiche ambientali e più inclini ad effettuare la differenziazione della carta e di altri rifiuti le casalinghe e i pensionati, in prevalenza donne, che per primi, si rendono responsabili della raccolta in famiglia.
La maggior parte delle persone abituate a fare la raccolta differenziata in casa, agisce così anche in vacanza (53%); il 48% separa i rifiuti quando si trova in ufficio e il 43% nei centri commerciali e nei parchi. Come si diceva, però, in molti commettono alcuni errori. Uno dei più diffusi riguarda lo scontrino: dall’indagine emerge infatti che il 75% degli interpellati lo getta sempre o qualche volta nel raccoglitore di carta (che non è quello giusto per le carte chimiche/ sintetiche). Inoltre, quasi la metà del campione non si preoccupa dei residui di cibo che rimangono sulla carta e il 40% non si cura del fatto che, insieme alla carta, ci siano altri materiali (quel giornale mai letto che finisce nel bidone ancora incellophanato). C’è chi poi – il 32% -, magari per vendicarsi con l’ingenerosa dea bendata, decide di mandare alla differenziata anche i biglietti del Gratta e Vinci.

La Terra è malata se scompaiono le api e i rospi

Thursday, November 19th, 2009

di Adolfo Pérez Esquivel

Se gli esseri umani non inizieranno ad amare, curare e proteggere la casa comune dell’umanità - questo piccolo pianeta chiamato Terra - ogni essere vivente sarà in pericolo. I contadini sanno per esperienza diretta che ciò che si semina si raccoglie, e che non esiste uncammino diverso. È necessario riconoscere il ritmo del ciclo naturale e aspettare i suoi risultati. La scienza e la tecnica hanno modificato la comprensione e la dinamica della vita provocando l’accelerazione del tempo e l’alterazione dei ritmi naturali. Tutto ciò ha costretto l’umanità ad affrontare nuove sfide e nuovi valori, facendo perdere la comunione e l’equilibrio con la Madre Terra. Qualche giorno fa, durante l’incontro delle Assemblee popolari sulla difesa dell’ambiente, davanti alla devastazione e ai danni provocati dalle imprese minerarie, un medico che lavora nell’ospedale della provincia con pazienti oncologici mi ha detto: «Sai, a San Juan non ci sono più uccelli, né rospi. Sono scomparsi a causa del forte indice di inquinamento che ha spezzato la catena biologica e ha provocato numerose calamità, come ad esempio quella delle zanzare che causano il dengue».

Lo squilibrio ambientale, la contaminazione a cielo aperto delle miniere, l’inquinamento dell’acqua con cianuro e mercurio utilizzati per estrarre oro, argento e rame hanno fatto aumentare il numero di malattie e di decessi tra la popolazione locale. La produzione agricola della soia transgenica con le sue monocolture e l’utilizzo intensivo di prodotti chimicicome il glifosato hanno provocato la distruzione dell’economia familiare e regionale generando malformazioni genetiche negli esseri umani e negli animali. Sono, inoltre, scomparse alcune specie animali come per esempio le api o le serpi. Quando si rompe l’equilibrio tra l’essere umano e la natura si origina la violenza. Sappiamo che le conseguenze dell’inquinamento si accumulano nel tempo. Le grandi imprese multinazionali, che privilegiano il capitale finanziario rispetto alla vita dei popoli, causano il deterioramento dell’ambiente, la desertificazione sempre maggiore nei vari paesi che soffrono la mancanza d’acqua, la distruzione dei boschi e la scomparsa della biodiversità. Esse distorcono i concetti di sviluppo e sfruttamento con la complicità e il permesso dei governi dove queste imprese operano. Il Mahatma Gandhi con la sua saggezza e la sua esperienza diceva che: «La Terra offre risorse sufficienti per i bisogni di tutti ma non per l’avidità di alcuni». * Intellettuale Premio Nobel per la Pace nel 1980 per l’impegno civile e l’attività di denuncia contro gli abusi commessi dalla dittatura militare argentina negli anni 70. San Juan è una provincia argentina nella Cordillera delle Ande, al confine con il Cile. È zona di sfruttamento minerario a cielo aperto che provoca gravi danni ambientali irreversibili.

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