Archive for November 18th, 2009

Acqua privatizzata, via alla fiducia

Wednesday, November 18th, 2009

Il governo ha posto la fiducia (per la 28esima volta) sul decreto salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua. Il ministro per i rapporti con il parlamento, Elio Vito, ha spiegato che la fiducia sarà votata su un “maxiemendamento” con un testo “identico” a quello approvato dalla commissione che “è identico a quello arrivato dal Senato”. In realtà tempo per l’esame della Camera ce n’era: il decreto, che l’esecutivo considera blindato, scade fra una settimana.

Fonte: La Repubblica

la redazione di Pianeta Verde è sconcertata da questo modo di agire.

La svendita dell’ acqua pubblica

CON le reti idriche allo sfascio, l’ Italia accelera la privatizzazione dell’ acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco “gap” infrastrutturale. ILAVORI necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all’ acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent’ anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo. Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient’ altro che il solito polverone. Uno scontro di “teologie”: con una maggioranza che crede nell’ efficacia salvifica della gara d’ appaltoe della quotazione in Borsa,e una minoranza che invoca il principio assoluto dell’ acqua “bene comune”. In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare “l’ acqua del sindaco”, intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio. Nell’ agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato cos? carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più versoi privati. Stavoltaè d’ accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l’ acqua - ultima trincea del pubblico servizio - minaccia fuoco e fiamme. «In nessun’ altra parte d’ Europa - attacca il presidente Emilio Molinari - si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center». Contro il provvedimento s’ è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s’ è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l’ acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d’ Europa (si dice che abbia dato più da… mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di “l’ acqua è una cosa pubblica” ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone. Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un’ azienda comunale totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d’ Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora non vogliono che questo preluda al passaggio a un’ azienda con sede a Milano, Roma o magari all’ estero. A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l’ acqua ad altri. «? la fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a statuto speciale» osserva Marco Job del C.m.a di Udine. «Facevamo tutto da soli - ghigna il carnico Franceschino Barazzutti dalle mie parti il sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E’ tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati». Privatizzare è l’ ultima speranza di adeguarci all’ Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello. ? proprio l’ enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. «Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà le piccole imprese, e cos? finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome», spiega Antonio Massarutto dell’ università di Udine. Altra cosa che pu? falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. «Siamo in Italia» brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: «Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo». Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità. Pubblico o privato? «Non importa chei gatti siano bianchio neri - scherza Passino citando Marx - l’ importante è che mangino i topi». Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l’ azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un’ authority ventiquattrore su ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno discusse daccapo. Massarutto: «L’ anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Nonè vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca furbateo fughe speculative». Figurarsi se poi l’ azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede. Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d’ Europa. Questo perché - a differenza di Francia o Germania- finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le bollette dell’ acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell’ elettricità, che invece sono - udite - le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: «Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali». Nell’ incertezza sul futuro, il ritardo aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115 euro pro-capite l’ anno. - PAOLO RUMIZ

Fonte : La Repubblica

L’influenza A e il business delle uova

Wednesday, November 18th, 2009

Dietro l’influenza A non c’è solo il business dei vaccini e dei farmaci, ma anche quello delle galline e delle uova. Sì, perché il virus che serve per fabbricare il vaccino cresce sulle uova di pollo. Non semplici uova da supermercato, ma uova «embrionate», cioè fecondate e già sulla strada per dare origine a un pulcino. Per ottenere una dose di vaccino ci vuole un uovo: 24 milioni di dosi per la prima tranche di vaccinazione degli italiani, 24 milioni di uova. I conti li ha fatti un gruppo di giornalisti che ha firmato con il nome «Progetto Wachdog» il libro «Nuova influenza, quello che non ci dicono», in uscita per Terre di Mezzo Editore. Proprio come «cani da guardia» gli autori hanno analizzato che cosa sta dietro il vaccino antinfluenzale, hanno fatto i conti in tasca alle industrie, hanno analizzato le prove dell’efficacia e i rischi della vaccinazione e degli antivirali, hanno monitorato le cronache di giornali e Tv che hanno parlato di pandemia in questi ultimi mesi, hanno registrato gli allarmi delle autorità sanitarie. E hanno scoperto l’affare delle uova.

NON UOVA QUALSIASI - A Rosia, vicino a Siena, dove si trova lo stabilimento della multinazionale svizzera Novartis che produce il vaccino, arrivano, da quest’estate, 150 mila uova al giorno. Un uovo da vaccino vale più del doppio di quello che finisce sulle nostre tavole: almeno venti centesimi. Proprio perché deve essere fecondato, non bastano le galline: ci vuole anche il gallo. Per questo il procedimento è più complesso. Un tempo le galline predilette dall’industria farmaceutica, si legge nel libro, erano le livornesi: piumaggio bianco e uova bianche, perché così è più facile vedere attraverso il guscio se si è formato l’embrione. Adesso però si usano anche quelle dal guscio rosso dal momento che le macchine più moderne riescono lo stesso a vedere all’interno. A fornire le uova alla Novartis è un allevamento di Faenza della famiglia Morini che fa quattro consegne alla settimana. Una volta arrivate a destinazione, le uova vengono inoculate con il virus fra il nono e l’undicesimo giorno di vita, poi vengono incubate per tre giorni e infine vengono aperte: si estrae il liquido e i virus vengono isolati, purificati e frammentati per ottenere quelle proteine che servono per fabbricare il vaccino. Ecco perché chi è allergico alle proteine dell’uovo va vaccinato in ambienti protetti che possano cioè far fronte a eventuali, anche se rare, reazioni avverse. Il Morini Group è nel business delle uova da vaccino dal 1996 e fin dal 2005 aveva messo a punto con le industrie e con il governo un piano pandemico. Ma anche per quanto riguarda il contratto per le uova, come per quello dei vaccini, l’entità rimane sconosciuta. Si può invece immaginare che quest’anno gli allevatori delle uova da vaccino prolungheranno la stagione di produzione. E c’è anche chi è certo che si troveranno meno uova e polli sul mercato e che i loro prezzi saliranno.

Adriana Bazzi

Influenza A:
Vai allo speciale

Fonte: Corriere della Sera

Il Far West delle “carbon offset”Si specula sulla difesa del clima

Wednesday, November 18th, 2009

Investimenti a rischio dietro lo scambio tra “cedole di credito” per la riduzione del CO2. Un vero e proprio bazaar

di PAOLO PONTONIERE

 

SAN FRANCISCO - Gli statunitensi la chiamano “la legge delle conseguenze involontarie”, the law of unintended consequences. Niente di scientifico, piuttosto una constatazione di fatto: la legge sostiene che spesso un’azione finisce col produrre risultati imprevedibili. Molte volte positivi, altre purtroppo con effetti perversi, che incrementano involontariamente le conseguenze negative di un’azione. Sarebbe, in questo senso, anche il caso del cap and trade, la proposta di bloccare le emissioni di anidride carbonica a un livello precedente a quello attuale e, dopo averle ripartite tra le nazioni del mondo, permettere alle industrie di commercializzare le quote che non utilizzano. Secondo alcuni osservatori economici, questa proposta - concepita per limitare ed eventualmente eliminare le emissioni di anidride carbonica - rischia di trasformarsi nella nuova frontiera della speculazione finanziaria mondiale.

Almeno questo è quello di cui si preoccupa Bart Chilton, componente della Commodity Futures Trading Commission, la commissione statunitense di sorveglianza del mercato dei future. Chilton è dell’idea che il congresso debba stabilire delle regole ferree per impedire che si formi un’altra bolla economica, questa volta colorata di verde.

Nel mirino dei regolatori ci sono le cosiddette carbon offset, una sorta di cedola di credito: comprandole si può rimediare alle emissioni prodotte da qualsiasi attività umana. Caldeggiate come uno strumento in grado di diffondere a livello di massa l’uso di soluzioni che permettono di contenere l’effetto serra, le carbon offset si stanno trasformando in una sorta di bazaar nel quale gli interessi degli operatori di Borsa potrebbero prendere il sopravvento su quelli degli enti locali e del pubblico.

Attualmente le carbon offset vengono utilizzate per rimediare all’inquinamento atmosferico prodotto dalle attività quotidiane individuali più disparate. Il novero delle situazioni nelle quali vengono proposte è molto ampio e già si prefigura un nuovo mercato degli investimenti dalle dimensioni difficilmente misurabili. “E’ un mercato magmatico, caotico e sopratutto sregolato”, sostiene Mary Purpura, Climate Action Coordinator del Berkeley Ecology Center, di Berkeley in California, che aggiunge: “Tutti vendono di tutto e non si capisce bene per conto di chi e a quale scopo”.

Sull’argomento, il prestigioso Washington Post non ha esitato a paragonare l’interesse che contraddistingue questi investimenti all’avventurismo sfrenato che caratterizzò la colonizzazione del West da parte dei pionieri americani. “Un’idea, questa delle offset, che finisce col produrre effetti diametralmente opposti a quelli che si sta cercando di ottenere”, rincara la Purpura. Le offset, a suo dire, non solo non riducono le emissioni, ma creando un falso senso di appagamento morale, finiscono con incrementarle. “E’ come il riciclaggio della plastica. Il problema non è quello di razionalizzare il consumo, ma piuttosto quello di ridurre la produzione degli agenti contaminanti. In molte realtà il riciclaggio ha determinato un aumento del consumo della plastica. La gente si sente con la coscienza a posto, in fondo sta riciclando. E il consumatore si sente autorizzato a consumare. Chi garantisce che si tratta di offset leggittime e che prevengono la produzione di nuova anidride carbonica?”

E così il dibattito sul “che fare” per salvare il pianeta rischia di far crescere un mercato dove le buone intenzioni si intrecciano con gli interessi speculativi degli operatori di Borsa. Questo è, per esempio, il caso del Chicago Climate Exchange, dove adesso le offset vengono cedolizzate come si faceva qualche tempo fa con i subprime e rivendute sul mercato delle equity. E al San Francisco International Airport, quelli che vogliono neutralizzare gli effetti deleteri del loro volo aereo possono acquistare le offset da alcuni chioschi elettronici che le distribuiscono come se fossero caramelle. Nel caso dell’aeroporto di San Francisco, le offset sono garantite da una serie di organizzazioni ambientalistiche e variano dai pochi dollari di un volo locale a circa un centinaio nel caso di un volo intercontinentale. Ma il problema è se davvero riducono la produzione di nuovi gas inquinanti.

Secondo Joe Romm, direttore del periodico Climate Progress ed esperto di clima del Center for American Progress, le carbon offset dovrebbero essere ribattezzate ripoffset, “ruberie” per dirla in breve. Romm, che il settimanale Rolling Stone considera una delle 100 persone che cambieranno il corso della storia, sostiene infatti che nel caso delle offset più popolari, come quella di pagare qualcuno per piantare alberi in Medio Oriente, nelle zone desertiche e disboscate, i benefici sono discutibili. Per esempio resta ancora da dimostrare che ripiantare gli alberi riesca realmente ad assorbire più anidride carbonica di quanta ne produca e poi cosa succede se gli alberi muoiono a causa di una siccità o se la raffineria di biocarburanti che avevamo finanziato finisce col fallire?
Esiste poi, come scrive David Fahrenthold nel Washington Post una questione di addizionalità. Ovvero a che servono le offset se i progetti finanziati sarebbero stati realizzati comunque a prescindere dalla loro esistenza?

Questo sarebbe per esempio il caso delle centrali elettriche cinesi alimentate a carbone. I cinesi stanno vendendo centinaia di milioni di dollari di offset sul mercato di Chicago, servono a finanziare la chiusura e la riconversione di quelle centrali. Il problema, in questo caso, è però che i cinesi quelle modifiche le avrebbero dovute fare lo stesso. Così, piuttosto che ridurre le emissioni, queste diventano un metodo conveniente per rastrellare capitali dalle tasche degli ambientalisti.

E se a San Francisco è l’amministrazione aeroportuale a promuovere l’offsetting, in Florida sono i ranger che gestiscono i parchi pubblici, e organizzazioni ambientalistiche come Naturalist Journeys, che propongono ai visitatori delle meraviglie naturali dello Stato - per esempio le Everglades - di neutralizzare l’impatto ambientale della loro visita finanziando la costruzione di sentieri e di altri progetti di restaurazione ambientale, mentre a Los Angeles, New Orleans, Millbrae (California), Northampton (Massachusetts) e Carpinteria (California) in alcuni ristoranti adesso può accadere che nel conto, il consumatore oltre al costo del servizio ci possa trovare anche quello dell’offset dell’anidride carbonica prodotta nella produzione e nel trattamento delle pietanze che ha appena consumato. Si tratta non solo di alcune delle principali catene alimentari come la Yum Brands (Taco Bell, Kentucky Fried Chicken e Pizza Hut) ma anche di osterie locali.

Non solo: un numero crescente di centri per l’intrattenimento spettacolare, soprattutto sulla costa West, hanno cominciato a spingere le offset. A gennaio scorso la band emo Panic at The Disco ha addirittura organizzato un carbon offset tour in collaborazione con la Honda e alla fine uno spettatore fortunato ha vinto un ibrido personalizzato dai componenti della band.

Nel sud-ovest degli Stati Uniti, anche aziende energetiche come la Pacific Gas and Electricity, una delle principali produttrici di elettricità del paese, hanno cominciato a vendere offset. Le utilizzano per prendersi cura delle linee elettriche e delle foreste che possiedono nel nord del paese, un’area nella quale la compagnia è stata consistentemente negligente negli ultimi anni e per la quale ha ricevuto parecchie multe dagli organi di controllo californiani.

Ma il mercato delle offset non è popolato solo da iniziative discutibili o eccentriche, ci sono anche organizzazioni che riescono ad usarle sia per prendersi cura dell’effetto serra che per migliorare le condizioni di vita e lavorative delle popolazioni che vivono in aree svantaggiate e depresse del paese. Come nel caso della Native Energy, una compagnia del Vermont che ha utilizzato i fondi raccolti per costruire 34 centrali solari e creare occupazione verde nelle riserve indiane, o come nel caso di TerraPass che sceglie i progetti da finanziare solo dopo averli discussi con i consumatori di carbon offset, e una volta finanziati, riporta i loro progressi in tempo reale.

Ma questa situazione di confusione potrebbe presto finire. Si stanno infatti moltiplicando le organizzazioni che si fanno carico di garantire l’affidabilità dell’offset e la sua utilità. Tra queste spiccano agenzie come la International Carbon Reduction and Offset Alliance, e la David Suzuki Foundation che si battono per l’adozione di uno standard internazionale chiamato “The Gold Standard”. E’ stato formulato dai creatori del Protocollo di Kyoto ed è sostenuto dal WWF e da Greenpeace.

L’Italia potrebbe “perdere” gli ingredienti della pasta

Wednesday, November 18th, 2009
 
ROMA
Secondo studi scientifici l’Italia a causa dei cambiamenti climatici potrebbe essere costretta a importare gli ingredienti base per la Pasta, piatto made in Italy per eccellenza. Tutto ciò perché la crisi del clima renderà difficile la coltivazione del grano duro.In un rapporto del servizio meteorologico britannico Met Office, che sarà presentato a Londra e anticipato su un sito australiano, gli scienziati prevedono che i rendimenti in Italia del grano duro inizieranno a diminuire a partire dal 2020 e che il raccolto sarà quasi scomparso dal Paese entro questo secolo.In particolare nella relazione si sottolinea che i «cambiamenti climatici in questa regione, in particolare l’ aumento della temperatura e delle precipitazioni in calo, potrebbe seriamente compromettere la resa del frumento». L’avvertimento è l’ultimo esempio degli impatti che i cambiamenti climatici potrebbero avere sugli stili di vita e sulla dieta in tutta Europa.A parlare di Mediterraneo e dei danni all’agricoltura del Mediterraneo a causa dei cambiamenti climatici, tra cui le coltivazioni di grano duro e quindi, anche la produzione di pasta, è il capitolo nove del rapporto di un progetto europeo durato 5 anni che ha coinvolto 66 centri di ricerca in 20 paesi in tutta Europa e guidato dal Met Office. Per l’Italia hanno partecipato l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), l’Arpa Emilia Romagna, il Cnr, l’università di Firenze e la Feem. La presentazione avverrà oggi a Londra mentre dal 17 al 19 novembre a Exeter si svolgerà un convegno ad hoc.

L’obiettivo era quello di analizzare la potenza dei vari supercomputer utilizzati per prevedere il clima da diversi gruppi di ricerca in tutta Europa. Questo permetterebbe ai ricercatori di generare proiezioni riguardanti il clima per i Paesi e le regioni.

E uno degli obiettivi era proprio prevedere come l’aumento delle temperature e le variazioni delle precipitazioni potrebbero influenzare la produzione alimentare. L’Italia è stato scelto come caso di studio, sia perché è uno dei principali produttori alimentari sia per il fatto che è una nazione del Sud del Mediterraneo e quindi particolarmente vulnerabile agli aumenti di temperatura

Fonte : La Stampa

Caldaia, come abbattere costi e consumi

Wednesday, November 18th, 2009
Pubblicato il vademecum del Ministero dello Sviluppo Economico
FTAOnline

“Bruciare” costi e consumi si può con una corretta manutenzione della caldaia. I preziosi consigli sull’acquisto e gestione di un impianto domestico di riscaldamento arrivano dalla Direzione Generale per l’energia nucleare, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica del Dipartimento per l’Energia del Ministero dello Sviluppo Economico che, in collaborazione con Adiconsum, Assotermica, Cna, Confartigianato e Federconsumatori, avrebbe realizzato un vademecum per il cittadino.

Controlli importanti

Le caldaie fino a 8 anni di anzianità, sostiene il vademecum, dovranno essere controllate ogni 4 anni, mentre quelle più vecchie di 8 anni devono essere verificate ogni 2 anni. La certificazione di idoneità dovrà essere rilasciata da un tecnico abilitato, che avrà l’obbligo di redigere e sottoscrivere un rapporto di controllo tecnico che verrà consegnato, oltre che al richiedente anche all’autorità competente a cui è demandato lo svolgimento degli accertamenti e delle ispezioni.

Risparmio in cifre

La piccola guida pubblicata online dovrebbe, se seguita fedelmente, portare ad ampi margini di risparmio sul riscaldamento domestico. Stando ai calcoli degli esperti del ministero infatti una maggiore attenzione per l’impianto di riscaldamento e l’eventuale sostituzione possono comportare un abbattimento dei costi di riscaldamento stimato nell’ordine del 20%.
Oltre agli evidenti vantaggi economici, sostiene il Dipartimento, ci sarebbe un significativo ritorno anche in termini ambientali, con la riduzione drastica delle emissioni inquinanti.
Un obiettivo possibile che consentirebbe, a livello di Sistema Paese, di immettere nell’atmosfera almeno 3 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2) in meno ogni anno e di ottenere una riduzione dei consumi di 1.400 ktep, ossia un risparmio di energia pari a 1,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.

L’Italia delle caldaie

Secondo le rilevazioni sarebbero ben 20 milioni le caldaie installate nel nostro Paese con un rendimento medio del 70%. Ogni anno quelle che vengono sostituite, perche’ obsolete, sono almeno un milione e quelle di nuova concezione tecnologica hanno un rendimento superiore, intorno all’85%, rispetto ai modelli precedenti. I cittadini che installano una nuova caldaia in sostituzione di una esistente beneficiano di una riduzione della bolletta energetica che si stima sia indicativamente del 20% all’anno.

La sostituzione di un milione di impianti consente ogni anno una maggiore efficienza di sistema, comportando anche una riduzione della bolletta energetica nazionale di circa l’1% all’anno. Oltre che con la sostituzione degli impianti, anche con la loro regolare manutenzione - seguendo le scadenze minime riportate dalle ‘Istruzioni per il Cittadino’ - si puo’ migliorare il livello di rendimento fino al 4,5%.

Più efficienza per tutti

Sostituzione e manutenzione della caldaia secondo i tecnici del Ministero possono contribuire ad un maggior efficientamento delle risorse nell’ordine del 7% ogni anno.

Se si considera il solo settore residenziale, il cui consumo energetico complessivo annuale e’ di 20.000 ktep (migliaia di tonnellate equivalenti petrolio), la sostituzione delle caldaie e una regolare manutenzione, implicano una riduzione dei consumi annui di 1.400 ktep, che corrispondono ad una mancata emissione di 3 milioni di tonnellate di CO2.

Fonte : La Stampa

Il wireless salva gli acquedotti “nuota” nei tubi, svela le perdite

Wednesday, November 18th, 2009

UN DISPOSITIVO in grado di “nuotare” nelle condutture dell’acqua e “ascoltare” ogni piccola perdita, per poi “comunicare” i suoi rilevamenti tramite onde radio. Sembra fantascienza, ma non lo è. Si tratta di uno strumento ad alta tecnologia sviluppato dagli iXem Labs del Politecnico di Torino, premiato con un milione di euro dallo Stato del Qatar. L’invenzione, infatti, ha tutte le carte in regola per trasformarsi in un prodotto vincente: è “eco-friendly”, “social-oriented” e poco costosa (cosa che non guasta mai). Il principio di base è quello del wireless, da anni al centro delle ricerche del team torinese. L’innovazione, in questo caso, consiste nell’utilizzare la potenza delle onde radio per risolvere la piaga degli sprechi di acqua potabile. Un problema molto diffuso in tutto il mondo, che rappresenta un significativo fattore di costo ambientale.

Gli sprechi. Goccia a goccia, ogni giorno enormi quantità di acqua potabile si perdono per strada, sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo. Guasti, buchi, superfici interrotte che rimangono tali per anni, senza che nessuno riesca a fermare le perdite di questo enorme patrimonio. Per quanto riguarda l’Italia, le stime del Politecnico di Torino parlano di uno spreco del 50 per cento: più della metà della nostra acqua potabile, in sostanza, si perde tra la sorgente (laghi o pozzi) e il destinatario (i nostri rubinetti). Nel meridione si arriva persino al 70 per cento, mentre in alcune zone del Piemonte si toccano picchi del 90 per cento. Negli ultimi anni all’impatto ambientale si è aggiunto anche il costo economico, che si sta facendo sentire in tutti i paesi del mondo. A causa del riscaldamento climatico, infatti, le risorse idriche di base si stanno progressivamente impoverendo, e questo fa dell’acqua un bene ancora più prezioso.

Le sfide. Intervenire per riparare le perdite non è facile: può essere molto costoso e i risultati, fino ad ora, non sono assicurati. Per questo, nella maggior parte dei casi, si preferisce ignorare il problema, a meno che l’emorragia non sia talmente grande da poter andare a colpo sicuro. I tubi, infatti, scorrono sotto terra, spesso lungo percorsi non noti. Scavare “alla cieca” non conviene a nessuno, né in aperta campagna (dove i costi dei lavori sono maggiori), né tanto meno in città (dove il rischio è quello di intasare il traffico per nulla).

L’invezione. La grande novità della “creatura” inventata dagli ingegneri di iXem Labs consiste nel ridurre al minimo la possibilità di errore. E lo fa grazie ad un sistema che consente di “ascoltare” i rumori delle perdite e “comunicare” le informazioni relative. L’oggetto “nuota” liberamente all’interno dei tubi, capta i suoni che li popolano e li trasmette sotto forma di dati tramite le onde radio. In superficie, decodificando questi rumori, è possibile riconoscere il luogo, l’entità e la consistenza delle perdite. La tecnica basata sull’ascolto dei rumori prodotti dall’acqua non è nuova, ma normalmente viene applicata solo su distanze brevi, perché necessita della presenza di un cavo per riportare i suoni in superficie. Il nuovo strumento, invece, si affida alle onde radio e non ha bisogno di alcun cavo: un aspetto decisivo per poter svolgere al top la sua funzione di “ispettore dei tubature”.

Il premio e la partnership in Qatar. Il risultato della ricerca è stato premiato dallo Stato del Qatar nell’ambito del National Priorities Presearch Program: un premio di circa un milione di dollari, che andrà al Policlinico di Torino e alla squadra degli iXem Labs. Un’altra occasione in cui l’eccellenza italiana si è fatta notare, questa volta in un emirato mediorientale. Una punta di amarezza, però, resta, leggendo le parole che il professor Daniele Trinchero scrive dal Qatar: “Una volta strutturato il progetto, abbiamo provato a proporlo in Italia, ma non abbiamo riscosso immediato interesse. Visto che ci credevamo, ci abbiamo lavorato nei rimasugli di tempo, con materiale di recupero. Forse anche grazie a questo è stato possibile realizzare un oggetto a basso costo”. L’università del Qatar, dal canto suo, ha già siglato un accordo con il Politecnico di Torino, e il centro di ricerca sulle comunicazioni wireless del Qatar si è detto intenzionato ad una industrializzazione del dispositivo.

Fonte: La Repubblica

L’allarme di Grillo: «Salviamo la Terra»

Wednesday, November 18th, 2009

«Viviamo sulla terra. Non abbiamo altro, ma la stiamo distruggendo». Cosa fare dunque? Se l’è chiesto Beppe Grillo e ha girato la domanda ai massimi esperti mondiali. Dismesso i panni del comico si è trasformato in documentarista e ha intervistato alcune delle migliori menti del pianeta sul futuro che ci aspetta e su come affrontarlo. Ed ecco che come Al Gore, in salsa italica e senza prima candidarsi alla presidenza (almeno per ora), ha raccolto le loro voci in un lungometraggio, realizzato con il supporto di Greenpeace, dal titolo: «Terra reloaded». L’occasione per incontrarlo è la presentazione del dvd alla Feltrinelli di Milano.

LE MENTI - «Mi hanno parlato per ore del presente e del futuro. Di come salvare la terra per i nostri figli, i nostri nipoti». Ma chi sono questi esperti? «Chi sono? Jeremy Rifkin, economista, attivista e saggista statunitense; Lester Brown, scrittore, ambientalista, economista statunitense e fondatore del Worldwatch Institute ; Wolfgang Sachs, scienziato tedesco nonché autore di libri; Michael Pollan, autore del libro “In difesa del cibo” e Mathis Wackernagel, direttore della Global Footprint Network, organizzazione no-profit per lo sviluppo e la promozione di sistemi di misurazione per la sostenibilità ambientale». E citandoli uno ad uno riconquista il suo pubblico parlando quindi di ambiente senza perdere però il «vizio» di lanciare strali sul panorama politico italiano: «Brunetta non è piccolo. È distante». Oppure su Berlusconi: «Il processo-breve? Io ho una causa contro Biagio Agnes dal 1993. Ho parlato con il giudice della prima istanza che adesso ha 87 anni, siamo amici ormai, abbiamo visto crescere i nostri figli, e mi ha dato appuntamento al 6 giugno del 2012 alle 4 e mezzo. Gli ho detto “giudice alle 4 e mezzo non posso. Non si può fare alle 2″? ». I temi trattati dal comico genovese sono stati tanti, dalla mancanza di democrazia nel nostro paese passando per la mancanza di sicurezza degli impianti nucleari che si vorrebbero creare in Italia: «Sono disposto a farmi realizzare una centrale nucleare davanti casa mia a Genova. Basta che mi facciate una piccola assicurazione. Perché? Non c’è un’assicurazione al mondo che possa assicurare una centrale. Così se divento fosforescente mi date qualcosa..». E quando parla delle migliaia di firme raccolte durante i due V Day si arrabbia perché - ha spiegato - che ancora in attesa di riscontro: «Hanno imboscato 1 milione e 650mila firme».

 

LE RESPONSABILITÀ - Ma quando gli si chiede di politiche ambientali smette di scherzare e si fa serio: «I governi mondiali sono in preda a un’allegria isterica. Hanno salvato le banche, e quindi sé stessi, e si sentono in salvo. Tutto come prima. Sanno produrre incentivi per le auto, stimulus per CO2 e cemento. Per la produzione di beni inutili che alimentano un’economia priva di senso che distrugge il pianeta». E poi rincara: «Questi giocano ai bussolotti con la nostra pelle. Gli interessi economici guidano i governi, non gli interessi sociali. La crisi economica è stata una grande occasione perduta per ridefinire nuove priorità. A questo punto al cambiamento ci dovremo arrivare per necessità. L’uomo è l’unico essere vivente che distrugge l’ambiente che gli permette di vivere. Sembra un alieno venuto dallo spazio con la missione di eliminare la vita dalla Terra».

I GHIACCIAI - Prendiamo un aspetto, i ghiacciai ad esempio. «Bene, il programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (Unep) e il servizio di monitoraggio mondiale dei ghiacciai (Wgms) producono dati e analisi sulla scomparsa dei ghiacci da far venire i brividi. I ghiacciai stanno evaporando sotto i nostri occhi impegnati ad aumentare il parco macchine del pianeta. Le Alpi hanno perso il 22% dei ghiacciai dal 2000, due terzi di quelli dei Pirenei sono svaniti dalla prima metà del secolo scorso. Nel solo torrido 2003 i ghiacciai europei hanno perso tra il 5 e il 10% del loro volume. La Cina e l’India non fanno parte del G8, ma sono molto interessate ai ghiacciai. Con l’attuale ritmo di scioglimento, entro 40 anni i ghiacciai dell’Himalaya non esisteranno più». Così Grillo, che sembra Piero Angela a modo suo però, lancia la ricetta. «L’informazione è il miglior modo per arrestare la scomparsa dei ghiacciai. Siamo avvertiti da mesi della diffusione di un virus influenzale, ma i media non danno importanza alla scomparsa delle riserve di acqua dolce. Chi vedrà il documentario non avrà più alibi». E ottimista? «Non rimane molto tempo, ma ce la faremo».

Nino Luca
Fonte : Corriere della Sera

La riforma, se l’acqua diventa ancora più salata

Wednesday, November 18th, 2009
Cosa prevede la riforma dell’acqua potabile?
Il governo ha deciso di introdurre le misure contenute nell’articolo 15 dell’attuale decreto sugli obblighi comunitari. In base all’articolo 15, che ieri è stato discusso in via generale alla Camera dei deputati, la gestione dell’acqua può essere anche affidata a un privato.
 
In che modo può diventare privata?
Vengono stabilite due modalità per la gestione dell’acqua: una in via ordinaria ed un’altra in via straordinaria. La prima consiste nell’affidare la gestione ad un soggetto privato scelto tramite gara a evidenza pubblica. La seconda consiste nell’affidare la gestione del servizio anche senza gara, ma ad una società mista (pubblico-privato) dove però il privato sia stato scelto con gara.

La via straordinaria quando verrà utilizzata?
Solo in casi eccezionali la gestione del servizio idrico può essere affidata in via diretta, vale a dire senza gara, ad una società privata o pubblica. In tal caso, però, si deve in primo luogo trattare di una società in house, cioè una società quasi interamente pubblica, su cui l’ente locale esercita un controllo molto stretto. Poi l’ente locale deve presentare una relazione all’Antitrust in cui motiva la ragione dell’affidamento senza gara. In terzo luogo, l’Antitrust deve dare il proprio parere.

Cosa succede il 31 dicembre 2011?
Se la riforma verrà approvata, tutti i cittadini verranno serviti da società idriche interamente private o solo in parte. Tra due anni cesseranno, infatti, tutti gli affidamenti a gestione pubblica (in house). Le municipalizzate si trasformeranno in società miste con il 40% ai privati.

Chi è a favore della riforma e perché?
La maggioranza al governo, cioè il Centrodestra, che ha promosso la riforma e le aziende private del settore idrico. Il Pdl sostiene la privatizzazione perché ritiene che si introdurrà maggiore efficienza con le società a capitale misto (pubblico e privato) ed eviterà di garantire posti di amministrazione e di potere clientelare negli enti locali. Le utility, le aziende private in parte o del tutto sono a favore perché ritengono che la riforma potrà portare maggiori investimenti sulle reti idriche e quindi un miglioramento del servizio.

Chi è contrario e perché?
L’opposizione, con in testa il Pd e l’Italia dei valori e poi gli ambientalisti e le associazioni dei consumatori. Pd e Idv vogliono bloccare o modificare la riforma perché ritengono che l’acqua vada gestita mettendo in primo piano i diritti dei cittadini e degli utenti, prevedendo trasparenza nelle forme di gestione, garanzie su investimenti e prezzi. Ambientalisti e consumatori chiedono, invece, la ripublicizzazione del servizio idrico e temono che con la privatizzazione ci possa essere un forte aumento delle tariffe.

Con la privatizzazione aumenteranno le tariffe?
Secondo gli esperti è molto probabile che i privati decidano di aumentare le tariffe dell’acqua per sostenere gli investimenti, migliorare il servizio e chiudere il bilancio in pareggio o in utile. Nel medio-lungo periodo gli aumenti iniziali dovrebbero però essere compensati da un servizio più efficiente e quindi i costi dovrebbero diminuire. Ma intanto già il 41% degli italiani è servito da società private o miste e a livello nazionale tra il 2002 e il 2008 i prezzi dell’acqua sono aumentati del 30%. Si prevede che saliranno del 26% entro il 2020.

Meglio l’acqua pubblica o privata?
Se è una società pubblica a gestire l’acqua generalmente le tariffe aumentano di meno. Ma in genere una municipalizzata fa meno investimenti e alla lunga va a scapito del servizio e del funzionamento della rete idrica. Ma sempre col pubblico si spende meno: in Danimarca, Svizzera e Olanda l’acqua costa di più della media europea eppure la maggior parte delle società idriche sono pubbliche. Secondo gli esperti, acqua pubblica o privata può essere indifferente purché ci sia un rigoroso controllo delle tariffe e dei servizi, a tutela dei cittadini. E questo può essere fatto solo con la creazione di un’Authority dell’acqua, come chiede Federutility.

Chi ci guadagna dalla riforma?
Le aziende a capitale in parte o tutto privato. L’oro blu è un business molto redditizio: in Italia conta 252 imprese per un fatturato che supera i 2,5 miliardi di euro. I campioni dell’acqua sono multinazionali come Veolia e Suez. Poi ci sono società pubblico-private, ex municipalizzate quotate a Piazza Affari, come la ligure-piemontese Iride, l’emiliana Hera e Acea, che ha tra i suoi soci oltre al Comune di Roma l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone.

Quanti italiani bevono l’acqua del rubinetto?
Secondo un’indagine condotta da Aqua Italia, un italiano su quattro accantona la bottiglia e decide di bere l’acqua direttamente dal rubinetto. Un modo per risparmiare in tempi di crisi.

 

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