Archive for November 10th, 2009

influenza A Al via vaccinazione in tutta Italia

Tuesday, November 10th, 2009

 Altre 4 morti, che portano il bilancio totale a 36 vittime, si sono registrate oggi in Italia a causa dell’influenza A: un uomo in Umbria, una donna ad Avellino, una a Piacenza ed un uomo deceduto ieri a Napoli per il quale i test hanno oggi confermato la positività al virus A/H1N1. Intanto, il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio ribadisce la necessità di vaccinare i malati cronici ed afferma che il vaccino è sicuro, precisando che per i bambini sotto i dieci anni saranno però necessarie due dosi. Il ministero del Welfare ha anche diramato un’ordinzanza per la prevenzione e il controllo dell’influenza nei centri sportivi. Rassicurazioni arrivano dai medici di famiglia: c’é stato in questi giorni un aumento dei carichi di lavoro, ma la situazione negli studi medici è “sotto controllo” e non si rilevano emergenze dovute ad “intasamenti”.

- ALTRE 4 VITTIME, TOTALE SALE A 36: Un anziano, affetto da influenza A, che era anche cardiopatico e diabetico, è morto all’ ospedale di Branca di Perugia, mentre Al Moscati di Avellino è deceduta una donna di 49 anni che era in ossigenenoterapia domiciliare da anni, oltre a pesare 160 chili. A Piacenza è deceduta una donna di 44 anni con grave patologia cardiopolmonare cronica, risultata positiva al test sul virus A/H1n1. A Napoli, inoltre, un uomo di 35 anni morto ieri a causa di una grave insufficienza respiratoria è risultato positivo al virus A/H1N1. Il totale delle vittime sale così a 36.

- FAZIO, VACCINO E’ SICURO, NECESSARIE DUE DOSI SOTTO I 10 ANNI: Due raccomandazioni giungono da Fazio: “Che le categorie a rischio si vaccinino, perché rischiano veramente molto, e che tutti siano consapevoli che i vaccini sono sicuri. Sono stati testati, sono state prese delle decisioni a livello internazionale. Quindi, manteniamo la calma - ha detto il viceministro - e vediamo di affrontare questa problematica con la collaborazione di tutti”. “Tutti si rendono conto - ha aggiunto - che questa è un’influenza leggera, che solo in rarissimi casi è grave”. Fazio ha anche affermato che per i bambini sotto i 10 anni è prevista la vaccinazione in doppia dose, quella cioé approvata dall’OMS e dall’Emea. Le due dosi, ha spiegato, si fanno a tre settimane l’una dall’altra, ma non si è escluso che si possa fare una valutazione per cui il richiamo o entrambe le dosi possano contenere la metà dell’antigene. E domani il sottosegretario alla salute Francesca Martini si sottoporrà in diretta televisiva al vaccino contro l’influenza stagionale.

- MINISTERO, 80.000 VACCINATI AD OGGI IN ITALIA: In base a dati parziali pervenuti all’Istituto superiore di sanità, sono state vaccinate contro l’influenza A, al 9 novembre, circa 80.000 (79.440) persone. Lo rende noto il ministero del Welfare nel bollettino quotidiano di aggiornamento della situazione dell’influenza A nel Paese. Le Regioni dove si registra la più ampia diffusione del virus sono la Campania con un incidenza dell’1,5% e la Lombardia (1,3), seguite da Emilia Romagna, Marche e Lazio (1,1).

- ORDINANZA PER CENTRI SPORTIVI: Nell’ordinanza si indicano i principali strumenti per ridurre la diffusione dell’influenza nei centri: tempestiva individuazione dei frequentatori malati; astensione dalla frequenza fino a risoluzione della sintomatologia per almeno 24-48 ore; pratiche di igiene appropriate e pulizia degli ambienti.

- NO EMERGENZA IN STUDI MEDICI: Con l’aumento dei casi di influenza A, si registra negli studi dei medici di famiglia un “aumento dei carichi di lavoro, tra visite domiciliari e telefonate, del 30-40%”, ma la situazione è “sotto controllo e non c’é alcuna fase di emergenza”. Ad affermarlo è il segretario della Federazione dei medici di famiglia (Fimmg), Giacomo Milillo, sottolineando che al momento non si rilevano situazioni di “intasamento” negli studi e l’attività dei medici di base prosegue normalmente. E dalla Società italiana per la Medicina dei viaggi e delle migrazioni (Simvim) arriva una richiesta: Vaccinare contro l’influenza A anche i viaggiatori ed i tanti italiani che tra novembre e febbraio, e soprattutto a ridosso delle vacanze natalizie, stanno programmando vacanze in paesi caldi, perché l’influenza A potrebbe sommarsi ad altre infezioni e risultare molto pericolosa.

Link

L’influenza A tra bufale (d’oro) e allarmismo di Stato

Fonte: Micromega

Belpaese ’salvatutto’: italiani mobilitati per gallina padovana, orsi della luna e spazzacamini

Tuesday, November 10th, 2009

E’ boom di raccolta firme per la tutela di animali, ma non solo. I nostri connazionali infatti scendono in campo per la cause più disparate: dai pipistrelli alla capra nera di Verzasca, fino al bosco di Gioia e al fiume Oreto

Salvate la gallina padovana‘. Ma anche il ’suino nero’ di Caserta e la ‘capra nera’ di Verzasca. Nel Belpaese è un vero e proprio boom di raccolta di firme per salvare animali, boschi, fiumi, edifici. C’è persino chi ha lanciato la petizione ‘salviamo la mazurka‘. Si scopre così che i nostri concittadini sono in pena per le cause più disparate: certamente tutte nobili, a volte impensabili e un po’ stravaganti.

Ecco allora che non si raccolgono più le firme soltanto per salvare le balene, la foca monaca o gli squali. In un momento in cui gli allevatori varesini si trovano ad affrontare una situazione di grande difficoltà, alle prese con finanziamenti sempre più scarsi e con un crollo nella produzione del latte, la Regione Lombardia, la comunità Montana Valli del Luinese e Canton Ticino si sono mobilitati per salvare e valorizzare la capra nera di Verzasca, razza caprina indispensabile per la sopravvivenza di molte aziende tra Italia e Svizzera.

 

Non meno seria la mobilitazione organizzata a Genova. Per salvare gli orsi della luna più delle firme hanno potuto le soavi note uscite dallo Stradivari ‘Marechal Berthier’ in un concerto benefico dei giorni scorsi i cui fondi sono stati destinati all’attività di liberazione e riscatto degli orsi della luna detenuti nelle fattorie della bile, in Cina, Vietnam e Corea e barbaramente torturati per tutta la loro vita. E ancora, missione Dugongo: gli italiani si sono fatti in quattro anche per una causa che parte dal lontano Giappone e che ha visto la raccolta di trentamila firme per salvare questo animale, del tutto simile a una mucca marina, minacciato dalla costruzione di una base per gli elicotteri della Marina Usa al largo della costa giapponese.

 

Rischia, poi, di perdere il suo legame con il territorio d’origine il suino casertano, più noto nella zona come ’suino nero’ anche se è di colore grigio ardesia. Allevato tra la Campania, il Molise e le province di Latina e Frosinone, questo maiale è da anni oggetto di attenzione da parte dei consumatori e delle istituzioni pubbliche ma, nonostante il considerevole aumento, ha in provincia di Caserta un sistema allevatoriale fragile nella struttura e debole negli investimenti. Il risultato è un numero di capi non costante nel tempo che impedisce di porre in essere interventi di miglioramento genetico della razza e progetti industriali volti a valorizzarne le carni.

 

La solidarietà non è mancata nemmeno alla chiamata ‘salviamo il bosco di Gioia‘: una superficie di più di 10.000 mq con 200 piante d’alto fusto (magnolia, faggio, platano, leccio, tiglio, carpino, olmo, abete, quercia rossa, cedro…) fra cui esemplari di 50, 60, 70 anni. Si trova nel centro di Milano e la mobilitazione è scattata per impedire di radere al suolo il bosco per fare posto agli edifici nel nuovo polo regionale. Solidarietà dal sapore ecologico anche quella che a Palermo ha fatto alzare in aria palloncini colorati per salvare il fiume Oreto. Per il suo recupero sono state raccolte centomila firme.

 

Mentre ‘Senza api il mondo è più grigio‘ è lo slogan lanciato da Apitalia, che non è rimasto inascoltato, e gli italiani si sono subito mobilitati con la raccolta di firme dopo che l’associazione ha fatto sapere che nel 2007 in Italia si sono persi circa 200.000 alveari, la maggior parte dei quali solo al Nord.

 

E poi mai un mondo senza pipistrelli. Per contribuire alla conservazione “di questo straordinario gruppo animale”, gli zoologi del Museo di Storia Naturale di Firenze hanno lanciato la campagna ‘un pipistrello per amico‘ con la diffusione delle ‘bat-box’, piccole casette di legno da utilizzare per offrire nuovi rifugi a questi efficienti predatori di zanzare. Queste bat-box sono state studiate per essere appese agli alberi del proprio giardino o alla parete esterna della casa, meglio se al riparo sotto la grondaia del tetto. C’è da giurare che anche in questo caso non sia mancata la mobilitazione.

 

Dagli animali agli uomini, è stato lanciato anche ‘salviamo lo spazzacamino‘. Anche per lui, e per tutti gli antichi mestieri finiti in soffitta, è partita una petizione per chiedere una legge ad hoc che salvaguardi le antiche tradizioni.

Fonte: ADNKronos

Emergenza idrica, le regioni hanno un ruolo chiave nello sviluppo della politica delle acque

Tuesday, November 10th, 2009
Spetta all’Assemblea delle regioni Europee (Aer) portare la sfida ‘azzurra’ ai cittadini, in un approccio coordinato dall’alto verso il basso
- L’appuntamento a Copenaghen sui cambiamenti climatici e’ ormai vicino. Ma se il riscaldamento globale preoccupa l’intero pianeta, spesso si dimentica che le risorse idriche sono minacciate da una serie di fattori, come la popolazione in crescita e lo sviluppo industriale. A questo poi il cambiamento climatico aggiunge un’ulteriore variabile.
“Con il cambiamento climatico la posta in gioco per la gestione di una delle risorse piu’ preziose del mondo e’ alta. Spetta a Aer, dunque, portare la sfida ‘azzurra’ ai cittadini, con le regioni nel ruolo chiave di fornire ai cittadini le informazioni di cui hanno bisogno per condurre uno efficiente stile di vita dell’acqua” commenta Michele Sabban presidente dell’Assemblea delle regioni Europee (Aer). 

Per Michele Sabban “mentre e’ chiaro che il riscaldamento globale presentera’ diverse problematiche per le diverse parti del mondo, la gestione dell’acqua e’ una sfida globale che richiede la solidarieta’ e un approccio coordinato dal basso verso l’alto”. Il presidente Aer ha quindi invitato l’Unione Europea a fare di piu’ per affrontare la crisi e ha proposto un bilancio chiaramente impostato sui problemi dell’acqua. “Abbiamo davvero bisogno di piu’ volonta’ e piu’ forza per affrontare il problema e cercare di fare qualcosa”, ha detto. 

Secondo Sabban, le regioni hanno un ruolo centrale nello sviluppo della politica delle acque e di sensibilizzazione, perche’ “a livello regionale si e’ vicini ai cittadini”. “Pensiamo che le regioni potrebbero portare una risoluzione o una disposizione che potrebbe essere attuata per tutti i cittadini”, ha detto. 

Per Susanne Brandstetter, funzionario di pubbliche relazioni presso il dipartimento di acqua del governo federale austriaco, “e’ importante aumentare la consapevolezza tra i giovani”. In Austria, infatti, e’ stata avviata da cinque anni l’iniziativa ‘Generation Blue’ che ha l’obiettivo di entrare in contatto con le generazioni piu’ giovani, coinvolgendole nella gestione responsabile delle risorse idriche. Brandstetter ha inoltre sottolineato l’importanza per giovani, politici ed esperti di lavorare insieme. “Bisogna parlare il linguaggio dei giovani”, ha detto. “Dobbiamo tradurre, semplificare e ridurre”. 

In generale, in Europa ma anche negli Stati Uniti, gli investimenti ‘verdi’ sono visti come un’opportunita’ per superare la crisi economica. Ma in proposito e’ stato detto poco di come l’industria dell’acqua puo’ aiutare a superare la recessione. Per Danuta Hubner, presidente della commissione del Parlamento europeo per lo sviluppo regionale, ci sono molte opportunita’ di business nel settore dei ‘blu’. 

L’ex commissario della politica regionale, ha dichiarato che la recessione ha innescato un approccio alternativo per l’utilizzo di energia e di risorse. “Con la crisi economica stiamo cambiando il nostro atteggiamento verso l’ambiente”, ha detto. Attraverso lo sviluppo di elettrodomestici efficienti e di innovativi sistemi tecnologici, inoltre, si creerebbero ulteriori posti di lavoro: “Dobbiamo guardare la crisi anche come una opportunita’ di business”. 

“Sono convinto - ha aggiunto Hubner -, che la protezione delle acque richiede responsabilita’ a livello europeo”. Ma le soluzioni “devono essere fatte su misura. A molti di questi problemi si puo’ far fronte con maggiore efficacia a livello locale o regionale”. Ma in ultima analisi, per Hubner, l’unico modo per proteggere le risorse e’ quello di “creare una cultura del risparmio idrico”. “Se non riusciremo a farlo, non saremo in grado di trovare soluzioni”, ha avvertito. “Abbiamo bisogno di sforzi, abbiamo bisogno di un impegno piu’ generale, da parte di politici, industria e consumatori. Ma senza l’educazione non sara’ possibile affrontare il problema”.

Fonte: Adnkronos

Piante in casa : fanno davvero bene

Tuesday, November 10th, 2009

LA RICERCA – L’indagine ha infatti dimostrato che le piante da interno non solo sono in grado di preservare la salute di chi vive negli ambienti in cui esse si trovano, ma hanno anche effetti benefici sulle performance lavorative in quanto contribuiscono a ridurre significativamente i livelli di stress grazie alla loro azione purificante. Come spiegato da Stanley Kays, autore della ricerca, «alcune piante in particolare hanno la capacità di eliminare completamente dall’aria i cosiddetti VOC», i composti organici volatili, ossia quell’insieme di sostanze presenti nell’ambiente e responsabili di allergie, disturbi cronici e altre malattie che secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità causano oltre 1,6 milioni di morti ogni anno. Dai VOC deriva quindi l’inquinamento indoor, che in molti casi – dicono gli scienziati – tocca livelli che possono essere addirittura 12 volte più alti rispetto a quelli dell’inquinamento esterno.

LE PIÙ POTENTI – Dopo aver analizzato 28 piante ornamentali comuni, i ricercatori ne hanno individuato alcune super-potenti, ottime per purificare l’aria liberandola dalle sostanze volatili inquinanti. Si tratta dell’edera inglese, del fiore di cera e della felce. Di qualità superiore la Tradescantia pallida, considerata un eccellente filtro depuratore.

Alessandra Carboni

La catacombe dell’atomo nel caveau delle scorie

Tuesday, November 10th, 2009

BURE - L’ascensore viaggia a due metri al secondo. Fra pause e rallentamenti, ci vogliono otto minuti per arrivare in fondo, sotto quasi 500 metri di roccia. La cabina ha pareti e grate di acciaio, di un rosso vivace. È un ascensore da miniera. Ma questa non è una miniera.

Nell’intrico di gallerie che si apre davanti alla porta si scava, solo per seppellire. L’argilla della terra che dà al mondo lo champagne accoglierà le bare di qualcosa che vivo non è stato mai, ma che ora è, e resterà a lungo, assolutamente letale. Siamo alla destinazione finale delle scorie radioattive. Queste sono catacombe: le catacombe dell’atomo. Lungo le pareti di una roccia grigia e polverosa si aprono i loculi.

Ai Comuni che hanno accettato di farsi scavare sotto campi e foreste, il governo ha distribuito circa 20 milioni di euro

Scelte zone non a rischio terremoti e nel profondo di una roccia, dove l´acqua non può infiltrarsi Ma non tutte le rocce sono uguali

Dentro al contenitore in acciaio inossidabile, i residui sono schermati da un secondo involucro in vetro
Il costo del “cimitero” dell´atomo è di circa 60 miliardi di euro, quanto l´intero deficit italiano

L’imboccatura è un foro circolare, con un diametro di non più di settanta centimetri, che introduce ad un cunicolo profondo fino a 40 metri. Qui verranno infilati i sarcofagi, lunghi poco meno di una bara - circa un metro e sessanta - dove sono stati deposti i residui di combustibile nucleare spento, destinati a restare attivi per centinaia di migliaia di anni. Il termine tecnico è “scorie ad alta radioattività e a vita lunga”. In ogni cunicolo ce ne stanno dodici: ma la successione ne prevede uno pieno e due vuoti, per limitare il carico radioattivo e disperdere più facilmente l’enorme calore accumulato.


Bure, in realtà, non è la destinazione finale delle scorie. E’ un laboratorio, un modello, dove si studiano e si affinano tecniche e procedure del confinamento.

Ma si sa già che il vero deposito sarà costruito a qualche chilometro da qui, dentro la stessa roccia, ai confini dei dipartimenti della Meuse e della Haute Marne, a ridosso delle colline, dove coltivatori grandi e piccoli curano, con precisione maniacale, le vigne che danno alla Francia la gloria nazionale dello champagne. La costruzione inizierà nel 2015, il cimitero comincerà ad accogliere i primi sarcofagi nel 2025. Qualche Comune ha protestato e si è chiamato fuori. Altri hanno accettato di farsi scavare sotto campi e foreste. Il governo ha distribuito circa 20 milioni di euro per la costruzione di scuole e infrastrutture sul posto. La Francia spera così di aver tamponato il problema più spinoso dell’intera partita nucleare: se un reattore in funzione fa paura, qui ed ora, le scorie spaventano per 300 mila anni e via, oltre ogni comprensibile conto: il pianeta che verrà.

Non tutte le scorie, peraltro, sono così pericolose. Anzi, lo è solo una quota minima. Anche se va trattato con mille cautele ed attenzioni, ad esempio seppellendolo nel cemento, poco meno del 90 per cento dei rifiuti nucleari ha una vita radioattiva inferiore ai 30 anni. E meno del 5 per cento sono quelli con una vita semieterna e un’alta radioattività.

Se togliamo da questa quota gli involucri dei reattori e delle pasticche di combustibile, restiamo con il nocciolo duro delle scorie: in sostanza, l’uranio esaurito dei reattori. Una volta riprocessato per ottenerne combustibile fresco, quello che resta è lo 0,2 per cento del totale delle scorie. Ma questo 0,2 per cento rappresenta il 95 per cento della radioattività totale. E lo 0,2 per cento di 1 milione 800 mila metri cubi - il totale di scorie radioattive che le centrali francesi avranno accumulato al 2020 - è la rispettabile cifra di 3.600 metri cubi. Dove metterli?

In una zona che non sia a rischio terremoti e nel profondo di una roccia, dove l’acqua non possa infiltrarsi. Ma non tutte le rocce sono uguali. “Quelle adatte - spiega Bertrand Vignal, dell’Andra, l’organismo francese che si occupa della gestione dei rifiuti radioattivi e del laboratorio di Bure - sono il sale, il granito, l’argilla”. Il sale è difficile da trovare. I finlandesi - gli unici al mondo, oltre ai francesi, che stanno costruendo un deposito definitivo per le scorie, ad Olkiluoto, vicino alla nuova centrale in costruzione - hanno scelto il granito. “E’ solido e compatto - dice Vignal - ma è più permeabile alla radioattività”. Nel progetto finlandese, infatti, i sarcofagi delle scorie ad alta radioattività prevedono una addizionale camicia di rame. I francesi, invece, pensano di poterne fare a meno. Alti un massimo di un metro e sessanta, larghi 64 centimetri, i sarcofagi di Bure sembrano enormi proiettili di cannone, con un’ansa in cima per consentirne il movimento e la gestione automatizzati.

Dentro il contenitore esterno in acciaio inossidabile, i residui sono schermati da un secondo involucro in vetro. “In realtà - ammette, davanti ad uno dei loculi, Marc - Antoine Martin, ancora dell’Andra - noi sappiamo benissimo che, entro 300 anni, nell’involucro ci sarà il primo forellino”. E allora? “A questo punto, a contenere la radioattività ci pensa la roccia”. “Abbiamo scelto l’argilla - spiega Vignal - perché, rispetto al granito, la radioattività si muove più lentamente attraverso l’argilla. Noi calcoliamo che, quando avrà risalito i 500 metri verso la superficie, la radioattività iniziale delle scorie sarà scesa ai livelli che si trovano normalmente in natura”.

Funziona? E’, per ora, ancora una scommessa. “In questo campo, non esistono certezze scientifiche” dicono all’Irsn, l’istituto francese che si occupa specificamente degli aspetti tecnici e scientifici della sicurezza nucleare. “Tutti i tentativi di creare dei modelli delle interazioni a lungo termine di un sistema così complesso sono discutibili e discussi, avvolti in parecchie incertezze”. L’elenco che ne fa l’Irsn è lungo: le reazioni chimiche determinate dalle radiazioni dentro i fusti, la fisica dei flussi all’interno delle materie radioattive immagazzinate, il comportamento dei metalli e del cemento impiegati nello stoccaggio, la possibilità stessa che lo scavo delle catacombe possa danneggiare la roccia e creare crepe entro cui si potrebbe infilare l’acqua, offrendo alla radioattività una facile e rapida via di fuga”. “Non si possono applicare semplicemente - concludono all’Irsn - gli usuali parametri di radioprotezione”.

Per questo, a Bure, si continua a lavorare e a sperimentare. Soprattutto, la legge francese sulle scorie prevede esplicitamente la “reversibilità”. Anche una volta sigillati i loculi, le catacombe di questo Est della Francia resteranno aperte per altri 100 anni. I tecnici continueranno a scendere, con l’ascensore rosso, nelle gallerie grigie a monitorare la situazione, ma anche, eventualmente, ad estrarre i sarcofagi. Nel caso si scoprano metodi più sicuri di stoccaggio delle scorie o che entri finalmente in funzione la nuova generazione di reattori, in grado di bruciare completamente il combustibile e azzerare il problema dei rifiuti ad alta radioattività. Nel frattempo, però, le scorie continueranno ad accumularsi. Il cimitero nucleare previsto fra la Meuse e l’Haute Marne è progettato per accogliere 6 mila metri cubi di scorie altamente radioattive. Di fatto, aprirà nel 2025 e sarà pieno fino all’orlo nel 2030. Poi? “Possiamo sempre estenderlo” assicura Martin.

Su una cosa, però, i francesi non hanno dubbi. Nel suo ufficio all’Assemblea Nazionale, Claude Birraux, presidente dell’Ufficio parlamentare di valutazione delle scelte scientifiche e tecnologiche, torna e ritorna su un punto: “La legge che abbiamo votato è chiarissima. Non accetteremo in Francia scorie che non provengano dalle centrali francesi. Ogni paese si gestisca le sue”.

Per l’Italia, che si accinge a varare un piano nucleare nuovo di zecca, significa far salire di un gradino il livello di complessità delle scelte. Si tratta non solo di trovare un posto che non rischi terremoti e abbia la roccia adatta, per installarvi un deposito permanente di scorie, ma anche di pagarlo, facendo salire ulteriormente la fattura nucleare. Nell’ipotesi migliore (cioè che i costi rispettino il preventivo) le quattro centrali a cui pensa l’Enel costeranno poco meno di 20 miliardi di euro. Se se ne realizzassero otto, come progetta il governo, il costo sarebbe vicino ai 40 miliardi. A questi bisogna aggiungere il deposito: quello progettato a Bure costa, da solo, 15 miliardi di euro, quanto tre centrali. Poi bisogna aggiungere i depositi per le scorie meno pericolose. Il totale è vicino ai 60 miliardi di euro, quanto l’intero deficit statale l’anno scorso.

 

Fonte: La Repubblica

Roald, architetto della foresta gli alberi invadono il salotto

Tuesday, November 10th, 2009

DOPO lo stile liberty, il minimalista e il cyber moderno, l’architettura scopre una nuova tendenza: il bio-design. I profumi e le forme della foresta entrano in casa e ne diventano la struttura portante. Roald Gundersen, 49 anni, è l’eco-architetto che vuole rivoluzionare l’industria delle costruzioni. Vive nel Wisconsin (Stati Uniti) dove dirige la Whole Trees Architecture and Construction. Un’azienda specializzata nel design verde e negli edifici naturali. E’ partito dalla sua casa, dove tuttora vive con la famiglia, per arrivare ad arredare ristoranti e centri studi.

La casa a chilometri zero. La materia prima è scelta con cura: solo alberi che hanno perso la loro corteccia, piante malate, la cui eliminazione andrà a tutto vantaggio del bosco in cui crescono permettendo agli altri esemplari di ottenere più luce, aria e sostanze nutritive. Il suo lavoro è simile a quello di un giardiniere che libera il roseto dalle erbacce, solo che in questo caso, le piante infestanti invece di finire al macero vengono riutilizzate per creare abitazioni resistenti, belle e a chilometri zero.

Un pioppo in cucina. La sua prima casa, la A-frame, costata 15 mila dollari e 12 mesi di lavoro, l’ha costruita 16 anni fa con gli alberi della foresta di fronte, così come la serra solare e la Book End, una piccola dependance edificata con i “morti in piedi” come li chiama Roald, nome macabro per indicare gli olmi uccisi dai coleotteri. Ma qual è la particolarità delle case di legno costruite da questo architetto della foresta? Roald non modifica la materia prima a sua disposizione, la lascia grezza: gli alberi non vengono trattati, ma utilizzati con tanto di imperfezioni, rami e curvature.
La Terra: un ecosistema delicato. Sostenitore dello slow food, delle risorse rinnovabili e di uno stile di vita semplice e sostenibile, Roald ha una visione coincidente con quella del poeta ottocentesco Henry David Thoreau: “Qual è l’utilità di una casa se non c’è un pianeta decente in cui costruirla?” E la sensibilità nei confronti della Terra Roald l’ha sviluppata da giovanissimo guardando le immagini inviate dagli astronauti dell’Apollo 11 in occasione dello sbarco sulla Luna. A nove anni ha compreso la fragilità del nostro Pianeta, un gioiello solitario sospeso nello spazio.

Alberi al naturale. L’utilizzo dell’albero intero nelle costruzioni offre più opportunità e ha molte più qualità delle travi di legno lavorate. “Un tronco curvo può sostenere una casa - spiega Roald al New York Times - le piante hanno testato e architettato la loro struttura per 200 milioni di anni rendendo la loro capacità di sopportare il peso simile all’acciaio”.
Risultato confermato da una ricerca del Dipartimento dell’agricoltura americano: “L’albero non lavorato può sostenere il 50 per cento di peso in più rispetto alle travi tagliate e piallate”. Ecco quindi nascere le case di Roald con alberi incastonati nella struttura con tronchi come colonne portanti e travi curve a sorreggere il tetto. Forti e con una temperatura ideale: da non sottovalutare le proprietà isolanti del legno che grazie ad alcuni accorgimenti come le ampie vetrate con doppi vetri leggermente inclinate per catturare i deboli raggi invernali, permettono di conservare il calore riducendo al minimo i consumi per il riscaldamento a dicembre e rendendo inutile l’aria condizionata d’estate.

Natural style al GF. Bando allo stile artificiale anche nella casa del Grande Fratello. Un albero in salotto fa tendenza e crea un’atmosfera naturale. Per questo i designer della Endemol hanno deciso di introdurre in alcune delle stanze delle piante come pilastri. L’effetto giardino d’inverno post-moderno è assicurato. Chissà che aiutino i concorrenti a sentirsi meno reclusi e creino l’illusione di una radura nel bosco.
Fonte: La Repubblica

Da ecochef a stilista «verde» I 100 lavori salva ambiente

Tuesday, November 10th, 2009

Ottantunomila aziende, 410.000 addetti, un fat­turato di 37 miliardi di euro nel 2008 (più 12 miliardi di export e 6 di import). Sono i numeri dell’industria forestale italiana: una galassia di imprese grandi e piccole che si occupano di fo­restazione, cura dei boschi, dife­sa del suolo, e non producono solo carta e legname ma conser­vano il territorio. Oppure: 10.379 lavoratori nell’eolico, 2.229 nel fotovoltaico, 8.233 ad­detti alle biomasse e al recupe­ro energetico dai rifiuti. Ecco il settore delle energie rinnovabi­li in Italia a marzo 2009 (dati Nomisma). I lavori verdi ci so­no già: secondo l’Onu impiega­no 2,3 milioni di persone nel mondo. C’erano anche prima che Obama facesse della svolta verde uno dei perni della sua corsa alla Casa Bianca, e nel no­stro Paese oggi occupano tra 850 e 850 mila addetti che nei prossimi anni potrebbero di­ventare 1 milione e mezzo. «Ma­gari un giorno non si parlerà più di lavori verdi, perché lo sa­ranno diventati tutti» dice Mar­co Gisotti, che con Tessa Geli­sio, conduttrice di Pianeta Ma­re, firma «Guida ai green jobs» (Edizioni Ambiente).

Creare occupazione e salva­guardare l’ambiente. Forse è questo il mondo del lavoro che sta nascendo per l’azione com­binata di vari fattori: gli accordi per la riduzione delle emissioni di gas serra, la crisi economica, la necessità di puntare sull’effi­cienza energetica, il nuovo ap­peal dell’ecologia che può origi­nare una domanda di prodotti «verdi» tale da condizionare produzione e offerta. Tra i 100 lavori verdi per l’Italia di doma­ni ci sono professioni come «l’ecochef», che dovrà creare menu basati su ingredienti pro­venienti da produzioni locali, ti­piche, di qualità, e magari biolo­giche, tenendo conto del loro impatto ambientale. Un impie­go «curioso»? Forse no, visto che nel 2008 i ristoranti «bio» in Italia erano 360, gli agrituri­smi con menu biologici 1.178, e quasi un milione i pasti bio serviti nelle mense scolastiche. C’è anche l’ecoparrucchiere, che usa apparecchi elettrici di ultima generazione, controlla la climatizzazione del salone, fa la raccolta differenziata e abbat­te dell’80% i consumi di energia e fino a 2/3 quelli d’acqua.

Nem­meno questa è una boutade : il libro calcola che i 150 mila parrucchieri italiani ogni anno emettano 800 mila tonnellate di CO 2 , tan­to che l’estate scorsa sono parti­ti i corsi dell’Oreal-Federparchi per «parrucchiere sostenibile». Certo, tagliare i capelli non è un’occupazione nuova, ma qua­si nessuna delle professioni elencate dalla guida lo è. Molti cosiddetti ecolavori sono «pro­fili professionali tradizionali ar­ricchiti da nuove competenze ambientali o inseriti in contesti nuovi». Si può fare un lavoro verde anche costruendo auto­mobili, se si creano sistemi di alimentazione ibridi o auto elet­triche. In quest’ottica, e visti i numeri delle ecomafie, non stu­pisce che uno dei green jobs sia il carabiniere in forza al Nucleo operativo ecologico. Ogni lavo­ro può essere verde: lo stilista sostenibile coniugherà l’esteti­ca con l’ambiente e i diritti (un po’ come Stella McCartney con il suo prêt-à-porter ecologico); l’avvocato ambientale sfrutterà il fatto che molte aziende avran­no bisogno di consulenze in materia; il marketing ambienta­le diventerà strategico; l’ecodi­plomazia sarà un settore fonda­mentale nei rapporti internazio­nali; le aree protette attireran­no turisti, che chiederanno pro­dotti locali e biologici e quindi sproneranno l’attività del setto­re agricolo. Uno studio uscito negli Stati Uniti a inizio 2009 da Fast Company, che si occupa di tendenze economiche, metteva il contadino al primo posto tra i 10 lavori del futuro per il merca­to Usa. Intanto, in Italia, ci sono aziende che investono nella ri­cerca e creano microrganismi non biotech in grado di trasfor­mare gli escrementi dei bovini allevati con antibiotici e ormo­ni in concime biologico, e altre che fanno pallet per imballaggi in legno certificato e convinco­no i clienti a comprare intere fo­reste ancora da piantumare, dal­le quali verrà il legno dei pallet futuri. Chissà investendo sulla prevenzione del dissesto idro­geologico quanti posti di lavo­ro nascerebbero attorno ai no­stri 28.021 km 2 di territorio a ri­schio frana o alluvione…

Mario Porqueddu
Fonte: Corriere della Sera

Raccolta differenziata, l’80% degli italiani dividono carta e plastica

Tuesday, November 10th, 2009

I risultati di uno studio Ipsos-Comieco: buono l’atteggiamento, ma va migliorata la qualità. E i vecchi, cattivi comportamenti tornano alla ribalta soprattutto allo stadio

Gli italiani si riscoprono verdi: secondo un’indagine svolta da Ipsos per il Comieco (Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica), otto italiani su dieci differenziano regolarmente carta e cartone, plastica e vetro e il 78% è convinto che sia un’attività molto utile. Risultati che avvicinano l’Italia alla migliore tradizione europea. 

L’indagine evidenzia che il 65% degli intervistati afferma di non incontrare nessun problema o ostacolo nel fare la raccolta differenziata dei materiali cellulosici, mentre solo il 36% dichiara di avere difficoltà a farla (per il 45% di essi il problema è la disorganizzazione o l’assenza della raccolta porta a porta). E fra i virtuosi c’è chi non si accontenta di farla solo a casa: il 64% afferma di farla anche in vacanza, in ufficio (51%) e al centro commerciale (54%). Mentre allo stadio, gli italiani tendono a mostrare ancora qualche vecchia cattiva abitudine: solo il 23%, infatti, fa la raccolta differenziata. 

Da migliorare, invece, il fronte della qualità della raccolta: molti italiani gettano infatti nella raccolta differenziata di carta alcune tipologie che invece non dovrebbero andarci. Ad esempio, il 75% getta gli scontrini, il 45% la carta con residui di cibo, il 37% i giornali avvolti nel cellophane senza prima separarli, il 35% i fazzoletti sporchi. E il 32% manda alla differenziata anche i ‘Gratta e Vinci’.

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“I dati della ricerca sono incoraggianti e confermano che la raccolta differenziata di carta e cartone in Italia non riscontra particolari problemi: nel 2008, infatti, è stata registrata una crescita del 7,1%, pari a 200 mila tonnellate in più rispetto al 2007, e questo nonostante la crisi economica che ha provocato un calo dell’immesso al consumo di imballaggi cellulosici” commenta Piero Attoma, presidente di Comieco.

(7 Novembre 2009)
Fonte: Kataweb

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