Archive for November 6th, 2009
“Addiopizzo Travel”, viaggi in Sicilia senza lasciare un soldo alla mafia
Friday, November 6th, 2009
È l’invito a viaggiare per la Sicilia «senza lasciare un euro in tasca alla mafia», a mangiare o dormire in ristoranti e alberghi dove i titolari hanno detto no al racket. Scatta così il turismo targato Addiopizzo con un’agenzia che nasce proprio dai ragazzi che dieci anni fa sconvolsero Palermo con quegli adesivi provocatori incollati alle vetrine di commercianti piegati dalla paura. Sarà che dopo ogni convegno c’era sempre qualcuno, a volte un’intera scuola, un gruppo di sindacalisti, altri ragazzi impegnati sul fronte della legalità, pronti a chiedere consigli su come e dove andare, su cosa e dove comprare, fatto sta che tre volontari da anni sul fronte hanno deciso di mettere a frutto la rete tessuta con tanti altri giovani. Quella di 400 commercianti e imprenditori, artigiani, albergatori, librai e così via, tutti adesso segnati nella mappa di “Addiopizzo Travel”. Una carta topografica che premia i coraggiosi, con i “consigli per gli acquisti”, specchio di un’agenzia ideata da Francesca Vannini Parenti, 29 anni, Edoardo Zaffuto, 33, e Dario Riccobono, 30, laureati in Lettere e Scienze della formazione, master ed esperienze maturate fra Roma, Venezia, borgate e quartieri a rischio di una Palermo che adesso offrono come pacchetto vacanze.
PIZZO FREE - «Pensiamo a viaggi studio, itinerari di educazione civica, soggiorni di semplice relax, ma senza scivolare sugli stereotipi di stantii cliché come i mafia tours», spiega Dario, master al Centro internazionale di economia turistica di Venezia, illuminato da un servizio del “Guardian” che ai lettori inglesi indicava proprio i protagonisti del “pizzo free” come punto di riferimento per viaggi intelligenti. Ed ecco subito Francesca pronta a sposare l’idea, dopo gli anni passati nei «fortini della legalità», come chiamano le aule delle scuole dove raccolgono i ragazzi di Brancaccio, dello Zen, degli altri quartieri modello Gomorra. Ma ci voleva un esperto in computer e web come Edoardo, con la sua esperienza di accompagnatore di gruppi ciclo turistici, per fare decollare il progetto dopo notti trascorse nella sede di Addiopizzo, in piazza De Gasperi, negli uffici di Pino Lipari, il geometra che curava gli affari di Bernardo Provenzano, locali confiscati. §
IL GRUPPO - Qui si riuniscono i ragazzi guidati da Daniele Marannano o da Enrico Colajanni, leader sempre meno giovani di un gruppo che ogni anno recluta leve fresche. Costruendo nuove iniziative sulle vecchie battaglie. Un po’ come succede con Libera e le cooperative sorte nelle terre confiscate ai mafiosi, da Altofonte a Corleone. Anche quelle mete da inserire nei viaggi della «Addiopizzo Travel», come dicono i magnifici tre presentando stamane l’iniziativa al Kursaal Kalhesa, il ristorante-libreria scavato nei bastioni della Kalsa, in prima linea nel no al racket con il titolare Alberto Coppola. Come la vicina Antica Focacceria San Francesco di Vincenzo e Fabio Conticello, altra roccaforte antipizzo inserita nella mappa, fiore all’occhiello di una Palermo dove i due fratelli hanno festeggiato martedì i 175 anni del locale, pronti ad aprire il 15 novembre una nuova focacceria a Milano, in via San Paolo, a due passi dal Duomo. Prova che l’antimafia paga. Come i tre neo-manager vogliono gridare alla Palermo indifferente e ancora intimidita, dirottando i loro “clienti” solo su chi volta le spalle al sistema del pizzo. «Vorrei costruire una città diversa per mio figlio», spera Edoardo. Il tempo c’è. Il bimbo è appena nato, a Roma, da dove questo papà torna euforico per la nuova avventura. Come Dario e Francesca, la mappa sfoderata davanti al Teatro Massimo, simbolo della Palermo che rinasce e icona cinematografica spesso riproposta dalle sequenze del Padrino, con Al Pacino che sullo scalone vede morire la figlia. «La maggioranza dei turisti sono incuriositi dal fenomeno mafioso, ma noi non dobbiamo ridurre tutto a una passeggiata a Corleone con la coppola in testa», insiste Dario. «Fuori dal rischio di mitizzare le figure dei boss, pensiamo a viaggi di istruzione come percorsi di educazione civica, visite mirate alla casa memoria di Peppino Impastato, ma anche a incontri con gli stessi commercianti o albergatori che alzano la testa», anticipa Francesca insistendo sulla logica del “pizzo free”, non un soldo alla mafia.
Felice Cavallaro
Fonte: Corriere della Sera
Abiti per salvare il pianeta
Friday, November 6th, 2009Armadi pieni di abiti seminuovi, scarpe mai usate e cassetti colmi di gadget di cui non ci si ricorda nemmeno l’esistenza sono la normalità in molte case, ma dal punto di vista ambientale si tratta di un fenomeno inaccettabile.
IL PROGRAMMA – È il punto di vista del Governo britannico, che per ridurre l’impatto ambientale della mole di beni di consumo che si accumulano nelle case dei suoi cittadini ha in progetto un programma per il riciclo di tutto ciò che dai proprietari non viene utilizzato, ma che invece ad altri potrebbe tornare utile. Alla base del progetto vi è l’idea che un buon punto di partenza ai fini del raggiungimento di risultati concreti nel campo della sostenibilità ambientale sarebbe il superamento, da parte dei consumatori, dell’ossessione per gli acquisti.
SOLUZIONE – In tal senso, l’obiettivo del programma è quello di convertire in affitti un quinto della spesa nazionale per beni di consumo (ossia l’equivalente di circa 164 miliardi di euro all’anno su un totale di oltre 814 miliardi), entro il 2020. Tale risultato potrebbe essere raggiunto coinvolgendo le catene dei rivenditori, che dovrebbero dedicare una parte della propria attività al riciclo dei beni usati. In pratica, quindi, il cittadino che conserva capi di abbigliamento o accessori (ma anche mobili o gadget di elettronica) che non utilizza più potrebbe introdurli nel circuito del riciclo e darli così in affitto a chi invece ne ha bisogno. Così facendo, ogni singolo bene potrebbe essere utilizzato più a lungo da più persone e il costo originario sarebbe ammortizzato completamente. I cittadini potrebbero finalmente liberare a cuor leggero le proprie case da tutte le cose inutili e chi desidera fare acquisti avrebbe la possibilità di farlo in modo più economico e perfino aiutando l’ambiente.
Alessandra Carboni
Il mistero del Cunsky non è ancora risolto
Friday, November 6th, 2009Questa è una storia dove si può mentire raccontando la verità. È una favola, ma non raccontatela ai bambini. Non ancora. Anche se a loro piacerebbe: ci sono le navi, forse i pirati che le inabissano, e la gente che ha paura e alla fine arrivano i buoni che scoprono che il mare è limpido e pulito. Dipende da dove le peschi, queste storie. Da dove tuffi l’amo. E nel mare di Cetraro pesca il governo, e l’importante è mettere il punto in fondo all’ultima riga.
Ha fatto in fretta: 30 anni per intrecciare i fili di una vicenda di affari fra Stato, ‘ndrangheta, Paesi esteri e poi poche ore per dire che i calabresi sono pazzi, a voler vederci il Diavolo. Si erano allarmati dopo il riscontro alle parole del pentito Francesco Fonti: «A 11 miglia a largo di Cetraro ho affondato per conto della ‘ndrangheta un relitto russo, il Cunski. Ce ne sono a decine, intorno alla costa. Sono stipate di bidoni pieni di rifiuti radioattivi». La procura di Paola (Cosenza) andò giù e trovò una nave simile alla descrizione offerta dal pentito.
A sei mesi da quella denuncia, a tre mesi dalla crisi economica che ne è seguita, a 45 giorni dalle foto subacquee della procura, si è mosso il ministero dell’Ambiente. La Prestigiacomo sentenziò: «Quel relitto non è il Cunski, ma una nave passeggeri affondata nel 1917, di nome Catania, silurata il 16 marzo 1917, nel corso della prima guerra mondiale, da un sommergibile tedesco». Lo aveva ripreso e riprodotto la nave Oceano, spedita lì dal ministero stesso. Perfetto, preciso, il lavoro finito, e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso disse subito: «Sì, è così». È così. Mentire è dire la verità. Dipende da dove guardi. I pescatori di Cetraro dissero all’Unità, già 40 giorni fa: «Lì vicino c’è una nave affondata nella prima guerra mondiale». Lo sapevano i padri e i nonni. E lo intuì anche il pm Franco Greco, ascoltato dalla commissione rifiuti nel 24 gennaio 2006 e titolare ai tempi di un’inchiesta sullo smarrimento delle navi a perdere. Una parte di quella seduta ieri è tornata a galla. In un documento
si dice che le navi in quella zona sono tre: «…è stato rilevato un corpo estraneo della lunghezza di 126 metri… potrebbe essere una nave… si trova a 680 metri di profondità». Greco accenna ad altri ritrovamenti: «…una nave lunga tra gli 88 e i 108 metri, larga dai 15 ai 20 metri, a 380 metri di profondità. Che perde liquido scuro… e deve essere il carico della nave che appoggiandosi, si è aperto ed è fuoriuscito». Veleno, teme il magistrato. Non è tutto: spunta fuori un mercantile affondato nel 1920, la Federico
II, ma gli atti sono secretati. Da tempo si conosce la presenza promiscua di scafi là sotto, ed è documentata la fuoriuscita di possibili veleni. Ma nessuno ha fornito le procure dei mezzi per verificare. Non è questo rammarico che conta adesso: bisogna
capire se è in atto un depistaggio da manuale.
Quindi - con ampio ritardo - il governo decide di scandagliare i fondali. Non usa l’attrezzata Saipem dell’Eni, capace di recuperare relitti e fusti a migliaia di metri di profondità, con tecnici e scienziati indipendenti. Manda a Cetraro l’Oceano della Geolab, di proprietà degli Armatori del Monte di Procida, all’indirizzo della famiglia Attanasio. L’armatore Diego Attanasio è un 56enne napoletano finito nell’inchiesta sulla corruzione al giudice Mills. I giudici desumono sia Berlusconi (per suo vantaggio) il corruttore. Il premier - smentito dal processo - tirò in ballo Attanasio (che si fece due mesi di carcere): i soldi di Mills erano per
lui. In breve: spedendo in zona l’Oceano - al prezzo di 50 mila euro al giorno per il nolo - si foraggia un amico. Ma l’Oceano è attrezzata con un robot di ultima generazione. Può andare bene. A bordo non vuole nessun tecnico della Regione, che aveva sovrinteso le rilevazioni di metà settembre, a bordo della Copernaut, che “videro” il Cunski. Da qui in avanti i fatti non tornano.
Le immagini filmate dalla Oceano sono diverse da quelle riprese in precedenza. È diverso il fondale, è diverso il relitto. La nave misurata dal mezzo governativo è lunga 95 metri, larga 12. Quella della Copernaut è lunga più di 100 metri, e larga 20. Il relitto è adagiato comodo sul fondale, il presunto Cunski è inclinato di 45 gradi. Nel primo filmato non c’è accenno di vegetazione attorno
alla nave. Nell’altro video è tutto un fiorire, cosa impossibile ai 480 metri di profondità del Cunski. Il sospetto è che il governo abbia cercato un’altra nave, per tacere l’allarme e per non impelagarsi nella ricerca di rifiuti tossici, con le conseguenze e gli imbarazzi economici e politici del caso (si tratta di bidoni smaltiti dopo una trattativa fra Stato e criminalità?). Il Wwf ne è certo:
«La procura di Paola e i tecnici della Regione fissano il relitto da loro filmato a 3 miglia e mezzo di distanza da dove ha operato l’Oceano e dove si troverebbe il mercantile Catania». Le coordinate dell’ufficio idrografico inglese lo confermano. Il caso è chiuso, ha detto il ministro (che ha esagerato: «Volevano usare il Cunski contro di noi»). Non un bidone è stato prelevato dal mare, quando è certo che ci sono 50 navi piene di rifiuti tossici sottacqua. Se n’era accorto il capitano Natale De Grazia, morto d’infarto e curiosità 14 anni fa e alla cui memoria è stato intitolato un lungomare ad Amantea, dieci giorni fa. Non si intitolano le strade ai visionari. Poi un giorno sarà bello raccontarla ai due figli che ha lasciato in terra: una storia, non una favola.
Fonte; L’Unità
Quelle foreste uccise dai mutamenti climatici
Friday, November 6th, 2009
Coprono il 30% dei continenti, sono un simbolo di resistenza e longevità. Ma l’immagine che abbiamo delle foreste potrebbe essere troppo ottimistica. Un gruppo internazionale di 20 scienziati ha documentato la morte di intere foreste in ogni continente, ed ha confrontato le circostanze di questi eventi con il cambiamento climatico. Lo studio dimostra che il riscaldamento globale può causare stragi di boschi e foreste un po’ ovunque, con conseguenze per l’ambiente (e l’economia) ancora tutte da capire. A dirigere il lavoro, pubblicato sulla rivista Forest Ecology and Management, è stato Craig Allen del servizio geologico statunitense (USGS).
Lo scenario globale. Allen e il team di ecologi e botanici presentano 88 casi ben documentati di foreste decimate dal 1970 ad oggi, dalla savana africana alle giungle tropicali del Borneo, a ogni latitudine. Tutti eventi causati da stress climatico, destinato in molti casi ad intensificarsi.
La lista è lunga: ci sono 0,5 milioni di ettari di pino rosso cinese scomparsi in pochi anni di siccità. E poi 5000 ettari di boschi di faggio australe spariti tra il 1984 ed il 1987 in Nuova Zelanda. O le foreste di miombo, nella savana dello Zimbawe: 500mila ettari decimati da siccità eccezionali all’inizio degli anni Novanta.
Morie legate al clima che inaridisce il terreno, quindi, ma favorisce anche il proliferare di alcuni parassiti. È il caso per esempio dei 56mila ettari di boschi di conifere uccisi da voraci coleotteri tra il 1986 ed il 1992 in California. A cavallo di questi animali, tra l’altro, le infezioni passano da un albero all’altro accelerandone il deperimento. Lo stesso vale per i 2 milioni di ettari di foreste boreali che coprono la Siberia da un capo all’altro, uccise dalla temperatura e dai coleotteri in due aridi estati, tra il 2004 e il 2006. Una perdita non da poco, se si considera che sono scomparsi 208 milioni di metri cubi di legname.
Lo scenario in Italia. Lo studio non trascura il territorio italiano, coperto per il 35% di boschi. Una percentuale che cresce, visto l’abbandono delle aree montane. Ma che non mette al riparo da un clima più irrequieto, avvertono gli esperti. Come Piergiorgio Terzuolo, dell’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente in Piemonte, che segue da anni il deperimento dei 90 mila ettari di quercete e carpinete piemontesi. Gli “ultimi relitti di boschi primigeni” stanno lentamente scomparendo, stremati dal clima e poi aggrediti da funghi e parassiti. Lo studio diretto da Allen cita invece episodi di moria di boschi di pino silvestre in Tirolo e Valle d’Aosta, anch’essi indeboliti lungo tutto l’arco alpino.
Un antipasto di quello che ci aspetta in futuro, insomma, infatti già nel 2007 i dipartimenti di botanica delle università italiane avevano consegnato al ministero per l’Ambiente una lista di 21 foreste minacciate dal cambiamento climatico. Dalle pecciete della Valle d’Aosta, alle sugherete e le lecciete di Sardegna e Sicilia, gli alberi pativano un clima sempre più asciutto. Gli esperti italiani avevano esaminato i dati di 400 stazioni meteo e avevano avvertito che un bosco su tre soffriva già l’aumento della temperatura, mentre l’80% sopravviveva a stento in un terreno inaridito.
Una fissazione o un dato reale? Allen e colleghi spiegano di essere all’inizio di uno studio che dovrà per forza andare avanti e allargarsi. “Le ricerche che mettono in luce il legame tra aumento della siccità ed il recente riscaldamento globale crescono di anno in anno”, dicono. Ed avvertono che se il legame con il clima verrà confermato, il male potrebbe espandersi fino a diventare cronico. Gli alberi trattengono nel loro legno molta più anidride carbonica dell’atmosfera, dice Allen, e ogni foresta abbattuta rimette in circolo il gas serra, rendendo ancora più in salita la corsa alla riduzione delle emissioni.
Certo, si può sempre sperare che gli alberi migrino in altre regioni. Il problema, spiega Allen, è che “molti semi non riescono a seguire il peregrinare del clima. E poi un albero impiega decenni, se non secoli, per diventare adulto, mentre il clima può uccidere una pianta bicentenaria in un paio di anni.”
Fonte: La Repubblica
Porte girevoli per l’energia dalle onde
Friday, November 6th, 2009
L’idea è venuta a un tuffatore che, dopo un volo plastico, per poco ha picchiato una testata contro la porta di una nave affondata. Un’idea che ha ricevuto ora un contributo di 3 milioni di euro. L’idea del finlandese Rauno Koivusaari è semplice: una sorta di porta girevole dal peso di 20 tonnellate che, posizionata a una profondità compresa tra 6 e 23 metri sotto il mare, bascula sotto l’azione delle onde, in modo da azionare un sistema idraulico che trasforma l’energia cinetica in energia elettrica.
MOTO ELLITTICO - Ogni porta è in grado di produrre 300 chilowatt, collegata in serie di tre arriva a una capacità di quasi un megawatt. E in un campo di produzione se ne possono aggiungere quante se ne vogliono, senza contare che, essendo sotto il mare non ci sono problemi di impatto ambientale. Sono quindici anni che Koivusaari sta sviluppando il progetto insieme alla sua società, la AW-Energy e ora ha posizionato un modello-pilota al largo del Portogallo. Il WaveRoller funziona sfruttando il fatto che il modo ondoso, avvicinandosi alla costa, prima che si rompa la cresta dell’onda e formi il classico «cavallone», sotto la superficie marina fa muove le particelle d’acqua con un moto ellittico. Quindi in avanti e all’indietro e questo movimento di andata e di ritorno è proprio quello che sfruttano le porte basculanti intorno a un perno per funzionare in entrambi i sensi.
