Archive for November 4th, 2009

Rischio idrogeologico: 44 miliardi per mettere in sicurezza il Belpaese

Wednesday, November 4th, 2009

Per mettere in sicurezza il Belpaese sul fronte del rischio idrogeologico occorrerebbero 44 miliardi di euro, di cui, 27 per il Centro-Nord, 13 per il Mezzogiorno e 4 per il settore del patrimonio costiero. L’indagine conoscitiva sulla difesa del suolo presentata oggi dalla commissione Ambiente della Cameraattesta che circa il 10% del territorio italiano e più dell’80% dei Comuni sono interessati da aree a forte criticità idrogeologica. Entrando nei particolari il 10% è classificato a elevato rischio per alluvioni, frane e valanghe e più di 2/3 delle aree esposte a rischio interessano centri urbani, infrastrutture e aree produttive.«Quella di 44 miliardi di euro - spiega Francesco Nucara (Gruppo misto), relatore dell’indagine – è una valutazione per difetto, che potrebbe tranquillamente salire a 50 miliardi di euro. Ora, invece, ci sono a disposizione solo poche centinaia di milioni».

Spesi in 50 anni 16 miliardi per danni da alluvioni. L’indagine segnala che negli ultimi 50 anni sono stati spesi più di 16 miliardi di euro per sopperire solo ai danni derivanti da fenomeni alluvionali. L’Italia, fra le altre, risulta anche uno dei Paesi europei maggiormente colpiti da disastri naturali. Il disastro di Messina è l’ultimo di una lunga serie di disastri da dissesto idrogeologico che hanno colpito il Paese negli ultimi anni. Da Sarno, alle alluvioni in Piemonte, alla Valtellina. Negli ultimi 8 mesi per le emergenze di protezione civile sono costate 4,6 miliardi di euro. «Le risorse finanziarie – sottolinea Nucara – sono a rischio molto elevato. Da lì bisogna partire per decidere le priorità rispetto alle risorse esigue a disposizione».

L’abusivismo edilizio e i disastri annunciati. L’obiettivo dell’indagine è puntato sui casi di abusivismo edilizio, primi a provocare «disastri annunciati». Una delle principale cause, spiega il rapporto, è chi costruisce case nell’alveo dei fiumi o su un terreno franoso, spesso ricevendo un condono invece di una demolizione. Su questo fronte «le 4mila famiglie in pericolo nella foce del Tevere rappresentano un esempio eclatante». Ulteriori cause di dissesto, ha detto il sottosegretario alla protezione civile Guido Bertolaso nel corso delle audizioni, la dissennata pianificazione urbanistica, la carenza o l’errato dimensionamento di opere d’ingegneria, scriteriati comportamenti individuali, la generale fragilità del Belpaese e l’inadeguatezza normativa. Forte, in questi casi, la responsabilità degli amministratori che hanno autorizzato le costruzioni, con i piani regolatori «stravolti da mille compromessi, che perseguono interessi di parte e non la compatibilità con le caratteristiche del territorio».

In Europa, come negli States, “strategia di adattamento”. In Europa, come è già avvenuto negli States, si parla di una “strategia di adattamento”, di mitigazione del rischio che agisce sulla prevenzione. La Commissione ha messo in cantiere una serie di proposte che vanno dalla programmazione triennale con assoluta priorità per la messa in sicurezza delle zone a rischio più elevato fino a un programma straordinario di prevenzione e manutenzione del territorio da parte dei singoli Comuni. Poi una revisione del quadro normativo e un recupero della visione multidisciplinare della difesa del territorio.

Linee guida per grandi e piccole opere. Dalle grandi infrastrutture alle piccole opere, poi, la Commissione auspica la predisposizione di linee guida. «Occorrerebbe anche puntare su una formazione multidisciplinare dei professionisti e dei tecnici - dice Nucara - con corsi di studio interdisciplinari presso le facoltà di ingegneria, agraria e geologia, sulla difesa del suolo e la prevenzione del rischio idrogeologico». E, ancora, la prosecuzione del Piano straordinario di telerilevamento, la riforma dei distretti idrografici, l’introduzione di norme per favorire la trasformazione delle aree dismesse, anche attraverso la leva fiscale e gli incentivi. Necessario delocalizzare gli edifici nelle aree a rischio, controllare i corsi d’acqua a monte, rispettare le fasce di pertinenza fluviale (ridando spazio anche per esondare), con grande attenzione anche ai corsi minori, attività di controllo lungo i fiumi, spesso sede di abusi edilizi e discariche illegali che comportano un aumento del rischio.

Sette consigli sugli incendi boschivi. Una serie di consigli, divisi in 7 punti, riguardano gli incendi boschivi. La Commissione sollecita la costituzione di una rete di intervento a livello comunitario, nell’ottica di razionalizzare l’uso delle risorse e rendere più efficaci gli interventi. Si chiede anche di migliorare la legge 353/2000. Le Regioni, dal canto loro, chiedono di ampliare i finanziamenti dedicati all’incendio boschivo e di rivedere i criteri di riparto dei fondi. Sotto il profilo operativo si vorrebbero rendere più efficaci sia la fase di avvistamento rapido, sia la fase di lotta attiva a terra. da affidare al lavoro congiunto di Forestale e Vigili del fuoco. Si chiede anche di sviluppare le attività di formazione e addestramento dei volontari del soccorso e di coniugare l’attività di prevenzione con il ciclo produttivo del territorio e la sostenibilità economica delle aree a rischio incendio. Poi si vorrebbe rendere omogenei i sistemi di monitoraggio e rilevazione del rischio incendi e rafforzare le attriti di sorveglianza svolte dall’uomo.

Fonte : Il Sole 24 ORE

influenza: «Attenti, di pandemico c’è solo la paura»

Wednesday, November 4th, 2009

Gentile redazione,
sono pediatra di famiglia a Trezzano sul Naviglio e Cusago, comuni alle
porte di Milano. Sono indignata con la stampa, per la campagna di confusione
e terrore che si sta facendo ormai da alcuni mesi, campagna che ci mette
soltanto in difficoltà.

In estate, si è partiti in sordina con le segnalazioni dall’estero, ora si
tiene un bollettino aggiornato di malattie e decessi, attribuiti alla
pandemia senza tener conto di quanto sia difficile porre una diagnosi
precisa su casi difficili, e soltanto per “sentito dire”. Sicuramente da
alcuni mesi si è diffusa in maniera “virale” la paura pandemica!

La malattia influenzale reale, invece, nel mio territorio è partita alla
grande da circa due settimane, contagiando in massa i bambini delle scuole:
tra i miei pazienti, visitati alla media di 30 al giorno, nessun caso grave
per fortuna. Da questa settimana parte anche la vaccinazione in ASL per i
casi a rischio.

In tutto questo, il comportamento delle persone (i genitori, per quanto mi
riguarda), è stato abbastanza tranquillo: tutti si rendono conto che c’è un
fantasma teletrasmesso, e che la realtà non corrisponde esattamente a quanto
temuto. Quando pongo la diagnosi di sospetta influenza, quasi tutti sono
sollevati dal vedere che il decorso, nei propri figli e nei compagni di
scuola, è del tutto sovrapponibile alle influenze degli anni precedenti. I
genitori dei bambini a rischio, d’altra parte, sono persone ben preparate e
coscienti, con le quali l’opzione vaccinazione e/o terapia antivirale viene
affrontata con serenità.

Altro si deve dire delle scuole, dove alcuni direttori zelanti e
comprensibilmente spaventati arrivano a chiedere per il rientro in classe
dei bambini una dichiarazione di avvenuta visita di controllo da parte del
medico sul paziente già guarito. Se applicata alla lettera, questa prassi
comporterebbe il raddoppio secco dell’affluenza in ambulatorio: ogni
paziente, che io vedo in media due volte, a inizio febbre e dopo il
terzo-quarto giorno, dovrebbe essere visitato anche in convalescenza!

Alla luce di quello che succede, e della presenza di tanti altri “casi”
mediatici, legati alle vicende della politica e dell’economia, enormi
iceberg di cui possiamo intravedere solo la punta, ho la sensazione
opprimente di una informazione tossica, avvelenata e avvelenatrice. Questo
tipo di informazione mi lascia l’impressione di vivere un brutto sogno come
nel film Matrix. Spero che l’Unità, giornale che compero e apprezzo, e che
seguo in rete, sappia contribuire a svelenire il clima, e a restituirci la
capacità di pensare e di guardare con progettualità al futuro.

Grazie

Maria Giovanna Stabile
Pediatra di base a Trezzano sul Naviglio

Fonte L’Unità

la privatizzazione dell’acqua non si ferma

Wednesday, November 4th, 2009
CARLO LAVALLE
Governo e maggioranza vanno avanti senza ripensamenti sulla strada della privatizzazione dell’acqua. Sempre più privato e sempre meno pubblico. La filosofia del decreto legge 135/09, che dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri approda dal 3 novembre nell’aula del Senato per la sua conversione, continua ad essere questa. La gestione dei servizi pubblici locali, compreso il servizio idrico, è affare delle società private.L’art. 15 della nuova normativa, che modifica l’art. 23Bis della legge 133/2008, appare tassativo. Gli affidamenti diretti alle società a totale capitale pubblico (in house) potranno realizzarsi soltanto in via eccezionale e dietro parere preventivo dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

Di contro, il metodo ordinario di conferimento dei servizi pubblici locali è la gara e la società mista. In quest’ultimo caso, comunque, il partner privato, individuato mediante procedura ad evidenza pubblica, dovrà essere socio operativo con una quota di partecipazione non inferiore al 40%.

Secondo il governo il testo in discussione in parlamento rappresenta un mero adeguamento della legge italiana alla disciplina comunitaria. Ma questa interpretazione è fortemente contestata a livello locale.

Giorni fa la regione Puglia proprio richiamandosi alla legislazione europea ha stabilito con una decisione senza precedenti l’avvio del processo di ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese. A Bari il Presidente Vendola e la Giunta regionale sono convinti che non sia l’Europa ad imporre all’Italia la privatizzazione del servizio idrico.

Anzi, due diverse risoluzioni del Parlamento europeo affermano a chiare lettere il principio che l’acqua è un “bene comune dell’umanità” mentre gli organismi dell’UE hanno a più riprese evidenziato che “alcune categorie di servizi non sono sottoposte al principio comunitario della concorrenza”.

Pertanto, la gestione delle risorse idriche non deve necessariamente sottostare alle regole del mercato interno e le autorità pubbliche competenti (Stato, Regioni, Comuni) hanno la libertà di scegliere “se fornire in prima persona un servizio di interesse generale o se affidare tale compito a un altro ente (pubblico o privato)”.

Sulla base di queste premesse la Puglia avanza quindi la pretesa di considerare l’acqua dei suoi cittadini non assoggettabile ai meccanismi di mercato assumendo peraltro l’inziativa di impugnare l’art. 15 del decreto governativo presso la Corte costituzionale in quanto lesivo dell’autonomia regionale.

Questa posizione di aperto rifiuto della privatizzazione non è un fatto isolato ma si diffonde e si consolida anche in altre zone del paese.

A Palermo sindaci e amministratori appartenenti al Coordinamento Regionale degli enti locali per l’acqua bene comune e per la ripubblicizzazione del servizio idrico, hanno presentato una proposta di legge regionale analoga a quella pugliese.

A Caserta invece è stato proclamato il diritto all’acqua come diritto umano definendo privo di rilevanza economica il servizio idrico integrato.

Stessa storia in molti altri comuni italiani come Roccapiemonte, Prevalle, Fiorano Modenese, Napoli, Corchiano, Pietra Ligure, Povegliano Veronese, Sommacampagna, Fumane che hanno già inserito nel loro Statuto un articolo a protezione dell’acqua intesa come bene comune pubblico.

Brutte notizie per la coalizione governativa che prevedeva forse di poter archiviare senza troppe difficoltà il dossier privatizzazione.

Fonte: La Stampa

NO ICI SU RINNOVABILI,DOCUMENTO 14 ASSOCIAZIONI

Wednesday, November 4th, 2009

No all’applicazione dell’Imposta Comunale sugli Immobili (Ici) per gli impianti che producono energia rinnovabile: a pronunciarlo sono 14 associazioni (Anev, Aper, Assolterm, Assosolare, Federpern, Fiper, Fire, Gifi, Greenpeace Italia, Gses, Ises Italia, Itabia, Kyoto Club, Legambiente) che hanno condiviso un documento di analisi sulle Risoluzioni dell’Agenzia del Territorio, in cui si obbliga l’accatastamento e quindi la conseguente applicazione dell’Ici agli impianti rinnovabili. ”Cio’ incide gravemente - riferiscono le associazioni - sulle ipotesi di raggiungimento degli obiettivi europei posti al 2020 (17% della produzione di energia rinnovabile sui consumi finali nazionali), tendendo a vanificare l’effetto degli strumenti di incentivazione sviluppati a sostegno delle fonti pulite”. Riprendendo il dettato normativo riferito al settore e le motivazioni sancite da alcune Commissioni Tributarie Provinciali, le associazioni ”propongono al legislatore di chiarire il quadro regolatorio affinche’, attraverso una modifica legislativa, gli impianti di produzione di energia rinnovabile siano considerati come unita’ immobiliari finalizzate al soddisfacimento di esigenze pubbliche e pertanto esentate dall’applicazione dell’Ici”. La proposta di modifica sara’ inviata al legislatore e sostenuta attraverso diverse iniziative che si metteranno in cantiere.

Fonte: Ansa.it

Una specie su tre a rischio estinzione

Wednesday, November 4th, 2009

Un terzo delle specie presenti sulla Terra corre seri rischi di estinzione da qui a breve: è ora che i governi si interessino seriamente al problema e si attivino per prendere provvedimenti già dal prossimo anno.

AVVERTIMENTO – Il monito arriva dall’International Union for the Conservation of Nature (Iucn), che ha appena pubblicato la nuova «The Red List», il report annuale che tramite l’analisi del lavoro di centinaia tra i più autorevoli scienziati internazionali documenta tutte le specie in pericolo. Secondo gli esperti, la società non fa abbastanza al fine di scongiurare la minaccia, trascurando per esempio di adottare le misure necessarie alla preservazione degli habitat in pericolo e alla tutela della biodiversità. Come dichiarato dalla direttrice dell’Iucn, «ci sono prove scientifiche del fatto che il rischio di una crisi è ormai imminente», ed è il momento di mettere la tutela delle specie in cima alla lista delle priorità per il 2010.

I NUMERI – Rispetto all’edizione dello scorso anno, l’elenco è purtroppo ancora più lungo: delle 47.677 specie elencate nel rapporto, quelle a serio rischio estinzione sono oggi oltre 17 mila. In particolare, il pericolo riguarda il 21 per cento dei mammiferi, il 70 per cento delle piante e il 35 per cento degli invertebrati. Inoltre, secondo gli scienziati, quello degli anfibi è il gruppo di organismi viventi più colpito, con 1.895 specie in pericolo sulle 6.285 conosciute, 39 delle quali sarebbero addirittura già scomparse (perlomeno in natura). Ora, riprendendo una perplessità espressa dal professor Jonathan Baillie della Zoological Society of London (Zsl), la domanda è: cosa è realmente disposta a fare la nostra società in risposta a un’emergenza che non riguarda più solo un certo numero di specie, bensì interi ecosistemi prossimi al collasso?

Fonte: Corriere della Sera

influenza A: Farmaci e vecchi rimedi, le regole per i bambini

Wednesday, November 4th, 2009

Il virus A H1N1 è talmente nuovo che ha nei giovani gli alleati migliori per diffondersi. Di conseguenza so­no anche i soggetti più a rischio per la nuova influen­za A. In particolare quelli in età scolastica, dall’asilo alle medie. Ma i genitori non devono farsi prendere dal panico. Il primo da chiamare è il pediatra, poi com­portarsi come con una qualsiasi influenza. Poche sem­plici regole di prevenzione: ogni giorno una spremuta di arance; cercare di non far sudare i bambini e di non far prendere loro freddo, meglio vestirli a strati; arieg­giare gli ambienti; evitare ambienti troppo caldi e con aria troppo secca; se fuori fa molto freddo, respirare con il naso tenendo la bocca chiusa.

1 Come comportarsi quando i bambini si ammalano?

Se invece si ammalano, ricordare sempre che la febbre aiuta a guarire prima, va abbassata solo se è molto alta o se causa malessere. Il latte caldo con il miele è un ottimo mucolitico e sedativo della tosse. Gli antibiotici non vanno presi perché non «uccidono» i virus, servono solo nel caso di complicazioni batteriche (lo stabilisce il medico curante). Per la gola irritata e la voce rauca? I rimedi della nonna (uno è respirare i vapori di camomilla e bicarbonato in acqua bollente) sono i migliori. Passata la malattia, ancora a casa per 2­-3 giorni. Il virus A H1N1 è subdolo.

2 L’influenza pandemica è uguale o no a quella stagionale?

L’influenza è una comune malattia infettiva acuta, trasmessa da un gruppo di virus specifici. E’ caratterizzata da sintomi di tipo respiratorio e dal fatto che colpisce, tipicamente nella stagione invernale, ampie fasce della popolazione sia adulta sia infantile. Normalmente non è malattia grave. Un virus nuovo, però, può infettare anche fuori stagione e causare una pandemia. Come la «Spagnola» del 1918, l’«Asiatica» del 1957 e la «Hong Kong» del 1968. L’importante è bloccare il virus nuovo quando è poco letale, perché se muta può diventare «cattivo».

3 Una mamma ammalata può continuare ad allattare al seno?

Il latte materno è fatto per combattere le malattie del bambino. Ed è di estrema importanza nei primi mesi di vita, perché il sistema immunitario (le difese da batteri e virus) dei neonati non è ancora sviluppato. Quindi? Non smettere di allattare al seno se ci si ammala. Attenzione, però, a non tossire o starnutire sul viso del bambino. Lavarsi spesso le mani con acqua e sapone. Utile la mascherina per evitare di contagiare il bambino. Se si sta troppo male, estrarre il latte con un tiralatte e farlo somministrare al bambino da un’altra persona.

4 E se invece si ammala il neonato, è utile allattare al seno?

Sì. E’ una delle migliori cose che una mamma può fare per il bambino ammalato. Anzi, occorre dare al piccolo molte occasioni di nutrirsi dal seno durante la malattia. I bambini necessitano di più liquidi quando sono malati, rispetto a quando stanno bene. Il liquido che assumono dal latte materno è meglio di qualsiasi cosa. Se il bambino sta troppo male per succhiare dal seno, può bere il vostro latte da un biberon, una siringa o un contagocce. E niente paura: una mamma che si vaccina o prende medicine contro l’influenza A H1N1 può allattare tranquillamente al seno.

5 Che cosa favorisce il contagio con i virus dell’influenza?

Il virus influenzale si trasmette da una persona all’altra attraverso le microscopiche goccioline di saliva che ciascuno di noi emette quando parla o tossisce. Fra bambini piccoli, un ruolo importante può avere lo scambio di ciucci, giocattoli o indumenti da poco insalivati. Quindi, il contagio avviene esclusivamente dal malato al sano: non è possibile ammalarsi per interposta persona o semplicemente per essere stati in un ambiente dove è passato qualcuno ammalato. Il freddo o i colpi d’aria non hanno un ruolo nella trasmissione del contagio: al massimo indeboliscono l’organismo. I luoghi caldo-umidi favoriscono la persistenza del virus nell’ambiente.

6 Da che momento un malato viene considerato contagioso?

Il malato è contagioso già nelle 24 ore precedenti l’inizio dei sintomi e lo rimane per circa una settimana. Il periodo di incubazione, cioè il tempo che passa fra il contagio e l’inizio dei disturbi, è di 1-3 giorni. La fase acuta dura 4-5 giorni e normalmente i sintomi scompaiono completamente nel giro di una o due settimane. «Cane che abbaia» o «suono di corno»: sono due modi di definire la tosse più tipica dell’influenza. Molto rumorosa, con un timbro quasi metallico. È da tracheite, sintomo caratteristico dell’influenza, insieme alla febbre.

7 Quali fasce di età vaccinare? C’è il rischio di effetti collaterali?

Il vaccino contro la nuova influenza A sarà somministrato alla fascia di età a rischio dai 2 ai 27 anni. In particolare, i più esposti vanno dai 5 ai 14 anni. Finora non è stato segnalato nessun effetto collaterale grave associato ai vaccini contro la nuova influenza A. Gli studi clinici in corso indicano solo qualche evento avverso lieve, tipico anche dei vaccini stagionali: dolore e gonfiore a livello della zona dell’iniezione, per un giorno o due. Ma i dati disponibili sono ancora limitati, quindi al momento la possibilità di effetti indesiderati gravi non può essere esclusa.

Mario Pappagallo

Lo squalo che sorride. Come in «Nemo»

Wednesday, November 4th, 2009

Nell’indimenticabile film d’animazione «Alla ricerca di Nemo», lo squalaccio terribile Bruce (Bruto) sorrideva con fare minaccioso dalla locandina. Un sub è riuscito ora a catturare una sequenza quasi identica a quella vista sul grande schermo (GUARDA il confronto tra le due immagini».

INCONTRO RAVVICINATO - L’incredibile scatto è opera di Amos Nachoum, un 59enne esperto dei fondali marini e guida di coraggiosi sub che vogliono vedere da vicino le grosse creature dei mari. L’incontro ravvicinato con il predatore di oltre 4 metri di lunghezza è avvenuto nelle acque vicino alla costa messicana di Guadalupe.

«MAI IN PERICOLO» - La foto ricorda Bruto nel film del 2003 della Pixar/Disney, lo squalo bianco con i suoi 202 denti che fa riunioni di autocoscienza per convincersi che gli altri pesci sono amici e non cibo. Anche se basta l’odore del sangue per farne uscire, ad un certo punto, la sua vera natura. Il sub ha spiegato ai media britannici che «in nessun momento si è sentito in pericolo» e che «questi squali non sono creature così feroci, il pericolo è spesso nelle nostre teste».

Fonte: Corriere della Sera

Vuoi salvare il pianeta? Non mangiare bistecche

Wednesday, November 4th, 2009

Milioni di persone minacciate da tifoni e uragani sempre più aggressivi, civiltà costiere destinate ad affondare negli oceani. Alle Maldive si stanno già attrezzando: nei giorni scorsi il governo è stato convocato sott’acqua, per lanciare un appello al resto del mondo contro il surriscaldamento del pianeta. E se la lotta ai cambiamenti climatici cominciasse nel piatto? Come? Rinunciando alle bistecche.

“Produrre carne è uno spreco d’acqua e produce una quantità elevata di gas serra. Mette sotto pressione le risorse del pianeta. Una dieta vegetariana è meglio”. E’ quello che pensa dalle pagine del Times lord Stern, un tempo consigliere di Blair, autore del rapporto 2006 che per primo mise nero su bianco la tragica inconfutabilità dei cambiamenti climatici, con un’avvertenza: combatterli ora ci costerà caro, ma infinitamente meno di quanto peserebbe sulle nostre finanze non fare nulla. Senza contare che la green-economy aprirà prospettive di crescita inedite e indispensabili in un mercato cresciuto finora puntando solo sul consumo e sulla quantità. Quindi non per scelta verde, ma per ragioni economiche lord Stern - docente d’economia alla London School of Economics - suggeriva una sterzata vigorosa.

Ed è lo stesso che fa ora, solo che l’appello non è più ai governi - non solo, ha scritto infatti anche ad Obama chiedendogli di partecipare in prima persona al prossimo summit di Copenaghen - ma ai singoli individui. Perché miliardi di persone che masticano i prodotti della Terra possono fare - letteralmente - il bello o il cattivo tempo. Dunque, via dalle tavole roast-beef, rollé, stufati, spezzatini e ossibuchi. Per salvare la Terra bisogna mangiare verde.

Per riempiere i panini planetari di hamburger stiamo infatti deforestando gli ultimi polmoni verdi, per convertirli alla produzione di mangini. Mucche e maiali producono un’enorme quantità di metano, un gas che è 23 volte più nocivo all’atmosfera di quanto non sia il biossido di carbonio. Secondo le Nazioni Unite la produzione di carne è responsabile del 18 per cento delle emissioni di Co2 del pianeta.

Una drastica riduzione avrebbe effetti importanti. Ma per cominciare bisognerebbe invertire un trend che è tutto in salita: l’Onu calcola che per metà del secolo il consumo di carne, stante le tendenze attuali, sarà raddoppiato. Lord Stern non ha dubbi su che cosa sia necessario fare: cambiare abitudini, far diventare il consumo di carne inaccettabile, un costo troppo alto da sostenere guardando alle future generazioni. “Ora ho 61 anni - dice lord Stern -. Da quando ero studente è radicalmente cambiato l’atteggiamento verso il bere o la guida, la gente ha cambiato idea su ciò che è o meno responsabile. Ora dovranno chiedersi sempre di più qual è il contenuto di Co2 del cibo che mangiamo”.

Una domanda che sarà imperativa, perché i cambiamenti sono già tra noi, nonostante la ritrosia di governi ed opinione pubblica ad accettare la necessità di una nuova rivoluzione copernicana, virando verso un’economia sostenibile. E anche la salute protrebbe avvantaggiarsene. In Gran Bretagna, informa il Times, il consumo quotidiano di proteine derivate da animali è di 50 grammi: un petto di pollo o una costoletta d’agnello. Non è un’esagerazione, ma è superiore del 25-50% del quantitativo consigliato dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Diario di un terremoto dimenticato

Wednesday, November 4th, 2009

Si parla poco ormai del post-terremoto aquilano. È passata la consegna del silenzio o del “tutto va ben” assoluto. Ma qual è la situazione reale al di là del taglio di qualche nastro? Ecco un “diario” estratto dalle cronache locali del Messaggero, per lo più di Claudio Fazzi.
Lunedì 26 ottobre: nuova scossa di terremoto semina panico. Quanti sono rimasti fuori dalle assegnazioni di case e qui lavorano o hanno figli a scuola chiedono camper e container. Rifiutano di trasferirsi lontano. I costruttori locali denunciano: i siti che ricevono le macerie sono chiusi o inesistenti. Quelli aperti hanno prezzi troppo alti. Così c’è chi scarica nei dirupi, lungo i torrenti o sopra altri cumuli. La Protezione Civile rimborsa soltanto le perizie geologiche.
Martedì 27: il Rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando di Orio: è pronto a dimettersi qualora «le giuste attese degli studenti restassero ancora inevase» per servizi e alloggi. Ha scritto una lettera al presidente Napolitano. Sospendere le iscrizioni «avrebbe significato la morte dell’Università aquilana» che dà lavoro a oltre mille persone.
Mercoledì 28: anche il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, minaccia di dimettersi, ma per problemi di giunta. Denuncia il grave ritardo nei lavori per l’Ospedale. Teme che si voglia, anche così, declassare l’Aquila. Tarda la ristrutturazione del laboratorio di analisi. «Sul blocco operatorio bisogna lavorare 24 ore su 24». Cialente è pure preoccupato per la diffusione dell’influenza A nelle zone del sisma.
Giovedì 29: rapporti tesi fra consiglieri aquilani e Protezione Civile. Gli assistiti risultano così divisi: 8.637 in case private, 13.178 fra alberghi e caserme, 2.276 in tenda. Il Progetto case tanto sbandierato ha accolto per ora circa 2.000 persone fra Bazzano, Cese e MAP.
Venerdì 30: il sottosegretario Gianni Letta afferma: «L’Aquila è una città che non deve morire». Aggiunge che «se non finisce l’emergenza, non può cominciare la ricostruzione».
Sabato 31: la Caritas dell’Aquila esprime grande preoccupazione perché nell’area del sisma ci sono quartieri nuovi, nati in pochi mesi, e zone, invece, spopolate. Così si propone di «incontrare le famiglie che si sono spostate» e di «aiutare i parroci a ricostruire le comunità». Preservare le comunità: è il problema di fondo di ogni post-terremoto.
Domenica 1 novembre: bufera all’interno del Pdl abruzzese, il coordinatore regionale Piccone afferma che «Pescara è il vero capoluogo d’Abruzzo». «Affermazione offensiva, ingiusta e vile», commentano dall’Aquila il sindaco Cialente e la presidente della Provincia Pezzopane. Sopravvissuta al crollo della Casa dello studente, Antonella, pugliese, racconta: «Nessuno mi ha mai ascoltata e sono senza una stanza».

Fonte: L’Unità

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