Archive for September, 2009

Wednesday, September 30th, 2009

REGARD, PER PROBLEMI TECNICI, RESTERA’ CHIUSO PER QUALCHE GIORNO.

TORNIAMO PRESTO!

Nucleare, esce “Terra Reloaded” il Dvd di Grillo e Greenpeace

Tuesday, September 29th, 2009
Interviste ad autorevoli esperti mondiali contro il nucleare
ROMA
Esce “Terra Reloaded”, il film realizzato da Beppe Grillo, in collaborazione con Greenpeace. Lo annuncia l’associazione ambientalista in una nota.Nel documentario il blog beppegrillo.it intervista i più autorevoli esperti mondiali in materia di energia ed economia - Joseph Stiglitz, Michael Pollan, Jeremy Rifkin, Lester Brown, Mathis Wackernagel, Wolfgang Sachs - che illustrano le ragioni per abbandonare l’illusione dell’energia atomica e investire in un futuro sostenibile.«Ho voluto raccogliere le testimonianze dei principali esperti mondiali sull’energia, l’ambiente, l’alimentazione», dice Beppe Grillo, perché «viviamo su un piccolo pianeta e lo usiamo come fosse una miniera inesauribile e, allo stesso tempo, come una discarica. Stiamo distruggendo la Terra; questi esperti mi hanno spiegato come salvarla per i nostri figli e i nostri nipoti».«Il Dvd affronta le grandi questioni della sostenibilità attraverso interviste ad alcuni tra i maggiori esperti in campo internazionale», spiega Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, sottolineando: «Che un premio Nobel dell’economia come Joseph Stiglitz ponga seri dubbi sulla scelta nucleare, usando argomenti simili a quelli di esperti ambientali di fama globale come Lester Brown, Jeremy Rifkin e Wolfgang Sachs, è la riprova che in questa materia l’ideologia non è degli ecologisti ma dei governi. E bisogna bloccare la lobby nucleare prima che faccia altri danni.»Il DVD è sul sito www.beppegrillo.it e nelle principali librerie italiane.

Fonte: La Sampa

Pellicce, noi contrarie per dogma

Tuesday, September 29th, 2009

di MARIA LAURA RODOTA’

Qualche maschio quarantenne ricorda i primi, indimenticati brividoni provocati da morbidezze e profumi della pelliccia di un’amica di casa. Io, più modestamente, ho ricordi di intenso appagamento estetico nel maneggiare e annusare la pelliccia di una prozia. Certo la prozia sfoggiava anche stole fatte di animaletti morti e svuotati (saranno stati visoni?) attaccati l’uno all’altro. E lì cominciai a riflettere.

La riflessione, con gli anni, ha prodotto una poverona di sinistra di mezza età (io) che porta solo cappotti e piumini e scivola sempre più verso il vegetarianesimo; una figlia della suddetta che impedisce alla nonna di mettere le sue residue e annose pellicce (ereditate dalla prozia, alcune, forse); qualche dubbio sui nostri dogmi politicamente corretti e su svariate contraddizioni che detti dogmi contengono.

Per esempio. Cosa fare in climi molto freddi? Se ti prestano una pelliccia a gennaio in Russia o in Minnesota, è saggio accettarla. Quanto sappiamo, noi antipelliccia viscerali ma poco informati, dell’industria e dell’indotto che ci gira intorno, degli umani che ci campano, dei possibili progressi nel trattamento degli animali? Vabbè, qui si dubita.

Quanto narcisismo ed elitismo c’è nel nostro compiacimento animalista? Quanto siamo incoerenti, secondo gli animalisti radicali, se portiamo scarpe e borse in pelle e ci avventiamo sull’occasionale bistecca? Quanto puzzone siamo, secondo gli umani meno benestanti e ossessivi di noi, a cercare di mangiare solo carne di animali felici magari allevati a terra (costa come una pelliccia, in genere), e a guardare con scarso rispetto le sciure impellicciate? Molte di loro sono persone capaci e magari oneste e magari affettuose; con diversi codici stilistici e diversi strumenti culturali, ovvio. E con le impellicciate dovremmo dialogare. Senza aggredirle, senza prenderle troppo in giro, senza sentirci troppo ganze o troppo ridicole (noi) causa esibito ambientalismo.

Ma forse abbiamo un unico argomento davvero convincente, su cui discutere da donne a donne: molte pellicce ingoffiscono, ragazze, ingoffiscono tutte tranne Naomi C. Per amore dei cari animaletti e della vostra silhouette, suvvia, pensateci.


Fonte: Corriere della Sera

Cambia il clima, in pericolo i pinguini

Tuesday, September 29th, 2009

- I cambiamenti climatici e la pesca a fini commerciali stanno mettendo sotto pressione i «pinguini di Magallanes» (Magellano): a rilanciare l’allarme è stato un gruppo di scienziati argentini, sulla base di quanto fatto qualche mese fa dall’Associzione americana per lo sviluppo della Scienza.

LA COLONIA - Il 70% della colonia di questi animali ha già raggiunto, come avviene ogni anno in questa stagione, Punta Tombo, nella Patagonia argentina, la principale colonia di pinguini nel continente americano, dove più di un milione di palmipedi resterà fino a febbraio per cambiare le piume, deporre le uova e crescere i piccoli. I primi ad arrivare sono i maschi che prendono possesso del nido, in genere lo stesso dell’anno precedente, e lo preparano per l’arrivo delle femmine, prima di partire in cerca di cibo da portare alla compagna - i pinguini sono animali monogami - e ai piccoli nascituri. Ai «magellani», definiti «l’esercito più pacifico del mondo», dedica ampio spazio il sito Argentina Online che spiega abitudini e stili di vita di questi simpatici uccelli che si sono bene adattati anche alla vita di terraferma.

I TIMORI DEGLI ESPERTI - Il timore dei ricercatori è che i cambiamenti climatici, uniti alla pesca intensiva riducano la quantità nei mari dei piccoli pesci di cui si nutrono i pinguini, costringendo i maschi a restare a caccia per tempi sempre più lunghi e ritardando così l’approvvigionamento di femmine e neonati. Una situazione che era in qualche modo stata immaginata anche dai creatori di «Happy Feet», il film di animazione dove il protagonista Mambo, un pinguino imperatore, riesce, grazie alla sua innata capacità di danzare e attirare l’attenzione degli umani, a convincere addirittura le Nazioni Unite ad intervenire contro i prelievi indiscriminati di pesce che affamano la sua colonia.

 

LE PREVISIONI - Le previsioni più pessimiste parlano di una riduzione del 20% degli esemplari dei «pinguini di Magallanes» anche se, al momento, non è ancora stato confermato il pericolo: «Quest’anno i pinguini sono arrivati a Punta Tombo in buone condizioni e molto numerosi. Fino ad ora non abbiamo trovato esemplari sottoalimentati», ha precisato uno degli esperti del luogo, Oscar Ferraria.

Fonte: Corriere della Sera

 
 

avviso importante

Tuesday, September 29th, 2009

Per motivi indipendenti dalla nostra volontà , probabilmente,  il sito per una decina di giorni resterà irraggiungibile.

In caso di problemi l’appuntamento è fra una decina di giorni. Mi raccomando.  Altrimenti saremo qui con voi come sempre.

 

A presto , regard

A presto

NO ACQUA E CIBO, DENUNCIATO ALLEVATORE

Tuesday, September 29th, 2009

Un allevatore siciliano - M.P. 47 anni, originario di Trapani e residente nella bassa reggiana - e’ stato denunciato dai carabinieri per maltrattamento di animali. Nel maneggio di Cadelbosco Sopra, nel reggiano, di cui e’ titolare, sono stati trovati dai militari 9 cavalli e un cane in grave stato di denutrizione e disidratazione. L’uomo non e’stato ancora rintracciato. A dare l’allarme, alcuni cittadini che si erano accorti dei lamenti degli animali, provenienti dai box: i cavalli infatti, probabilmente abbandonati da alcuni giorni, scalciavano e nitrivano nervosamente. Per rifocillare gli animali, apparsi assetati e molto dimagriti, e’ stata fatta arrivare sul posto un autobotte dai Vigili del Fuoco di Reggio Emilia.

Fonte: Animali e Animali

Greenpeace, la calssifica 2009 dei più grandi inquinatori

Tuesday, September 29th, 2009
In totale l’industria italiana ha emesso nel 2008 circa 220 milioni di tonnellate di CO2
ROMA
Dopo la presa di posizione di Bruxelles sui tetti nazionali alle emissioni di CO2 «non più negoziabili», Greenpeace «fa i nomi di chi c’è dietro questa mossa» e pubblica in esclusiva la classifica 2009 delle emissioni di gas serra dei maggiori gruppi industriali in Italia soggetti alla direttiva europea sull’Emission Trading, il sistema europeo di scambio della CO2. La classifica dell’associazione ambientalista «mostra chiaramente chi rispetta le regole e chi no. Per il terzo anno consecutivo, l’Enel guadagna il primo posto tra i “grandi inquinatori”».«Complessivamente le industrie italiane hanno superato i permessi di emissione per nove milioni di tonnellate di CO2, ma bisogna fare dei distinguo - spiega Francesco Tedesco, responsabile campagna energia e clima di Greenpeace - Lo sforamento si deve solamente ai settori del termoelettrico e della raffinazione. Altri settori, invece, hanno rispettato i tetti». Enel, rimarca l’organizzazione, «si conferma il primo “grande inquinatore” con oltre 44 milioni di tonnellate di CO2. Circa un terzo delle emissioni del gruppo - entra nel dettaglio - si deve all’impianto di Brindisi, la più grande centrale a carbone in Italia nonché primo impianto per emissioni di gas serra, con 14,9 milioni di tonnellate».

In totale «l’industria italiana ha emesso nel 2008 circa 220 milioni di tonnellate di CO2, registrando una riduzione netta di sei milioni di tonnellate rispetto al 2007, probabile conseguenza della crisi. Sebbene questo risultato sia positivo, la politica energetica dell’Italia - denuncia Tedesco - va nella direzione opposta alla riduzione delle emissioni di CO2. Recentemente il governo ha infatti rilasciato l’autorizzazione per tre nuove centrali a carbone che faranno aumentare le emissioni dell’Italia di ulteriori 30 milioni di tonnellate. Una strategia che porterà l’Italia fuori dagli obiettivi europei al 2020, e a sostenere il peso delle conseguenti sanzioni».

«Il governo autorizza nuove centrali a carbone e poi chiede all’Europa di rinegoziare gli impegni presi - osserva Tedesco - Si tratta di un comportamento ipocrita per difendere gli interessi di gruppi industriali che continuano a inquinare come se niente fosse. A risentirne, a pochi giorni dal vertice delle Nazioni Unite sul clima, è ancora una volta l’immagine dell’Italia a livello internazionale».

Oltre alla classifica dei gruppi industriali che vedono Enel al primo posto seguita da Edison, Enipower, Edipower, E.On (ex Endesa Italia) e Tirreno Power, i dati di Greenpeace mostrano anche quali sono gli impianti più inquinanti in termini di CO2. Al fianco della centrale Enel di Brindisi, anche l’Ilva di Taranto e gli stabilimenti dell’Edison, sempre a Taranto.

Fonte: La Stampa

Energia a forza 9

Tuesday, September 29th, 2009

Elettricità dalle onde del mare. Con strutture flessibili che imitano le alghe. In Australia è già realtà. E il resto del mondo segue a ruota. Per costruire nuove minicentrali. Non solo negli oceani, ma anche nei canali urbani

 

Iil trucco? “Copiare le alghe”. Come? “Ispirandoci al loro modo di fluttuare nella corrente, piegandosi senza spezzarsi”. Così Tim Finnigan, ingegnere marino australiano, spiega cosa fa la sua start up BioPower, specializzata nel ricavare energia dalla forza del mare. Prendendo spunto dai precetti della biomimetica - la disciplina che concepisce soluzioni tecnologiche copiando quanto avviene in processi e organismi naturali - Finningan ha messo a punto due prototipi di macchinari in grado di trasformare l’energia delle onde e delle correnti marine in energia elettrica a uso commerciale. Il primo, BioWave, è una specie di stelo flessibile su cui insistono tre grandi baccelli che galleggiano e immagazzinano l’energia cinetica delle onde convertendola in energia elettrica. Se le onde si gonfiano troppo, al punto da minacciare di danneggiare il meccanismo, lo stelo si piega in posizione orizzontale e così rimane, finché la violenza dell’oceano si è placata. L’altro, BioStream, è invece un dispositivo dalla forma simile al corpo dei grandi nuotatori oceanici (squali e tonni), capace di posizionarsi sempre controcorrente in modo da catturare la forza del flusso, trasformandola in energia elettrica.

“Stiamo assemblando i prototipi nelle acque della Tasmania e avremo i primi risultati a metà 2010″, dice Finnigan. Se questi saranno soddisfacenti BioPower, che ha ricevuto finanziamenti anche dal governo di Canberra, inizierà a realizzare i primi impianti a uso commerciale lungo le coste dell’Australia: “L’idea è quella di avere centrali da 40 Megawatt, composte da moduli in grado di generare 1 Mw l’uno”. E 40 Mw possono soddisfare le esigenze di una cittadina di 15 mila abitanti.

Con un’estensione di 360 milioni di chilometri quadrati, i mari e gli oceani coprono oltre due terzi della superficie terrestre. Un dato che da solo giustifica il susseguirsi dei tentativi di imbrigliare l’enorme potenziale energetico del ‘continente blu’. La strada però non è facile. Quale che sia la tecnologia prescelta - che si cerchi di sfruttare il moto ondoso, le maree, le correnti o il ‘gradiente termico’ - si è ancora in fase pionieristica e non sempre i risultati hanno il successo sperato. Ma ormai nessuno ne dubita: l’energia estratta dal mare sarà parte del mosaico di soluzioni ecosostenibili con cui in futuro si cercherà di soddisfare le esigenze energetiche del pianeta.

La conferma arriva dagli investimenti che stanno confluendo nel settore: “Flussi di denaro arrivano alle aziende sia dagli investitori istituzionali sia dai governi”, dice Gouri Nambudripad, analista della società di consulenza strategica Frost & Sullivan. Con la Gran Bretagna in posizione di indiscusso leader globale, “anche in considerazione del fatto che detiene il 50 per cento del potenziale europeo in questo settore, per via dei suoi mari sempre increspati anche vicino alle coste”, continua Nambudripad: “Entro dieci anni potrebbe arrivare ad avere centrali marine per un totale di 3 Gigawatt di potenza installata”.

Non è un caso dunque che sia scozzese la Pelamis Wave Power, l’azienda che per prima al mondo ha aperto una ‘fattoria delle onde’ a uso commerciale. è avvenuto lo scorso anno, quando le 1.500 famiglie del villaggio portoghese di Povoa de Varzim hanno cominciato a ricevere a casa la corrente elettrica prodotta da una batteria di ’salsicciotti’ galleggianti stesi a cinque chilometri dalla costa e capaci - grazie a un dispositivo composto di martinetti idraulici, motori idraulici e generatori elettrici - di creare energia sfruttando il moto ondoso. A riprova che la strada è di quelle in salita, Pelamis a marzo ha dovuto sospendere il progetto, prima per questioni tecniche (una perdita d’acqua nei convertitori), poi per difficoltà economiche connesse alla crisi finanziaria che ha fatto mancare i fondi per far ripartire l’operazione una volta che i problemi tecnici erano stati risolti.

Ma nonostante la débâcle portoghese, Pelamis è più attiva che mai: la corporation tedesca E.On le ha appena commissionato due convertitori di nuova generazione (i P-2) mentre il governo scozzese le ha messo a disposizione quattro milioni di euro per la prima ‘wave farm’, che vedrà l’implementazione di quattro convertitori (da 750 Kilowatt l’uno) al largo delle isole Orcadi, dove nel 2004 è stato istituito l’European Marine Energy Centre (Emec).

Cadute e risalite costellano anche il versante atlantico della corsa alle energie marine rinnovabili. Dopo aver visto rompersi per due volte le pale dei prototipi posizionati nel tratto dell’East River all’altezza di Roosevelt Island, a New York, dove il flusso di marea è assai sostenuto, la compagnia americana Verdant Power, specializzata nello sfruttamento energetico delle correnti di marea, è riuscita a far funzionare una batteria di sei turbine rinforzate che oggi forniscono elettricità a un parcheggio e a un supermercato. Ora il Roosevelt Island Tidal Energy Project è pronto per entrare nella seconda fase, con l’installazione di 24 turbine. Il punto d’arrivo del progetto è fissato a quota 300 turbine, che una volta a regime saranno capaci di generare energia elettrica ‘di corrente di marea’ a 10 mila abitazioni della Grande Mela.

Proponendo una visione ancora più avanzata, un team di architetti newyorkesi capeggiato da Richard Garber, docente al Njit College of Architecture and Design, ha presentato il proprio progetto per un network modulare di centrali elettriche flottanti: “Ogni modulo, composto da tre turbine verticali sottomarine, sarebbe in grado di generare 24 Kilowatt di energia elettrica (sufficienti a illuminare 359 lampioni cittadini a Led) in maniera costante, grazie alla potenza della corrente di marea bidirezionale”, spiega Garber: “Ma il bello è che, allacciandosi ai moli preesistenti lungo Manhattan, i moduli avrebbero anche la funzione di ampliare le aree verdi disponibili, ridisegnando i contorni della metropoli”.

La promessa di un’energia estratta dagli oceani non ha lasciato indifferente nemmeno la Marina statunitense, che ha già programmato per il prossimo anno l’installazione di una serie di turbine al largo dell’isola di Marrowstone, presso la base navale di Kitsap. Se il test pilota darà i risultati sperati, “la Us Navy potrebbe installare centrali elettriche marine a turbine in tutte le sue basi nel mondo”, dice Sheila Murray, portavoce della Marina Usa per le questioni ambientali.

Ma nel mare magnum delle sperimentazioni che si stanno moltiplicando in questo campo c’è anche chi preferisce partire da progetti su scala assai più ridotta. Come una piccola azienda di Seattle, Hydrovolts, che invece di impiantare costose turbine in oceani dagli umori imprevedibili ha puntato su acque ben più tranquille: quelle dei canali, delle vie d’acqua controllate e persino degli scarichi fognari urbani. “Anche con flussi modesti, una corrente regolare e costante è più che sufficiente per attivare le nostre Flipwing”, dice Burt Hamner, fondatore di Hydrovolts: “Sono turbine piccole e abbastanza economiche, che possono benissimo rispondere alle esigenze di comunità locali e villaggi. Ma anche di fabbriche, fattorie e impianti di depurazione”.

Insomma, la rivoluzione dell’energia ecosostenibile prodotta dalle acque ha ormai avuto inizio: che si parta dagli oceani australiani o dalle fogne di Seattle, in fondo, non cambia molto.
 Fonte: L’Espresso

From zero, la web tv sugli sfollati dell’Aquila

Tuesday, September 29th, 2009
Nasce From zero, la tv che racconta la quotidianità degli sfollati nella tendopoli della Croce Rossa all’Aquila. Mini documentari giornalieri per immergersi nella realtà abruzzese a sei mesi dal terremoto

La quotidianità degli sfollati sbarca sul web. Da qualche giorno è online From zero, la web tv che segue le storie di chi da sei mesi vive nelle tendopoli allestite dalla Croce Rossa in Abruzzo.

Il progetto ruota attorno alla vita di 12 protagonisti: mini documentari di tre minuti, girati in alta definizione, per immergersi nella realtà del dopo terremoto. Ogni giorno sul sito internet, un nuovo episodio sottotitolato in inglese e commentabile.

“Seguiremo - spiegano dalla Cri - Luigi e Patrizia nel loro giro per la città ancora fantasma. Con Sergio, il cuoco, seguiremo la gestione della grande cucina da campo. Aspetteremo con Rosa ed Antonello la graduatoria per le case del Governo e vivremo la difficoltà di trovare lavoro durante la ricostruzione. Con Nicoletta porteremo tra le tendopoli i libri, con il Bibliobus, l’autobus-biblioteca. Seguiremo gli sforzi di Concetta per ricostruire casa e rimettere in moto la sua piccola azienda. Al fianco del capo-campo della Croce Rossa Italiana Ignazio, vedremo la gestione e le difficoltà nel pianificare lo smantellamento delle tendopoli”

E ancora: “Sono storie che una volta ci avrebbero raccontato i nostri nonni e che adesso possiamo raccontare mentre accadono e condividere via internet andando oltre le notizie. From zero crea un archivio accessibile e condivisibile con tutti, la nostra memoria collettiva”.

Autore e produttore della serie è Stefano Strocchi, della Move productions di Torino. Con lui la casa di produzione multimediale PulseMedia di Roberto Ruini ed un team di registi e montatori. Il progetto è patrocinato dalla Croce Rossa Italiana, che ospita la squadra nella tendopoli di Centi Colella.

Sette giorni a impatto zero

Tuesday, September 29th, 2009

COLIN Beavan l’ha fatto per un anno intero e da allora è diventato a tutti gli effetti No impact man, ovvero l’uomo capace di vivere per 365 giorni, insieme alla sua famiglia, annullando l’impatto ambientale. Niente automobile, energia ridotta, uso limitato di carta e plastica, cibi locali e non inscatolati. Ora lancia una sfida: provate anche a voi a vivere una settimana, da domenica a domenica, a impatto zero. E raccontatelo. Come? Con il suo prezioso decalogo e la possibilità di condividere online la propria esperienza con video, post e commenti su Facebook.

Si tratta di un esperimento globale che convoca coloro che hanno a cuore il pianeta e vogliono provare sette giorni di vita pulita, che non fa male all’ambiente e che, promette Colin, è anche molto divertente. Per mettersi alla prova basta iscriversi al sito No Impact Project: qui è possibile scaricare la guida suddivisa per giorni e apprendere i segreti del vivere risparmiando. Energia, emissioni nocive e - perché no - anche denaro.

L’inizio è per il 18 ottobre (intanto ci si può iscrivere alla newsletter), ancora qualche giorno per permettere agli utenti di capire lo spirito dell’iniziativa e decidere se si è pronti a dire no. All’automobile, all’elettricità, alla carta, ai cibi confezionati, ai tanti piccoli lussi del vivere contemporaneo che danneggiano la natura.

Da fare in gruppo, da soli o con la propria famiglia, il progetto cercherà di cambiare le abitudini più comuni. Domenica si elimina l’immondizia preferendo per esempio ai tovaglioli di carta quelli di stoffa; lunedì si elimina l’immondizia e ci si muove con trasporti a basso impatto, come la bicicletta; martedì oltre a eliminare immondizia e mezzi di trasporto ad alto consumo, si mangeranno solo cibi stagionali e locali. E avanti così, fino alla fine della settimana di prova, quando radersi a mano invece che con il rasoio elettrico, preferire le scale all’ascensore, il lavaggio a mano alla lavatrice, le candele alla luce elettrica sembreranno attività così normali che sarà difficile tornare indietro.

Subito dopo la registrazione sul sito e lo studio della guida, ogni utente dovrà sottoporsi a un sondaggio sul proprio stile di vita e scegliere quindi un giorno, tra quelli indicati, per dare inizio al progetto. Per chi crede nell’unione che fa la forza c’è la possibilità di aggregarsi ad altri gruppi, scelti in base alla prossimità geografica, e dare inizio al progetto.

Ai partecipanti viene chiesto di condividere la propria settimana inviando video e foto, coinvolgendo amici, iscrivendosi a Twitter e Facebook per ricevere supporto morale. Basterà leggere la guida la sera prima, e informarsi sull’obiettivo della giornata seguente: cinque passi giornalieri, consigli e idee. A fine serata, per chi lo vorrà, sarà possibile partecipare ad un live webcast con esperti del settore. L’esperienza si conclude con un sondaggio, la possibilità di diventare un “ambasciatore no impact” e, sei mesi dopo, raccontare gli effetti a lungo termine dell’esperienza. Tutto nel tentativo di evangelizzare uno stile di vita a impatto zero. Proprio come quello che ha scelto Colin, ma con ampio spazio all’iniziativa personale: ognuno dovrà adattare i consigli al proprio stile di vita.

Lo sanno bene i tanti utenti che raccontano nella sezione Change Yourself i loro segreti per cambiare il mondo. C’è Tabhata che ha sostituito lo shampo con il sapone alla glicerina, Mabel che ha imparato a cucire i propri abiti da sola, Charlotte che ha ridotto l’uso di telefono cellulare e computer allo stretto necessario e Clayton che trascorre le serate in famiglia raccontando storie e facendo delle sedute di lettura collettiva.

Ma se, pur volendo intraprendere il progetto, non siete sicuri di poter contare sull’appoggio di familiari o partner, non vi preoccupate. No Impact Man ha pensato anche a questo. Preparate al vostro compagno una deliziosa cena a lume di candela utilizzando solo prodotti locali, o coinvolgete mamma e papà in una serata tv-free durante la quale, al posto del video, saranno organizzati tornei di carte o giochi in scatola. La chiamata riguarda proprio tutti, anche chi non ha a disposizione mezzi pubblici e raccolte differenziate: Colin ha messo a punto soluzioni alternative quasi per ogni ostacolo.
No Impact Project è un’iniziativa no-profit che parte da New York, precisamente dalla famiglia Beavan. Di loro hanno parlato i media di tutto il mondo - il primo fu il New York Times che titolò l’articolo “Un anno senza carta igienica” - e la loro esperienza è diventata prima un libro e ora anche un documentario. Da qui si apprende che Michelle, la moglie di Colin, ha imparato in un anno a rinunciare a una delle sue passioni alimentari, il caffè di Starbucks, e a uno dei suoi lussi preferiti, la moda di Prada. Perché - come ricorda Colin - il mondo si può salvare. Famiglia dopo famiglia.

Fonte: La Repubblica

Sostieni Pianeta Verde effettuando
una donazione di 1 €
con il tuo cellulare

BUY NOW!