La green economy? Non è la valle dell’Eden
Monday, August 31st, 2009R endere più verde il pianeta sicuramente eliminerà alcuni dei rischi più gravi che ci troviamo a fronteggiare, ma ne creerà anche di nuovi. Il passaggio alle automobili elettriche, ad esempio, potrebbe scatenare una competizione per il litio, un’altra risorsa naturale disponibile in quantità limitata e concentrata in alcune zone. Le quantità d’acqua necessarie per produrre certi tipi di energia alternativa potrebbero prosciugare alcune regioni, facendo crescere le possibilità di conflitti per il controllo delle risorse naturali. E con il crescere nel mondo del numero di centrali nucleari a emissioni zero, cresce anche il rischio che i terroristi possano mettere le mani su materiali atomici pericolosi, o che gli stati scelgano di lanciare programmi nucleari militari.
Le pluridecennali guerre per il petrolio potrebbero giungere a termine quando l’oro nero pronuncerà il suo lungo, lungo addio, ma ci aspettano conflitti, controversie e sorprese sgradite di diverso genere (compresa, forse, un’ultima ondata di guerre per il petrolio, mano a mano che alcune delle petrocrazie più fragili imboccheranno la via del declino). Se mai, provando a guardare in prospettiva, la sensazione è che l’instabilità prodotta da questa indispensabile transizione energetica su larga scala ci costringerà a fare i conti con forme di conflitto nuove.
Abbandonare i vecchi e inquinanti combustibili fossili è la sola strada per contenere alcune delle minacce più importanti per la sicurezza a livello planetario, ma dobbiamo muoverci con cautela e non lasciarci trascinare dall’ottimismo. Riconoscendo il fatto che un mondo più verde non vorrà dire la fine dei problemi geopolitici, e preparandoci di conseguenza, possiamo trovare una strada per disinnescare le minacce odierne e contemporaneamente evitare, in gran parte, gli inconvenienti non voluti di un’innovazione di cui c’è una disperata necessità.
È possibile tracciare una guida ad alcune delle potenziali tensioni geopolitiche “verdi” che ci attendono. Vediamola.
1 - Guerre commerciali “verdi”
Molte delle nuove tecnologie sbandierate come la prossima grande novità forse non figureranno nel nostro futuro energetico, ma quasi sicuramente un elemento che non mancherà saranno gli attriti internazionali. Pensiamo al nuovo approccio americano, incarnato dalla legge sull’energia e sul clima recentemente approvata dalla Camera dei rappresentanti, che prevede fra le altre cose di erigere barriere commerciali contro quei paesi che non adottano misure per limitare le emissioni. I fautori della legge dicono che queste misure sono necessarie per limitare il rischio che le aziende delocalizzino la produzione in Paesi con parametri più permissivi, ottenendo in questo modo un vantaggio competitivo scorretto. Regimi tariffari di questo genere sono visti anche come un modo per impedire alle grandi aziende di delocalizzare in posti dove le leggi sulla protezione del clima sono meno rigide, come la Cina.
Il protezionismo verde è già un business in crescita. Quando l’Unione europea ha preso in considerazione di limitare l’ingresso dei biocombustibili sulla base di una serie di parametri ambientali, otto paesi in via di sviluppo di tre continenti diversi hanno minacciato un’azione legale, nell’autunno del 2008. Queste dispute in realtà hanno una lunga tradizione (ricordate le polemiche sui delfini uccisi per pescare il tonno?), ma la comunità imprenditoriale teme che il protezionismo verde diventi un aspetto caratterizzante dei mercati internazionali nei decenni a venire. E naturalmente la prospettiva di guerre commerciali “verdi”, o anche semplicemente di manipolazioni opportunistiche delle leggi che regolano gli scambi per “proteggere” i posti di lavoro locali, lascia pensare a un periodo di tensioni internazionali in questo senso, specialmente fra paesi sviluppati e paesi emergenti.
2 - Ascesa e caduta delle potenze petrolifere
Un altro fenomeno a cui assisteremo, dalle complesse conseguenze, sarà la simultanea ascesa e declino dei “petro-stati”. In un primo momento l’impennata del prezzo del petrolio - che potrebbe schizzare fino a 250 dollari al barile, secondo alcune stime recenti di Wall Street - riempirà i loro forzieri. I fondi sovrani torneranno a ingrassare e con il dollaro che probabilmente resterà debole ancora per anni i magnati del petrolio compreranno a buon mercato attività Usa, facendo fremere di sdegno i nazionalisti americani.
Questi nababbi hanno ancora pochi decenni davanti a sé. Fra vent’anni, almeno tre quarti dell’energia mondiale verranno ancora dal petrolio, dal carbone e dal gas naturale. L’infrastruttura energetica odierna ha impiegato anni a svilupparsi, e anche in presenza a cambiamenti tecnologici rivoluzionari il mix energetico sul breve termine potrà mutare solo marginalmente. E dunque, anche se l’Occidente smania per ridurre la sua dipendenza da strutture come l’Opec - perché non è bene dipendere da nessuno, perché il petrolio è sporco e uccide l’ambiente, perché la provvidenza ha pensato bene di segnalare le regioni più pericolose del mondo mettendoci le riserve di petrolio e perché il petrolio è una droga che corrompe lo spirito di molte delle nazioni che lo producono - questi Paesi avranno un potere considerevole nel prossimo futuro.
Ma anche nel momento in cui questi Stati raggiungono l’apoteosi del loro potere grazie al prezzo e alla scarsità di petrolio, il loro destino è segnato. Quando alla fine il picco dell’offerta sarà raggiunto il petrolio avrà imboccato una via senza ritorno, ed è probabile che il picco della domanda arrivi ancora prima. Bruciare petrolio ai ritmi attuali semplicemente non è una strada sostenibile, a meno di non vivere ben lontani dal mare o nell’estremo nord, o a meno di non avere una società che produce stivali da pesca a tuttacoscia.
E dunque gli stati petroliferi saranno ricchi e influenti e, paradossalmente, in declino. I più lungimiranti fra loro forse useranno il tempo che hanno a disposizione per pianificare, coprirsi le spalle. Ma la morte lenta dell’economia petrolifera condurrà indubbiamente a esplosioni di tensione, quando le pressioni sociali si tradurranno in fratture politiche e politici opportunisti cercheranno di preservare la ricchezza nazionale ricorrendo al vecchio e collaudato metodo di rubarla ai Paesi vicini.
Prevedere dove si verificheranno queste fratture è difficile. Ma non serve molta immaginazione per giungere alla conclusione che una Russia dipendente dalle esportazioni petrolifere ma alle prese con un calo della domanda, con l’assottigliamento delle riserve e con un disastro demografico senza precedenti si sentirebbe sminuita, e probabilmente diventerebbe un pericolo per i suoi vicini. Oppure pensiamo all’impatto che produrrebbe l’inevitabile declino del petrolio sulla lotta per la successione in Arabia Saudita, sempre che la struttura attuale non sia già crollata sotto il peso del malgoverno e del disinteresse verso la popolazione della famiglia regnante. Le potenze economiche con una condanna a morte geologica che incombe su di loro probabilmente diventeranno imprevedibili. In un modo o nell’altro, le loro sofferenze ricadranno anche su di noi.
3 - Effetti collaterali dell’imminente boom del nucleare
È semplicemente impossibile invertire gli effetti dei cambiamenti climatici senza incrementare in modo consistente il ricorso all’energia nucleare. Non solo è una fonte energetica praticamente a emissioni zero, scalabile e comparativamente efficiente, ma con appena una tonnellata di uranio si produce la stessa quantità di energia che si produce con circa 3.600 tonnellate di petrolio (più o meno 80mila barili). È una tecnologia molto più sofisticata e sperimentata di quasi tutte le altre alternative emergenti. Fatti che hanno già portato a una rinascita molto concreta dell’energia nucleare, concentrata nei paesi emergenti affamati di energia (quasi due terzi dei progetti annunciati sono relativi a paesi in via di sviluppo).
Sfortunatamente, l’energia nucleare si porta dietro anche rischi reali e percepiti. Se si guarda alla storia, i rischi di incidenti nelle centrali sono veramente minimi, ma incombono due problemi molto concreti: uno è come smaltire il combustibile esausto, un dilemma ancora oggetto di acceso dibattito fra gli ambientalisti. E un altro è come garantire la sicurezza del combustibile in ogni fase del suo ciclo vitale, specialmente in paesi emergenti a corto di liquidità, che spesso sorgono in aree flagellate dall’instabilità, dove operano organizzazioni terroristiche con ambizioni nucleari.
A ogni nuovo progetto le possibilità di una falla nella sicurezza aumentano. E il rischio che qualcuno usi il combustibile per produrre una bomba atomica non è l’unico incubo nucleare che dobbiamo fronteggiare. Le scorie radioattive potrebbero essere usate per realizzare una bomba “sporca”, con impatti devastanti. E forse il rischio maggiore per la sicurezza è quello di chi si gingilla con programmi nucleari a porte chiuse.
Robert Gallucci, l’esperto di armi nucleari, una volta mi ha detto che un catastrofico evento terroristico nucleare, considerando il costante incremento dei rischi, è “quasi certo”. Un evento del genere avrebbe vaste ripercussioni globali, negli ambiti più vari, dalle libertà civili al commercio. Immaginate, il giorno dopo il disastro, un’azienda che voglia provare a spedire via nave una merce in una qualunque parte del mondo. Per fare solo un esempio, oggi negli Stati Uniti solo il 5% dei container viene sottoposto a ispezione visiva. Le pressioni per estendere le ispezioni al 100% delle merci dopo l’incidente nucleare bloccherebbe probabilmente milioni di prodotti nei porti americani, facendo schizzare in alto i prezzi dei beni di consumo e facendo assottigliare le scorte.
Un nuovo trattato di non proliferazione nucleare è già in progettazione, ma anche se il presidente americano Barack Obama sta lavorando per realizzare il suo sogno di un mondo libero dalle armi nucleari, è già evidente che i rischi rappresentati dai vecchi arsenali nucleari nazionali impallidiscono di fronte a quelli legati a piccoli gruppi che sfruttano i punti deboli di un’infrastruttura nucleare mondiale sempre più complessa.
4 - Tensioni per l’acqua e anche peggio
Oggi sono un miliardo e cento milioni gli esseri umani che hanno difficoltà ad accedere all’acqua pulita, e le stime suggeriscono che nel giro di vent’anni i due terzi della popolazione terrestre vivranno in regioni sottoposte a stress idrico. È una banalità ormai dire che l’acqua diventerà “il nuovo petrolio”, come ha detto l’amministratore delegato della Dow Chemical Andrew Liveris, sia per il valore che acquisirà sia per i conflitti che provocherà.
Per ironia della sorte, la caccia alle energie alternative per sostituire il petrolio potrebbe aggravare enormemente il problema dell’acqua. Alcuni biocombustibili richiedono grandi quantità d’acqua, anche i più efficienti, quelli ricavati dalla canna da zucchero (a differenza del colosso dell’etanolo, il Brasile, con le sue abbondantissime precipitazioni, la maggior parte dei produttori di canna da zucchero deve irrigare i campi). Anche le varie tecnologie considerate essenziali per un impiego “pulito” del carbone sono avide di acqua, e le macchine elettriche ibride aumentano il consumo idrico perché sono alimentate ad elettricità e la maggior parte delle centrali elettriche usa l’acqua come liquido di raffreddamento.
Molti Paesi potrebbero cominciare ad affrontare il problema elaborando schemi per far pagare per l’uso dell’acqua, il modo migliore per gestire il problema. In alternativa, potrebbero costruire impianti nucleari di desalinizzazione, che rendano potabile l’acqua di mare. Come hanno scoperto i Paesi che hanno applicato queste tecnologie, come l’India, il Giappone e il Kazakistan, gli impianti di desalinizzazione sono terribilmente costosi, nell’ordine di centinaia di milioni di dollari a botta.
5 - Il grande gioco del litio
In Asia, in Europa e negli Stati Uniti, tutti si entusiasmano per l’auto elettrica, e giustamente: le macchine elettriche consentiranno una maggiore indipendenza dal petrolio e potrebbero contribuire enormemente a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Ma l’inconveniente più serio dell’auto elettrica è la batteria.
Si stanno prendendo in considerazione molte soluzioni, tra cui le batterie “ad aria”, che producono elettricità tramite una reazione diretta del litio con l’ossigeno. Per il momento, però, l’opzione più probabile è la batteria agli ioni di litio, il metodo usato per le macchine fotografiche, i computer e i cellulari. Le batterie agli ioni di litio garantiscono un maggiore stoccaggio e una vita più lunga rispetto ai vecchi modelli a idruro di nichel-metallo, e queste caratteristiche ne fanno la soluzione ideale per un veicolo di lunga percorrenza, con uno spazio limitato.
Tutto questo significa che probabilmente il litio, negli anni immediatamente a venire, diventerà una delle materie prime più importanti. Si dà il caso che circa i tre quarti delle riserve di litio conosciute siano concentrate nel cono meridionale dell’America Latina, per essere precisi nel deserto di Atacama, diviso fra due paesi, il Cile e la Bolivia. Oltre alle riserve di litio e alla lingua spagnola, l’unica altra cosa che queste due nazioni hanno in comune è un’animosità storica, cementata dalla guerra del Pacifico, alla fine del XIX secolo, quando il Cile riuscì a tagliare l’accesso al mare della Bolivia, un raggiro che dalle parti di La Paz ancora brucia.
La Cina e la Russia, che detengono anche loro riserve importanti, inevitabilmente finirebbero per approfittare di un conflitto in America Latina, che avrebbe anche l’effetto di dare una spinta alle batterie ricavate da materie prime meno efficienti, come quelle usate nelle batterie a idruro di nichel-metallo, oppure di incoraggiare altre tecnologie che usano sostanze diverse, con i loro lati negativi. E in ogni caso la possibilità di una corsa al litio nella regione ci ricorda che, a prescindere dalle tecnologie che si affermeranno, emergerà una domanda di quelle materie prime su cui tali tecnologie sono basate… e sappiamo bene dove porta tutto ciò.
Quelli illustrati sono solo pochi, piccoli squarci effimeri sui possibili scenari futuri, ma molte ramificazioni geopolitiche del passaggio all’energia verde sono già ora più che presenti. In India, parte del mondo delle imprese è sempre più in ansia vedendo cinesi e americani che si riuniscono in segreto e nemmeno tanto per cercare faticosamente di arrivare a un accordo sui cambiamenti climatici. Il Brasile ha idee molto diverse sulla direzione che dovrebbero prendere questi colloqui, perché vuole vedersi riconosciuto il ruolo di maggiore assorbitore di emissioni.
Anche la Russia ha una sua posizione specifica, quella di un fornitore di energia, e da quelle parti, come negli altri Paesi dal clima freddo, il riscaldamento globale potrebbe far crescere i proventi del turismo, potenziare la produzione agricola e produrre altri benefici economici.
Se aggiungiamo le tensioni legate alla diversità di idee riguardo al protezionismo verde, alla forma delle istituzioni internazionali rilevanti e alla concorrenza per le risorse, è abbastanza evidente che questo conflittuale dialogo sul clima trasformerà sempre di più il pianeta. E nessuno sa quali tecnologie nuove emergeranno dal dibattito teorico attualmente in corso.
David J. Rothkopf, blogger di Foreign Policy, è presidente e ad della Garten Rothkopf,
società di consulenza di Washington specializzata in rischi globali. Ha scritto il saggio «Superclass» (Mondadori 2008)
(Traduzione di Gaia Seller)


