Archive for August, 2009

La green economy? Non è la valle dell’Eden

Monday, August 31st, 2009

R endere più verde il pianeta sicuramente eliminerà alcuni dei rischi più gravi che ci troviamo a fronteggiare, ma ne creerà anche di nuovi. Il passaggio alle automobili elettriche, ad esempio, potrebbe scatenare una competizione per il litio, un’altra risorsa naturale disponibile in quantità limitata e concentrata in alcune zone. Le quantità d’acqua necessarie per produrre certi tipi di energia alternativa potrebbero prosciugare alcune regioni, facendo crescere le possibilità di conflitti per il controllo delle risorse naturali. E con il crescere nel mondo del numero di centrali nucleari a emissioni zero, cresce anche il rischio che i terroristi possano mettere le mani su materiali atomici pericolosi, o che gli stati scelgano di lanciare programmi nucleari militari.

Le pluridecennali guerre per il petrolio potrebbero giungere a termine quando l’oro nero pronuncerà il suo lungo, lungo addio, ma ci aspettano conflitti, controversie e sorprese sgradite di diverso genere (compresa, forse, un’ultima ondata di guerre per il petrolio, mano a mano che alcune delle petrocrazie più fragili imboccheranno la via del declino). Se mai, provando a guardare in prospettiva, la sensazione è che l’instabilità prodotta da questa indispensabile transizione energetica su larga scala ci costringerà a fare i conti con forme di conflitto nuove.
Abbandonare i vecchi e inquinanti combustibili fossili è la sola strada per contenere alcune delle minacce più importanti per la sicurezza a livello planetario, ma dobbiamo muoverci con cautela e non lasciarci trascinare dall’ottimismo. Riconoscendo il fatto che un mondo più verde non vorrà dire la fine dei problemi geopolitici, e preparandoci di conseguenza, possiamo trovare una strada per disinnescare le minacce odierne e contemporaneamente evitare, in gran parte, gli inconvenienti non voluti di un’innovazione di cui c’è una disperata necessità.
È possibile tracciare una guida ad alcune delle potenziali tensioni geopolitiche “verdi” che ci attendono. Vediamola.

1 - Guerre commerciali “verdi”
Molte delle nuove tecnologie sbandierate come la prossima grande novità forse non figureranno nel nostro futuro energetico, ma quasi sicuramente un elemento che non mancherà saranno gli attriti internazionali. Pensiamo al nuovo approccio americano, incarnato dalla legge sull’energia e sul clima recentemente approvata dalla Camera dei rappresentanti, che prevede fra le altre cose di erigere barriere commerciali contro quei paesi che non adottano misure per limitare le emissioni. I fautori della legge dicono che queste misure sono necessarie per limitare il rischio che le aziende delocalizzino la produzione in Paesi con parametri più permissivi, ottenendo in questo modo un vantaggio competitivo scorretto. Regimi tariffari di questo genere sono visti anche come un modo per impedire alle grandi aziende di delocalizzare in posti dove le leggi sulla protezione del clima sono meno rigide, come la Cina.

Il protezionismo verde è già un business in crescita. Quando l’Unione europea ha preso in considerazione di limitare l’ingresso dei biocombustibili sulla base di una serie di parametri ambientali, otto paesi in via di sviluppo di tre continenti diversi hanno minacciato un’azione legale, nell’autunno del 2008. Queste dispute in realtà hanno una lunga tradizione (ricordate le polemiche sui delfini uccisi per pescare il tonno?), ma la comunità imprenditoriale teme che il protezionismo verde diventi un aspetto caratterizzante dei mercati internazionali nei decenni a venire. E naturalmente la prospettiva di guerre commerciali “verdi”, o anche semplicemente di manipolazioni opportunistiche delle leggi che regolano gli scambi per “proteggere” i posti di lavoro locali, lascia pensare a un periodo di tensioni internazionali in questo senso, specialmente fra paesi sviluppati e paesi emergenti.

2 - Ascesa e caduta delle potenze petrolifere
Un altro fenomeno a cui assisteremo, dalle complesse conseguenze, sarà la simultanea ascesa e declino dei “petro-stati”. In un primo momento l’impennata del prezzo del petrolio - che potrebbe schizzare fino a 250 dollari al barile, secondo alcune stime recenti di Wall Street - riempirà i loro forzieri. I fondi sovrani torneranno a ingrassare e con il dollaro che probabilmente resterà debole ancora per anni i magnati del petrolio compreranno a buon mercato attività Usa, facendo fremere di sdegno i nazionalisti americani.

Questi nababbi hanno ancora pochi decenni davanti a sé. Fra vent’anni, almeno tre quarti dell’energia mondiale verranno ancora dal petrolio, dal carbone e dal gas naturale. L’infrastruttura energetica odierna ha impiegato anni a svilupparsi, e anche in presenza a cambiamenti tecnologici rivoluzionari il mix energetico sul breve termine potrà mutare solo marginalmente. E dunque, anche se l’Occidente smania per ridurre la sua dipendenza da strutture come l’Opec - perché non è bene dipendere da nessuno, perché il petrolio è sporco e uccide l’ambiente, perché la provvidenza ha pensato bene di segnalare le regioni più pericolose del mondo mettendoci le riserve di petrolio e perché il petrolio è una droga che corrompe lo spirito di molte delle nazioni che lo producono - questi Paesi avranno un potere considerevole nel prossimo futuro.
Ma anche nel momento in cui questi Stati raggiungono l’apoteosi del loro potere grazie al prezzo e alla scarsità di petrolio, il loro destino è segnato. Quando alla fine il picco dell’offerta sarà raggiunto il petrolio avrà imboccato una via senza ritorno, ed è probabile che il picco della domanda arrivi ancora prima. Bruciare petrolio ai ritmi attuali semplicemente non è una strada sostenibile, a meno di non vivere ben lontani dal mare o nell’estremo nord, o a meno di non avere una società che produce stivali da pesca a tuttacoscia.

E dunque gli stati petroliferi saranno ricchi e influenti e, paradossalmente, in declino. I più lungimiranti fra loro forse useranno il tempo che hanno a disposizione per pianificare, coprirsi le spalle. Ma la morte lenta dell’economia petrolifera condurrà indubbiamente a esplosioni di tensione, quando le pressioni sociali si tradurranno in fratture politiche e politici opportunisti cercheranno di preservare la ricchezza nazionale ricorrendo al vecchio e collaudato metodo di rubarla ai Paesi vicini.

Prevedere dove si verificheranno queste fratture è difficile. Ma non serve molta immaginazione per giungere alla conclusione che una Russia dipendente dalle esportazioni petrolifere ma alle prese con un calo della domanda, con l’assottigliamento delle riserve e con un disastro demografico senza precedenti si sentirebbe sminuita, e probabilmente diventerebbe un pericolo per i suoi vicini. Oppure pensiamo all’impatto che produrrebbe l’inevitabile declino del petrolio sulla lotta per la successione in Arabia Saudita, sempre che la struttura attuale non sia già crollata sotto il peso del malgoverno e del disinteresse verso la popolazione della famiglia regnante. Le potenze economiche con una condanna a morte geologica che incombe su di loro probabilmente diventeranno imprevedibili. In un modo o nell’altro, le loro sofferenze ricadranno anche su di noi.

3 - Effetti collaterali dell’imminente boom del nucleare
È semplicemente impossibile invertire gli effetti dei cambiamenti climatici senza incrementare in modo consistente il ricorso all’energia nucleare. Non solo è una fonte energetica praticamente a emissioni zero, scalabile e comparativamente efficiente, ma con appena una tonnellata di uranio si produce la stessa quantità di energia che si produce con circa 3.600 tonnellate di petrolio (più o meno 80mila barili). È una tecnologia molto più sofisticata e sperimentata di quasi tutte le altre alternative emergenti. Fatti che hanno già portato a una rinascita molto concreta dell’energia nucleare, concentrata nei paesi emergenti affamati di energia (quasi due terzi dei progetti annunciati sono relativi a paesi in via di sviluppo).

Sfortunatamente, l’energia nucleare si porta dietro anche rischi reali e percepiti. Se si guarda alla storia, i rischi di incidenti nelle centrali sono veramente minimi, ma incombono due problemi molto concreti: uno è come smaltire il combustibile esausto, un dilemma ancora oggetto di acceso dibattito fra gli ambientalisti. E un altro è come garantire la sicurezza del combustibile in ogni fase del suo ciclo vitale, specialmente in paesi emergenti a corto di liquidità, che spesso sorgono in aree flagellate dall’instabilità, dove operano organizzazioni terroristiche con ambizioni nucleari.

A ogni nuovo progetto le possibilità di una falla nella sicurezza aumentano. E il rischio che qualcuno usi il combustibile per produrre una bomba atomica non è l’unico incubo nucleare che dobbiamo fronteggiare. Le scorie radioattive potrebbero essere usate per realizzare una bomba “sporca”, con impatti devastanti. E forse il rischio maggiore per la sicurezza è quello di chi si gingilla con programmi nucleari a porte chiuse.

Robert Gallucci, l’esperto di armi nucleari, una volta mi ha detto che un catastrofico evento terroristico nucleare, considerando il costante incremento dei rischi, è “quasi certo”. Un evento del genere avrebbe vaste ripercussioni globali, negli ambiti più vari, dalle libertà civili al commercio. Immaginate, il giorno dopo il disastro, un’azienda che voglia provare a spedire via nave una merce in una qualunque parte del mondo. Per fare solo un esempio, oggi negli Stati Uniti solo il 5% dei container viene sottoposto a ispezione visiva. Le pressioni per estendere le ispezioni al 100% delle merci dopo l’incidente nucleare bloccherebbe probabilmente milioni di prodotti nei porti americani, facendo schizzare in alto i prezzi dei beni di consumo e facendo assottigliare le scorte.

Un nuovo trattato di non proliferazione nucleare è già in progettazione, ma anche se il presidente americano Barack Obama sta lavorando per realizzare il suo sogno di un mondo libero dalle armi nucleari, è già evidente che i rischi rappresentati dai vecchi arsenali nucleari nazionali impallidiscono di fronte a quelli legati a piccoli gruppi che sfruttano i punti deboli di un’infrastruttura nucleare mondiale sempre più complessa.
4 - Tensioni per l’acqua e anche peggio
Oggi sono un miliardo e cento milioni gli esseri umani che hanno difficoltà ad accedere all’acqua pulita, e le stime suggeriscono che nel giro di vent’anni i due terzi della popolazione terrestre vivranno in regioni sottoposte a stress idrico. È una banalità ormai dire che l’acqua diventerà “il nuovo petrolio”, come ha detto l’amministratore delegato della Dow Chemical Andrew Liveris, sia per il valore che acquisirà sia per i conflitti che provocherà.

Per ironia della sorte, la caccia alle energie alternative per sostituire il petrolio potrebbe aggravare enormemente il problema dell’acqua. Alcuni biocombustibili richiedono grandi quantità d’acqua, anche i più efficienti, quelli ricavati dalla canna da zucchero (a differenza del colosso dell’etanolo, il Brasile, con le sue abbondantissime precipitazioni, la maggior parte dei produttori di canna da zucchero deve irrigare i campi). Anche le varie tecnologie considerate essenziali per un impiego “pulito” del carbone sono avide di acqua, e le macchine elettriche ibride aumentano il consumo idrico perché sono alimentate ad elettricità e la maggior parte delle centrali elettriche usa l’acqua come liquido di raffreddamento.

Molti Paesi potrebbero cominciare ad affrontare il problema elaborando schemi per far pagare per l’uso dell’acqua, il modo migliore per gestire il problema. In alternativa, potrebbero costruire impianti nucleari di desalinizzazione, che rendano potabile l’acqua di mare. Come hanno scoperto i Paesi che hanno applicato queste tecnologie, come l’India, il Giappone e il Kazakistan, gli impianti di desalinizzazione sono terribilmente costosi, nell’ordine di centinaia di milioni di dollari a botta.

5 - Il grande gioco del litio
In Asia, in Europa e negli Stati Uniti, tutti si entusiasmano per l’auto elettrica, e giustamente: le macchine elettriche consentiranno una maggiore indipendenza dal petrolio e potrebbero contribuire enormemente a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Ma l’inconveniente più serio dell’auto elettrica è la batteria.

Si stanno prendendo in considerazione molte soluzioni, tra cui le batterie “ad aria”, che producono elettricità tramite una reazione diretta del litio con l’ossigeno. Per il momento, però, l’opzione più probabile è la batteria agli ioni di litio, il metodo usato per le macchine fotografiche, i computer e i cellulari. Le batterie agli ioni di litio garantiscono un maggiore stoccaggio e una vita più lunga rispetto ai vecchi modelli a idruro di nichel-metallo, e queste caratteristiche ne fanno la soluzione ideale per un veicolo di lunga percorrenza, con uno spazio limitato.

Tutto questo significa che probabilmente il litio, negli anni immediatamente a venire, diventerà una delle materie prime più importanti. Si dà il caso che circa i tre quarti delle riserve di litio conosciute siano concentrate nel cono meridionale dell’America Latina, per essere precisi nel deserto di Atacama, diviso fra due paesi, il Cile e la Bolivia. Oltre alle riserve di litio e alla lingua spagnola, l’unica altra cosa che queste due nazioni hanno in comune è un’animosità storica, cementata dalla guerra del Pacifico, alla fine del XIX secolo, quando il Cile riuscì a tagliare l’accesso al mare della Bolivia, un raggiro che dalle parti di La Paz ancora brucia.

La Cina e la Russia, che detengono anche loro riserve importanti, inevitabilmente finirebbero per approfittare di un conflitto in America Latina, che avrebbe anche l’effetto di dare una spinta alle batterie ricavate da materie prime meno efficienti, come quelle usate nelle batterie a idruro di nichel-metallo, oppure di incoraggiare altre tecnologie che usano sostanze diverse, con i loro lati negativi. E in ogni caso la possibilità di una corsa al litio nella regione ci ricorda che, a prescindere dalle tecnologie che si affermeranno, emergerà una domanda di quelle materie prime su cui tali tecnologie sono basate… e sappiamo bene dove porta tutto ciò.

Quelli illustrati sono solo pochi, piccoli squarci effimeri sui possibili scenari futuri, ma molte ramificazioni geopolitiche del passaggio all’energia verde sono già ora più che presenti. In India, parte del mondo delle imprese è sempre più in ansia vedendo cinesi e americani che si riuniscono in segreto e nemmeno tanto per cercare faticosamente di arrivare a un accordo sui cambiamenti climatici. Il Brasile ha idee molto diverse sulla direzione che dovrebbero prendere questi colloqui, perché vuole vedersi riconosciuto il ruolo di maggiore assorbitore di emissioni.

Anche la Russia ha una sua posizione specifica, quella di un fornitore di energia, e da quelle parti, come negli altri Paesi dal clima freddo, il riscaldamento globale potrebbe far crescere i proventi del turismo, potenziare la produzione agricola e produrre altri benefici economici.
Se aggiungiamo le tensioni legate alla diversità di idee riguardo al protezionismo verde, alla forma delle istituzioni internazionali rilevanti e alla concorrenza per le risorse, è abbastanza evidente che questo conflittuale dialogo sul clima trasformerà sempre di più il pianeta. E nessuno sa quali tecnologie nuove emergeranno dal dibattito teorico attualmente in corso.

David J. Rothkopf, blogger di Foreign Policy, è presidente e ad della Garten Rothkopf,
società di consulenza di Washington specializzata in rischi globali. Ha scritto il saggio «Superclass» (Mondadori 2008)
(Traduzione di Gaia Seller)

Cosmetici, sempre più test senza animali

Monday, August 31st, 2009

La Commissione europea e l’industria dei cosmetici nell’Ue sono unite nel sostenere le ricerche per ridurre il ricorso alla sperimentazione animale. L’impegno - che permetterà di mobilitare globalmente 50 milioni di euro - è stato presentato oggi a Roma, al settimo Congresso mondiale sulle alternative all’impiego degli animali nelle scienze della vita. Ciò significa che Bruxelles metterà a disposizione 25 milioni di euro e altrettanto farà l’Associazione europea dei cosmetici (Colipa) per progetti «in grado di costruire le basi scientifiche delle prove di innocuità future che saranno più rapide e meno costose dei test sugli animali».

SICUREZZA SENZA ANIMALI - Soddisfatti di questo nuovo tipo di cooperazione il commissario per la Scienza e la Ricerca, Janez Potocnik, e il vicepresidente Gunter Verheugen, secondo cui «questo dimostra la determinazione ad evitare l’impiego degli animali nella ricerca rafforzando nel contempo la sicurezza dei prodotti di consumo». La messa in comune di risorse con dei partner privati - hanno aggiunto i responsabili europei - è indispensabile per finanziare la ricerca di punta a lungo termine che consente di affrontare queste sfide».

«PRONTI ALLA RIDUZIONE» - Il direttore generale della Colipa, Bertil Heerink, ha tenuto a sottolineare che «da oltre 20 anni l’industria dei cosmetici è impegnata nella riduzione dell’impiego degli animali nelle prove di innocuità. La nostra industria - ha proseguito - accoglie con favore l’opportunità di contribuire al finanziamento di questa iniziativa». Il 30 luglio scorso è scattato l’invito, pubblicato dalla Commissione europea, a presentare proposte che si dovranno concentrare sulla »tossicità sistemica a dosi ripetute«. I progetti selezionati saranno finanziati fino al 100% dei costi.

Fonte: Corriere della Sera

RINNOVABILI, L’UE AIUTA LA REDAZIONE DEI PIANI

Monday, August 31st, 2009

Una decisione della Commissione ha definitivamente adottato un modello per i piani d’azione nazionali in materia di energie rinnovabili, come previsto dalla direttiva sulle fonti d’energia alternative. Il modello viene proposto agli Stati membri come format di riferimento utile all’elaborazione del piano d’azione nazionale e alla predisposizione e trasmissione della strategia scelta per raggiungere gli obiettivi in materia di energie rinnovabili entro il 2020.

Gli stati membri dovranno presentare alla Commissione il loro piano d’azione nazionale entro il 30 giugno 2010, definendo obiettivi vincolanti relativi alla quota di fonti d’energia rinnovabili in modo da stabilire regole chiare incrementando la fiducia degli investitori nelle tecnologie ecologiche basate sulle energie alternative e sostenibili. Il modello adottato dalla Commissione ha l’intento di aiutare gli Stati membri ad elaborare piani affidabili, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi europei: la direttiva infatti attribuisce a ciascun paese obiettivi nazionali vincolanti allo scopo di raggiungere una quota del 20% di fonti d’energia rinnovabili nel complessivo consumo d’energia dell’Europa entro il 2020. Gli Stati membri devono pertanto elaborare misure a lungo termine riguardanti le energie rinnovabili e formulare stime dettagliate sul contributo di queste fonti al consumo complessivo d’energia attraverso il rispettivo piano d’azione nazionale.

L’obiettivo del modello adottato non e’ solo quello di garantire la congruita’ dei piani d’azione nazionali, definendo l’entita’ del loro contributo all’azione europea, ma anche permettere raffronti per un approccio strategico. In conformita’ alla direttiva gli Stati membri sono tenuti a presentare una prima relazione entro il 31 dicembre 2011 e, successivamente, a scadenza biennale. Dal canto suo la Commissione deve presentare una prima relazione elaborata sulla base delle relazioni nazionali nel 2012 e poi ogni due anni. (ANSA).

Mangia “light”… e ingrassi di più

Monday, August 31st, 2009
cibi light non servono per mantenersi in linea
“Ah, no! Io ci tengo alla salute e alla linea. Mangio solo cibi “light”, con pochi grassi, poco o niente zucchero”… Quanti optano per questa scelta convinti che questo genere di alimenti possa aiutare a dimagrire o, quantomeno, favorire la possibilità di mantenere il peso ideale o non ingrassare di più? Molti. Infatti, il mercato dei cibi light è in continua crescita.Solo che, secondo gli esperti, molti di questi prodotti non servono o, peggio, non sono diversi da quelli “normali”, ritenuti “grassi” o ricchi di calorie. E, spesso, ci si ritrova a ingerire la stessa quantità di Kj (o chilocalorie) che avviene con gli alimenti “grassi”.
Ad andare controtendenza sono gli scienziati australiani, guidati dalla dr.ssa Chiara Evangelista, dell’Associazione Dietologi Australiani che affermano come il consumo eccessivo di cibi light quali, per esempio, biscotti e yogurt “magri”, birra a basso tenore di carboidrati faccia in realtà gonfiare la pancia. In più, quando questi alimenti siano poveri in calorie, possono scatenare attacchi di fame già dopo soli 10 minuti dalla loro assunzione, con il risultato di mangiare di più.
I ricercatori australiani, fanno altresì notare che recenti studi suggeriscono come le persone che consumano grandi quantità di cibi light, in realtà non pesino meno di coloro che mangiano alimenti normali. Questo, suggerisce la dr.ssa Evangelista, può avvenire perché a seguito dell’ingestione di bevande soft (o light) il corpo non riscontra una fluttuazione dei livelli di glucosio; per cui l’organismo non invia i segnali di sazietà. La conseguenza è il ripetere l’assunzione, ovvero mangiare o bere di più perché questi cibi o bevande fanno aumentare la “voglia” e la sensazione di avere ancora fame.
(lm&sdp)

Fonte: La Stampa

Caccia, frenata sulla nuova legge

Monday, August 31st, 2009
promotori della riforma dopo le polemiche: «Troppi emendamenti, ma si può trattare»
ANTONELLA MARIOTTI
TORINO
«Il testo non è blindato. Tutto si può discutere da qui al 15». Il senatore Franco Orsi (Pdl) ci ripensa, o meglio tenta una trattativa sul disegno di legge sulla caccia per il quale l’opposizione ha presentato 1500 emendamenti. «Questo è ostruzionismo», ribatte Orsi che comunque ci tiene a precisare che la norma sulla possibilità di dare un patentino ai sedicenni non farà più parte della proposta che porta il suo nome e che potrebbero essere eliminate anche norme sui cacciatori nei parchi e nelle aree protette, e quella sul prolungamento della stagione venatoria e quella che riguarda l’accesso, a pagamento, nelle aziende agricole per sparare anche dopo il tramonto.«Insomma elimina tutto quello che ha portato alle polemiche. Quindi che lasci la legge che c’è già. Perché cambiarla?». Questo il coro degli ambientalisti che avevano gridato allo scandalo quando il disegno di legge Orsi era stato presentato. Dal Wwf alla Lipu, passando per la Lav tutti si sono schierati contro la proposta Orsi. Tra gli altri la Lipu (lega di protezione degli uccelli) si schiera contro la preapertura della stagione venatoria: «Sparando in preapertura si condannano a morte gli uccelli che hanno appena terminato la nidificazione perché in questo periodo i migratori non sono ancora arrivati nel nostro Paese. I rischi sono particolarmente gravi in Basilicata, Molise, Puglia, Sicilia, Veneto, Campania e Friuli Venezia Giulia che hanno in calendario tra le cinque e le sei giornate di preapertura».

La polemica vera rimane quella sul ddl. «Stiamo cercando di trovare un punto di incontro - ribatte il senatore contestato - con l’opposizione e le associazioni» per salvare la sostanza ovvero «se dovessero sussistere condizioni scientificamente provate di animali in sviluppo o eccessiva quantità, la legge permetterebbe la possibilità di un aumento di prelievo, per quelle specie, come per esempio, per gli ungulati». Per le «piccole cose», che potevano «sembrare articoli provocatori - prosegue Orsi - la maggioranza non si farà impiccare: il testo non è blindato. Si potrebbero, invece, prendere in considerazione le proposte dell’opposizione: una decina».

Su alcune cose il senatore-sindaco di una cittadina ligure non vuole recedere: «L’idea della caccia non solo come attività ludico-venatoria ma anche di riequilibrio naturale. Bisogna, in sostanza, far fare alla caccia il suo mestiere che è quella del contenimento delle specie con il criterio del minimo impatto ecologico e del controllo faunistico». Il senatore del Pdl parla poi di quelli che sono ritenuti i punti controversi del testo di modifica: dal patentino per cacciare a 16 anni (verso la soppressione), alla possibilità di accedere nelle aree protette (che sarebbe consentito solo alle guardie o a cacciatori abilitati) o di cacciare nelle aziende agricole (pagando l’ingresso e prelevando le specie immesse) anche fino a un’ora dopo il tramonto. Con la legge di modifica, «i giorni di silenzio venatorio non ci sarebbero più per le specie in sovrappiù, per i piani di prelievo degli ungulati e per le specie invasive». Ma la situazione attuale, continua Orsi, è di «ostruzionismo con : sono stati presentati 1.500 emendamenti, tutto quello che si poteva presentare è stato presentato». E, poi, c’è il nodo delle Regioni che alla legge di modifica sull’attività venatoria devono dare un parere: «La posizione delle regioni è fondamentale, anche per disinnescare le contrapposizioni politiche, e poi se non condividono l’impianto per il Parlamento sarebbe improprio fare una legge per una necessità che non c’è».

Pratesi: “Per il turismo l’orso vale quanto un’opera d’arte”

Monday, August 31st, 2009
Se è vero che alcune persone hanno un animale totem, per Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf ed ex presidente del parco nazionale d’Abruzzo, questo è senz’altro l’orso. La sua conversione da cacciatore ad ecologista avvenne tanti anni fa in Turchia, proprio quando si trovò di fronte mamma orsa con tre cuccioli. Fu lì che abbandonò il fucile. E non sarà un caso se la rivista di natura per ragazzi che fondò 30 anni fa prese il nome di «L’Orsa».Pratesi, il turismo fa bene agli orsi?
«Semmai è il contrario: gli orsi fanno bene al turismo. Un bosco frequentato da questi plantigradi ha molto più fascino di un bosco vuoto e così gli orsi vengono rispettati in quanto portano ricchezza. Non tutti però lo fanno. Due anni fa alcuni esemplari furono vittime di bocconi avvelenati… Esistono purtroppo ancora delle frange di incultura e vandalismo che considerano gli orsi come dei competitori. Eppure averli in un Paese come il nostro, così densamente antropizzato, a due ore e mezza di auto da Roma è un vero miracolo. Consentire che si perda un orso o un lupo alla volta è come lasciar sfregiare un’opera d’arte, è un atto insano come picconare la Torre di Pisa».Il fatto che gli orsi siano diventati così confidenti è un buon segnale?
«Certamente. Convivono con noi in maniera armonica e non c’è nulla di innaturale. Hanno superato secoli di persecuzione egregiamente e quindi la vicinanza con l’uomo non crea loro più problemi».

Cosa bisognerebbe fare ancora per la tutela dell’orso?
«Innanzitutto bisogna ampliare le aree protette perché quanto più gli orsi spazio avranno a disposizione tanto più potranno espandersi. Bisogna anche che chi subisce danni per la loro azione, perché a volte succede anche questo, sia risarcito in tempi rapidi e certi. In questo modo aumenterà la disponibilità ad accoglierli sul proprio territorio».

Fonte: La Stampa

Influenza A, un caso grave a Monza. Le precauzioni dalla A alla Zeta

Monday, August 31st, 2009
Un uomo di 24 anni ricoverato per una sindrome da distress respiratorio, complicazione dell’infezione da H1N1. Ma non bisogna allarmarsi: la patologia è pericolosa come quella stagionale, solo che si diffonde più rapidamente. I sintomi, il 1500 per i viaggiatori, le scorte di antivirali, il vaccino. Ecco ciò che c’è da sapere per conoscerla e fronteggiarla

È curabile, aggressiva come una normale influenza, ma fa paura. Soprattutto in vista dell’autunno, quando il virus H1N1 si diffonderà insieme a quello della classica influenza stagionale. A Monza c’è il primo caso grave di paziente infetto dall’influenza: è un ragazzo di 24 anni di Parma. Curato originariamente per uno stato febbrile, l’influenza si è evoluta in una sindrome da distress respiratorio, una delle rare complicazioni di numerose infezioni virali. I medici che lo hanno in cura fanno sapere che è in leggero miglioramento, anche se le sue condizioni rimangono critiche.

“Era previsto - ha dichiarato Gianni Rezza, capo Dipartimento malattie infettive parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di Sanità - e con l’aumento della diffusione del virus dovremmo attendercene altri”. Ma non c’è da allarmarsi: “Sapevamo che questa influenza non era a rischio zero e lo dimostra la massima attenzioni con cui tutti ne stanno seguendo l’evoluzione. Il tasso di complicazioni è simile a quello di una qualsiasi influenza stagionale e quindi i casi gravi non saranno molti”.

Al momento, ad esclusione del caso di Monza, la situazione è sotto controllo: le scorte di antivirali ci sono, il vaccino arriverà entro l’autunno ed è attivo il numero verde del Ministero: 1500.

QUANTO È PERICOLOSA
“In termini di aggressività clinica è come una normale influenza - spiega a Kataweb Salute Gianni Rezza, capo Dipartimento malattie infettive parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di Sanità – la differenza sta nella velocità della diffusione e nel fatto che questa aumenta perché oggi non abbiamo gli anticorpi per difenderci. In pratica, a parità di pericolosità, si ammalano più persone e, quindi, è difficile evitare che si manifestino alcuni casi gravi, anche se la stragrande maggioranza saranno di gravità lieve o moderata”. Secondo le stime dell’Oms, nei prossimi mesi in Europa sarà colpita una persona su tre (leggi).

Tuttavia, non appena pronto, presumibilmente all’inizio dell’autunno, il vaccino sarà subito diffuso tra i soggetti a rischio (anziani, persone affette da patologie croniche respiratorie o cardiovascolari e diabete). Inoltre: “L’ipotesi che l’attuale variante del virus vada incontro a mutazioni che lo rendano maggiormente virulento - precisa Rezza - non si può del tutto escludere, ma sino ad ora non si sono manifestate mutazioni rilevanti”.

I SINTOMI, COME COMPORTARSI
“I sintomi della Nuova influenza A – continua Rezza – sono simili a quelli che caratterizzano le forme influenzali che circolano durante l’inverno: febbre sopra i 38 gradi, sonnolenza, malessere, perdita di appetito. A questi si possono associare anche raffreddore, mal di gola, nausea, vomito e diarrea. Ci possono anche essere dei peggioramenti di alcune patologie croniche”.
Tuttavia è bene chiarire che chi avverte questi sintomi non deve preoccuparsi eccessivamente: solo quando sono insistenti e gravi può rivolgersi al proprio medico che, proprio perché abituato a gestire i casi di influenza, saprà come comportarsi. E, secondo l’Oms, in molti casi possono bastare anti febbrili e anti infiammatori (leggi l’articolo).

GLI ANTIVIRALI, COME FUNZIONANO
Gli antivirali zanamivir e oseltamivir combattono i virus dell’influenza agendo sulle neuraminidasi, ovvero le proteine utilizzate dai virus per entrare nelle cellule dell’organismo ospite. Questi sono efficaci contro i virus influenzali, sia il ceppo A sia il ceppo B. E quindi anche quello della nuova influenza l’H1N1, che è di tipo A. 

“Gli antivirali – aggiunge Rezza – si possono acquistare solo su prescrizione medica ma sono farmaci di classe C, ovvero non sono rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale e, inoltre, sono molto costosi. Tuttavia il Ministero, durante l’emergenza, li distribuisce gratuitamente ai soggetti patologici che ne hanno bisogno. Adesso è inutile farne scorta: usarli senza motivo potrebbe procurare anche dei danni. Il rischio infatti è che insorgano virus resistenti al farmaco, rendendolo inutile qualora l’assunzione diventi davvero necessaria.

IL VACCINO, A CHE PUNTO SIAMO
Per l’autunno ci sarà l’autorizzazione a diffondere il vaccino. “Il siero vaccinale – assicura Rezza -  è già pronto e la sperimentazione è praticamente chiusa, ma per iniziare la distribuzione verso anziani e persone con patologie particolari (disturbi respiratori, cardiovascolari e diabete) è necessario l’ok definitivo dell’Emea (Agenzia europea per il farmaco) e dell’Aifa (Agenzia italiana per il farmaco).

IL NUMERO VERDE PER CHI VIAGGIA
Per chi viaggia c’è il “1500”. Chiamare non costa nulla, il servizio è gratuito ed è attivo tutti i giorni dalle ore 8 alle ore 20. Rispondono medici e operatori del Ministero, appositamente formati. Una voce chiederà all’utente di selezionare il servizio richiesto e di scegliere la linea: emergenza caldo oppure nuova influenza.

LE PRECAUZIONI PER CHI SI SPOSTA
Chi parte deve stare tranquillo e adottare misure di sicurezza che consentono di limitare il contagio. Prima di tutto è necessario essere consapevoli del fatto che il virus si trasmette per via aerea

Bisogna sempre preoccuparsi della cura dell’igiene, con particolare riguardo a quella delle mani, evitando di portarle agli occhi, al naso e alla bocca se non sono lavate; utilizzare fazzolettini a perdere, lavandosi le mani dopo l’uso; evitare di stare a stretto contatto (convivenza, colloquio di più ore a distanza ravvicinata) con una persona che presenti segni influenzali; evitare luoghi affollati. 

Chi invece è già affetto da particolari patologie (disturbi respiratori, cardiovascolari e diabete) deve scegliere attentamente la meta da raggiungere. Meglio valutare con il proprio medico di famiglia l’opportunità di effettuare o meno un viaggio in aree interessate dall’influenza AH1N1.

Fonte: Kataweb

Dal primo settembre addio alle lampadine da 100 watt

Monday, August 31st, 2009
Prima tappa verso l’eliminazione completa
BRUXELLES
Dal prossimo primo settembre spariranno dal commercio, in tutta l’Ue, le classiche lampadine da 100 watt, considerato troppo dispendiose in termini di energia. A sostituirle saranno le lampade di nuovo generazione, che consentono un risparmio di elettricità pari all’80%, mentre la vecchia lampadine a incandescenza trasforma in luce solo il 5% dell’elettricità consumata, mentre il resto si limita a produrre calore.Secondo la Commissione Europea, sostituendo le vecchie lampadine con le lampade a basso consumo ogni famiglia potrà risparmiare circa 50 euro l’anno per un totale compreso tra i 5 e i 10 miliardi l’anno a livello Ue. Secondo l’Ufficio europeo delle unioni dei consumatori, però, il risparmio annuo per ogni famiglia potrebbe essere ben maggiore, fino a 166 euro. A dire il vero, le nuove lampade costano di più all’acquisto, ma durano molto di più delle vecchie.

Dal primo settembre, l’industria del settore (che ha appoggiato la decisione europea e ha già adattato le linee di produzione e le strategie commerciali) non fornirà più ai punti vendita le lampade a incandescenza da 100 Watt e quelle smerigliate, di qualunque potenza. I consumatori potranno ancora acquistare i prodotti presenti sul mercato fino al loro esaurimento, poi dovranno comunque adattarsi alla luce più “fredda” delle fluorescenti, oppure convertirsi alle nuove alogene. Potranno anche, naturalmente, sostituire una vecchia lampadina da 60 watt con una fluorescente da 20 watt, che dà un’illuminazione equivalente a 100 watt a incandescenza.

Il provvedimento Ue, in realtà, non specifica la tecnologia da sostituire, ma impone il rispetto delle classi di efficienza energetica A, B e C, mentre le lampadine a incandescenza sono tutte classificate nella parte inferiore della scala, come D, E o F. La seconda fase della messa al bando progressiva scatterà nel 2010, sempre a settembre, quando cesseranno le forniture ai negozi di lampade inefficienti da 75W. Poi, a settembre del 2011, toccherà a quelle da 60W, e infine, un anno dopo, a tutte le altre (da 40, 25 e 15 Watt).

Dal settembre 2012, insomma, saranno immesse sul mercato solo lampade di efficienza energetica A, B o C, indipendentemente dalla loro potenza. Vi saranno alcune, limitatissime eccezioni: le lampadine da frigo, da freezer o da forno, quelle usate in neonatologia e quelle per le incubatrici negli allevamenti. La decisione comunitaria prevede poi un’ulteriore tappa nel 2016, quando l’immissione sul mercato cesserà anche per le lampadine di classe C.

Fonte: La Stampa

Girare il mondo gratis viaggiando in fattoria

Thursday, August 27th, 2009

n giro per l’Italia e in tutta Europa per partecipare alla vendemmia. O per raccogliere olive e arance. Ecoviaggi a costo zero nelle aziende agricole biologiche: lavoro in cambio di vitto e alloggio

Argomenti

vendemmia, ecoviaggi, fattoria

Gli acini più succosi, i grappoli più pesanti da raccogliere a mano scegliendoli uno a uno. Un viaggio tra i filari dell’< strong>Italia a costo zero, per scoprire la Sicilia e la Toscana, il Piemonte e la Campania attraverso uve e fattorie. Non tutte però, solo quelle biologiche e aperte all’accoglienza.

Un’esperienza da continuare in Francia tra i vitigni dello champagne o in Spagna, appena in tempo per la raccolta delle olive nelle zone più montagnose. E perché fermarsi?

Il viaggio può continuare di fattoria in fattoria, di Paese in Paese fino a completare il giro del mondo senza spendere un euro (o quasi). Le uniche richieste sono voglia di lavorare, spirito di adattamento e amore per la terra. E chi non ha tempo per attraversare i continenti può sempre ritagliarsi un weekend o una settimana all’aria aperta.

Non è un viaggio impossibile, bastano pochi clic per organizzarsi ed entrare così a far parte del World-Wide Opportunities on Organic Farms, organizzazione che mette in contatto le fattorie biologiche con i nuovi eco-viaggiatori, giovani (e non solo) che offrono il proprio aiuto in cambio di vitto e alloggio.

Unica avvertenza: non si tratta di una vacanza, ma di un viaggio nel senso più vero del termine, un modo per conoscere persone, stili di vita e di lavoro differenti dal proprio, un’opportunità che costa molta fatica perché essere ospitati in una fattoria significa condividere la quotidianità di chi ti accoglie, piegare la schiena sui campi, svegliarti all’alba, accudire gli animali…

Una faticaccia, insomma, ma ricompensata da un’esperienza unica. L’i dea venne nel 1971 a Sue Coppard, una signora londinese che stanca della città scelse di passare i suoi weekend in campagna, lavorando nelle aziende che le parevano più rispettose dell’ambiente.

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Da allora un numero crescente di fattorie e comunità rurali ha offerto alloggio e cibo in cambio di lavoro. Non solo in Inghilterra, ma in tutta Europa, in America Latina e in Africa, in Australia e in Asia. Vi sono, dove non esistono reti nazionale di wwoof, singole aziende che propongono identici scambi. Le regole cambiano a seconda dei luoghi e di chi ospita.

In Italia, iscrivendosi all’associazione, si ha copertura assicurativa in caso d’incidenti e l’elenco completo di chi offre un tetto, accanto alla descrizione del tipo di attività svolta, del lavoro richiesto, del periodo migliore e anche della durata del soggiorno: alcuni accettano viaggiatori di passaggio, altri richiedono una permanenza di qualche settimana.

C’è chi si occupa di apicoltura e coinvolge i wwofers (si chiama così chi aderisce alla rete) nel nomadismo per lo spostamento degli alveari, chi ha frutteti biologici, chi pascola pecore e mucche allo stato semibrado e chi alleva cavalli, chi ha bisogno di aiuto nella raccolta delle nocciole e chi per la fienagione, chi valorizza vecchie varietà vegetali e animali e chi insegna il mestiere di mulattiere, chi serve solo pasti vegetariani e chi sta ristrutturando, ovviamente con la bioedilizia, la propria cascina.

Tra le offerte – sono tantissime – c’è anche chi accanto al lavoro richiede il silenzio come accade in provincia di Livorno: “E’ necessario – si legge nell’autopresentazione – essere disposti a seguire un ritmo di vita nella solitudine e di carattere eremitico, in un clima di silenzio e preghiera, secondo la fede di ognuno”.

Altri, come accade nella valle del fiume Sineto (Catania) chiedono aiuto anche per ristrutturare antichi edifici e per raggiungere l’autosufficienza economica della comunità: “Sono benvenuti creativi, artisti e meditatori”. (26 agosto 2009)

Alberi artificiali per salvare l’ambiente

Thursday, August 27th, 2009

Geo-ingegneria come soluzione indispensabile ai problemi del riscaldamento atmosferico: è quello che sostengono i ricercatori dell’Institution of Mechanical Engineers nel report Geo-Engineering, in cui si trova un’idea decisamente originale che potrebbe essere realizzata entro vent’anni.

ALBERI ANTI-CO2 – Si tratta di un folto esercito di 100 mila alberi artificiali che, grazie a un filtro, sarebbero in grado di trattenere le emissioni di anidride carbonica (responsabili come è noto del surriscaldamento del pianeta) con un’efficienza elevatissima. Come spiega Tim Fox, a capo del team di ricerca, gli alberi sarebbero già in fase avanzata di progettazione: sono grandi come container da trasporto, ciascuno potrebbe assorbire circa una tonnellata di CO2 quotidiana e, prodotti in serie, costerebbero circa 20 mila dollari l’uno.


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OBIETTIVI PRINCIPALI – Gli alberi che catturano CO2 sono solo una parte delle iniziative presentate dagli scienziati dell’Institution of Mechanical Engineers. Le finalità perseguite per salvare la Terra dall’effetto serra sono infatti essenzialmente due: raffreddare il pianeta e ridurre le emissioni, e su questi fronti esistono anche altri progetti in fase di sviluppo. Uno prevede l’adozione di contenitori di alghe capaci di ridurre l’anidride carbonica durante la fotosintesi, un altro l’installazione di specchi sui tetti degli edifici in modo da respingere il calore..

Emanuela Di Pasqua

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