Archive for July 25th, 2009

Ripensare l’auto per uscire dalla crisi

Saturday, July 25th, 2009

Ripensare l’industria dell’auto. Non solo per superare la crisi economica che la sta affliggendo e che potrebbe non farla sopravvivere nel lungo corso , ma anche per lasciarsi alle spalle un modello di consumo non più sostenibile, sia in termini di denaro che d’impatto ambientale.
Secondo una relazione del Cefriel, il Centro di Innovazione, Formazione e Ricerca del Politecnico di Milano, la crisi del settore automotive non patisce solo gli effetti dell’attuale recessione ma paga lo scotto di cause strutturali più profonde e antecedenti.
Sotto il profilo della sostenibilità, l’ambito dei trasporti e in particolare quello dell’auto, così com’è si prospetta come un caso disperato, un malato che con ogni possibilità non riuscirà a camminare ancora sulle sue gambe in futuro. Basta dare un’occhiata ai dati forniti dall’Unione Europea: i trasporti assorbono circa un terzo dell’energia totale consumata a livello comunitario e i consumi confermano una proiezione in crescita.

L’82 per cento del consumo energetico del settore è dovuto a trasporto su gomma, il 45 per cento alle sole auto private. L’universo su ruote è infaustamente legato al petrolio. Una dipendenza rischiosa, che rende il settore succube delle instabili condizioni politiche dei paesi approvvigionatori di greggio. Senza contare poi un aspetto tanto inviso agli ottimisti del consumo sfrenato: volenti o nolenti, il petrolio è una risorsa naturale limitata. Cosa accadrà quando la Cina e l’India arriveranno al medesimo tasso di penetrazione dell’auto degli Stati Uniti o dell’Europa e ci ritroveremo con oltre due miliardi di auto in più in circolazione? Alcuni hanno calcolato che solo per posteggiarle tutte occorrerebbe creare un parcheggio grande come il Belgio. Una situazione che ridurrà al lumicino e spremerà fino all’ultima goccia le esigue risorse di oro nero e che, a livello ambientale, immetterà nell’aria una quantità spropositata di idrocarburi , tra le principali responsabili dell’inquinamento atmosferico, delle malattie alle vie respiratorie e della concentrazione di gas serra nell’atmosfera.

La via d’uscita: nuovi modelli produttivi
Non tutto però sembra perduto. Quanto si auspicano gli esperti del settore per uscire fuori da una situazione che sembra irrimediabilmente compromessa è infatti un cambio radicale di prospettiva, con una visione del futuro aperta a soluzioni innovative. Una via nuova che sarebbe sostenuta economicamente proprio da quei due miliardi di auto in più, che ne garantirebbero una crescita economica costante nel tempo.

Sino ad oggi l’industria automobilistica e l’intero settori dei trasporti sembra aver temporeggiato, come se la condizione attuale sia solo contingente e basti attendere per poter riproporre anche domani il medesimo modello di business trito e ritrito. Alcuni interventi come l’auto ibrida alla prova dei fatti non risolvono una crisi che affonda le sue radici nella struttura del modello produttivo stesso. Migliorare non basta più, occorre cambiare.

Al momento gli occhi sono puntati sull’auto elettrica. Intanto in Giappone, dove è certamente più diffusa che nel Vecchio Continente (la sola Toyota ha ordini per 200mila nuove Prius), si sta già ripensando all’auto ibrida. L’ibrido, infatti, non è privo di difetti. Uno tra tutti l’assenza totale o quasi di rumore quando è in moto l’elettrico. Nelle metropoli, la silenziosità è un rischio per i pedoni. E il governo nipponico ha composto un panel di esperti che, in accordo con Honda e Toyota, studi il problema ed arrivi ad escogitare un sistema acustico di allerta.

Uno step oltre le ibride è il progetto dei Plug-in Hybrid Electric Vehicles, veicoli elettrici e ricaricabili dalla comune presa della corrente, che necessitano però di una rete elettrica di nuova concezione, detta Smart Grid, che rappresenta la vera novità: la rete elettrica sostituirebbe l’infrastruttura di distribuzione dei carburanti, con il vantaggio di essere già capillarmente diffusa. Ma per far questo, la rete stessa deve evolvere e diventare “intelligente”, deve cioè essere in grado di controllare e gestire la ricarica di milioni di auto private in modo da evitare sbilanciamenti potenzialmente catastrofici come, per esempio, una richiesta ingente e simultanea di ricarica che rischierebbe di farla saltare.

Per funzionare a dovere la Smart Grid avrebbe dunque bisogno di ‘appoggiarsi’ ad auto in grado d’interagire con la rete stessa e porla nelle condizioni di determinare chi e in che termini ha diritto alla ricarica, riuscendo in tal modo a dosare l’erogazione energetica.
Lo stesso modello di business dovrebbe trasformarsi: l’auto potrebbe essere fornita a prezzi quasi simbolici e l’utente pagherebbe solo le miglia effettivamente percorse attraverso la bolletta elettrica. Ciò consentirebbe di abbattere l’investimento iniziale per l’acquisto di un’auto nuova e incentiverebbe il ricambio del parco circolante.

Una proposta senz’altro interessante che però non risolve il problema alla base: l’uso del petrolio. Con un sistema del genere, il pianeta tirerebbe un respiro di sollievo almeno per quanto riguarda l’immissione di idrocarburi nei centri urbani, ma difficilmente sei miliardi di auto in circolazione potrebbero non portare la situazione al collasso su tutti gli altri versanti. In più: l’energia necessita ad oggi prevalentemente del liquido oleoso per essere prodotta.
Dunque prima di tutto necessitiamo di nuove fonti energetiche alternative al petrolio.
Se ne deduce che nel tempo non è solo l’industria dell’auto e l’intero mondo dei trasporti a dover rivedere se stesso ma anche il sistema globale – politico, sociale, economico, tecnologico – deve sedersi a tavolino e ribaltare radicalmente usi e costumi. Il futuro c’impone ormai senza deroghe che la regola ‘una persona, un’auto’ non è più sostenibile.

Fonte: Il Sole 24 ORE

Check up alle montagne con la “Carovana delle Alpi”

Saturday, July 25th, 2009
Assegnate 7 bandiere nere e 10 verdi
MILANO
Parte l’ottava edizione della “Carovana delle Alpi”, la campagna di Legambiente che ogni anno effettua il «check up» dell’ambiente alpino: anche quest’anno Legambiente percorrerà le Alpi per denunciare le aggressioni al delicato equilibrio degli ecosistemi montani, ma anche alla ricerca di progetti di tutela e salvaguardia della più grande catena montuosa d’Europa.Nel territorio alpino italiano vivono oltre 4 milioni di abitanti, in un ambiente costellato da migliaia di centri abitati, molti dei quali saranno “tappe” di appuntamenti della Carovana delle Alpi, occasioni di incontro per sollecitare i cittadini e i turisti, ma anche le forze economiche e le istituzioni a rendersi protagoniste della sfida della qualità ambientale.

La campagna si avvia denunciando il grave ritardo dell’Italia nell’attuazione della Convenzione Internazionale per la Protezione delle Alpi, il trattato che in tutti i Paesi confinanti è già nella fase di attuazione e di cui invece il nostro Parlamento, a dieci anni dalla approvazione della legge 403/1999, non ha ancora provveduto alla ratifica dei Protocolli. Segnali positivi arrivano dal Senato, dove il relativo progetto di legge è stato approvato nei mesi scorsi.

Tra le 7 segnalazioni legate alle “bandiere nere” di quest’anno ritorna il tema delle speculazioni d’alta quota: dai comprensori sciistici nelle Alpi Orobie alle villettopoli della Valmalenco, dalla deregulation dell’edilizia turistica in Val D’Aosta ai villaggi alpini in Carnia, e infine ai resort sulla Marmolada, la regina di quelle Dolomiti da quest’anno iscritte al Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Nonostante il rallentamento dovuto alla crisi, il ciclo del cemento continua ad alimentare progetti di valorizzazione turistica il cui obiettivo è solo quello di creare nuove volumetrie e aumentare quelle esistenti.

Quella delle seconde case è una piaga ambientale, che alimenta malessere nelle comunità che ne sono afflitte e degrado dei paesaggi. Legambiente sta lavorando alla redazione di un dossier, per fare il punto della situazione nelle località turistiche dell’intero arco alpino.

Tra le 10 “bandiere verdi” spiccano quelle relative alla gestione dei corsi d’acqua alpini, imbrigliati da mille dighe e derivazioni, su cui da anni sono in corso conflitti tra gli interessi delle popolazioni e quanti chiedono concessioni per realizzare opere di presa che lasciano in secca intere aste di torrenti e ruscelli.

Casi positivi sono quelli della Provincia di Trento, sempre attenta al tema delle acque, che ha introdotto misure rigorose e verificabili per il rispetto dei deflussi da garantire a valle delle opere di presa, e quello della provincia di Sondrio, che nei giorni scorsi ha ottenuto un risultato “storico” in una vertenza che ha visto comitati e associazioni ambientaliste mobilitate per ottenere nuove regole che impedissero l’assalto predatorio ai corsi d’acqua: l’approvazione di un piano territoriale e di regole, a salvaguardia dall’Autorità di Bacino del fiume Po.

Fonte : La Stampa

Allarme mare monstrum

Saturday, July 25th, 2009

Coste sommerse. Acque calde. E milioni di persone costrette a trasferirsi. I ricercatori ne sono certi: il futuro del Mediterraneo è pieno di rischi

 

Pensate al Delta del Nilo così com’è oggi: terreni fertili, località turistiche, città ricche di storia e tradizioni. E ora sforzatevi di immaginare come sarà alla fine del secolo se, come si stima, il mare si sarà alzato di un metro: un acquitrino immenso. Niente colture, nessun villaggio, zero turisti.

Non è un esercizio mentale fantasioso ma la previsione elaborata dalla Banca mondiale per questa zona del Mediterraneo, se il cambiamento climatico non venisse fermato. Secondo lo studio l’innalzamento di un metro colpirebbe circa sei milioni di persone, che sarebbero obbligate a trasferirsi altrove, e renderebbe inutilizzabile il 10 per cento delle terre. A correre questo rischio gli abitanti del Delta del Nilo non sono soli: le caratteristiche geomorfologiche del Mar Mediterraneo, infatti, sembrano poter accentuare gli effetti del riscaldamento globale.

GUARDA: LA MAPPA DELLE COSTE

Sulla lista rossa ci sono, per esempio, le isole di Kerkean, Kneis e Djerba nel Golfo di Gabes in Tunisia: le loro coste sono già erose e l’innalzamento del mare le sommergerà. Un danno non indifferente anche dal punto di vista economico: il turismo di Djerba vale il 24 per cento dell’economia turistica tunisina. E anche se il mare le risparmiasse, l’inquinamento sta già sconvolgendo l’habitat che le ha sempre caratterizzate: le specie native di pesci e di alghe stanno scomparendo. Se ci spostiamo a nord, sulle coste spagnole, troviamo problemi simili: il delta del fiume Ebro, nel Golfo di Valencia, è a rischio inondazione, con le acque salate che minacciano quelle dolci, con conseguenze gravi sull’agricoltura e sulle riserve di acqua potabile.

Immaginare un innalzamento di un metro era fino a pochi anni fa impossibile, ma le ultime previsioni, pubblicate da un gruppo di ricerca coordinato dal Centro nazionale di oceanografia di Southampton (Nocs) alla fine di giugno su ‘Nature Geosciences’, stimano un innalzamento addirittura di 25 metri nei prossimi due millenni. Oltre tre volte più di quanto calcolato dall’International Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Così, ragionando sui prossimi 100 anni, sempre più esperti sono convinti che un metro sia ciò che ci si deve aspettare. Ma cosa succederebbe in Italia se il mare si alzasse così tanto? “Secondo i dati dei mareografi, il Mediterraneo è salito meno degli altri oceani: circa 11 centimetri negli ultimi cento anni, rispetto a una media di 18 centimetri”, spiega Fabrizio Antonioli, paleoclimatologo dell’Enea. “Ma non è detto che questo sia un dato positivo sul lungo termine”. Per immaginarci cosa succederà alla fine del secolo sulle coste italiane dobbiamo considerare, infatti, anche i movimenti tettonici a cui è soggetta tutta la penisola. Risultato: secondo le stime dell’Enea, potremmo perdere più di 4.500 chilometri quadrati di costa e 33 delle località che oggi siamo abituati a pensare come possibili luoghi di villeggiatura estiva potrebbero essere solo ricordi da cartolina. Qualche esempio: dalla piana della Versilia al delta del Po, dalla piana del Sele, in provincia di Salerno, alla costa di Oristano in Sardegna.

Il futuro del Mediterraneo preoccupa molto i climatologi che alle conseguenze del riscaldamento globale su questo delicato ecosistema stanno dedicando sempre più attenzioni. Ne è un esempio l’ultimo rapporto dell’Institut du développement durable et des relations internationales (Iddri) di Parigi, dal titolo ‘The future of the Mediterranean. From impacts of climate change to adaptation issues’. Che lancia un avvertimento: nel 2075 chi farà il bagno lungo le coste mediterranee potrà contare su un’acqua fra i 2 e i 4 gradi centigradi più calda di oggi. In particolare, il Mar Adriatico e l’Egeo saranno quelli più caldi, mentre il bacino levantino avrà le acque più fresche. Il riscaldamento potrebbe portare alla creazione di grandi differenze di temperatura fra acque superficiali e di profondità, generando così un fenomeno di anossia: “Verrebbe meno il rimescolamento delle masse d’acqua, causando una mancanza di ossigeno su tutta la colonna”, spiega Piero Lionello dell’Università del Salento, a capo della linea di ricerca sugli eventi estremi di Circe (Climate Change and Impact Research: the Mediterranean Environment), progetto europeo che studia l’impatto del cambiamento climatico sul Mediterraneo. Un evento che metterebbe a serio rischio la sopravvivenza delle specie vegetali e animali che popolano il Mediterraneo. D’altronde già oggi è possibile scorgere i segni del cambiamento in atto: meduse che amano climi particolarmente caldi sono arrivate dai tropici e anche il velenoso pesce palla sembra ormai essere perfettamente a suo agio nel Mediterraneo. Oltre all’invasione di specie, l’innalzamento delle temperature ha già portato, e lo farà sempre in misura maggiore, a una migrazione di pesci e molluschi che dalle acque del Nord Africa si sposteranno più a nord alla ricerca di un ambiente fresco. Finché sarà possibile.

Insomma, i paesi che si affacciano sul Mare Nostrum potrebbero davvero soffrire più degli altri del cambiamento climatico. Un esempio su tutti: le previsioni parlano di un innalzamento della temperatura dell’aria su scala globale che varia, a seconda del modello statistico usato, da più 1,1 C a più 6,4 C entro la fine del XXI secolo. Sul Mediterraneo questo aumento sarà superiore, da più 2 C a più 6,5 C. E se c’è qualcuno che pensa che in fondo si tratti di poca cosa, sarà bene ricordare che dalla temperatura media dell’ultima era glaciale ci separano al momento solo 5 C. A livello globale bastano davvero pochi gradi per cambiare la faccia del pianeta.

Ma c’è anche chi è convinto che non si dovrà aspettare la fine del secolo per vedere i grandi cambiamenti, perché allo stravolgimento del clima mancano solo pochi anni. Secondo alcuni ricercatori, già a partire dal 2030 si raggiungeranno quei fatidici 2 C in più della temperatura media dell’atmosfera che l’Ipcc ha decretato come limite oltre il quale deve scattare l’allarme. E a nulla varranno quindi i buoni propositi, appena sanciti dal G8 dell’Aquila, di non superare quel tetto entro il 2050. In particolare, un team internazionale di ricercatori, a cui ha partecipato anche Marco Bindi dell’Università di Firenze, ha puntato la sua attenzione proprio sul Mare Nostrum e ha calcolato che fra 20 anni avremo 30 giorni di più all’anno con una temperatura sopra i 25 C e 15 notti in più con il termometro che non scenderà sotto i 20 C. Lo studio, pubblicato sulla rivista ‘Global and Planetary Change’, descrive quindi il nostro prossimo futuro: ondate di calore più frequenti d’estate e autunni e inverni più piovosi e nevosi.

La catena di causa-effetto, infatti, parte dal riscaldamento dell’aria, passa per la temperatura della superficie dei mari, e arriva alla formazione di depressioni e anticicloni. Qualche grado di più o di meno, quindi, si trasforma anche in maggiori o minori precipitazioni. “I modelli dicono che andremo incontro a una diminuzione delle precipitazioni sul Mediterraneo”, spiega Alexandre Magnan, uno dei ricercatori che ha lavorato al rapporto dell’Iddri. “Le ripercussioni le patiranno soprattutto le comunità meno sviluppate, perché l’accesso all’acqua potabile sarà sempre più difficile, ma ci saranno anche dei problemi per l’agricoltura”. Una situazione che porterà a una diminuzione anche delle tempeste: “Con lo spostamento verso nord delle fasce normalmente percorse dai cicloni diminuirà la loro intensità e frequenza”, spiega Lionello. La zona tropicale si allargherà verso nord e le perturbazioni atlantiche cambieranno percorso, così gli inverni diventeranno più piovosi che nevosi. E c’è anche chi, ma si tratta di un solo studio isolato, prevede che in futuro il clima del Mediterraneo si trasformerà tanto da favorire la formazione di uragani.

Ecco allora in vero problema: il Mediterraneo si trova oggi al confine fra le zone tropicali e quelle miti, con inverni in media piuttosto rigidi ed estati calde. Se questo confine però si spostasse di 500 chilometri, allora le cose cambierebbero radicalmente ma solo per le popolazioni che si affacciano su questo grande specchio di mare. Per il pianeta potrebbe anche non rappresentare un grande cambiamento ma per noi vorrebbe dire ritrovarsi a vivere ai tropici.

ha collaborato Caterina Visco

Fonte: L’espresso

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