Archive for March 17th, 2009

Coltivare un orto per vivere di più. Una nuova conferma

Tuesday, March 17th, 2009
Una nuova ricerca conferma quanto pubblicato su La Stampa.it qualche settimana fa (questo l’articolo).
È uno studio durato ben 35 anni, condotto dall’Universita’ di Uppsala in Svezia, i cui risultati sono stati pubblicati sul British Medical Journal di marzo.
Ce ne dà notizia la Coldiretti che dichiara “Secondo i ricercatori chi fa giardinaggio o un’attività sportiva di modesta intensità guadagna circa un anno di vita rispetto chi rimane inattivo, ma chi raggiunge livelli di attività più intensa può guadagnare oltre due anni, anche se l’impegno deve durare almeno dieci anni prima di vedere un effetto statisticamente significativo”.
Sono circa 4 su 10 gli italiani che si dedicano alla cura dell’orto e del giardino, sempre secondi i dati della Coldiretti, e questo 37% di persone ha buone possibilità di mantenersi meglio in forma e salute.
A livello nazionale il fenomeno è meno ampio nel mezzogiorno – sottolinea Coldiretti - ma molto diffuso al Nord e in regioni come Veneto, Valle d’Aosta, e Friuli Venezia Giulia dove interessa oltre il 50% della popolazione. Al Sud, invece, si scende su valori inferiori al 25%.
Un’intelligente attività antistress che coinvolge sia uomini che donne e che, proprio in questi tempi di recessione, si rivela anche un buon modo per risparmiare.
Sempre secondo la Coldiretti, questa è un’opportunità fruibile non solo per chi dispone di orti o giardini, ma anche per chi ha a disposizione semplici terrazzi grazie all’offerta di piante di varietà adatte alla coltivazione in vaso. Ecco, quindi, la possibilità di coltivare a casa non solo fiori e aromatiche, ma anche peperoni, cetrioli, melanzane, peperoncini piccanti dalle mille forme, pomodori, fagiolini e ogni tipo di ortaggio capace di crescere in vaso, conclude la Coldiretti.
Prendersi cura di orto e giardino, dunque, fa bene e le conferme ormai arrivano sempre da più parti.
(Luigi Mondo e Stefania Del Principe)

Fonte : La Stampa

Il giallo dei piatti di plastica l’esperto chiarisce il mistero

Tuesday, March 17th, 2009

Tante domande, tanti dubbi. Dopo il tema della sostenibilità dei consumi affrontato il mese scorso (vedi le risposte 1 - 2 - 3 - 4), anche il risparmio energetico all’interno delle mura domestiche e la corretta gestione dei rifiuti ha scatenato una valanga di quesiti da parte dei nostri lettori. Persino un gesto banale e quotidiano come gettare qualcosa nella pattumiera nasconde in realtà aspetti e implicazioni che ci rimangono spesso oscure. In molti hanno chiesto delucidazioni in particolare sul perché piatti, posate e bicchieri di plastica sono quasi sempre esclusi dalla raccolta differenziata. Ecco le risposte dell’esperto del Wwf Massimiliano Varriale. Potete comunque continuare a spedire ancora i vostri quesiti su risparmio energetico in casa e gestione dei rifiuti spedendoli via posta elettronica all’indirizzo v.gualerzi@repubblica.it


Come mai in alcune città le stoviglie di plastica possono essere riciclate mentre in altre questi prodotti vengono destinati alla raccolta indifferenziata.
Ugo Rubinelli

La normativa europea e italiana prevede l’obbligatorietà del riciclaggio per i soli imballaggi (intesi come prodotti destinati a contenere e proteggere specifiche merci) per i quali i produttori (e gli utilizzatori) sono, infatti, chiamati a pagare il contributo ambientale Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi) che, tra l’altro, serve a sostenere le pratiche di riciclaggio. Per piatti e bicchieri di plastica il contributo Conai non è richiesto e la stessa normativa non li considera imballaggi, alla luce di ciò solitamente i Comuni non provvedono a riciclare detti materiali. Questo non significa che tutte le municipalità si comportino nello stesso modo, ma non è neanche detto che poi piatti e bicchieri di plastica, conferiti nelle campane dalla raccolta muliltimateriale, siano effettivamente recuperati come materie seconde: è infatti assai più facile che finiscano in un impianto per la produzione di CDR (combustibile da rifiuti) che verrà poi bruciato in qualche inceneritore.

Sicuramente la cosa migliore da fare, per ridurre l’impatto ambientale, è evitare il più possibile l’utilizzo di prodotti “usa e getta”, soprattutto se in materiali plastici che sono derivati dal petrolio, che necessitano di grandi quantità di energia per essere realizzati e, solitamente, hanno cicli produttivi estremamente inquinanti. Peraltro impiegare materie plastiche per realizzare prodotti “usa e getta”, equivale a trasformarne il loro principale pregio (la grande capacità di resistere nel tempo) in un grave difetto: la non biodegradabilità! Le plastiche dovrebbero quindi essere usate per realizzare manufatti e materiali destinati a durare.

Se proprio si è costretti a ricorrere all’impiego di stoviglie usa e getta si potranno orientare le nostre scelte su prodotti a più basso impatto, come le bioplastiche quali, ad esempio, il Materbi o il Pla, ottenuti a partire da materie prime vegetali. Questi prodotti essendo biodegradabili tramite compostaggio possono, una volta usati, essere smaltiti insieme ai rifiuti organici. Anche nel caso delle bioplastiche, pur essendo caratterizzate da un impatto ambientale complessivamente inferiore, rispetto a quelle derivate dal petrolio, vale la regola generale di farne il minor consumo possibile: l’usa e getta, a prescindere dal tipo di materiale, non è solitamente una buona pratica dal punto di vista ambientale in quanto rappresenta sempre uno spreco di materia ed energia.

Oltre a questioni normative (vedi “decreto Ronchi”), non vedo altri motivi per cui sia vietato inserire i bicchieri di plastica (o similari) all’interno dell riciclo della plastica. Molte volte sono perfino composti di plastica più pura che altri contenitori es: vasetti di youghurt. Inoltre, è così importante la pulizia di contenitori di plastica al fine del loro riciclo?
Alessandro

Sono molte le persone che si pongono queste domande a dimostrazione che il tema è piuttosto sentito. Proviamo quindi a fare chiarezza in un argomento reso complesso dall’inquadramento normativo… Effettivamente i bicchieri (così come i piatti e le posate) di plastica non possono essere comunemente riciclati perché la normativa non li include tra gli imballaggi (intesi come prodotti destinati a contenere e proteggere specifiche merci). Non è quindi un problema di composizione polimerica: se andiamo, infatti, a vedere quali plastiche sono impiegate per realizzare i bicchieri, ci rendiamo conto che si tratta delle stesse impiegate per produrre molti di quegli imballaggi, così detti riciclabili.

La vigente normativa prevede una “responsabilità condivisa” tra i produttori d’imballaggi (siano essi di plastica, carta, cartone, vetro, alluminio, altri metalli) e le pubbliche amministrazioni. Queste ultime hanno il compito di raccogliere (tramite società pubblico-private ed ex municipalizzate) gli imballaggi presso le utenze domestiche (ma anche uffici e piccoli esercizi commerciali), mentre i produttori d’imballaggi, avvalendosi di specifici consorzi di filiera nazionali (per le materie plastiche il consorzio è il Corepla), s’impegnano a ritirarli dai grandi esercizi commerciali e dalle aziende.

I consorzi versano un corrispettivo economico ai Comuni per coprire i costi aggiuntivi della raccolta differenziata. Tutte queste operazioni dovrebbero avere lo scopo di avviare gli imballaggi al riciclo e quindi, prioritariamente, al recupero di materia. In considerazione di quanto appena detto è pertanto chiaro come il limite nelle possibilità di riciclaggio di piatti e bicchieri non è tanto di natura tecnica, ma normativa. Se un problema tecnico esiste nel recupero delle materie plastiche in generale, questo è insito nell’eccessiva eterogeneità dei polimeri impiegati per produrre i diversi contenitori e imballaggi, ma questa è un’altra storia…

Per quanto riguarda la necessità di pulire i contenitori di plastica “al fine del loro riciclo”, solitamente può considerarsi sufficiente un brevissimo risciacquo. In realtà la cosa è un poco più complessa e delicata, giacché sarebbe importante sapere cosa era contenuto nel contenitore: ad esempio nel caso di contenitori con sostanze tossiche (disinfettanti, diserbanti, topicidi, ecc.) contrassegnati dalla sigla “T”, o quelli con alcune sostanze infiammabili (trielina e altri smacchiatori, antitarlo, solventi, ecc.) indicati con la sigla “F”, il risciacquo o lavaggio non va assolutamente fatto (per ovvi motivi…) e questi stessi contenitori non dovrebbero essere smaltiti insieme agli altri imballaggi plastici.

Molte campagne sul risparmio energetico consigliano di staccare i dispositivi domestici dalla spina per risparmiare energia. Vorrei conoscere la sua opinione sul consumo dei diversi elettrodomestici in standby, e sul fatto che si suggerisca di risparmiare briciole di energia a fronte di sprechi esagerati che sembrano essere ignorati da tutti.
Enrico Malaguti

Esistono, in effetti, molte opzioni per risparmiare energia e/o usarla in modo più efficiente ed efficace. Sicuramente il non eccedere col riscaldamento invernale o il raffrescamento (condizionamento) estivo, anche scegliendo indumenti più idonei alla stagione, non solo risponde (o dovrebbe rispondere…) a regole di buon senso, ma permetterebbe di ridurre sensibilmente i consumi delle nostre abitazioni. Peraltro quello che forse molti non sanno è che le temperature invernali nei locali, siano essi residenziali o uffici, non dovrebbero superare i 18-20°C: è ben noto invece come spesso tanto in abitazioni private, ma ancora di più in edifici pubblici/”collettivi” (uffici, scuole, ospedali, ecc.), si possano registrare temperature anche superiori ai 24-25°C, assolutamente dannose anche alla salute.

Altrettanto dannose sono le temperature troppo basse cui spesso s’impostano i condizionatori nel periodo estivo: regolare ad esempio il condizionatore a 20°C non risponde a nessuna logica di buon senso, anzi provoca un incremento vertiginoso dei consumi energetici e ci espone al rischio di una serie di patologie di varia natura. Buona regola, anche per il condizionamento estivo (qualora realmente necessario) è di non eccedere, regolando le temperature a non meno di 26°C, considerando come anche 27-28°C potrebbero essere tranquillamente sufficienti, quando le temperature esterne superano il 32-33°C. Peraltro, la sensazione di confort (inteso come benessere fisico e psichico) non è garantita tanto da un abbassamento artificiale delle temperature ma, piuttosto, da una migliore deumidificazione e da più adeguate condizioni di ventilazione.

Detto tutto ciò arriviamo alla necessità e utilità di spegnere gli standby, vale a dire le “lucette rosse” degli elettrodomestici e dei diversi dispositivi elettronici. Contrariamente a quanto si pensi, gli stand-by pesano molto sui consumi complessivi, non a caso la stessa Ue si è molto occupata della questione varando, il dicembre scorso, un regolamento che mira a imporre standard decisamente più severi per i consumi in standby degli apparecchi: dal 2011 gli apparecchi venduti in Europa, in modalità standby non potranno assorbire più di 1 W, e 2 W se tale modalità risulta necessaria a illuminare un display che fornisce informazioni. Nel 2014 tali limiti dovrebbero essere ulteriormente ridotto della metà.

Il perché di tanto interesse da parte dell’Unione Europea si può riassumere forse nel seguente dato numerico: in Europa, nel solo 2005, gli stand-by di elettrodomestici e altre apparecchiature elettroniche, hanno comportato il consumo di circa 47 TWh (47 miliardi di kWh), pari all’energia elettrica generata in un anno da 7 centrali da 1000 MW, provocando così l’emissione in atmosfera di alcune decine di milioni di tonnellate di CO2, il gas che oggi maggiormente contribuisce ad incrementare l’effetto serra, più quella di altre sostanza inquinanti e dannose per la salute e l’ambiente.

Sempre per restare a livello europeo, il consumo medio in ogni abitazioni, causato dagli standby, si attestava (nel 2005) sui 244 kWh l’anno, pari a oltre il 9% dei consumi elettrici medi europei del settore residenziale. Nello stesso anno in Europa gli standby hanno pesato complessivamente (includendo quindi anche gli altri settori) sui consumi elettrici per circa il 20%. Quello che, infatti, solitamente sfugge, è l’effetto cumulativo dei singoli apparecchi che, ad esempio nelle nostre abitazioni, restano in stand-by e il numero totale di ore in cui questi permangono in tale modalità. Facendo qualche semplice moltiplicazione emergono numeri spesso sorprendenti. Per maggiori informazioni sui dati di consumo dei differenti elettrodomestici, nelle varie modalità di funzionamento, si suggerisce di visitare il sito di Topten, uno strumento che ha proprio lo scopo di fornire al grande pubblico indicazioni e informazioni su come risparmiare energia e orientare le proprie scelte verso i prodotti più efficienti presenti sul mercato.
Bruno Ghisu

Esiste un modo per evitare di sprecare tutta l’acqua fredda, quando aprendo il rubinetto di acqua calda, si deve fare scorrere sino a quando non esce alla temperatura voluta?

Il problema è che alla caldaia viene chiesto di riscaldare un’acqua che parte dalle basse temperature di acquedotto (generalmente inferiori ai 15°C) fino al raggiungimento della temperatura richiesta (qualunque essa sia) e si è solitamente costretti a far scorrere acqua, di fatto sprecandola e consumando anche energia. Probabilmente una delle migliori soluzioni per eliminare questo inconveniente è ricorrere all’uso dei pannelli (o collettori) solari termici che, sfruttando l’energia del sole, sono in grado di riscaldare l’acqua prima dell’ingresso in caldaia con evidenti benefici ambientali ed economici (sia in termini di bolletta energetica che idrica). E’ evidente come la caldaia debba utilizzare molta meno energia per riscaldare l’acqua se questa è già stata presicaldata dal sole.

Occorre peraltro rammentare come i pannelli solari termici rappresentino una tecnologia matura, affidabile ed economicamente vantaggiosa. Per una famiglia di 3 persone sono necessari circa 2-3 metri quadrati (a seconda della latitudine e quindi delle condizioni di irraggiamento) di pannelli che, con una spesa intorno ai 2.000-3.000 euro, consentono di coprire circa il 65-70% del fabbisogno annuo di acqua calda sanitaria riducendo della stessa misura le spese per il riscaldamento di acqua sanitaria.

Questo significa che, se i collettori solari vanno a integrare uno scalda acqua elettrico, il tempo di ritorno sull’investimento è di circa 3-4 anni, se si va ad integrare un impianto a gas il tempo di ammortamento arriva a circa 7-8 anni. Nella realtà, questi tempi si riducono a meno della metà grazie alle detrazioni d’imposta del 55%, previste dalle ultime leggi finanziarie. Ovviamente per istallare i collettori solari è necessario avere una superficie ben soleggiata (ossia priva di ombreggiamento), meglio se sul tetto, ma non sono da escludere altre localizzazioni adiacenti all’abitazione, qualora il tetto non fosse praticabile.
Vai alle domande successive.

Fonte : La Repubblica

Aggressioni di cani, mancano le leggi

Tuesday, March 17th, 2009

- Il giorno dopo la morte di Giuseppe Brafa, 10 anni, aggredito da un branco di cani randagi nel Ragusano, le polemiche e la richiesta di provvedimenti concreti partono dalla Sicilia e arrivano a Roma. Il sindaco di Scicli Giovanni Venticinque parla di «tragedia annunciata» e denuncia sia il vuoto legislativo che non consente di abbattere cani ritenuti pericolosi, sia la mancanza di fondi per rispettare la legge che impone a tutti i Comuni di avere un canile.

«INATTIVITÀ DEI SINDACI» - Il sottosegretario alla Salute Francesca Martini ha chiesto un incontro con l’assessore siciliano alla Sanità Massimo Russo. «Da quando mi sono insediata denuncio l’inattività colpevole dei sindaci del centro-sud» dice Martini, sottolineando che «il randagismo è un problema gravissimo di salute e incolumità pubblica e che i mancati investimenti di risorse destinate alla raccolta, alla “chippatura” e al ricovero degli animali vaganti sta diventando un fenomeno altrettanto grave. La Sicilia è ampiamente nota per fatti gravissimi non solo di randagismo, ma anche per di maltrattamento sugli animali». Era stata l’Associazione dei veterinari a chiedere l’intervento del ministero e la creazione di un tavolo di coordinamento con le strutture private. «Il randagismo è un’emergenza nazionale» scrive in una nota il presidente Carlo Scotti, sottolineando che «la tragedia di Modica si poteva evitare». Dal canto suo l’assessore Russo ha chiesto ai dirigenti del servizio veterinario dell’assessorato e dell’Ausl 7 di Ragusa una relazione urgente per chiarire la dinamica della morte del bambino e si è impegnato a varare un piano straordinario di interventi per ridurre il fenomeno del randagismo che in Sicilia ha raggiunto livelli di emergenza.

ABBATTIMENTO - «C’è l’assenza di leggi e, se ci sono, sono superficiali - accusa il sindaco Venticinque -. Cominciamo a preventivare l’abbattimento degli animali, qualora si ritengano pericolosi. Questa possibilità non esiste in Italia. Non erano cani randagi, ma erano affidati dalla Procura di Modica a un privato cittadino, un animalista convinto che li teneva. Le ultime segnalazioni risalivano allo scorso agosto, da allora nessun’altra segnalazione. Avevamo affidato tutto alla Procura, toccava alle forze dell’ordine intervenire, per noi non era più un problema. I cani inoltre stavano in una recinzione, non erano in balia di loro stessi».

NESSUN CANILE - Il sindaco ha ammesso di non essere in regola con la legge che impone ai Comuni di avere un canile. Per questo i 50 cani, dopo l’aggressione a una turista l’estate scorsa, erano stati affidati al privato. «Siamo indietro anni luce, stiamo cercando di costruire una struttura, ma abbiamo solo 15mila euro all’anno in bilancio per le società che chiamiamo per portare i cani in canile. Il governo dia soldi per obbligare e mettere in condizioni le amministrazioni a costruirli».

LUTTO CITTADINO - I funerali di Giuseppe Brafa si terranno martedì alle 15 nella chiesa di San Giorgio a Modica e il sindaco Antonello Buscema ha proclamato il lutto cittadino. «La tragica e assurda morte del piccolo Giuseppe è un evento luttuoso che addolora la nostra comunità - si legge nella nota del primo cittadino -. Siano vicini e solidali nel dolore alla famiglia e continuiamo a chiederci se tutti i provvedimenti necessari siano stati attivati per evitare che ancora oggi possano accadere simili tragedie». Annullate le iniziative culturali e di intrattenimento in programma martedì a Modica.

BAMBINO SOTTO CHOC - Oltre al bambino di 10 anni, domenica sono stati aggrediti dallo stesso branco un uomo di 47 anni (medicato e subito dimesso) e un piccolo di 9 anni, soccorso da un passante. Quest’ultimo è ricoverato nel reparto di pediatria dell’ospedale Maggiore di Modica con una prognosi di venti giorni. Le sue condizioni sono stazionarie, ma è sotto choc e non parla. Un blocco psicologico, ipotizzano i medici, legato a una crisi di panico per l’aggressione.

PAURA IN UNA VILLA - Il custode dei cani intanto è stato arrestato: è Virgilio Giglio, 62 anni. Gli animali responsabili delle tre aggressioni sono stati catturati dai carabinieri e verosimilmente saranno abbattuti. Ma parte del branco continua a seminare il terrore. Lunedì alcuni cani hanno tentato di entrare in una villetta: dentro c’era una donna di 74 anni, riuscita a chiudere la porta in tempo, che ha visto dalla finestra i randagi avventarsi con violenza su una bambola rimasta in giardino. Gli animali ancora in libertà sono riusciti finora a sfuggire ai tentativi di cattura. Al lavoro i carabinieri di Modica: gli animali in circolazione sarebbero una decina.

«OTTANTA CANI» - Giglio era stato incaricato della custodia dei randagi dalla Procura di Modica, in assenza di un canile nella zona. Doveva nutrirli e tenerli sotto controllo, ma evidentemente non ha ottemperato al compito assegnato. Quando i carabinieri sono andati a prenderlo, si è barricato in casa e ha aizzato contro i militari una decina di animali. «All’interno del recinto ne abbiamo trovati circa ottanta» ha detto il capitano dei carabinieri di Modica Alessandro Loddo. Le accuse per Giglio sono di concorso in omicidio colposo, malversazione di animali, omessa custodia e resistenza a pubblico ufficiale. Da tempo gli abitanti della zona avevano segnalato la presenza di cani allo stato brado e nei mesi scorsi c’erano già state aggressioni e denunce.

LAV: COMMISSIONE D’INCHIESTA - Secondo la Lav, che ha chiesto al sottosegretario Martini e all’assessore regionale Russo di istituire una commissione d’inchiesta, non si è trattato di una tragedia annunciata bensì di un dramma che vede precise responsabilità umane. «Chiediamo di appurare le motivazioni che hanno portato ad affidare questi cani, dopo la prima aggressione di mesi fa, a un singolo cittadino, definito impropriamente animalista e evidentemente non preparato a tale responsabilità, piuttosto che a un ente pubblico, al servizio veterinario Asl o a un’associazione animalista» dice il presidente Lav Gianluca Felicetti.

Fonte : Corriere della Sera

 

 

 

Gli scienziati: sei avvertimenti per evitare la catastrofe climatica

Tuesday, March 17th, 2009

 Le probabilità di vedere realizzati gli scenari peggiori del cambiamento climatico, tra quelli ipotizzati dall’IPCC (Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite), stanno aumentando a vista d’occhio. I tassi di gas serra salgono a ritmi imprevisti, le temperature medie globali andranno probabilmente oltre i due gradi di aumento entro il secolo, il livello dei mari potrebbe superare il mezzo metro di crescita, causando l’esodo di centinaia di milioni di persone dalle isole e dalle zone costiere inondate. L’ennesimo allarme climatico è stato ripetuto a Copenhagen, a conclusione della conferenza internazionale che ha riunito la settimana scorsa 1600 climatologi da più di 70 paesi, per iniziativa dell’International Alliance of Research Universities (IARU), un’associazione fra le più importanti università di tutto il mondo. Due anni dopo la pubblicazione del quarto rapporto dell’IPCC, che aveva fornito la sintesi della scienza climatica fino al 2006 e alcuni dei più probabili scenari di cambiamento climatico, il congresso di Copenhagen ha voluto offrire un aggiornamento che tiene conto dei passi avanti compiuti dalla ricerca in questo complesso settore, sia sul fronte più strettamente scientifico e tecnico, sia su quello delle politiche da mettere in atto per fronteggiare il cambiamento climatico.

SEI RACCOMANDAZIONI - Tirate le somme, i 1.600 esperti hanno deciso di consegnare ai governi del mondo un messaggio articolato in sei raccomandazioni. Il testo definitivo sarà consegnato nel prossimo mese di giugno, ma intanto ne sono state anticipate le parti essenziali. Il primo avvertimento riguarda le emissioni globali dei gas serra, che sono in salita, soprattutto nei Paesi di nuova industrializzazione: proprio questi dati rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli prospettati due anni fa dall’IPCC. Parametri quali l’aumento della temperatura media globale della superficie terrestre, l’innalzamento del livello medio globale dei mari, la riduzione dei ghiacci artici, l’acidificazione degli oceani e la frequenza di eventi climatici estremi, non possono che peggiorare, accrescendo il rischio futuro di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili. Nel secondo avvertimento si sottolinea come le società, soprattutto quelle più povere, si dimostrino molto vulnerabili ai cambiamenti climatici: saranno esse a soffrire di più sia quanto a perdite di vite e beni, sia perché costrette a esodi biblici. La necessità di interventi rapidi e efficaci, da attuare possibilmente entro il 2020, coordinandoli a livello globale e regionale, è contenuta nella terza raccomandazione del documento. Più deboli saranno gli obiettivi per il 2020, più alti i rischi e più difficile sarà agire efficacemente dopo. Ritardare l’inizio di azioni di mitigazione e adattamento, equivarrà ad aumentare significativamente i costi sociali ed economici richiesti dopo. I cambiamenti climatici, si legge nella quarta raccomandazione, avranno, ed hanno già oggi, effetti diversi in diverse aree del pianeta. Le strategie di adattamento e di mitigazione, se vorranno essere efficaci, non potranno evitare di tenere in considerazione queste differenze che rendono alcune popolazioni e alcune aree del pianeta molto più vulnerabili di altre.

SOSTENIBILITÀ - Gli strumenti per fronteggiare efficacemente le sfide dei cambiamenti climatici ci sono già, è scritto nel quinto avvertimento, sono di carattere economico, tecnologico, comportamentale, gestionale, ma devono essere energicamente messi in atto allo scopo di decarbonizzare, cioè limitare drasticamente l’uso dei combustibili fossili. Il sesto ed ultimo avvertimento esorta a ridurre l’inerzia dei nostri sistemi socio-economici, per rendere concreta la transizione verso norme e pratiche che rafforzino la sostenibilità ambientale in ogni settore, industriale e civile. Da Londra, dove si trovava per una conferenza, l’ex viepresidente americano e premio Nobel per la Pace Al Gore ha fatto sapere di avere positive informazioni sull’evoluzione delle trattive che dovrebbero portare entro dicembre, sempre a Copenhagen, alla stipula di un nuovo accordo climatico gobale. “Il cambiamento di rotta dovuto alla nuova politica abientale del presidente Obama sarà determinante”, ha assicurato Gore.

Franco Foresta Martin

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