Archive for March 1st, 2009

Il soffice rotolo che uccide le foreste

Sunday, March 1st, 2009

GLI americani la carta igienica piace soffice, setosa, ma che sia spessa e voluminosa. Il volume però ha un prezzo, che si misura nei milioni di alberi abbattuti nell’America del Nord e Sud, e talvolta nelle rare foreste primarie del Canada. Benché la carta igienica ricavata da materiali riciclati possa avere lo stesso costo, la morbidezza è dovuta in gran parte alla fibra che si ricava direttamente dagli alberi. I clienti “vogliono un prodotto morbido e pratico”, dice James Malone, portavoce della Georgia Pacific, che produce Quilted Northern, uno dei marchi più diffusi. “E non è con la fibra riciclata che lo si ottiene”.

Greenpeace ha diffuso un opuscolo destinato ai consumatori, in cui i marchi di carta igienica sono giudicati in base al rispetto ambientale. Con la recessione che spinge a riadattare ogni sorta di bene, gli ambientalisti sperano di convertire i consumatori alla carta igienica riciclata. “Nessun albero dovrebbe essere abbattuto per quell’uso”, dice Allen Hershkowitz, ricercatore al Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Negli Usa, cioè nel più grande mercato mondiale di carta igienica, meno del 2 per cento dei marchi di uso domestico è ricavato del tutto da fibre naturali.

Stando alla Risi, un’agenzia indipendente di indagini di mercato, dalla polpa di un solo eucalipto si possono ricavare sino a mille rotoli di carta igienica. E gli americani impiegano in media ogni anno 23,6 rotoli di carta a testa. Al contrario, in Europa e in America Latina circa il 20 per cento dei marchi contengono materiale riciclato. Perciò gli ambientalisti sperano di sensibilizzare gli americani sulle ripercussioni ambientali delle loro scelte. Per riuscirvi, ad esempio, il dottor Hershkowitz incoraggia le celebrità di cui è consulente, compresa la Major League di baseball, a fare uso di carta riciclata. E durante la cerimonia degli Oscar a Hollywwod, anche se gli abiti da sera erano modelli originali, la carta delle toilette era riciclata.


Gli ambientalisti hanno anche altre preoccupazioni: trasformare un albero in carta richiede più acqua di quanta serva per ottenere fibra dalla carta già prodotta; per garantirsi un bianco più bianco, molti ricorrono a prodotti candeggianti a base di cloro. Lo sfruttamento degli alberi, e la qualità degli alberi abbattuti, continuano a rinfocolare il dibattito. Negli Usa una quantità che oscilla tra il 25 e il 50 per cento della polpa impiegata per produrre carta igienica proviene da foreste coltivate dell’America meridionale e degli Stati Uniti. Il resto, secondo gli ambientalisti, deriva per lo più da antiche foreste di seconda crescita, essenziali nell’assorbire il diossido di carbonio, uno dei maggiori responsabili del riscaldamento globale.

Inoltre, parte della polpa impiegata negli Usa per la produzione di carta igienica proviene dalle ultime foreste vergini dell’America Settentrionale. Greenpeace afferma che la Kimberly Clark - produttrice di Cottonelle e Scott - ricavi sino al 22 per cento della polpa da fornitori che abbattono gli alberi delle foreste boreali del Canada, dove alcuni esemplari hanno duecento anni. Il portavoce della Kimberly Clark, ribatte che solo il 14 per cento della polpa impiegata proviene da foreste boreali, e che l’azienda ha stretto accordi con fornitori che ricorrono esclusivamente a “pratiche forestali certificate sostenibili”.

Gli stessi produttori ammettono però che il motivo principale per cui non sono passati ai materiali riciclati è che da questi non si ottiene una carta soffice. E i consumatori - persino i più sensibili ai problemi ambientali - non vogliono carta riciclata. Con la recessione globale però, le cose potrebbero cambiare. Le vendite di carta da toilette “pregiata” sono scese del 7 per cento, e questo apre nuove opportunità ai produttori di carta riciclata.

(Copyright New York Times/la Repubblica - traduzione di Marzia Porta)

Nucleare, le Regioni si dividono No dei Governatori di sinistra

Sunday, March 1st, 2009

Nucleare? Forse. L’ipotesi di tornare alle centrali spacca in due l’Italia. La maggioranza delle regioni dice “no, grazie”; qualcuna dice “già dato” o “sì, ma non qui”; solo una ristretta rosa si mette davvero in fila per ospitare un sito. Quando si passa dalla teoria alla pratica, dal dibattito generico all’individuazione delle zone dove costruire un reattore, la discussione si fa dunque piuttosto complessa.

Il ministro Scajola assicura che “il clima è cambiato rispetto al referendum del 1987: c’è bisogno di energia certa a costi contenuti e credo che la gente lo abbia capito”. Ci sono già gli accordi con la Francia, precisa, “ma può darsi che arrivino anche gli americani e i russi”. Una posizione, la sua, che in linea di massima trova riscontro in tutte le regioni governate dal centro-destra, ma l’equazione non è perfetta.
In Sardegna, per esempio, il neo-eletto presidente Ugo Cappellacci, non intende aderire all’appello, anzi, ha firmato un accordo con il Partito Sardo d’Azione per denuclearizzare la regione. Di più: sul suo profilo “Facebook” rispondendo ad una domanda sull’eventualità di un sito sardo, Cappellacci rassicura gli elettori: “State certi che dovrebbero passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile”.

In Lombardia, altro feudo Pdl, il presidente Formigoni si limita ad un non proprio entusiasmante “vedremo, valuteremo, verificheremo”. Di fatto un “sì” netto arriva solo dalla Sicilia (anche se la provincia di Ragusa ha detto “no” visto che ha “già dato con Comiso e ora piuttosto - chiede il presidente Antonici - vogliamo le infrastrutture”), dal Veneto (che si candida ad ospitare una centrale e pensa a Porto Tolle, dove già esiste un impianto a carbone) dal Friuli (che prende in considerazione un raddoppio del sito slavo piazzato appena oltre confine, ma anche la possibile costruzione di un reattore ex-novo a Monfalcone) e dall’Abruzzo che giudica la strada “inevitabile”, ma salvo poi prendere tempo sulla possibilità di ospitare reattori.


Sulla carta sono per il “sì” anche la Liguria e la Campania, ma nel primo caso è più corretto parlare di assenza di preclusione al nucleare, visto che una presa di posizione ufficiale non c’è stata. Nel caso della Campania, invece, si tratta di un “sì, ma da un’altra parte”. “Nulla in contrario - precisa l’assessore alle Attività produttive Cozzolino - ma qui siamo pieni di energie rinnovabili, dovremmo sfruttare questa ricchezza”.

Un “no” secco arriva da tutte le altre undici regioni. Calabria in testa che, attraverso l’assessore all’ambiente Silvio Greco (coordinatore di tutti gli assessori regionali in materia) fa sapere che “tutti i paesi che lo hanno utilizzato stanno tornando indietro”.

Sul fronte politico è chiaro il “no” degli ambientalisti (il presidente della Commissione cultura, senatore Pdl Possa boccia tale posizione come “soliti luoghi comuni”). Un rifiuto secco arriva anche dall’Italia dei valori; Realacci del Pd considera “il ritorno all’atomo un ennesimo spreco di denaro pubblico”. Entusiasta del nucleare si conferma invece Confindustria che di questo tema ha fatto da tempo una battaglia e che ora invita il governo a farsi valere. “Non possiamo più permetterci le esitazioni e i costi aggiuntivi dettati dalle incertezze -precisa il vicepresidente per l’Energia Antonio Costato - lo Stato deve usare la sua forza nell’interesse dei cittadini e per farlo Confindustria sostiene la necessità di modificare il Titolo V della Costituzione”.

Fonte : La Reppubblica

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