Archive for January 15th, 2009

Chi veste con abiti e maglioni i propri cani rischia cause legali

Thursday, January 15th, 2009

Capita di vedere in giro cagnolini vestiti meglio dei loro padroni.  Far  indossare maglioni, scarpine e abitini agli amici a quattro zampe è l’ultima mania dei vip, ma non solo. La Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals (Rspca) minaccia azioni legali contro  tutti i proprietari  di cani “super-vestiti”.  L’associazione  sostiene che pantaloni e  gonne possono essere dannosi per gli animali. Quindi, chi mette a rischio la salute degli animali domestici può essere perseguibile.  L’alta moda canina oggi è diventata una vera ossessione per le celebrità.  E anche gli stilisti di fama mondiale come Vivienne Westwood stanno esplorando questo settore.

I grandi magazzini Harrods tutti gli anni propongono una sfilata a quattro zampe  chiamata Pret-a -porter, dove vengono messi in mostra gli abiti più richiesti. Ma secondo gli esperti  vestire gli animali è accettabile solo in alcune occasioni. «Gli abiti vanno bene per proteggere i cani dal freddo o per non farli bagnare sotto la pioggia. Anche se  i nostri amici a quattro zampe all’aperto potrebbero benissimo sopravvivere senza, ormai sono abituati a vivere in casa», dice l’esperto di animali domestici Jess Bland.

Anche secondo  Lynn Williams «vedere un cane con stivali e cappotto è decisamente sopra le righe».  Paris Hilton e il suo piccolo Tinkerbell sono sicuramente tra le star più fotografate, ma anche tra quelle più griffate.  L’ereditiera, infatti, è solita vestire il suo amico come una bambolina. «I cani hanno dei bisogni. Uno di questi è proprio avere un comportamento normale. Non devono essere trattati come accessori», dice Lynn Williams.

Fonte : La Zampa.it

Volkswagen punterà sulla guida ecocompatibile

Thursday, January 15th, 2009

Volkswagen è stata tra le poche Case auto ad uscire indenne dalla crisi che ha colpito l’industria del settore nella seconda parte del 2008. ”Il 2009 sarà un anno molto difficile. Confidenza dei consumatori e vendite stanno andando a picco e negli Stati Uniti si sta vivendo la peggior crisi di sempre. Ciò nonostante, nel 2008 Volkswagen ha realizzato il nuovo record di immatricolazioni mondiali con circa 6,2 milioni di unità a livello di Gruppo”. Il Presidente del Gruppo VW, Martin Winterkorn, è ben cosciente delle difficoltà che attendono la Casa nel 2009, ma punta molto sui prodotti ecocompatibili. ”Saranno la miglior risposta alla crisi. Stiamo investendo fortemente nel futuro. Nei prossimi anni destineremo 8 miliardi di Euro l’anno allo sviluppo di nuove tecnologie di guida ecocompatibile”. VW continua a credere negli USA (e nell’alimentazione diesel nel Paese) dove nel 2008, in un mercato depresso, ha guadagnato quote vendendo 223 mila veicoli e dove realizzerà la nuova fabbrica di Chattanooga, Tennessee, che darà lavoro a 2.000 addetti.

La grande novità Volkswagen al Naias di Detroit è la Concept BlueSport, prototipo di roadster equipaggiato con un motore diesel di due litri in grado di erogare 180 CV abbinato all’avanzato cambio a doppia frizione DSG a sei marce e capace di consumare soltanto 4,3 litri/100 km. ”Il futuro dell’auto è fatto da una vettura come questa - ha commentato il responsabile design del Gruppo, il nostro Walter De’ Silva -. Si tratta di una roadster come deve essere: motore centrale-posteriore e carreggiate e diametro delle ruote differenziate tra anteriore e posteriore. Un ritorno alle linee ed alle superfici pulite che traccia la strada del design futuro di Volkswagen”. La Concept BlueSport, a fronte di consumi ridotti, è capace di toccare i 226 km/h di velocità. Una spider pura, lunga appena meno di quattro metri, che siamo certi entrerà nella gamma futura del Gruppo di Wolfsburg. Anche perché, in casa VW, è forte da tempo il desiderio di risplendere nel comparto delle vetture sportive.

Fonte: La Stampa

Fotovoltaico: nuove forme e tecnologie

Thursday, January 15th, 2009

Quali sono i trend del nuovo fotovoltaico in Italia e nel Mondo? Qual è la disponibilità della materia prima e quali i problemi ambientali di smaltimento? Questi tra gli argomenti che verranno affrontati dal nuovo Corso ISES Italia

Si terrà a Roma il prossimo 12 febbraio il nuovo corso ISES Italia dal titolo “Fotovoltaico: nuove forme e tecnologie” rivolto ad ingegneri, architetti, energy manager ed alle altre figure chiave del settore. Un’intera giornata per rispondere alle esigenze sia del professionista che dell’imprenditore prendendo in esame le nuove tipologie di fotovoltaico che stanno riscuotendo successo nei mercati in virtù della loro maggiore flessibilità d’uso, dalle celle di nuova generazione a film sottile in silicio amorfo, a quelle in titania e colorante (DSC) e le polimeriche, passando per il fotovoltaico in CIGS, CdTe e CIS. Dopo una panoramica dei metodi di produzione e dei prodotti di imminente ingresso commerciale, un capitolo sarà anche dedicato all’integrazione in edilizia ed alle moderne esigenze estetiche sempre più restrittive a livello urbano, trattando le possibilità di integrazione architettonica su facciata, le applicazioni indoor e i moduli ad alta efficienza con concentrazione interna. Termine ultimo delle iscrizioni il 5 febbraio 2009. Per ulteriori informazioni consultare il sito internet www.isesitalia.it

Worldwatch: è il caos climatico Troppe emissioni, salgono i mari

Thursday, January 15th, 2009

Undici su 12. Undici degli ultimi 12 anni rientrano nella dozzina degli anni più caldi dal 1800 ad oggi. Mentre in Italia qualche giorno di nevicate trasformava la meteorologia in politica, il Worldwatch Institute, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca americani, stava stampando lo State of the world 2009, interamente dedicato al caos climatico e alla sua cura. Il rapporto, che viene reso noto in queste ore a Washington, fa il punto sulla situazione evidenziando le novità.

Primo: le emissioni. L’Ipcc, la task force di scienziati Onu, è stata accusata per anni dalla lobby del petrolio di esagerare i toni dell’allarme. Ma dal primo rapporto al quarto (1990 - 2007) le sue previsioni sono risultate fin troppo caute: il cambiamento climatico ha battuto ogni stima. Anche l’ultimo dato, quello relativo al 2007, mostra la continua progressione delle emissioni serra che derivano dall’uso di combustibili fossili e dalla deforestazione. Si è passati dai 22,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica del 1990 ai 31 miliardi del 2007: più 37 per cento. A cui vanno aggiunti i 6,5 miliardi di tonnellate che derivano dalla deforestazione. Così la concentrazione di CO2 in atmosfera non cresce più al ritmo di 1,5 parti per milione per anno ma è arrivata a 2,2 parti in più per anno.

Secondo: i mari. La perdita dei ghiacci della Groenlandia e della penisola antartica non è stata inserita nelle valutazioni dell’Ipcc perché i margini di incertezza sulla velocità del processo sono stati considerati troppo alti. Aggiungendo questo elemento, si ottiene un quadro molto più allarmante di quello fornito dagli scienziati Onu: l’aumento di livello degli oceani nell’arco del secolo in corso potrebbe superare di tre volte il tetto massimo Ipcc (0,59 metri) disegnando uno scenario in cui la risalita delle acque si misura in metri anziché in centimetri.


Terzo: i grilletti climatici. Si chiamano tipping points e sono i punti di non ritorno, i momenti in cui il processo di cambiamento compie un salto brusco e irreversibile nella scala temporale che interessa l’umanità. Uno di questi tipping points riguarda la corrente del Golfo, il grande tapis roulant energetico che riscalda la parte nord occidentale dell’Europa. L’afflusso massiccio di acqua dolce derivante dalla perdita dei ghiacci artici potrebbe bloccare o rallentare questa corrente causando un’ondata fredda sulla Gran Bretagna e sulla Scandinavia (è il fenomeno descritto con hollywodiana esagerazione nel film “L’alba del giorno dopo”). L’acidificazione degli oceani, che minaccia molte delle forme di vita marine, costituisce un altro tipping point.

Quarto: la cura. Per evitare che il caos climatico raggiunga il punto in cui i danni diventano seri bisognerebbe bloccare la crescita della temperatura a 1,4 gradi di aumento rispetto al livello pre industriale.

In realtà è praticamente certo che questo obiettivo sia oggi irraggiungibile. Ma ci si potrebbe avvicinare evitando i guai peggiori. Come? La ricetta è contenuta nella seconda parte del rapporto, quella dedicata agli edifici bioclimatici, all’aumento dell’efficienza energetica, allo sviluppo delle energie rinnovabili. Nel 2007 le rinnovabili (compreso l’idroelettrico) hanno fornito il 18 per cento dell’elettricità su scala mondiale.

Si può fare di meglio. Secondo uno studio del German Aerospace Center, nel 2030 le rinnovabili potrebbero fornire almeno il 40 per cento dell’elettricità consumata in 13 delle 20 economie più importanti del mondo. Inoltre costruendo case più intelligenti si ottengono guadagni energetici che vanno dal 50 all’80 per cento e la Gran Bretagna ha già deciso che tutte le case costruite dopo il 2016 e tutti gli edifici commerciali costruiti dopo il 2019 dovranno essere a emissioni zero.

Obiettivi troppo radicali? I 35 metri l’anno di ritirata dei ghiacci himalayani che alimentano il Gange (il fiume da cui dipende la vita di centinaia di milioni di esseri umani rischia di trasformarsi in un torrente) e la pressione crescente dei deserti asiatici stanno convincendo India e Cina ad adottare politiche energetiche più caute. Negli Usa, già alla vigilia dell’ingresso di Obama alla Casa Bianca, 27 stati hanno adottato piani per combattere i mutamenti climatici. Nel 2006 è stata lanciata una campagna per piantare 2 miliardi di alberi in 150 paesi.
La battaglia sull’energia pulita è in corso. Nel dicembre prossimo, alla conferenza Onu sul clima di Copenaghen, si vedrà se la specie umana deciderà di scegliere il clima in cui vivere o se affiderà il suo futuro al caso.
Fonte : La Repubblica

Il bulldog diventa più “dolce”

Thursday, January 15th, 2009

E’ uno dei simboli del Regno Unito, lo specchio della britannicità: forza, coraggio e soprattutto rifiuto di arrendersi, in qualsiasi circostanza. Per questo era il cane di Winston Churchill, al quale secondo un famoso poster della seconda guerra mondiale somigliava anche fisicamente: piccolo, tarchiato, dalle guance paffute ma dai denti aguzzi, un ostacolo insormontabile davanti a Hitler. Quando il premier pronunciò la sua famosa frase, “we will never surrender” (non ci arrenderemo mai), sembrava di sentire abbaiare sullo sfondo il suo fedele quattrozampe.

L’ESPERTO: “UNA SCELTA MEDICA”

LA SCHEDA: COSA DICE LA LEGGE

LE IMMAGINI: CANI, LE RAZZE A RISCHIO

Eppure il bulldog inglese, perché di questo si tratta, sembra ora destinato a scomparire: il Kennel Club, l’associazione che riunisce gli allevatori e ne regolamenta l’attività, ha approvato nuove norme in base alle quali il suo aspetto classico verrà radicalmente trasformato. Via la mascella cadente, il bulldog del futuro dovrà avere muso più asciutto, naso meno pronunciato, gambe più lunghe e corpo più magro. Diventando più simile, per rendere l’idea, a un boxer.

La decisione viene giustificata con l’esigenza di proteggere la salute del bulldog. Fa parte di un più ampio provvedimento che mira a stabilire degli standard per tutte le razze di cani che escludano qualunque caratteristica fisica che possa impedire all’animale di “respirare, camminare e vedere liberamente”. Così, per esempio, la nuova normativa afferma che il labrador, che tende a ingrassare in età adulta, deve mantenere una corporatura più leggera, il naso del pechinese deve essere meno schiacciato e le gambe del bassotto devono essere un po’ più lunghe.


Il bulldog soffre spesso di malattie e disturbi, secondo alcuni legati alla sua particolare forma: nasce per lo più con parto cesareo perché la testa è troppo grossa, ha difficoltà nella riproduzione che sovente deve avvenire col metodo dell’inseminazione artificiale, accusa malanni dell’apparato motorio e respiratorio.

Naturalmente ci vorranno anni, o decenni, per ottenere trasformazioni attraverso la selezione di ciascuna specie, ma in fondo è sempre stato così. L’attuale bulldog discende infatti da una razza di mastini utilizzati anticamente dagli egiziani, dai greci e dai romani. Importato in Inghilterra da re John (1199-1216), la sua stazza fu resa più piccola dagli allevatori, che all’epoca volevano utilizzarlo per i combattimenti tra cani. Il suo look odierno risale a circa il 1630. Ma la sua fama come simbolo di britannicità è assai più recente: vi contribuì un poster disegnato nel 1942 dall’artista Henri Guignon, che mostrava la faccia di Churchill su un corpo di bulldog, con sullo sfondo l’Union Jack, la bandiera del Regno Unito, e lo slogan “holding the line” (un messaggio per il Terzo Reich, che aveva conquistato tutta Europa: “noi resisteremo”). Da allora del bulldog si sono appropriati innumerevoli leader e partiti politici di ogni tendenza, dal Bnp, quello nazionalista e di estrema destra, fino al Labour di Tony Blair nella campagna elettorale del 1997. Più in generale, oggi il bulldog è un simbolo della Gran Bretagna, come il bus a due piani rosso, il taxi nero, la cabina del telefono.

La notizia che perderà la mascella churchilliana e il suo tipico aspetto, tozzo ma invincibile, naturalmente non piace a tutti. “Queste misure porteranno col tempo alla creazione di un cane del tutto differente, che non ha più niente a che fare col bulldog inglese”, lamenta Robin Searle, presidente del British Bulldog Breed Council, minacciando un’azione legale contro il provvedimento. E uno dei più autorevoli zoologi ed esperti di animali, sir Patrick Bateson, ha annunciato che lancerà un’inchiesta indipendente sulle tecniche di allevamento dei cani.

 La notizia è talmente grossa, da queste parti, che il Times di Londra l’ha sparata in prima pagina, con la gigantografia di un bulldog dall’aria triste e il titolo “R. I. P. - the British bulldog, victim of breeding laws”: ovvero “Riposa in Pace - il bulldog britannico, vittima delle leggi sull’allevamento”.

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