Archive for January 7th, 2009

Artico, i ghiacci sono cresciuti agli stessi livelli del 1979

Wednesday, January 7th, 2009

Nonostante alcune apocalittiche previsioni il livello dei ghiacci della terra è risalito negli ultimi mesi del 2008, chiudendo l’anno appena trascorso agli stessi valori del 1979. Nei primi mesi del 2008 la superficie ghiacciata aveva subito una forte riduzione, tanto che qualcuno aveva predetto lo scioglimento totale dei ghiacci artici entro l’anno. Secondo i dati del Centro di Ricerca sul Clima Artico dell’Università dell’Illinois i territori ghiacciati sono invece aumentati velocemente nei mesi invernali riportando i livelli a quelli di 30 anni fa. Gli scienziati americani monitorano periodicamente la solidità del ghiaccio terrestre attraverso i satelliti.

Ogni anno milioni di chilometri quadrati di ghiaccio si sciolgono e si risolidificano con l’arrivo dell’inverno ma gli scenziati non si aspettavano un andamento così improvviso negli ultimi mesi. Secondo Bill Chapman, uno dei ricercatori del centro universitario, il surgelamento potrebbe essere dovuto alle temperature particolarmente rigide degli ultimi mesi nelle zone artiche. A contribuire al raffreddamento sembra inoltre essere stato il calo dei venti che rende più facile la formazione di ghiaccio, lasciando uno strato di neve in superfice.

L’allarme per lo scioglimento improvviso dei ghiacci artici aveva spinto nel maggio scorso il governo americano ad aggiungere alla lista degli animali in via di estinzione anche l’orso polare, che però almeno per qualche mese potrà ancora contare sulle sue freddissime distese polari.

Fonte: La Stampa

Il cuore verde d’Italia

Wednesday, January 7th, 2009

Tanti sono gli ottimi oli che si producono in Italia, basti pensare che solo sul nostro territorio ci sono più di 400 varietà di cultivar autoctone. Alcune sono diffuse a livello nazionale, altre rappresentano un piccolo patrimonio agro-culturale dei tanti comuni italiani. Per iniziare un viaggio sulla via dell’olio abbiamo deciso di recarci in due regioni simbolo dell’olivicoltura, la Puglia, con il patrimonio immenso dei suoi ulivi ultracentenari e l’Umbria, cuore verde d’Italia, dove la tradizione dell’olivicoltura è patrimonio storico del territorio. Per questo viaggio percorriamo insieme due strade dell’olio DOP, quella di Castel del Monte nella murgia barese, e quella dell’olio Umbro, che va da Spoleto ad Assisi.

Le strade dell’olio: Spoleto, Umbria

Il pittoresco borgo di Trevi, affacciato a picco sulla vallata umbra, ricorda, data la posizione in cui si trova, la prua di una nave che avanza in un mare di olivi. Circa duecentomila piante di olivo sono disposte, con ordine, tutte intorno al paese, dalla vallata fino alla metà dei monti che sovrastano questa bellissima località al centro della “ Strada dell’olio Dop dei colli di Spoleto e Assisi”. A ragione Trevi viene definita la capitale dell’olio; qui l’olivicoltura rappresenta da sempre la continuità storica e la cultura dell’olivo si tramanda di generazione in generazione. Vecchi terrazzamenti fatti in pietra, scale di legno e reti per la raccolta delle olive ci rendono testimoni di come nel tempo l’olivicoltura abbia rappresentato qui, come in altre zone dell’Umbria, la primaria fonte di reddito e di sussistenza. Necessità di vita significa massimo rispetto del patrimonio che si possiede, ed è per questo che ancora oggi percorrendo le piccole strade meno frequentate dal turismo di massa, che si spingono sulle colline circostanti ricche di olivi, ti accorgi di quanto lavoro viene fatto per mantenere intatto questo tesoro. E’ la riscoperta del territorio che fa rinascere un turismo legato al viaggiatore itinerante che ama scoprire i prodotti tipici, conoscere l’artigianato e le curiosità dei luoghi che visita. Nascono anche percorsi culturali e artistici che hanno fatto di Trevi un centro importante per l’arte contemporanea che trae spesso ispirazione proprio dal lavoro dei campi. Negli spazi dell’ex convento di San Francesco è stato istituito nel 1999 un interessante museo dedicato alla civiltà dell’olivo con una sezione che racconta la storia dell’olio prodotto in zona fin dai tempi degli antichi romani. In genere la raccolta tradizionale viene effettuata manualmente, per “ brucatura”, utilizzando dei piccoli rastrelli. La cultivar principale di oliva che si va a molire con metodo tradizionale a freddo e senza l’aggiunta di altre miscele di oli, è la “moraiolo”, polposa e dalle ottime caratteristiche organolettiche. A questa spesso si affiancano le olive della varietà “leccino”, diffuse soprattutto nei territori del centro Italia. Importante per ottenere un ottimo olio è che la lavorazione delle olive avvenga entro poche ore dalla raccolta, in modo da evitare processi di fermentazione che altrimenti potrebbero danneggiare il prodotto finale. In questo modo si ottiene un olio di grande qualità, con bassissima acidità e ottimo apporto di polifenoli, dal profumo ampio e fruttato, con qualche nota di amaro e sentore piccante moderato. Il gusto pieno e fresco che l’olio nuovo sprigiona appena molito ci fa capire come mai sia considerato uno degli oli migliori al mondo.

Le strade dell’olio: Castel del Monte, Puglia

Dall’alto del colle su cui domina la severa mole di Castel del Monte, antico maniero costruito da Federico II di Svevia, lo sguardo spazia dall’alta murgia barese fino alla costa adriatica. Migliaia di olivi punteggiano la pianura costiera e i primi declivi collinari, donando al paesaggio un colore verde intenso interrotto, di tanto in tanto, dal bianco acceso di alcune antiche masserie. E’ un paesaggio unico, eppure è a rischio di estinzione. Sempre più invadenti i grandi capannoni industriali avanzano, rodono il terreno alla olivicoltura. Si estirpano piante secolari per destinarle ad abbellire i giardini di improbabili villette a schiera del nord Italia. L’ordine nei campi che la cultura contadina ha saputo creare nel corso dei millenni diventa disordine, la campagna diventa periferia industriale. Per fortuna il territorio è vasto e l’olivo è una pianta tenace, così come lo sono molti produttori di olio che operano lungo il percorso della “ Strada dell’olio extravergine di Castel del Monte”. Dalla frangitura delle olive i maestri oleari ottengono un olio di altissima qualità, ricavato in prevalenza dalla oliva Coratina, la più diffusa in zona. E’ un olio fruttato dal gusto deciso di oliva fresca, con un ottimo bouquet floreale, di bassa acidità e un lieve sentore amarognolo, molto apprezzato dagli intenditori. L’olio si ottiene quando l’oliva è verde e ancora poco matura, rac per l’arte contemporanea che trae spesso ispirazione proprio dal lavoro dei campi. Negli spazi dell’ex convento di San Francesco è stato istituito nel 1999 un interessante museo dedicato alla civiltà dell’olivo con una sezione che racconta la storia dell’olio prodotto in zona fin dai tempi degli antichi romani. In genere la raccolta tradizionale viene effettuata manualmente, per “brucatura”, utilizzando dei piccoli rastrelli. La cultivar principale di oliva che si va a molire con metodo tradizionale a freddo e senza l’aggiunta di altre miscele di oli, è la “moraiolo”, polposa e dalle ottime caratteristiche organolettiche. A questa spesso si affiancano le olive della varietà “leccino”, diffuse soprattutto nei territori del centro Italia. Importante per ottenere un ottimo olio è che la lavorazione delle olive avvenga entro poche ore dalla raccolta, in modo da evitare processi di fermentazione che altrimenti potrebbero danneggiare il prodotto finale. In questo modo si ottiene un olio di grande qualità, con bassissima acidità e ottimo apporto di polifenoli, dal profumo ampio e fruttato, con qualche nota di amaro e sentore piccante moderato. Il gusto pieno e fresco che l’olio nuovo sprigiona appena molito ci fa capire come mai sia considerato uno degli oli migliori al mondo.

Fonte : La Repubblica

Incidenti domestici, coinvolti 6500 animali l’anno

Wednesday, January 7th, 2009
Inconvenienti di stagione ed incidenti domestici: anche gli animali che vivono in casa sono a rischio. A denunciarlo è l’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente (Aidaa) secondo la quale gli sbalzi di temperatura, le scottature, gli investimenti, ma anche indigestioni e annegamenti mettono a repentaglio, ogni anno, oltre 6500 amici a quattro zampe.
Lasciare che cani e gatti si addormentino nelle vicinanze di termosifoni o caminetti potrebbe provocare, ad esempio, accaldamenti e conseguenti sbalzi termici nel caso in cui gli animali vivano dentro e fuori casa: consigliabile sarebbe far indossare loro un cappottino nel momento di portarli all’aperto. L’aria troppo secca, invece, provocherebbe irritazioni alle mucose nasali, mentre elevate temperature favorirebbero la perdita del pelo con irritazioni cutanee e prurito.Secondo l’Aidaa ogni anno almeno 1300 cani perdono la vita in incidenti domestici, tra cui l’essere investiti da auto e moto nelle vicinanze di casa, mentre meno certi sono i dati sul numero di gatti coinvolti, che ammonterebbe comunque a diverse migliaia. Un centinaio, invece, i cani che subiscono mutilazioni a una o più zampe. Curioso è, infine, il dato secondo cui 200 cani e 40 gatti sarebbero ricorsi in questi giorni di festa alle cure dei veterinari perchè vittime di indigestioni.

Secondo Lorenzo Croce, presidente nazionale Aidaa, «è importante in questo periodo seguire le indicazioni del proprio veterinario, tenendo conto delle diverse razze di cani e gatti e facendosi aiutare ad individuare per loro quali sono le migliori necessità per evitare che si ammalino, rischiando di morire».

Celacanto o dino-formica,non chiamateli “estinti”

Wednesday, January 7th, 2009

Si chiamano specie “Lazzaro”, dal nome del malato che Vangelo secondo Giovanni, morì e venne poi resuscitato da Gesù. Il celacanto, la formica dinosauro, il picchio dal becco d’avorio e il takahe sono animali speciali, dei “fossili viventi” che hanno giocato a nascondino con le ere geologiche, beffandosi di chi per anni li aveva creduti estinti.

In tutto le specie finora riavvistate sono sette, sei animali e una vegetale. Il loro valore naturalistico è inestimabile e per questo vengono protetti da équipe di studiosi che pur di osservarli sono disposti a rischiare la vita. I luoghi in cui queste specie sopravvivono vengono tenuti segreti: l’essere umano, si sa, è abilissimo a distruggere ciò che la natura conserva.

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Ma a nascondersi ci pensano loro per primi: il celacanto, ad esempio, è un pesce blu che vive a decine di metri di profondità nelle caverne sottomarine dell’Indonesia. Apparso circa 390 milioni di anni fa, è il rappresentante della più antica linea evolutiva di pesci mai conosciuta.

Gli scienziati lo credevano estinto nel Cretaceo, finché un esemplare venne pescato in Sudafrica, nel fiume Chalumna, qualche decina di anni fa. Con i suoi 80 chili di peso, due metri di lunghezza e un’aspettativa di vita di circa 60 anni, è riuscito a sopravvivere grazie alla ferocia e alla particolarità delle squame, che secernono muco e trasudano un olio lassativo che lo rende immangiabile.


Difficile imbattersi in questo fossile vivente nel corso di una nuotata, per dargli un’occhiata è necessario essere esperti conoscitori degli abissi: gli ultimi ad avere avuto un contatto diretto con lui sono stati tre sommozzatori francesi nel 2000, di cui uno morì nel corso della spedizione, e i ricercatori a bordo del sommergibile Jago, nel 2002.

Anche Woody Woodpecker ha fatto una sorpresa agli scienziati. Il picchio dal becco d’avorio è infatti uno degli uccelli più appariscenti degli Stati Uniti ma la sua figura bianca rossa e nera negli ultimi 100 anni si è vista ben poco nelle foreste nordamericane. Nella prima metà del ‘900 questo splendido animale ha conosciuto l’estinzione a causa della deforestazione selvaggia.

Un video girato in un’oasi dell’Arkansas nel 2004 ha però riacceso la speranza nel cuore degli ornitologi, che lo hanno riavvistato. Sembra che al mondo ne siano rimaste in tutto 8 coppie, forse 6. Il governo americano ha stanziato 20 milioni di dollari per la tutela di quello che è ormai stato ribattezzato il “Sacro Graal” del mondo animale.

Ma è forse il Wollemi Pine la scoperta più sensazionale nel campo scienze naturali del nostro millennio. Questo pino gigantesco era considerato estinto, noto soltanto grazie al ritrovamento di fossili risalenti a 90 milioni di anni fa. Scienziati australiani hanno però individuato nel 1994 alcuni esemplari ad ovest di Sydney, in una gola piovosa all’interno dei 200mila ettari del Wollemi National Park, nelle Blue Mountains. Il più grande Wollemi Pine è alto più di 40 metri e largo 1,2.

La formica dinosauro è invece stata la protagonista di una lunga ricerca, conclusasi felicemente nel 1977. Questa specie, rimasta pressoché invariata per 60 milioni di anni e fino alla prima metà del ‘900 considerata estinta, venne avvistata nel 1931 in una foresta di eucalipti dell’Australia occidentale. Il naturalista autore della spedizione era però un dilettante e si dimenticò di annotare il luogo preciso del ritrovamento. Non fu quindi possibile recuperare altri esemplari fino a 36 anni dopo, quando, nell’Australia meridionale, il dottor Robert Taylor e la sua equipe di entomologi si imbatterono per puro caso in un’altra formica dinosauro.

Da allora lo sperduto paesino di Poochera è diventato meta di pellegrinaggio per i “turisti mirmecologici” di tutto il mondo. Secondo gli esperti questo insetto è la prova vivente delle strette relazioni genetiche fra vespe e formiche, dato il suo aspetto fisico vespoidale. Le sue abitudini biologiche, inoltre, rispecchiano lo stile di vita delle specie primitive definitivamente estinte.

Il takahe è invece un buffo uccello dal becco rosso, incapace di volare ma dotato di un piumaggio sgargiante, che oscilla dal verde al blu elettrico. Un tempo questo animale era diffuso in tutta la Nuova Zelanda ma la caccia spietata dei bracconieri lo ridusse all’estinzione agli inizi del secolo scorso. Nel 1948 il dottor Geoffrey Orbell ritrovò però una popolazione superstite nelle praterie delle montagne meridionali dell’Isola del Sud ed oggi i 130 esemplari rimasti sono superprotetti. Con i suoi 50 cm di lunghezza e i 3 kg di peso, questo simpatico animale rappresenta un ghiotto boccone per i predatori, dunque è comprensibile che il dipartimento per la conservazione ambientale della Nuova Zelanda abbia un occhio di riguardo nei suoi confronti.

L’insetto stecco dell’isola di Lord Howe si pensava invece fosse estinto dal 1930, ma è stato riscoperto nel 2001. E’ oggi considerato il più raro insetto del mondo: ne esistono solo trenta esemplari che vivono nella Piramide di Ball, il faraglione marino più alto del mondo, che politicamente appartiene all’Australia. Questo animale non è un campione di bellezza e ritrovarselo sulla mano può non essere piacevole, ma il suo comportamento è quasi umano: maschi e femmine formano infatti una sorta di legame e una volta accoppiati vivono insieme. Di la notte la coppia dorme abbracciata, con tre delle gambe del maschio avvolte intorno alla femmina.

L’ultimo protagonista dell’”effetto Lazzaro” è il solenodonte di Cuba o almiqui, un mammifero appartenente alla famiglia dei solenodontidi. Considerata estinta varie volte nel secolo scorso, la specie è “risorta” grazie al ritrovamento di alcuni esemplari negli anni ‘70 e di recente nel 2003. La particolarità di questo animaletto sta nella velenosità delle sue ghiandole sottomascellari, che secernono un veleno che mette ko le prede. Samuel Turvey, un biologo conservazionista della Società Zoologica di Londra, sostiene che la sua potenza è tale da poter uccidere un topo. Ma chissà se questa arma di difesa basterà a tenere lontana l’estinzione definitiva.

Fonte: La Repubblica

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