Archive for January 6th, 2009

WiTricity: l’elettricità senza fili

Tuesday, January 6th, 2009

Al prossimo CES (Consumer Electronics Show) di Las Vegas, la più grande fiera dell’elettronica che si terrà dall’ 8 all’ 11 gennaio, la start-up californiana PowerBeam mostrerà al mondo un innovativo sistema in grado di trasformare l’elettricità in un laser invisibile che trasmette il calore a una cella fotovoltaica che lo riconverte poi in elettricità, utile per ricaricare piccoli dispositivi in modalità wireless.

ADDIO CAVI E CARICABATTERIE - A quanto pare, dunque, è infine arrivato il momento dell’energia senza fili - la cosiddetta WiTricity (wireless electricity), già oggetto di una ricerca dello scorso anno firmata Mit - che permette di alimentare le apparecchiature senza la necessità di connetterle fisicamente alla rete elettrica. Tra i prodotti commerciali dotati della nuova tecnologia che saranno presentati a Las Vegas vi sono cornici digitali e casse acustiche. «Faremo scomparire dal dizionario il verbo ricaricare», ha detto David Graham, co-fondatore of PowerBeam, sottolineando il fatto che grazie all’elettricità senza fili qualsiasi dispositivo si trovi in un ambiente dotato di WiTricity succhierà dall’aria l’energia che gli è necessaria senza che l’utilizzatore debba fare alcunché. Così per esempio, entrando in una stanza con rete elettrica senza fili, la batteria semiscarica di un cellulare o di un iPod si ricaricherà automaticamente anche restando nella tasca o nella borsa del proprietario, che non avrà più bisogno degli antipatici e sempre incompatibili caricabatteria.

FUTURO TOTAL WIRELESS - Secondo gli esperti, la WiTricity farà per l’elettronica di consumo ciò che il wi-fi ha fatto per l’internet, liberandoci ulteriormente dalla schiavitù dei cavi e agevolando non poco quanti hanno la necessità di lavorare anche in mobilità, come in aeroporti o altri luoghi pubblici. Grazie agli hotspot dell’elettricità non sarà più necessario attaccare alcuna spina. Attualmente il laser messo a punto dall’azienda californiana è in grado di generare circa 1,5 watt di potenza comunicando con una cella solare a 10 metri di distanza. Una quantità di energia, questa, che basterebbe ad alimentare degli altoparlanti o delle lampade a Led: un laptop avrebbe invece bisogno di 30-50 watt, e secondo Graham la tecnologia può facilmente essere implementata affinché anche questo diventi possibile. Infine, rispondendo a quanti si domandando se il laser di PowerBeam non possa costituire un pericolo per la salute dell’uomo, l’azienda ha spiegato che la tecnologia è assolutamente innocua, in quanto il laser provvede solamente a spostare il calore da un luogo ad un altro.

Alessandra Carboni
Fonte: Corriere della Sera

Ecco cosa c’è nel futuro del solare termico

Tuesday, January 6th, 2009

Il solare termico «può fornire molto di più che acqua calda» per le nostre case. Ne è convinto Gerhard Stryi-Hipp, direttore della European Solar Thermal Technology Platform (Esttp) e che, come sottolineano on line gli esperti di QualEnergia.it, in fondo, «è l’assunto alla base di una roadmap per far fare il grande balzo tecnologico al settore». Ecco perchè l’Esttp, nel documento «Solar Heating and Cooling for a Sustainable Energy Future in Europe», ha tracciato una sorta di agenda strategica per la ricerca nel settore solare termico, sviluppata da 100 esperti. Si tratta di un’agenda «che descrive gli sforzi e le infrastrutture necessarie a raggiungere l’obiettivo di fornire il 50% della domanda di energia per il riscaldamento e il raffrescamento con il solare». Ma «per ottenere questo obiettivo bisognerà fare molto di più, con nuove tecnologie e applicazioni che dovranno essere sviluppate e messe in campo nel corso dei prossimi anni» avvertono gli esperti del portale dell’energia sostenibile che promuove l’analisi scientifica e ambientale degli scenari energetici e diretto da Gianni Silvestrini.

E gli esperti ricordano che «già nel 2006, l’Esttp aveva formulato la sua visione al 2030 per la produzione di calore a bassa temperatura con il solare, facendo lavorare su questo target industriali e ricercatori su una Strategic Research Agenda (Sra) per renderlo fattibile». «La Sra -sottolineano ancora- ha identificato interessanti campi di applicazione da far crescere: edilizia solare attiva, ristrutturazioni con il solare, calore solare per processi industriali (fino a 250°C) e per riscaldamento e raffrescamento di quartieri (district heating & cooling)». «Tra le più importanti sfide della ricerca -aggiungono gli esperti di QualeEnergia- ci sarà lo sviluppo di accumulatori di calore solare sempre più efficienti, economici e compatti da utilizzare nel corso dei mesi invernali. Nel settore del calore l’uso delle fonti convenzionali potrebbe essere ridotto drasticamente una volta che le rinnovate tecnologie, che utilizzano nuovi materiali o processi termochimici, diventeranno disponibili a basso costo sul mercato».

Ma perchè questo scenario diventi realtà, «serviranno allora molte risorse per la ricerca di base che dovrà puntare ad ottimizzare soprattutto il raffrescamento solare (solar cooling), i collettori solari ad elevate temperature, il trattamento dell’acqua prodotta dal solare». «Come si dice spesso in sede europea -spiegano- il solare termico è una sorta di gigante ancora dormiente dalle immense potenzialità». «Ciò vale anche per le altre tecnologie rinnovabili termiche», tanto che, sottolineano ancora, «lo Steering Committee dell’Esttp sta pensando di allargare la piattaforma di esperti alle biomasse e alla geotermia». «Ma per sfruttare i grandi benefici del solare termico è richiesto un sostegno importante alla ricerca e sviluppo e far diventare questa -concludono- una priorità dei governi europei, soprattutto perchè il comparto è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi del 20% di rinnovabili al 2020».
Info: www.qualenergia.it

Fonte : La Stampa

“Flying Carpet”, l’auto con il tappeto volante

Tuesday, January 6th, 2009
Su una piattaforma tecnologica, tutto il mondo Microsoft

TORINO
C’è un tappeto volante che piace a Bill Gates, il gran capo della Microsoft. Non quello magico della favola di Aladino, ma quasi, almeno agli occhi di oggi: un tipo di auto talmente innovativo da apparire quasi una provocazione. Un’idea, per ora, che nasce dalla fertile creatività di Roberto Piatti, ingegnere e progettista, amministratore delegato di Torino Design, un’idea che ha già trovato l’appoggio del Centro Ricerche dell’Università La Sapienza e che, appunto, ha incantato il colosso americano dei computer e dell’elettronica.

«Flying Carpet non è un’auto che vola - spiega Piatti -, ma un’auto che rivoluziona i vecchi concetti impiegando le nuove tecnologie per configurare un veicolo dall’architettura originale. Larghezza un metro e mezzo, lunghezza tre metri, spessore 30 centimetri: queste le dimensioni della piattaforma compatta che raccoglie i componenti destinati al movimento, che possono essere fuel cells e motori elettrici inseriti in ciascuna delle ruote, sterzanti; sopra c’è una struttura in linea con le normative di sicurezza ricoperta di pannelli di materiali morbidi speciali come il gel, l’interno è disegnato ricorrendo alla tecnologia “Drive by Wire”, che abolisce le connessioni tradizionali, amplia lo spazio e permette di abolire la plancia, lasciando nella parte inferiore addirittura una “finestra” trasparente per vedere ancor meglio la strada. Una sorta di tabula rasa che porta il comfort a livelli assoluti».

Nasce così la similitudine con il tappeto volante, un approccio che è frutto di un ripensamento quasi filosofico dell’oggetto automobile. «Siamo tuttora ancorati a schemi antichi - dice il progettista -, si pensi che celebriamo il legno, la pelle, la lana come elementi di lusso. Non usiamo, ad esempio, materiali nuovi di straordinaria flessibilità capaci di assumere forme diverse o di adattarsi alla morfologia delle persone e non sfruttiamo le straordinarie possibilità di miniaturizzazione offerte dall’elettronica. Un potere che potremmo definire smaterializzante e che è ormai diffuso in mille oggetti».

La realtà, secondo Piatti, è che le tecnologie già oggi disponibili in ogni campo industriale vengono applicate su un corpo «vecchio». Come mantenere la carrozzeria di una radio degli Anni ‘30 per un iPod. Una scelta che poco si accorda con i sistemi di trazione alternativa (elettrico, ibrido) che rappresentano un domani più vicino di quanto non immaginiamo.
«Ma ci sono anche altri fattori da meditare» aggiunge l’ingegnere creativo. «Le auto invadono lo spazio urbano, per la maggior parte del tempo restano ferme e sono inutili. Il futuro ci costringerà a correre sempre meno, la velocità non sarà più un elemento apprezzato. Nascono nuove esigenze, legate al mondo dei giovani, degli utilizzatori di computer, iPod, oggetti e dispositivi elettronici di ogni tipo e impiego. Essere in contatto con tutto e tutti diventerà indispensabile, l’infotelematica è soltanto ai primi passi».

Ed ecco una nuova rivoluzione, quella che interessa la Microsoft e che ha portato Torino Design a intessere una significativa partnership con la società di Gates. «Loro - afferma Piatti - ambiscono entrare in un settore di business importante, ma puntano a qualcosa di innovativo. La mia proposta per il “tappeto volante” è di renderlo privato dentro e aperto all’uso pubblico all’esterno. Ad esempio, perchè non usare uno dei finestrini come lavagna elettronica, come schermo di un computer per collegarsi a Internet? Abbiamo già visto qualcosa del genere nei film. Come chiave è sufficiente l’impronta di un dito, la stessa che mette in funzione il nostro Pc. Si può pensare ad applicazioni da arredo urbano, per mappe o informazioni di ogni tipo e, per l’interno, a strumentazioni totalmente virtuali, da proiettare sul parabrezza, con una gamma completa di collegamenti telematici».

Il piccolo studio di design torinese e il gigante americano dell’informatica stanno lavorando intorno all’idea mentre il centro ricerca CIRPS de La Sapienza opera sul piano tecnico-scientifico nella definizione dello schema della piattaforma funzionale. Il progetto di Piatti, illustrato da una serie di bozzetti, è già stato presentato ad alcuni convegni e proposto ai costruttori. I tempi non sono certo rosei, ma è con le idee nuove che si può vincere la sfida per il futuro.

Un’epidemia stermina i cervi dello Stelvio

Tuesday, January 6th, 2009

Allarme rosso per i cervi del Parco Nazionale dello Stelvio. Dopo la fame patita in queste settimane a causa delle abbondanti precipitazioni nevose che ha causato la morte di stenti degli esemplari più deboli, una nuova, pesante minaccia sta colpendo numerosi soggetti: la paratubercolosi, una malattia contagiosa che nella maggior parte dei casi non lascia scampo.

A lanciare l’allarme gli esperti dell’Istituto Zooprofilattico di Sondrio: «Abbiamo accertato che il 15 per cento della popolazione di cervi è morta a causa di questa malattia infettiva cronica. Solo il 2 per cento è riuscito a superare la fase critica».

L’epidemia sta colpendo soprattutto gli esemplari più gracili. Ma non solo quelli purtroppo. La paratubercolosi ha buon gioco nella diffusione del contagio anche a causa delle massicce nevicate che hanno provocato serie difficoltà agli animali per procurarsi cibo e anche i più forti accusano la mancanza di cibo. «Avviene - spiegano gli esperti - che esemplari sani e ammalati si radunino nelle poche zone non coperte dalla neve per procacciarsi cibo. In questo modo scatta la più facile e rapida diffusione del focolaio di contagio».

La malattia
Una situazione grave che sta preoccupando i responsabili dell’Istituto zooprofilattico. «La malattia - continuano - si trasmette non solo tra animali selvatici ma anche tra animali selvatici e domestici. Proprio per questo la Forestale da giorni sta monitorando dall’alba al tramonto i numerosi gruppi di cervi che sempre più spesso scendendo a valle si avvicinano alle case».

Uno dei i primi interventi per ridurre il contagio potrebbe essere quello di posizionare balle di fieno in diversi punti del Parco al fine di evitare concentramenti di esemplari. Ma i funzionari del Parco, a differenza di altre regioni d’Italia come il Veneto, il Friuli e il Trentino Alto Adige che hanno predisposto vere e proprie task force per portare in alta quota, anche con l’ausilio di elicotteri il cibo, hanno sempre escluso questa possibilità.
Nel frattempo la malattia ha già compiuto una pesante selezione. Ed è il caso di sottolineare che proprio la direzione del Parco, nelle settimane scorse, ha approvato una delibera nella quale è previsto l’abbattimento di 1.765 cervi nell’arco di cinque anni. Tale decisione è motivata, secondo gli esperti, dall’esigenza di contenere le popolazioni di cervi che, in mancanza di predatori, continua a crescere e far fronte alle proteste delle popolazioni dei residenti che lamentano danni ai boschi e alle culture.

Formalmente non si parla di «caccia» ma di «prelievi selettivi» effettuati da cacciatori «selettori» sotto il controllo della vigilanza del Parco. Le carni una volta macellate verranno vendute agli stessi cacciatori al prezzo di 4 euro al chilo o messe all’asta tra le varie macellerie della zona.

A nulla sarebbero servite, sin’ora, le migliaia di email giunte negli uffici del Parco da parte di cittadini che condannano apertamente la decisione di sopprimere gli animali.

Gli ambientalisti
Sorpreso, allarmato, indignato su presente e futuro del parco, Fulco Pratesi, Presidente del Wwf Italia: «No ai fucili nel Parco dello Stelvio - tuona - se gli animali perdono la fiducia negli uomini si spegne lo scopo anche didattico di un Parco. Animali spaventati che fuggono poi alla vista dei turisti è un segnale inequivocabile di una pessima gestione dell’intera struttura. . E quella del Parco Nazionale dello Stelvio ne è la prova. No quindi ai cacciatori incaricati di ridurne il loro numero. Altre sono le soluzioni che si possono e si devono adottare».

Nel frattempo numerosi cervi, spinti dalla fame, si avvicinano sempre più alle strade. Singolare il commento del presidente del Parco, Ferruccio Tommasi: «E’ meno doloroso abbattere un cervo con un colpo di fucile che farlo morire di fame, Soffre di meno!».
Dell’insorgere dell’ epidemia, confermata dall’Istituto Zooprofilassi, non se ne parla. Men che meno di predisporre interventi per offrire una sorta di aiuto a questi animali in difficoltà. Nel frattempo l’ecatombe dei cervi del Parco dello Stelvio continua.

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