Archive for January 4th, 2009

Un cane per amico

Sunday, January 4th, 2009
L’arrivo di un cane in casa cambia la vita. “Fido” diventa il compagno di tutti i giorni, l’amico con cui andare in giro, condividere momenti allegri e tristi.  E’ per questo che un cane non si regala: perché accoglierlo tra le mura domestiche deve essere una decisione  ragionata e non ritrattabile
Il cane è stata la prima specie ad essere domesticata, le testimonianze archeologiche della cooperazione con l’uomo risalgono a 12mila anni fa. Da allora Fido ha continuato ad adattarsi al tipo di vita del suo compagno, al caos, alla città, agli spazi angusti. Non solo. Secondo il dottor Roberto Marchesini, medico veterinario, zoo antropologo , saggista e docente di Scienze Comportamentali Applicate in alcuni atenei italiani, la sua felicità dipende dall’essere umano:  il cane è un animale sociale, è un membro della famiglia, non deve essere lasciato solo perché soffre ad essere escluso.

I luoghi comuni del tipo casa grande, cane grande, non hanno alcun fondamento – spiega il professore -  il fattore importante è dedicargli tempo. Il cane non ha una sua indipendenza, non vive senza il contatto con l’uomo, il coinvolgimento nella sua vita. Molta gente ha la tendenza a non mettersi in gioco, a non condividere, vorrebbe un cane oggetto, da piazzare in giardino o in casa, da comandare a bacchetta con ‘seduto’ e ‘fermo’. A volte vorrebbe spegnerlo, come si fa con la tv’. 

Non è un essere umano

C’è anche chi cade nell’eccesso opposto e tratta l’amico a quattro zampe come un essere umano. ‘Il cane ha delle caratteristiche etologiche specifiche – prosegue il dottor Marchesini - non bisogna antropomorfizzarlo. Ha bisogni diversi dai nostri, non è un figlio, non è un fratello,  non è un partner. Dà cose differenti e ha necessità differenti. Considerarlo un essere umano equivale a maltrattarlo’.

La scelta
Una volta deciso di prendere un cane in casa, si passa alla fase della scelta. Il consiglio è quello di non basarsi su fattori estetici o emotivi. Fondamentale farsi consigliare da un veterinario, da un operatore di canile, dalla persona che conosce il carattere del singolo animale,  le caratteristiche della razza o dell’incrocio.
‘Ci sono cani che hanno bisogno di fare molta attività – prosegue il professore – dalmata e labrador, cani da caccia e loro derivati, solo per citarne alcuni, amano il movimento e si adattano male a una vita sedentaria. Ci sono quelli più eccitabili, come border collie, terrier e loro incroci, sempre pronti a chiedere qualcosa, con l’argento vivo addosso, che non vanno bene per le persone nervose, perché si caricano a vicenda, ma sono perfetti per un proprietario calmo. E ci sono cani che vanno disciplinati con attenzione perché sono caratterialmente più territoriali, competitivi o assertivi.  In questi casi bisogna indirizzare il loro comportamento e, chi non è in grado di farlo, non deve scegliere un cane con queste caratteristiche’.
Per i pantofolai, tanti amici a 4 zampe che si adattano meglio alla  vita da salotto, come il maltese o il terranova e tutti i loro bellissimi incroci. Fonte: La Repubblica

 

 

L’altra faccia delle Maldive:ecco l’isola pattumiera

Sunday, January 4th, 2009

Un’isola di immondizia cresciuta dentro un paradiso tropicale che ora rischia di offuscare la bellezza incontaminata dell’arcipelago delle Maldive. Si chiama Thilafushi ed è l’atollo meno noto, più chiacchierato e più inquinato dell’intera repubblica. Nata per volere del governo locale da un progetto del 1991 e realizzata sulla laguna omonima nel 1992, oggi l’isola artificiale che fa parte dell’atollo di Kaafu e che dista solo sette chilometri dalla capitale Malè è diventata l’isola dei rifiuti più grande del mondo.

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Uno scandalo ambientale a lungo tenuto all’oscuro dei media: se ne parla grazie ad un recente articolo pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian e alle campagne di sensibilizzazione promosse dell’Ong locale Blue Peace.

Thilafushi è una lingua di terra sottile immersa nell’oceano cristallino che si estende per una lunghezza di sette chilometri e una larghezza di duecento metri circa e che ogni giorno riceve via mare circa 300 tonnellate di rifiuti. Qui, a pochi metri dal riposo dei turisti occidentali, brucia la spazzatura prodotta soprattutto nella città di Malé, uno dei luoghi più densamente popolati al mondo dove parole come riciclo o raccolta differenziata non sono ancora all’ordine del giorno. Nata come soluzione al problema dei rifiuti della sola Malé, oggi a Thilafushi arriva l’immondizia dell’intero arcipelago. Resort compresi.

Quella che doveva essere la discarica dei soli 300mila abitanti maldiviani è diventata presto l’isola dei rifiuti più grande dell’Oceano Indiano iniziando ad accogliere anche l’immondizia prodotta dai circa 10mila turisti che ogni settimana sbarcano a Malè. Un metro quadrato al giorno: è questa l’eccezionale crescita di Rubbish Island, come la chiamano gli ambientalisti di Blue Peace, l’associazione locale che dal 1989 si batte per mantenere intatta la meraviglia del paradiso maldiviano.


E i dati forniti da Blue Peace sono sconvolgenti: la superficie attuale di Thilafushi è pari a circa 50 ettari e si calcola che ogni turista passato alle Maldive contribuisca a generare circa tre chili e mezzo di rifiuti che finiscono dritti sull’isola dello scandalo.

Quello che brucia a pochi metri da uno dei paradisi più ambiti dai turisti italiani, inglesi e tedeschi, che contribuiscono a rendere il terziario una delle attività principali dell’isola insieme alla pesca, ha un nome. Il fumo scuro che si alza dalla montagna di immondizia è prodotto per la maggior parte da rifiuti urbani solidi ai quali si sono aggiunti negli ultimi anni considerevoli quantità di batterie usate, amianto, piombo e rifiuti elettronici. Tutti trasportati via mare fino a Thilafushi, smistati a mano dai centocinquanta lavoratori della discarica, quasi tutti provenienti dal Bangladesh, e bruciati negli inceneritori dell’isola formati da fosse di sabbia bonificata.

Ma se fino a qualche anno fa il problema dello smaltimento dei rifiuti maldiviani poteva essere rappresentato da una nube scura e maleodorante che offuscava Malé, oggi, con l’aumentare dei rifiuti elettronici costituiti soprattutto da batterie usate, cellulari e computer, la minaccia appare molto più seria. In primo luogo le operazioni di scarico dei rifiuti non sempre vengono eseguite in maniera sicura e spesso materiali altamente pericolosi come il cadmio, presente nelle batterie, si disperdono nell’acqua salata. Ma è soprattutto la natura della discarica a preoccupare gli ambientalisti.

A differenza di una qualsiasi discarica costruita su terra, a Thirafushi l’immondizia viene relegata tra mare e sottili strati di sabbia quanto basta a preoccupare gli ambientalisti che temono, in previsione in un crescente innalzamento delle acque dovuto al riscaldamento globale, la dispersione di sostanza tossiche nel mare a partire dalla zona costiera.

Da qui le sostanze inquinanti potrebbero entrare nel livello inferiore della catena alimentare attraverso le alghe, il plancton e i pesci per poi arrivare direttamente sui nostri piatti sotto forma di prelibate ricette di pesce o aragoste. Ma non solo. Anche il patrimonio della barriera corallina rischierebbe di risentire negativamente della presenza di queste sostanze inquinanti disperse nelle acque.
A completamento del panorama altamente inquinante di Thilafushi, sull’isola sono sorte circa una dozzina di aziende specializzate nella produzione ed esportazione di imbarcazioni, cemento e metano. Un vero paradiso dell’industrializzazione che prende il nome di Thilafushi-2 e, che insieme all’isola dei rifiuti, si mostra al mondo come l’altra faccia delle Maldive.

Fonte: La Repubblica

censimento alberi monumentali

Sunday, January 4th, 2009
All’epoca in cui Colombo scopriva l’America, alcuni c’erano già da secoli. Altri, prima ancora, avevano udito San Francesco predicare agli uccelli e in seguito avrebbero dato rifugio a Garibaldi. Così, anello dopo anello, incuranti di calamità, guerre e piogge acide, gli alberi «monumentali» italiani, autentici patriarchi della natura, hanno attraversato la storia. Per giungere fino a noi carichi di rami, foglie e memoria.«Esemplari così antichi sono sopravvissuti grazie a una vitalità in qualche modo genetica – spiega Nicolò Giordano, funzionario responsabile per la Forestale dell’ultimo censimento di questi alberi –. Ma la loro crescita in complessi religiosi, giardini o boschi difficili da raggiungere ha giocato un ruolo strategico per il loro sviluppo. E a volte l’affetto nei loro confronti li ha salvati dall’abbattimento per interesse economico». La Forestale ha fatto un catalogo senza precedenti: quella degli alberi di notevole interesse. Su 12 miliardi di alberi che ricoprono l’Italia, ne spiccano 22 mila: 2 mila sono esemplari di grande interesse e, fra di essi, 150 hanno un eccezionale valore storico e monumentale.Scopo principale del censimento, oltre quello scientifico, era di far conoscere all’opinione pubblica un importante patrimonio naturalistico e culturale e sensibilizzare le istituzioni sulla necessità di tutelarlo. Purtroppo, manca una legge quadro in materia: non esiste una normativa di salvaguardia, ma solo principi di carattere generale. Cosa caratterizza l’albero monumentale? «A parte la longevità dell’esemplare, che è legata alla specie (un larice può arrivare fino a 2 mila anni) – rivela Giordano –, ci sono il portamento e la rarità botanica. Ma anche il suo valore storico, di testimonianza».Considerato dai Celti simbolo dell’amore coniugale il tiglio è una delle specie più longeve del Belpaese. Non a caso ha 500 primavere il Tiglio di Sant’Orso, nel centro di Aosta, nel complesso medievale dei SS. Pietro e Orso. Alto 16 metri con una circonferenza di quasi 5, verdissimo e in buona salute. Tra i 102 esemplari monumentali censiti in Piemonte spicca il Platano di Napoleone, piantato in occasione della battaglia di Marengo vinta dall’imperatore contro gli austriaci il 14 giugno del 1800. Dall’alto dei suoi 37 metri il platano bonapartesco domina un panorama ben diverso da quello della sua infanzia: sopravvive in un groviglio di strade, sulla statale per Marengo (Alessandria), tra i gas di scarico.

Tra i 190 patriarchi verdi censiti in Lombardia impossibile non citare il Rogolone, dal dialetto Rugulon (grande rovere), che vive da ben 800 anni su un altipiano della Val Menaggio, tra il lago di Como e quello di Lugano. Alto 30 metri, con una chioma di 50 metri di circonferenza, è una quercia dalla corteccia simile alla roccia. Sono invece quelli di Santa Geltrude, in Alto Adige, nella Val d’Ultimo, a pochi chilometri da Merano, i tre larici più famosi d’Italia. Appartenenti ad una delle specie più longeve e alte del nostro paese, formano un trio colossale: il più grande misura 8 metri di circonferenza e 28 di altezza. E’ invece ad uno splendido abete bianco del Trentino che va la palma di albero più alto d’Italia. Si chiama Avez del Principe, vive a Malga Laghetto, sulla strada per passo Vezzena, vicino Lavarone, misura circa 5 metri di circonferenza e svetta per più di 50 metri.

A Padova, invece, nell’omonimo chiostro della basilica di Sant’Antonio, si può ammirare uno dei primi esemplari di Magnolia arrivati in Italia dall’America: è alta 22 metri, fu piantata nel 1810. Atmosfera sabbatica, attorno ai rami simili a serpenti della Quercia delle Streghe a Gragnano di Capannori, sulle colline di Lucca, risalente alla fine del ‘400. La si raggiunge con la sterrata che collega Fontanuova a S. Martino in Colle. Pur non rientrando tra le specie forestali, il colossale Olivo di Canneto, presso Fara Sabina (Rieti) merita una citazione: ha circa duemila primavere, una chioma rigogliosa, 7 metri di tronco e produce in un anno anche 15 quintali d’olive. Vale la pena invece arrampicarsi a Basanello, una frazione di Barete, piccolo Comune a Nord dell’Aquila, per scoprire un’altra splendida quercia con 7 metri di circonferenza. La sua peculiarità? Una cavità interna alla base, alta quasi un metro e mezzo.

Nel parco nazionale del Pollino, vive l’albero rappresentativo della Basilicata, il Pino loricato della grande porta del Pollino. Centenario, dal tronco imponente, è alto più di 10 metri, cresce nel comune di Terranova del Pollino (Potenza). In Calabria invece il nome all’area protetta deriva dai Giganti della Sila, che godono di una loro riserva nel cuore dell’altopiano, a 1420 metri, nel comune di Spezzano della Sila, in località Fallistro. Qui vivono indisturbati, da più di 350 anni, 53 altissimi esemplari di pino laricio, ultimi superstiti dei boschi che fino al termine dell’800 ricoprivano l’intera zona.

Il giro d’Italia degli alberi monumentali si chiude con il più grande e il più vecchio. Il Castagno dei Cento Cavalli, costituito da tra enormi alberi, ognuno della circonferenza di 12, 20 e 22 metri, è forse l’albero monumentale più grosso della penisola. Il vegliardo siciliano è l’attrazione turistica di Sant’Alfio (Catania) alle falde dell’Etna. Le probabili 3500-4000 primavere fanno invece dell’Olivastro di Santu Baltolu, località Luras, vicino a Tempuo Pausania (Sassari), la pianta più antica. «Sozzastru», come viene chiamato dai luresi il padre di tutti gli ulivi, ha 13 metri di circonferenza ed è alto 8.

 

Fonte : La Stampa

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