Combattere per salvare la Terra dai cambiamenti climatici è «uno stupido lusso». Lo ha sostenuto il presidente ceco Vaclav Klaus, che pare sia convinto che gli esseri umani che vogliono proteggere il nostro pianeta siano da paragonare ai comunisti che tennero il suo Paese sotto un giogo dittatoriale.
Se ne sentono tante di reazioni scettiche sulla questione climatica, si sentono continue proposte di rimandare gli interventi, di aspettare ulteriori studi scientifici e chissà che altre prove. Qui in America c’è stato per otto anni un presidente che ha remato contro l’ambientalismo, e ha preferito dare ascolto solo a quello sparuto gruppo di scienziati che prendeva posizioni attendiste. Dal prossimo venti gennaio gli succederà Barack Obama, che invece sul fronte della lotta ambientale ha già dimostrato di avere opinioni ben diverse, e si è scelto una squadra di collaboratori di altissimo livello, a partire dal nuovo Segretario dell’Energia, il premio Nobel Steven Chu.Non vorrei lanciarmi nell’ennesimo tentativo di spiegare che la scienza – quella seria e indipendente – ha oramai abbastanza prove per convincere chiunque abbia un po’ di buon senso che i danni causati dalle attività umane sul pianeta Terra sono reali e sotto i nostri occhi. Vorrei solamente riflettere su quella parolina che Klaus ha usato, «lusso». E vorrei farlo raccontando le decisioni drammatiche e ingegnose degli abitanti di un paesino che rischia di morire. Si tratta di
Kivalina , un luogo aspro e rude, aggrappato su un’isola stretta e lunga, fra il Mar di Chukchi e i fiumi Wulik e Kivalina, nella costa nord occidentale dell’Alaska. A Kivalina vivono circa 400 persone, membri della tribù indigena degli Inupiat
, cacciatori di balene e allevatori di renne. Lontani da tutto e da tutti, gli Inupiat fanno affidamento su una scuola, due chiese, un ambulatorio medico, un ufficio postale e un negozio di alimentari. Fino a qualche anno fa, il loro paesino è stato protetto dalle onde del mare invernale dalle banchine di ghiaccio che ogni autunno si formavano intorno alla lingua di terra, facendo da barriera. Ma adesso, a causa del riscaldamento del pianeta, le banchine si formano molto più tardi, e non diventano abbastanza solide da agire come protezione contro il feroce mare di quelle parti. Per i 400 di Kivalina non resta che fare i bagagli e trasferirsi altrove, se non vorranno essere ingoiati dalle acque. Già varie delle loro case sono sprofondate man mano che il permafrost si ammorbidiva, e le barriere di sabbia e cemento armato costruite dai pontieri dell’esercito sono state scavalcate dalle onde. Gli Inupiat non sono i primi e non saranno gli ultimi «profughi ambientali» di cui dovremo scrivere. Già più di un anno fa altri isolani – nelle isole Carteret, altrimenti note anche come Pitcairn - sono stati costretti a
lasciare le loro case
. Ma gli Inupiat non vogliono andarsene mitemente e in rassegnato silenzio: vogliono che i colpevoli di questa situazione paghino i costi del trasloco, una cifra fra i 300 e i 400 milioni di dollari. E secondo loro a sborsare questa cifra dovrebbero essere una ventina di società petrolifere, aziende elettriche e del gas. A loro giudizio, aziende come la ExxonMobil, la Chevron, la BP, la ConocoPhillips, la Shell, ecc, sono colpevoli non solo di aver inquinato e danneggiato il pianeta, ma di aver mentito e di aver finanziato ricerche “taroccate” il cui solo scopo era di convincere il pubblico che i cambiamenti ambientali della terra sono causati da fenomeni naturali e non da inquinamento.La strategia legale che Kivalina ha abbracciato è la stessa che negli anni Novanta venne usata
da decine di Stati americani
contro le società del tabacco, accusate di aver nascosto ai fumatori la reale portata del pericolo del fumo. Negli anni Novanta, la strategia ebbe successo, anche perché si scoprì che le società dei tabacchi avevano tenuto nascosti documenti in cui si riconosceva la pericolosità delle sigarette, e avevano altresì modificato l’impasto dei tabacchi in modo da renderlo migliore strumento di “dipendenza” per i fumatori.
Le società dei tabacchi vennero condannate a pagare agli Stati i danni causati dal fumo e a impegnarsi a diminuire la pubblicità e a non cercare di “agganciare” i minorenni.Gli Inupiat sostengono che petrolieri, industriali del gas e dell’elettricità hanno ingannato e danneggiato il pubblico alla stessa maniera, e devono pagare i danni causati. Non chiedono cifre iperboliche, non cercano di sfruttare la situazione per trasformare la loro dura esistenza in una vita di «lusso»: vogliono essere aiutati a rifarsi una vita sulla terraferma. La
causa
è in corso, e probabilmente sarà discussa all’inizio dell’anno.Potremmo anche decidere di non curarci del destino degli Inupiat. Dopotutto sono lontani, sono estranei alla nostra cultura, e vivono in terre da sempre inospitali. E alla fin fine qualcuno si occuperà di loro: se la causa andrà a picco, la Protezione Civile Usa li trasferirà altrove. Però, per favore, non facciamoci convincere dal presidente Klaus: combattere contro i cambiamenti climatici non è «un lusso». E’ una necessità impellente. Gli Inupiat, così come gli abitanti delle isole Carteret lo hanno capito sulla loro pelle. E mi chiedo se Klaus stesso non lo capirebbe meglio, se anche il suo Paese si affacciasse sul mare e contasse qualche città o paese a rischio di essere spazzato via dall’avanzare delle acque.
Fonte: QUEST’AMERICA di Anna Guaita