Archive for October 30th, 2008

Se la CO2 diventasse un carburante?

Thursday, October 30th, 2008

E’ un po’ il sogno di tutti, ricercatori in prima fila, ma anche di ambientalisti, amministratori pubblici… Ma sarebbe l’equivalente della quadratura del cerchio, oppure della biblica “manna”. Vediamo cosa hanno combinato in questo senso all’Università di Cambridge

Trasformare l’anidride carbonica in combustibile, era un pallino di diversi ricercatori di tutto il mondo e ogni tanto sembra che qualcuno trovi una soluzione, senza però che fin’ora siano arrivati risultati concreti.
Adesso si riaccende l’attenzione per questa soluzione grazie alla “Carbon Sciences” che pare stia completando lo sviluppo di un vero e proprio combustibile derivato dall’anidride carbonica, elemento che in questo momento in natura, più che abbondante, potremmo definire “sovrabbondante”.
Si tratta di uno studio reso noto alla manifestazione “Entrepreneurship for a Zero Carbon Society” presso l’Università di Cambridge.
Infatti, tenendo temperatura e pressione a bassi livelli, l’equipe del professor Naveed Aslam ha prodotto gas a base di carbonio, come l’etanolo, il metano e il propano, grazie ad un catalizzatore appositamente ideato per lo scopo. Questi gas si possono successivamente combinare per creare benzina o carburante per l’aviazone. Questo è avvenuto, come accennavamo sopra, con temperature e pressione basse, al contrario cioè dei precedenti esperimenti dove i risultati non erano soddisfacenti a causa del notevole dispendio energetico, dovuto alle pressioni e alle temperature molto elevate.
Per portare a termine questo progetto sono stati utilizzati tre reattori, ognuno dei quali trasforma il gas precedente di pochissimo, così per la fase successiva occorrerà meno energia di modo che in tre passaggi si arrivi poi al risultato finale. Ed è proprio grazie a queste fasi conseguenziali in reattori bio-catalitici che si realizza il citato risparmio di energia.

Fonte : La Repubblica

La Terra è consumata, nel 2030 ce ne serve un’altra

Thursday, October 30th, 2008

 La Terra non sta bene; uomini, animali e piante neanche. Secondo il “Living Planet Report 2008″, “check up” biennale fatto da ricercatori del Wwf e altre organizzazioni scientifiche, presentato a Londra, «entro il 2030 avremo bisogno di due pianeti per soddisfare il fabbisogno dell’umanità di beni e servizi». La domanda globale sulle risorse della Terra supera infatti del 30% la capacità rigenerativa di quest’ultima. Più di tre quarti degli abitanti del pianeta vivono in nazioni che sono debitrici ecologiche, dove cioè i consumi nazionali hanno superato la capacità di risorse naturali del paese. Il rapporto si basa, tra l’altro, sulla misurazione dell’ “impronta ecologica”, un’unità che misura la domanda dell’umanità sulla biosfera, in termini di superficie di terra e mare necessarie sia alla produzione delle risorse che le persone utilizzano, sia all’assorbimento dei materiali di scarto generati.

CORSA CON GLI OCCHI BENDATI - La crescita demografica, e quella dei consumi individuali, hanno fatto sì che negli ultimi 45 anni la domanda dell’umanità sul pianeta sia più che raddoppiata. Ancora nel 1961 quasi tutti i paesi del Mondo possedevano una capacità più che sufficiente a soddisfare la propria esigenze interna. Nel 2005 la situazione è cambiata in modo radicale: molti paesi possono soddisfare i loro bisogni solo importando risorse da altre nazioni e utilizzando l’atmosfera del Pianeta come discarica di anidride carbonica e di altri gas serra.

LA BOLLA AMBIENTALE -
Viviamo al di sopra delle nostre possibilità in una “bolla” ambientale che, a differenza di quella finanziaria, è più difficile da nascondere. Qui non si parla di futures, derivati od opzioni, ma di aria e di acqua, di grano e di riso. «A livello mondiale, durante l’ultimo anno il prezzo dei raccolti ha raggiunto vertici da record - ha scritto James P. Leape, direttore generale di Wwf International - in gran parte a causa dell’aumento della domanda di cibo, mangimi e biocombustibili e della continua diminuzione della risorsa idrica». La natura non accetta carte di credito: chi era povero diventa miserabile, chi aveva poco da mangiare, torna a morire di fame.

 

 

 

USA E CINA CONSUMANO OLTRE IL 40% DELLE RISORSE - Il consumo generale dell’umanità ha superato la biocapacità totale della Terra per la prima volta negli anni 80, e questa tendenza ha continuato a crescere. Ma ovviamente non tutti contribuiscono a questo trend nella stessa misura: Stati Uniti e Cina utilizzano, ciascuno, il 21% della biocapacità del pianeta. Il consumo procapite della Cina è molto più basso di quello registrato negli Usa, ma la popolazione è anche quattro volte superiore. Nei valori pro-capite gli statunitensi mantengono infatti il primato assoluto di grandi “divoratori” del pianeta, richiedendo una media di 9.4 ettari globali, come dire, che ciascun americano vive con le risorse di circa 4.5 pianeti Terra.

L’ITALIA E’ IL QUARTO PAESE AL MONDO PER CONSUMO DI ACQUA - Il nostro paese è al 24esimo posto nella classifica delle maggiori impronte ecologiche sul pianeta, su oltre 180. Non è una buona posizione: significa che consumiamo ben più di quanto le nostre risorse interne ci consentirebbero di fare. Viviamo “in debito”. L’impronta ecologica pro capite dell’Italia è 4,8: significa che ogni italiano consuma risorse tre volte in più del quantitativo che il nostro territorio mette a disposizione. Per quanto riguarda l’impronta idrica, l’Italia si trova al quarto posto nella classifica mondiale riguardante l’impronta idrica del consumo, che costituisce il volume totale di risorse idriche utilizzate per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa (questo indicatore è costituito da due componenti e cioè l’impronta idrica interna, che è composta dalla quantità di acqua necessaria per produrre beni e servizi realizzati e consumati internamente al paese, e dall’impronta idrica esterna, che deriva dal consumo delle merci importate e calcola, quindi, l’acqua utilizzata per le produzioni delle merci dal paese esportatore). L’Italia è quindi al 4° posto con un consumo di 2.332 metri cubi pro capite annui (dei quali 1.142 interni e 1.190 esterni). Davanti a noi abbiamo, nell’ordine, solo Usa, Grecia e Malesia.
INVERTIRE LA ROTTA - Se il Living Planet Report 2008 descrive una Terra malata, e abitata da uomini limitati, indica anche coordinate per poter invertire questa rotta, che al momento sembra puntare serenamente verso il naufragio. «Non è troppo tardi per evitare una recessione ecologica - ha osserva James P. Leape - ma bisogna cambiare l’attuale stile di vita e indirizzare le nostre economie verso percorsi più sostenibili». Consumare meno e meglio, soprattutto il nostro mondo “avanzato”, «fermo restando - scrive il rapporto - che lo sviluppo tecnologico continuerà a rivestire un’importanza vitale nell’affrontare la sfida della sostenibilità».

 

 

 

Stefano Rodi
Fonte : Corriere della Sera

CACCIA: DDL E 100MILA FIRME PER STOP ACCESSO TERRENI PRIVATI

Thursday, October 30th, 2008

Un disegno di legge al Senato e 100 mila firme raccolte in sostegno dalle associazioni animaliste Enpa, Lac, Lav e Oipa riaprono il dibattito sull’articolo 842 del Codice Civile, che permette il libero accesso ai terreni privati ai cacciatori. Il ddl 510, a prima firma Donatella Poretti (Radicali-Pd) e sostenuto anche dai senatori Marco Perduca (Radicali-Pd), Franca Chiaromonte e Alberto Maritati (Pd), e’ stato presentato questo pomeriggio durante una conferenza stampa al Senato. L’iniziativa leglislativa si propone di abrogare l’art. 842 del C.C., come gia’ in passato alcuni referendum promossi da Radicali e Verdi che pero’ non raggiunsero mai il quorum dei voti validi (in particolare quello del 1990, nel quale si espressero a favore dell’abolizione ben 18 milioni di italiani). Secondo i promotori dell’iniziativa la norma e’ ”un’anomalia tutta italiana, un’ingiustizia sociale che introduce il concetto di ‘due pesi-due misure’ privilegiando smaccatamente una categoria di cittadini, i cacciatori, sollevandoli dall’incombenza di rispettare le altrui proprieta”’. ”Sara’ difficile riuscire a portare in discussione questo ddl - ha detto la senatrice Donatella Poretti - ma di positivo c’e’ che oggi con quest’iniziativa si puo’ ricominciare a parlare di caccia e della sua utilita’, secondo noi pari a zero, nel 2008”. Durante la conferenza stampa i rappresentanti delle 4 associazioni hanno consegnato le prime firme delle 100 mila gia’ raccolte a sostegno dell’iniziativa. (ANSA).

Aumentano le specie a rischio in Italia, ma continua la caccia illegale ai felini

Thursday, October 30th, 2008

In Italia ci sono sedici specie animali a grave rischio estinzione. Soprattutto mammiferi come la lince, la foca e l’orso bruno. E poi uccelli quali l’aquila del Bonelli e l’avvoltoio capovaccaio. Anfibi simili a rospi, tipo il pelobate fosco. Rettili come la vipera dell’Orsini e la testuggine di terra. Anche pesci, quali trote e anguille.

Secondo Massimiliano Rocco, responsabile del programma specie del Wwf, i mammiferi non hanno il loro primo nemico nei cambiamenti del clima, ma nell’attività diretta dell’uomo sull’ambiente: costruzione, disboscamento, contaminazione ambientale, caccia e pesca. Un’evidenza emersa anche dall’ultimo congresso di Barcellona dell’«International union for conservation of nature», che si è posta come obiettivo la tutela delle specie in pericolo nel mondo per poi, una volta frenata l’estinzione, cercare di reintrodurle nelle zone dove sono scomparse. Una tecnica già applicata in Italia con successo su orsi e camosci ed estendibile ad altri casi.

Secondo un calcolo globale, ad esempio, sono 1141 su 5487 i mammiferi a rischio generico, 188 in situazione critica e 450 in vero pericolo.
In Italia, il primo caso a rischio estinzione è quello della lince: sparita dalle Alpi orientali e centrali, resiste in zona Tarvisio e Stelvio, ma in numero non superiore a 10. E’ cacciata illegalmente perché vista come concorrente nella ricerca delle prede dai cacciatori: è infallibile contro cervi e camosci. E non si riesce a reintrodurre perché gli abitanti dei territori la ritengono pericolosa.

Sempre fra i mammiferi, la foca monaca è presente in Salento, Sicilia e Sardegna. Arriva da Grecia e Turchia e ce ne sono meno di 10 in tutta Italia. Animale erratico, si muove singolarmente cadendo spesso vittima dei cacciatori, perché mangia pesce e rompe le reti.
L’orso bruno marsicano, 50 esemplari sull’Appennino centrale tra Lazio e Abruzzo, deve invece i suoi guai al consumo del territorio che lo circonda causato da costruzioni e utilizzo di veleni e trappole nella zootecnica. Estintosi alla fine degli anni ’90 dalle Alpi, vi è stato reintrodotto dalla provincia di Trento grazie al trapianto di alcuni esemplari sloveni e ora è presente (40 esemplari) sull’ Altipiano di Asiago. Vive solitario o in famiglia. Ma si ricorda ancora la storia di Bruno ucciso nel 2007 in Baviera, perché, partito dall’Adamello Brenta, dopo centinaia di chilometri, aveva spaventato un centro abitato.

Autostrade, sconto alle auto con 3-4 passeggeri a bordo

Thursday, October 30th, 2008

Dal casello di Lainate, a nord di Milano, transitano ogni giorno 112.000 veicoli; su tutta l’Autolaghi la cifra sale a 263.000 e tanto basta a fare di questa arteria l’autostrada più trafficata d’Italia. Spazio per costruire nuove corsie non ce n’è più e per giunta le centraline hanno già cominciato da quelle parti a segnalare l’overdose di smog. Non resta che una soluzione: diminuire il numero delle auto in transito da quell’imbuto. Il primo vero, concreto esperimento di car pooling in Italia potrebbe partire entro la fine dell’anno lungo le autostrade che collegano Milano con Varese (A8) e Como (A9): chi passerà dai caselli delle due autostrade (oltre a Lainate anche Gallarate e Grandate) con tre passeggeri a bordo beneficerà di uno sconto sul pedaggio. E ciò dovrebbe servire da un lato a snellire il traffico attorno a Milano, dall’altro a mitigare i gas in una delle zone più inquinate d’Europa.

Al dossier «car pooling» si sta ormai lavorando da mesi. «E’ un progetto che stiamo sviluppando» dicono prudenti da Autostrade per l’Italia, la società che ha in gestione sia la A8 che la A9. «Esiste un accordo già preso con il presidente di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci perché la situazione su quella strada è insostenibile» si sbilancia Marco Reguzzoni, oggi deputato della Lega ma che da presidente della Provincia di Varese fu protagonista di una lunga battaglia per liberare i «prigionieri» dell’Autolaghi, vale a dire i pendolari che ogni giorno si recano a Milano per lavoro ma che per un qualsiasi imprevisto (incidente, cantiere, maltempo) passano lunghe ore in coda. Un documento di Autostrade datato giugno 2008 traccia le linee guida del progetto car pooling: viene prevista una riduzione del pedaggio a 50 centesimi (contro l’1,2 o 1,7 euro attuali) per le vetture con 4 persone a bordo. Chi percorre la Milano - Varese o la Milano - Como a «pieno carico» avrebbe inoltre a disposizione delle corsie riservate ai caselli, mentre i tecnici di Autostrade stanno pensando di allestire anche un sito internet apposito: lì potrebbero essere lasciati messaggi da parte di chi cerca o offre passaggi verso Milano.

Le agevolazioni per il car pooling funzionerebbero solo in alcune ore della giornata, quelle del flusso dei pendolari (al mattino verso Milano, la sera in direzione opposta) e avrebbero un periodo di rodaggio di circa sei mesi dopo di che si farà una prima valutazione dell’esperimento. Si tratterebbe di una svolta storica anche se i tempi di entrata in vigore degli sconti sono ancora da definire: i più ottimisti pronosticano la fine di novembre, i più prudenti un mese più avanti, perché ancora devono essere chiariti dei dettagli con Anas, che della rete autostradale è la proprietaria. La primogenitura dell’idea spetta a Dario Balotta, sindacalista della Cisl trasporti che chiese l’introduzione del car pooling sull’Autolaghi già nel 2002: «La situazione era già drammatica allora, adesso è peggiorata. Soluzioni alternative per alleggerire l’intasamento e lo smog non ne esistono. Spero anzi che il tentativo venga esteso ad altri nodi del traffico italiano».

Claudio Del Frate

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