Archive for October 6th, 2008

Cioccolata mortale per i cani,ne bastano venti grammi

Monday, October 6th, 2008

Se sulle confezioni dei detersivi c’è scritto «tenere fuori dalla portata dei bambini», sulle tavolette di cioccolata, specie quella fondente, dovrebbe comparire a chiare lettere la scritta «tenere fuori dalla portata dei cani».

Basta che il proprio cane trovi in casa un po’ di cioccolata, e ne mangi una ventina di grammi, per rischiare gravissime intossicazioni, fino alla morte dell’animale. L’allarme viene dal sito Tox.it , redatto da specialisti tossicologi e operatori di Centri Antiveleni. L’intossicazione da cioccolata, spiegano i tossicologi, è una delle più comuni che si possono verificare negli animali domestici e nei cuccioli. Fortunatamente la maggior parte dei casi si dimostra di scarsa gravità; alcune volte, però, si verificano casi seri con rischio di vita per l’animale.

Il rischio deriva dalla presenza nel cioccolato di composti chimici chiamati metilxantine. Le metilxantine, tra cui anche la caffeina e la teobromina, sono eccitanti del sistema nervoso e del sistema cardiocircolatorio e provocano tremori, scosse muscolari, convulsioni, aritmie cardiache, crisi di ipertensione arteriosa. L’entità del quadro tossico è direttamente proporzionale alla dose ingerita.

A rischio è soprattutto il cioccolato fondente: più è dolce la cioccolata, minore la quantità di metilxantine presenti. Ad esempio il cioccolato al latte contiene circa 140-173 mg di metilxantine per 100 grammi di prodotto mentre quello fondente ne contiene 1198- 1232 mg per 100 grammi. Sintomi di media gravità compaiono per dosaggi intorno ai 20 mg per chilo di peso dell’animale mentre l’intossicazione è severa per dosaggi intorno ai 40 mg/kg. Quindi, la dose fatale di cioccolata al latte per un piccolo cane come un barboncino è compresa tra 140 e 280 grammi, mentre quella di cioccolata fondente è tra 14 e 28 grammi.

La dose fatale di cioccolata al latte per un cane di media taglia come un segugio è compresa tra 450 e 700 grammi, mentre quella di cioccolata fondente è tra 55-80 grammi. Mentre un grande cane come il Labrador rischia se ingurgita uno o due chili di cioccolata al latte o 100-200 grammi di cioccolata fondente. Chi ha entrambe le passioni, quella per i cani e quella per il «cibo degli Dei», deve insomma stare molto attento a non dimenticare per casa tavolette di cioccolata aperte: il cane mangia di tutto, e le conseguenze possono essere disastrose. Se si sospetta che il proprio cane abbia ingerito della cioccolata, avvertono i tossicologi, bisogna anzitutto cercate di capire la quantità ingerita, e poi chiamare il veterinario e sperare che il proprio amico a quattro zampe abbia una fibra resistente.
Fonte ; La Zampa.it

Coloranti nelle bibite pericolosi per i bambini

Monday, October 6th, 2008

L’allarme era arrivato da uno studio pubblicato sulla rivista «The Lancet» qualche mese fa. Alcuni additivi e coloranti per alimenti, emergeva dalla ricerca condotta in Gran Bretagna, possono causare disturbi nel comportamento dei bambini. Il problema è che si tratta di sostanze che normalmente si trovano proprio in quegli alimenti che i bambini prediligono: caramelle, bibite, gelati e dolci.

Ora il Parlamento europeo ha adottato un regolamento secondo il quale bisogna riportare sulle confezioni di alimenti che contengono questi additivi la scritta: «può influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei bambini».

Lo studio, condotto dall’università di Southampton su incarico della Food Standard Agency, l’agenzia britannica che vigila sui cibi, aveva preso in esame due gruppi di bambini: il primo formato da 153 piccoli di 3 anni, il secondo da 144 bambini tra gli 8 e i 9 anni. Ai bambini è stata data in modo casuale o una bevanda contenente alcuni additivi e coloranti oppure un placebo, ovvero una bevanda simile, ma senza le sostanze da testare. In un secondo momento si è osservato il comportamento dei bambini a casa e a scuola. I più grandini sono stati anche sottoposti a un test per valutare la capacità di attenzione nello svolgere un compito specifico. Il risultato ha mostrato che i bambini che avevano preso la bevanda con gli additivi mostravano un comportamento iperattivo. In particolare, alcuni coloranti e un conservante avevano un effetto significativo sull’aumento dell’incapacità di attenzione, dell’agitazione, dell’impulsività dei comportamenti.

I coloranti incriminati sono tartrazina (E102), giallo arancio o giallo tramonto FCF (E110), giallo di crinolina (E104), carmoisina (E122), rosso allura AC (E129), rosso cocciniglia A o Ponceau $R (E124). Mentre il conservante è il benzoato di sodio (E211).

L’autorità europea per la sicurezza alimentare - ricorda Altroconsumo, la rivista che si era battuta per sospendere l’uso dei coloranti rischiosi - aveva affermato che lo studio pubblicato da Lancet non forniva risultati sufficienti per poter adottare misure preventive. Tuttavia, a luglio scorso il Parlamento europeo ha adottato quattro regolamenti su additivi, aromi ed enzimi alimentari. All’interno di uno di questi regolamenti è contenuta la direttiva secondo cui si deve avvertire l’acquirente del rischio contenuto nella bevanda o nelle caramelle di suo figlio con la scritta che abbiamo citato sopra.
I quattro regolamenti stabiliscono anche procedure uniformi di autorizzazione, indicano un elenco di sostanze sicure e stabiliscono nuove norme per le avvertenze in etichetta che dovranno essere adottate dagli stati membri.

Si spera che il nostro paese non ci faccia aspettare troppo.
Fonte : L’Unità

Miele, produzione ancora in calo per la moria di api

Monday, October 6th, 2008

Quando le api scompariranno agli uomini resteranno solo quattro anni di vita». È una frase di Albert Einstein, piuttosto semplice da capire, se ci si rende conto dell’incredibile apporto delle api nella vita dell’uomo, come osserva Giorgo Celli, docente all’istituto entomologico Guido Grandi presso l’Università di Bologna: «Le api sono il più grande aiuto dell’agricoltore, senza salario fanno un lavoro unico, quello che permette alle piante di crescere e prosperare, se dovessero essere pagate per il lavoro che fanno in Italia come operaie, non basterebbe l’intero fatturato della Fiat!».

Oltre a fornirci da sempre il più delizioso nettare che si conosca, le api sono indispensabili per la crescita delle piante da frutto e delle verdure, certamente l’essere umano non sopravviverebbe senza di loro e senza gli altri insetti pronubi. Oltretutto, rappresentano un indicatore ambientale straordinariamente sensibile: ad esempio, non apprezzano i campi Ogm, li evitano accuratamente e sembra che trasmettano messaggi di allarme anche alle loro compagne che non hanno ancora sorvolato coltivazioni transgeniche. Anche le onde elettromagnetiche dei cellulari le minacciano: ostinate, rifiutano di rientrare negli alveari se nella zona vengono messi ripetitori o altri congegni elettromagnetici.

Il loro sistema di navigazione ne risulterebbe letteralmente sconvolto, al punto che non riuscirebbero più a ritrovare la strada per le arnie. E non sono solo queste le minacce: nel 2007 sono stati distrutti solo in Italia (ma è un fenomeno che si registra un po’ in tutto il mondo) oltre duecentomila alveari, per un danno economico di 250 milioni di euro, a causa dei pesticidi dell’ultima generazione.

Il più potente killer delle api, ha infatti un nome: nicotinoide. È infatti dalla nicotina che si ricava questo micidiale veleno, che penetra nel terreno e nelle radici della pianta.

A Lucio Cavazzoni, presidente dei produttori “Alce Nero e Mielizia” abbiamo chiesto un commento sulla messa al bando (purtroppo tardiva) di questo genere di pesticida: «Finalmente, come avvenuto già in Germania e in Francia, anche da noi i prodotti antiparassitari a base di nicotinoidi sono stati sospesi in forma cautelativa per un anno dal Ministero della Sanità». (cfr decreto) Il problema è che da quando il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, lo scorso settembre, non si sa ancora se la sua durata sia stata confermata e soprattutto se sarà verificata la sua efficacia. Mentre le competenze su questo settore pare siano state dirottate nel “calderone” del ministreo della Salute e del Welfare retto da Maurizio Sacconi.

Il meccanismo con cui i nicotinoidi e i neo-nicotinoidi agiscono è invece abbastanza assodato. È semplice: si trattano le sementi con queste sostanze che entrano nella pianta stessa e le api e tutti gli altri insetti impollinatori, i pronubi, entrano in contatto con la nicotina, uno dei veleni più potenti mai inventati, e finiscono per agire direttamente sul sistema nervoso delle api e degli altri insetti, i pronubi di cui nessuno parla, ma che ormai sono stati quasi completamente sterminati. L’azione, come abbiamo detto, è sul sistema nervoso, e fa sì che gli insetti perdano l’orientamento, non riescano più a trovare la strada di ritorno. Così viene  disperso tutto il loro patrimonio genetico, le api non riescono più a ricostruire il percorso di andata e si lasciano morire. L’ape fa parte di un unico organismo, l’ alveare, dove è parte integrante di 50mila insetti: da sola non ha ragione di essere, al di fuori della sua organizzazione sociale non ha nessuno scopo di vita. L’uomo non può più sottrarsi dal problema della sostenbilità ambientale, le api sono la metafora del nostro genere, che non ha ancora capito né individuato suo ruolo all’interno dell’ambiente, e che continua a depredare finchè può ….

«La più grande soddisfazione per noi - continua Cavazzoni - è stato il sostegno che ci è stato dato non solo dalle organizzazioni apistice, ma anche da due delle tre agricole, Confagricoltori e Coldiretti, che hanno capito il senso ultimo della nostra battaglia. E poi l’apporto di Slow Food, di Legambiente,e soprattutto della Coop: era la prima volta che un’associazione di consumatori si è rivelata tanto sensibile da valutare fino in fondo i termini del problema: facciamo parte anche noi, come le api, di un unico organismo, e se non lottiamo tutti insieme per preservarlo siamo finiti…forse addirittura prima dei quattro anni calcolati da Einstein!».
Per saperne di più:i link

www.osservatoriomiele.org
www.nudoecrudo.blog
www.apitlia.net
www.ilgridodeipoveri.org
www.bollettinobio.it
www.mieliditalia.it
www.intoscana.it
www.infomeopatia.com/api-e-dolori.
www.iltamtam.it/
www.luogocomune.net

Fonte: L’unità

Italia, record del cemento, invasi tre milioni di ettari

Monday, October 6th, 2008

Che effetto vi farebbe se vi dicessero che su tutto il territorio del Lazio e dell’Abruzzo non esiste più un solo filo d’erba, neanche un orto; che le due Regioni sono state completamente, e dico completamente, cementificate? Sono sicuro che la maggioranza degli italiani inorridirebbe. Forse avrebbero una reazione un po’ diversa tutti quelli che a vario titolo sono invischiati in speculazioni edilizie. O gli amministratori che devono fare cassa con gli oneri di urbanizzazione, ma credo, anzi spero, che non siano i più.

Se invece siete tra i più, sentite questa: negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un’area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. Però nessuno sembra inorridire. Forse sarà a causa di una mentalità diffusa secondo la quale se non si costruisce non si fa, non c’è progresso economico. E questo lo dimostrano i programmi elettorali e la composizione delle liste stesse, soprattutto quelle relative alle elezioni amministrative: fateci caso, sono sempre infarcite di soggetti con evidenti interessi nell’edilizia. Sarà un caso?

Dal 1950 a oggi abbiamo perso il 40% dei territori liberi nel nostro Paese, negli ultimi anni il consumo medio annuo è addirittura cresciuto rispetto agli anni passati, quelli del boom economico (ed edilizio). Non ci sono solo gli “eco-mostri”, tanti, che urlano con violenza tutta la loro protervia (sintomo di grande ignoranza) nel deturpare paesaggi e luoghi incantevoli lungo coste, colline e montagne del nostro Paese. Ci sono tanti “eco-mostriciattoli”, e c’è tutta una tendenza a fuggire dall’ambiente urbano, sempre più brutto, caotico e poco salutare, per riparare in campagna, a colpi di villette che mangiano terreno utile alla produzione di cibo e tirano pugni in quegli occhi che ancora cercano bellezza. Prendiamo poi in considerazione l’edilizia per le attività produttive, dalle schiere di scatoloni di cemento che si snodano ininterrotte lungo molte nostre strade, fino al piccolo capannone isolato che abbagliati imprenditori ergono alle pendici (se non proprio in cima, perché nella mia Langa succede anche questo) di una collina particolarmente bella.


L’Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l’anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l’ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant’altro. Non posso che sottoscrivere le parole di Giorgio Bocca quando, trovatosi a percorrere l’autostrada tra Milano e Firenze, scrive: “Il primo tratto tra Milano e Lodi si merita questo titolo: la scomparsa del paesaggio. La pianura del Po, “la più fertile e ricca regione d’Europa”, come diceva quel re di Francia di nome Enrico, illustre invasore, la pianura dei pioppi e delle marcite, dei fontanili che sgorgano nei prati di erba medica, il paese di Bengodi, delle montagne di cacio e di ravioli, dei campanili svettanti nel verde, delle abbazie e delle cattedrali, dei battisteri policromi, degli Stradivari e dei culatelli è scomparso, sommerso da una distesa ininterrotta di fabbriche e fabbrichette”.

Non c’è limite al brutto, al volgare, ed è giusto paragonare l’inghiottimento di un battistero policromo alla scomparsa di un prodotto gastronomico tradizionale. Riporto un’altra volta il dato: quasi 2 milioni di ettari di suolo agricolo sono spariti, come dire l’intero Veneto. Se da una parte ci scandalizziamo giustamente perché sparisce il bello - e viva le iniziative meritorie, come ad esempio quelle del FAI e di Legambiente, che ci documentano con regolarità le brutture peggiori e sanno coinvolgere i cittadini nella denuncia - la morte dei suoli agricoli sembra invece non interessare. È uno dei più grandi mutamenti che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su, perché diciamolo pure: non c’è bisogno di nuove case, l’edilizia è soltanto un’opportunità di investimento per chi già possiede bei capitali.

Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti e pesticidi, sparisce: se la sua tutela non entrerà presto a far parte dell’agenda politica delle amministrazioni sarà ora che ci sia una mobilitazione popolare in sua difesa. È uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono.

L’ambiente è un diritto garantito dalla nostra Costituzione e non può esserci tutela dell’ambiente senza tutela del mondo rurale, sia per quanto riguarda la sua produttività, sia per quanto riguarda la sua bellezza. Gli enti locali fanno poco, anzi proprio loro vedono nell’edificabilità dei terreni agricoli e dei suoli liberi una via per fare quadrare i propri bilanci. La politica di Palazzo non se ne cura, e se pare normale da parte di chi governa e ha costruito le sue fortune proprio sull’edilizia, il silenzio dell’opposizione sulla tutela dei terreni agricoli diventa sempre più assordante. Il problema infatti è più che mai politico, oltre che etico e culturale.

Mancano delle politiche di territorio, come per esempio accade invece in Germania, dove per legge si cerca di riutilizzare aree già consumate e dimesse piuttosto che invadere nuovi campi, nuovo suolo, nuova agricoltura, paesaggi. Inoltre, i tedeschi, cercano di compensare nuove occupazioni andando ad agire su altre aree, con interventi di permeabilizzazione o naturalizzazione (contro il dissesto geologico, piantando nuovo verde). Tutto questo lo fanno senza rinunciare all’occupazione in edilizia, e certo senza aumentare il numero dei senzatetto. È solo questione di organizzazione, di razionalizzazione, e soprattutto di sentire il problema, che è gravissimo.

So che anche in alcune Regioni ci sono stati alcuni isolati interventi normativi tesi a migliorare la situazione ma bisogna per forza fare di più. Che si favorisca con incentivi la distruzione di obbrobri costruiti negli anni ‘60 e già fatiscenti per riedificarci sopra qualcosa di bello, che si realizzino recuperi dell’archeologia industriale o di quelle aree urbane fortemente degradate: il lavoro per i costruttori non mancherebbe di certo. Che si tutelino per legge le aree rurali più importanti, come fossero Parchi Nazionali.

Lasciate stare i suoli agricoli, sono una risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità. Continuare a distruggerli, dopo tutto lo scempio che è già stato fatto, non è da Paese civile e un Paese civile dovrebbe predisporre i giusti strumenti di tutela per dare più scuse a chi lo fa.
Fonte: La Repubblica

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