Archive for September 23rd, 2008

Nuove regole sui treni:niente cani sopra i sei kg

Tuesday, September 23rd, 2008
Per risolvere alla radice il problema di pulci e zecche sui vagoni, l’ultimo caso quello denunciato il 17 settembre da una viaggiatrice, Trenitalia corre ai ripari e annuncia il divieto, a partire dal primo ottobre, di portare sul treno cani di taglia media e grande. La soglia è fissata sui sei chilogrammi. E per gli altri sarà comunque necessaria la gabbia e un certificato veterinario. Sanzione per i trasgressori di 100 euro, cioè quanto le Ferrovie spendono in media per disinfestare un vagone.La novità ha fatto saltare sulla sedia, oltre agli animalisti, anche i politici. Tutti concordi nel ritenere che la norma di Trenitalia possa rappresentare un incentivo all’abbandono degli animali. Il sottosegretario al Welfare con delega alla salute, Francesca Martini, definisce «inaccettabile» la norma e chiede un incontro urgente all’amministratore delegato di Trenitalia, Vincenzo Soprano. «Ritengo il limite di sei chilogrammi per il trasporto in treno dei cani, peraltro previsto all’interno di apposite gabbie, inaccettabile e in contrasto con il diritto alla mobilità di milioni di cittadini italiani possessori di cani». Ogni provvedimento, aggiunge, va preso «nel rispetto e nella salvaguardia dell`interesse di tutti i cittadini e dunque anche dei milioni di persone che posseggono cani di peso superiore ai sei chilogrammi e che vedono nel treno un importante mezzo di trasporto, sicuramente da incentivare». Il limite introdotto dall’azienda, invece, va «nella direzione opposta e ciò potrebbe comportare la perdita di una rilevante fetta di viaggiatori».

Non si capisce «come un cane di peso superiore ai 6 chili possa essere maggiore veicolo di parassiti rispetto ad un cane di peso inferiore», sottolinea l’associazione Codici, mentre l’Aidaa, (Associazione italiana difesa animali ed ambiente), per protestare contro la decisione delle Ferrovie dello stato annuncia una passeggiata in stazione (il 12 ottobre) con i cani, soprattutto quelli di taglia medio-grande, oltre a un ricorso al Tar contro un ordine di servizio ritenuto lesivo dei diritti dei viaggiatori proprietari di animali e ad una denuncia contro Trenitalia per violazione della legge contro il maltrattamento di animali, per istigazione all’abbandono e maltrattamento di animale.

La senatrice Donatella Poretti, parlamentare Radicale-Partito Democratico, intanto, prenota proprio per il primo ottobre un viaggio su rotaie con il suo amico a quattrozampe Leon, rischiando di «prendere una multa e quindi contestarla seguendo anche l’iter giudiziario». Per il presidente del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, «l’ordine di servizio di Trenitalia che vieta il trasporto sui treni di cani di media e grossa taglia è sbagliato», una decisione che «potrebbe indurre molti possessori di cani all’abbandono. Ci auguriamo che Trenitalia torni sui suoi passi e che si tenga un incontro immediato tra l’amministratore delegato ed il governo per ripensare le condizioni di trasporto degli animali».

Fonte : La Zampa.it

Mondo cannibale

Tuesday, September 23rd, 2008

La Terra è uno strano posto se la guardate con gli occhi di Raj Patel. Le persone in sovrappeso sono un miliardo, mentre 800 milioni sono quelle che soffrono la fame. Ogni anno le multinazionali del cibo mettono sul mercato 15-20 mila nuovi prodotti alimentari, ma nei paesi in via di sviluppo è in corso un’epidemia di suicidi tra gli agricoltori che vanno in rovina per via dei mercati globali.

“Per ogni dollaro speso per promuovere alimenti naturali si spendono 500 dollari per pubblicizzare junk food“, spiega Patel a ‘L’espresso’. Ma chi è Patel? E perché è diventato famoso? La risposta (minimalista) è: è un sociologo che si occupa del cibo, globalizzato e non, che mangiamo. Ed è egli stesso un prodotto della globalizzazione.

Sua madre viene da una famiglia di impiegati pubblici del Kenya, suo padre dalle miniere delle isole Fiji. Lui è nato a Londra, ha studiato a Oxford, ha lavorato alla Banca mondiale e al Fondo monetario di Washington, esperienza che lo ha trasformato in uno dei più agguerriti critici delle due organizzazioni. Un uomo che conosce l’universo mondo, compresi i sapori e i profumi di quel che si mangia.

Oggi Patel insegna a Berkeley, in California, e il libro che ha pubblicato, ‘Stuffed & Starved’ (rimpinzati e affamati), in uscita in Italia da Feltrinelli con il titolo ‘I padroni del cibo’, è un bestseller, ed è diventato un testo chiave, lodatissimo anche da Naomi Klein, per tutti quelli che indagano su che cosa sta succedendo al cibo che mangiamo. O meglio, per tutti coloro che sono convinti che è il cibo la chiave del potere (economico, culturale, politico) nel XXI secolo.

L’intuizione che ha portato Patel a un tale successo è semplice: il peccato capitale della nostra economia è avere dimenticato che il cibo non è una merce come le altre . Il cibo è prima di tutto cultura, e lo è per diverse ragioni tutte ugualmente importanti: perché al cibo sono legate tradizioni culinarie antiche, sapori e odori che fanno parte del sentire collettivo, dell’identità e della geografia stessa, ma anche perché l’agricoltura è il necessario complemento di questa tradizione e rappresenta il motore fondamentale delle economie regionali, specie nei paesi poveri.

Già il movimento dei no global, di cui Patel fa parte, fino dagli esordi, aveva provato a lanciare questa operazione culturale alla fine degli anni Novanta. Quel movimento, in Occidente, è stato spazzato via dall’11 settembre, dopo una fiammata tra il 1999 e il 2001, da Seattle a Genova. Ma quelle idee hanno continuato a scavare, e in questi ultimi anni la discussione sul ruolo del cibo ha assunto importanza centrale.

E non si tratta solo di militanti. Per capire il ruolo che il cibo, dalla sua produzione e fino al nostro modo di stare a tavola, ha assunto nel nostro immaginario, basti citare alcuni film di questi anni: da ‘Supersize Me’, denuncia del fast food di Morgan Spurlock, a ‘Sideways’ di Alexander Payne in cui fare e gustare lentamente il vino è associato all’idea dell’amicizia, a ‘Couscus’ di Abdel Kechiche dove l’ottima cucina rende possibile l’integrazione di una famiglia di immigrati in una cittadina francese in crisi.
E poi ci sono i libri denuncia. Nel 2001 fece scandalo Eric Schlosser con il suo ‘The Fast Food Nation’, che metteva a nudo le miserie delle grandi catene di ristorazione americane. Poi Paul Roberts, con ‘The End of Food’, ha svolto un’inchiesta sulla fragilità della catena produttiva che porta cibo scadente sulle nostre tavole. Michael Pollan (’In Defence of Food: An Eater Manifesto’) si è scagliato contro una cultura alimentare più attenta alla chimica che alla qualità. E Taras Grescoe, in ‘BottomFeeder’, ha raccontato la crisi ecologica del pesce negli oceani.

La novità è che Patel mette insieme tutti i pezzi di questo mosaico in una visione unitaria che comprende gli affamati del Terzo mondo e gli obesi di casa nostra, cercando di capire che cosa è andato storto in un mondo in cui la tecnologia potrebbe consentire a tutti di mangiare decentemente e di mantenere la propria identità Il libro di Patel è stato al centro dell’attenzione anche perché ha previsto con anticipo l’aumento dei prezzi degli alimenti dell’inverno scorso. Quell’evento ha indotto molti economisti a ripescare le previsioni catastrofiste di Thomas Malthus sulla possibilità che la produzione di cibo non fosse in grado di tenere il passo della crescita demografica. Malthus scrisse il ‘Saggio sul principio della popolazione’ 210 anni fa e nel frattempo tutti hanno pensato che quel suo testo fosse stato superato dall’innovazione tecnologica e dalla rivoluzione dei trasporti.

E invece, all’inizio del XXI secolo, eccolo tornare alla ribalta come il tema centrale dell’umanità. Patel ci rassicura: Malthus aveva torto. Il cibo non manca, a soffrire di fame sono i poveri che non possono procurarselo, dice, ma per affrontare la questione della miseria bisogna incoraggiare i governi a difendere l’agricoltura anziché obbligarli a distruggerla. Per farlo basterebbe invertire le priorità: capire che il libero mercato dei prodotti alimentari è “una menzogna che ci viene venduta per ragioni propagandistiche”.

In realtà negli Stati Uniti e in Europa le grandi aziende agricole hanno accesso a enormi sussidi da parte dello Stato. Così, quando la Banca mondiale e la World trade organization obbligano i Paesi poveri a liberalizzare i loro mercati, intere culture e modi di vita vengono spazzati via. A maggio Patel, nel corso di un’audizione al Congresso Usa, ha definito lapolitica della Banca mondiale “ignominiosa”. E ha ricordato il caso del Ghana, dove negli anni ‘90 la produzione di riso copriva l’80 per cento dei consumi interni e quella di pollame il 95 per cento. Dopo la liberalizzazione imposta dalla Banca mondiale le produzioni locali sono crollate rispettivamente al 20 e all’11 per cento.

E qui si arriva all’altro corno del dilemma: se ci sono tanti affamati, come mai ci sono anche tanti obesi? Semplice, perché la politica che porta una parte del mondo alla fame è nata nell’unico paese dell’universo, gli Usa, che non ha una tradizione alimentare e considera un’assurdità passare troppo tempo a tavola.

Si è insomma obesi per mancanza di cultura, di identità, perché si ignorano quei gusti che altrove sono l’espressione del territorio e della geografia. Oltre un terzo degli americani non ha la più pallida idea della provenienza di ciò che mangia. Il 20 per cento delle decine di milioni che ogni giorno si nutrono di fast food lo consumano in automobile. Quella cultura ha fatto proseliti e nel mondo la grande M della McDonald’s è oggi un simbolo più conosciuto della croce cristiana.

Fame e obesità sono due fenomeni contigui e persino negli Stati Uniti questa prossimità è evidente. Qui ci sono 35 milioni di persone che talvolta nel corso dell’anno non hanno i soldi per comprarsi da mangiare. Ma in maggioranza sono obese, perché quando hanno i soldi si nutrono di alimenti di scarsa qualità: “E questo accade perché sono subornati da una cultura alimentare che incoraggia a mangiare cibo dannoso, che provoca diabete e malattie cardiache”. Le quattro maggiori multinazionali dell’alimentazione controllano il 50 per cento del mercato alimentare. La sola Unilever controlla il 90 per cento del mercato mondiale del tè.

Patel ricompone in un’unica logica le battaglie diVandana Shiva, la militante indiana che non vuole cedere alle multinazionali la sovranità sulle sementi, e quelle di Carlo Petrini, il fondatore dello Slow Food che invoca il controllo delle comunità locali sulla qualità del cibo. Sono passati 20 anni da quando il Nobel Amartya Sen pubblicò il suo memorabile saggio su ‘Libertà e cibo’, sostenendo, contro i liberisti alla Milton Friedman, che la possibilità di procurarsi alimenti decenti va considerata una delle libertà fondamentali dell’uomo. Allora Sen parlava del Terzo mondo. All’inizio del nostro secolo la battaglia economica e culturale per il cibo ci riguarda tutti.

Fonte : L’espresso

Da domani la Terra è in rosso Da domani la Terra è in rosso

Tuesday, September 23rd, 2008

 Da domani viaggeremo con i conti in rosso, consumeremo più risorse di quelle che la natura fornisce in modo rinnovabile. Ci stiamo mangiando il capitale biologico accumulato in oltre tre miliardi di anni di evoluzione della vita: nemmeno un super intervento come quello del governo degli Stati Uniti per tappare i buchi delle banche americane basterebbe a riequilibrare il nostro rapporto con il pianeta. Il 23 settembre è l’Earth Overshoot Day: l’ora della bancarotta ecologica.

Il giorno in cui il reddito annuale a nostra disposizione finisce e gli esseri umani viventi continuano a sopravvivere chiedendo un prestito al futuro, cioè togliendo ricchezza ai figli e ai nipoti. La data è stata calcolata dal Global Footprint Network, l’associazione che misura l’impronta ecologica, cioè il segno che ognuno di noi lascia sul pianeta prelevando ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più, i rifiuti.

Il 23 settembre non è una scadenza fissa. Per millenni l’impatto dell’umanità, a livello globale, è stato trascurabile: un numero irrilevante rispetto all’azione prodotta dagli eventi naturali che hanno modellato il pianeta. Con la crescita della popolazione (il Novecento è cominciato con 1,6 miliardi di esseri umani e si è concluso con 6 miliardi di esseri umani) e con la crescita dei consumi (quelli energetici sono aumentati di 16 volte durante il secolo scorso) il quadro è cambiato in tempi che, dal punto di vista della storia geologica, rappresentano una frazione di secondo.

Nel 1961 metà della Terra era sufficiente per soddisfare le nostre necessità. Il primo anno in cui l’umanità ha utilizzato più risorse di quelle offerte dalla biocapacità del pianeta è stato il 1986, ma quella volta il cartellino rosso si alzò il 31 dicembre: il danno era ancora moderato.


Nel 1995 la fase del sovraconsumo aveva già mangiato più di un mese di calendario: a partire dal 21 novembre la quantità di legname, fibre, animali, verdure divorati andava oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi; il prelievo cominciava a divorare il capitale a disposizione, in un circuito vizioso che riduce gli utili a disposizione e costringe ad anticipare sempre più il momento del debito.

Nel 2005 l’Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre. Quest’anno siamo già al 23 settembre: consumiamo quasi il 40 per cento in più di quello che la natura può offrirci senza impoverirsi. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, l’anno in cui - se non si prenderanno provvedimenti - il rosso scatterà il primo luglio sarà il 2050. Alla metà del secolo avremo bisogno di un secondo pianeta a disposizione.

E, visto che è difficile ipotizzare per quell’epoca un trasferimento planetario, bisognerà arginare il sovraconsumo agendo su un doppio fronte: tecnologie e stili di vita. Lo sforzo innovativo dell’industria di punta ha prodotto un primo salto tecnologico rilevante: nel campo degli elettrodomestici, dell’illuminazione, del riscaldamento delle case, della fabbricazione di alcune merci i consumi si sono notevolmente ridotti.

Ma anche gli stili di vita giocano un ruolo rilevante. Per convincersene basta confrontare il debito ecologico di paesi in cui i livelli di benessere sono simili. Se il modello degli Stati Uniti venisse esteso a tutto il pianeta ci vorrebbero 5,4 Terre. Con lo stile Regno Unito si scende a 3,1 Terre. Con la Germania a 2,5. Con l’Italia a 2,2.

“Abbiamo un debito ecologico pari a meno della metà di quello degli States anche per il nostro attaccamento alle radici della produzione tradizionale e per la leadership nel campo dell’agricoltura biologica, quella a minor impatto ambientale”, spiega Roberto Brambilla, della rete Lilliput che, assieme al Wwf, cura la diffusione dei calcoli dell’impronta ecologica. “Ma anche per noi la strada verso l’obiettivo della sostenibilità è lunga: servono meno opere dannose come il Ponte sullo Stretto e più riforestazione per ridurre le emissioni serra e le frane”.

Fonte : La Repubblica

SMOG: GRANDI CITTA’, SI PARTE CON I PIANI PER L’AUTUNNO

Tuesday, September 23rd, 2008

ROMA - Grandi citta’ ai blocchi di partenza nella battaglia contro lo smog, che si riapre, come di consueto, con l’arrivo dell’autunno. Da Milano a Roma, passando per Bologna e Torino, ognuna ha la sua ricetta per ridurre le famigerate polveri sottili, le Pm10, tasto dolente per le citta’ italiane negli ultimi anni, che si ritrovano regolarmente fuorilegge rispetto ai limiti stabiliti dalle norme europee. Ecco allora Torino, che punta ad unificare le zone a traffico limitato e con telecamere di controllo per l’accesso sta vagliando l’ipotesi di un ‘ecopass’ nel 2009. A Milano l’ecopass ha ridotto gli inquinanti e, anche in vista di Expo 2015, si allarga la rete metropolitana. A Roma la nuova amministrazione presentera’ un piano a fine mese, intanto lavora per dare biodiesel ai mezzi pubblici, nuove piste ciclabili e ha gia’ dato parcheggi gratuiti ai veicoli elettrici. Bologna ha come obiettivo il 10% di mobilita’ in bicicletta e promuove e incentiva carburanti meno inquinanti.

Ecco una breve panoramica di alcune misure messe a punto dalle citta’:
- TORINO: restrizioni alla circolazione a partire dal territorio comunale dove dalle 8.30 alle 19.30 non passano veicoli euro zero diesel e benzina ed euro 1 diesel e nella ztl ambientale, dove non girano euro 1 e 2. In pista c’e’ un progetto di van sharing, cioe’ la condivisione di veicoli commerciali. In primavera il sistema di accesso al centro sara’ controllato da telecamere, per questo c’e’ l’ipotesi di unificare le Ztl esistenti ed eventualmente l’introduzione di una sorta di ‘ecopass’ torinese. Intanto, secondo i dati del sistema 5T, cioe’ tecnologie telematiche trasporti traffico Torino, che via internet e cellulare dice ad esempio a che ora passa un mezzo o se un parcheggio e’ libero, tra 2006 e 2008 a Torino il traffico e’ diminuito del 9%;
- MILANO: nell’area Ecopass (attiva dalle 7,30 alle 19,30 dei giorni feriali) si e’ ridotto il traffico, commerciale e privato, con una riduzione nell’area del valore medio delle emissioni dei principali inquinanti (PM10, NOx, Benzene). In vista dell’Expo nei prossimi 7 anni si punta all’estensione della rete metropolitana dagli attuali 75 km con 88 stazioni a 142 km con 152 stazioni. Nell’attesa, e’ stato potenziato il trasporto di superficie su 40 linee con 1.300 corse in piu’. E poi aumento delle piste ciclabili (dagli attuali 72 km ai 147 previsti entro il 2011) e lo sviluppo di aree a pedonalita’ privilegiata. E’ attivo il car sharing ed e’ previsto anche l’ aumento del numero dei parcheggi di interscambio, dagli attuali 20 a circa 30. In programma anche un accordo con i tassisti per rinnovare il parco auto interamente composto da vetture ecologiche entro il 2014. Per quanto riguarda i trasporti pubblici l’obiettivo del piano dell’azienda dei trasporti milanesi (Atm) e’ la riduzione al 2010 del 50% del monossido di carbonio e del 90% di idrocarburi incombusti e del PM10;
- BOLOGNA: il piano del traffico prevede sviluppo e potenziamento dei sistemi tecnologici (Its), investimenti nel trasporto pubblico, promozioni e incentivi carburanti meno inquinanti. Se si ha un Gpl, ad esempio, la sosta in parcheggio costa la meta’ e per un veicolo elettrico e’ gratis. Esiste poi un ticket di accesso alla Ztl per chi non necessita del permesso annuale e un servizio di car sharing. Si punta all’aumento delle aree a prevalente mobilita’ pedonale e ciclabile e l’obiettivo per il 2011 e’ il 10% della mobilita’ in bici;
- ROMA: a fine mese verra’ presentato il piano antismog. Intanto si progettano alcune misure a breve termine. Si parte dal biodiesel gratuito per 3 mesi per i mezzi pubblici a maggiori controlli delle emissioni delle auto, fino agli incentivi per l’acquisto di auto ‘ecologiche’, gpl e metano. Gia’ introdotta l’eco-sosta, cioe’ il parcheggio gratuito per le auto elettriche o ibride all’interno delle strisce normalmente a pagamento. Si prevede poi l’installazione di 60 postazioni di ricarica elettrica nei distributori di benzina della Capitale e il potenziamento delle piste ciclabili, con 40 km in piu’, su un totale di circa 110 km. Si allarghera’ il servizio di bike sharing e rafforzera’ l’ufficio comunale che si occupa di inquinamento atmosferico. Prevista anche la creazione di un team di studiosi e un rapporto di stretta collaborazione con Universita’, Enea, Cnr e Inspra. A lungo termine il piano e’ ambizioso: punta alla fluidificazione del traffico attraverso una diversa articolazione degli orari di lavoro e l’ incentivazione dell’utilizzo del telelavoro. (ANSA).

Dedicata agli amministratori che si preoccupano dell’ambiente… come quelli di Milano


SU YOUTUBE PARTE ECOSFIDA PER VIDEO SALVA-PIANETA

Tuesday, September 23rd, 2008

Un’idea ”verde” su YouTube vale 25 dollari al Kbyte. Il sito, universalmente noto per i video di studenti teenager non proprio modello, questa volta ’si riscatta’. L’idea e’ venuta alla X Prize Foundation, una organizzazione no-profit con sede a Saint Louis, nel Missouri, creata per incentivare innovazioni tecnologiche radicali. L’iniziativa e’ stata annunciata al recente forum del Massachussets Institute of Technology sulle energie alternative.

La fondazione ha lanciato una ecosfida agli YouTubers di tutto il mondo chiamata: ”What’s your crazy green idea?” (Qual e’ la tua pazza idea verde?). Basta avere l’illuminazione giusta, che cambi il mondo e blocchi il surriscaldamento globale, spedirla con un video di due minuti a YouTube, e si possono vincere 25.000 dollari (25 dollari per ogni kbyte).

”Lo scopo del concorso - si spiega sul sito di X Prize - e’ quello di raccogliere suggerimenti da parte del grande pubblico, che potranno poi essere implementati dagli esperti del settore”. I concorrenti devono inviare le loro idee entro il 31 ottobre, rispondendo a tre domande: ”Qual e’ la tua idea? Che criteri segue? Come potra’ beneficiarne l’umanita’?”. I tre video migliori verranno spediti, al sito dell’organizzazione www.xprize.org, il 15 novembre. Il pubblico votera’ il piu’ bello. (ANSA).

SI AGGIORNA L’ECO-FRIGORIFERO DI EINSTEIN

Tuesday, September 23rd, 2008

 E’ famoso, ammirato e studiato per la rivoluzionaria teoria della relatività ma a Oxford Albert Einstein è stato appena arruolato nella lotta contro il surriscaldamento del pianeta per una sua invenzione molto più umile e terra terra: negli Anni Trenta il celebre fisico progettò un ingegnoso modello di frigorifero eco-sostenibile che un gruppo di ingegneri inglesi vorrebbe adesso riproporre in versione opportunamente riveduta e corretta. Pochi lo sanno ma nel 1930 Einstein e il suo collega ungherese Leo Szilard costruirono e brevettarono un frigorifero senza parti moventi che teneva fredde le cose servendosi unicamente di gas sotto pressione.

Il principio era semplice: creare il freddo riducendo la temperatura di ebollizione del butano tramite l’introduzione di ammoniaca in un vaporizzatore. Ingegnere elettrico, specialista in tecnologie verdi, Malcolm McCulloch è a capo del progetto triennale che punta a riproporre il vecchio frigorifero di Einstein dopo una drastica rispolverata. A suo avviso è possibile quadruplicarne l’efficienza modificando l’impianto e usando altri gas. Il suo ambizioso obiettivo è arrivare ad un frigorifero che non abbia assolutamente bisogno di elettricità, al quale basti un po’ di energia solare per il funzionamento della pompa dei gas.

 Le idee sviluppate da Einstein furono in effetti utilizzate per la costruzione dei primi, pionieristici frigoriferi domestici ma poi negli Anni Cinquanta l’industria degli elettrodomestici le scartò e puntò decisamente sui compressori che sono più efficienti ma richiedono molta elettricità e hanno bisogno del freon, un gas estremamente nocivo per l’ozono. Per il prof. McCulloch molte ricerche devono ancora essere effettuate prima che si arrivi ad un prototipo al passo con i tempi ma ma è chiaro che il frigorifero di Einstein rappresenta il futuro: non solo è compatibile al cento per cento con la difesa dell’ambiente ma si presta ad una capillare diffusione nel terzo mondo perché non ha parti in movimento e quindi richiede una manutenzione minima o nulla. A GreenPeace, in prima fila nelle battaglie ecologiche, entusiastico è il benvenuto per le ricerche portate avanti a Oxford sul frigo di Einstein.

 ”Se i paesi in via di sviluppo aspirano al nostro stile di vita - dice Doug Parr, scienziato-capo dell’associazione ambientalista - avranno bisogno di una quantità molto maggiore di impianti di raffreddamento. E’ cruciale quindi la messa a punto di sistemi refrigeranti che non inquinino e richiedano poca energia”. Per non essere da meno rispetto a Oxford, anche in un altro prestigiosissimo centro universitario britannico - Cambridge - gli ingegneri lavorano ad un ipotetico frigorifero del ventunesimo secolo ma in questo caso senza scomodare il vecchio e defunto Einstein. Una compagnia appena formata, Camfridge, esplora la possibilità di creare il freddo e il gelo tramite campi magnetici e speciali leghe metalliche.

Fonte: Ansa.it

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