Archive for September 18th, 2008

Il solare batte il nucleare, ecco il perchè

Thursday, September 18th, 2008

Per mettere a fuoco il problema dell’energia bisogna considerare che la Terra è come un’astronave che viaggia nell’immensità dell’Universo. Non consuma sue risorse energetiche per viaggiare, ma ha bisogno di tanta energia per i numerosi passeggeri che trasporta: già oggi sono più di 6,7 miliardi, con un aumento di circa 75 milioni all’anno. Ogni minuto nascono 32 indiani e 24 cinesi.

La storia della civiltà è strettamente correlata al progressivo sviluppo delle risorse energetiche, perché con l’energia si può fare tutto, o quasi. Si può anche rimediare alla scarsità di altre risorse; per esempio, se l’acqua potabile scarseggia, se ne può ottenere a volontà dall’acqua del mare, ma al caro prezzo energetico di un litro di petrolio per ogni 3 metri cubi di acqua.

Nell’attuale fase storica l’energia è fornita quasi esclusivamente dai combustibili fossili, ma ci rendiamo conto che sono un regalo irripetibile e quantitativamente limitato che la natura ci ha fatto. Oggi sappiamo anche che il loro uso massiccio e prolungato reca gravi danni all’uomo e all’ambiente. Partendo da questi incontrovertibili dati di fatto, è necessario compiere scelte sagge e prendere rapide decisioni nel campo della politica energetica.

La questione energetica mette l’umanità di fronte ad un bivio. Da una parte c’è la difesa ad oltranza dello stile di vita ad altissima intensità energetica dei Paesi ricchi. Uno stile di vita che non si fa carico dei danni dell’ambiente, non esclude azioni di forza o, addirittura, di guerra per conquistare le riserve fossili residue, non si cura di ridurre le disuguaglianze, si espone ai rischi della proliferazione nucleare e lascia in eredità alle generazioni future scorie radioattive per migliaia di anni. Dall’altra parte la necessità di rispettare i vincoli fisici del nostro pianeta imporrebbe un cambiamento dello stile di vita, che dovrebbe anche essere visto come una scelta etica: uno stile di vita fondato su più bassi consumi energetici, sobrietà e sufficienza. Questa seconda alternativa prevede un periodo di transizione, nel quale dovrà essere progressivamente ridotto l’utilizzo dei combustibili fossili, evitata l’espansione del nucleare e sviluppati tutti i tipi di energie rinnovabili, diffuse e non inquinanti, ciascuna valorizzata a seconda della specificità del territorio.

Per fare la scelta giusta ci vuole una politica che guardi lontano. De Gasperi ha scritto che proprio in questo sta la differenza fra un politico e un vero statista: il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista guarda invece alla prossima generazione. Per agire come statisti, i politici dovrebbero ascoltare più spesso gli scienziati che, avendo minori condizionamenti, possono guardare più lontano.

Questo è fondamentalmente lo scopo che ha spinto un folto gruppo di scienziati a rivolgere al governo un appello (http://www.energiaperilfuturo.it), che è stato poi illustrato in un incontro presso il ministero per lo Sviluppo Economico. L’appello sottolinea l’urgenza che nel Paese aumenti la consapevolezza riguardo la gravità della crisi energetica e climatica, insiste sulla necessità del risparmio e di un uso più efficiente dell’energia, mette in guardia contro un inopportuno e velleitario rilancio del nucleare e, infine, esorta il futuro governo a sviluppare l’uso delle energie rinnovabili ed in particolare dell’energia solare.

L’Italia non ha combustibili fossili e neppure uranio. La sua più grande risorsa è il Sole, una fonte di energia che durerà per 4 miliardi di anni, una stazione di servizio sempre aperta che invia su tutti i luoghi della Terra un’immensa quantità di energia, 10 mila volte quella che l’umanità intera consuma. Guardare lontano, quindi, significa sviluppare l’uso dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili, non quello dell’energia nucleare.

E’ un guardare lontano nel tempo, perché non lascia alle prossime generazioni un immane fardello di scorie radioattive. E’ un guardare lontano nel mondo, perché, a differenza dei combustibili fossili e dell’uranio, l’energia solare e le altre energie rinnovabili sono presenti in ogni luogo della Terra e, quindi, il loro sviluppo contribuirà al superamento delle disuguaglianze e al consolidamento della pace.

L’Italia ha più Sole dell’Austria, ma ha una superficie pro capite di pannelli solari termici 20 volte meno estesa. L’Italia ha più Sole della Germania, ma la potenza fotovoltaica pro capite installata in Germania è 30 volte maggiore. Fa specie che in Italia, dove l’unica risorsa energetica ampiamente disponibile è proprio il Sole, la maggior parte dei politici e degli industriali, e persino alcuni scienziati, non si siano ancora accorti che l’attuale crisi energetica offre al nostro Paese una grande opportunità che nazioni meno ricche di Sole hanno già colto, sviluppando nuove industrie e creando nuove forme di occupazione. Il risparmio, l’uso più efficiente dell’energia e lo sviluppo del solare e delle altre fonti rinnovabili sono le azioni necessarie per affrontare il difficile futuro che ci aspetta e per lasciare in eredità ai nostri figli un Paese vivibile.

APPUNTAMENTO A TORINO
La conferenza

«Il futuro delle risorse energetiche: sfide e opportunità»: è il titolo della conferenza che Vincenzo Balzani terrà oggi alle 18 al Centro Congressi del Lingotto di Torino, in occasione del Congresso europeo della chimica.
I problemi
Al centro dell’intervento ci saranno i motivi che, secondo il professore, sconsigliano la scelta del nucleare come alternativa ai combustibili fossili: pericolosità degli impianti, difficoltà a reperire depositi per le scorie radioattive, esposizione ad atti di terrorismo, enormità degli investimenti, aumento delle disuguaglianze tra Paesi tecnologicamente avanzati e Paesi poveri.
La mobilitazione
Il sito dell’appello al governo è: http://www.energiaperilfuturo.it.

Chi è Balzani Chimico
RUOLO: E’ PROFESSORE DI CHIMICA DEI MATERIALI E FOTOCHIMICA ALL’UNIVERSITA’ DIB OLOGNA
RICERCHE: NANOTECNOLOGIA NANOMACCHINE E CHIMICA SUPRAMOLECOLARE

Fonte : La Stampa

“Oscurità mondiale”: 10 minuti di buio per il Pianeta

Thursday, September 18th, 2008

Tutti i cittadini della Terra sono invitati a spegnere luci e apparecchi elettronici dalle 21:50 alle 22 di questa sera e permettere al nostro pianeta di respirare

La proposta, partita dalla pagina Facebook di un giovane ambientalista, Andrés Shelp, ha fatto velocemente il giro di internet rimbalzando dai vari social network e blog della rete. Si chiama “Oscurità mondiale” ed è un invito rivolto a tutti i cittadini della Terra perché oggi spengano luci e apparecchi elettronici per dieci minuti, dalle 21:50 alle 22, ora locale di ogni paese. Un breve blackout, ma che perlomeno permetterà alla Terra di tirare il fiato per 10 minuti. L’iniziativa sta facendo il pieno di consensi anche tra gli ecologisti democratici, che riportano lo slogan dell’iniziativa: “Se ci sarà una risposta collettiva l’energia risparmiata sarà davvero notevole. Stiamo 10 minuti nell’oscurità, prendiamo una candela e semplicemente fermiamoci a guardarla mentre il nostro pianeta respira”. Secondo Fabrizio Vigni, presidente degli ecologisti del Pd “è un’iniziativa simbolica, ma di grande significato, che richiama tutti alla necessità di una rivoluzione energetica ed ambientale per salvare il pianeta. Il risparmio energetico e le energie rinnovabili sono le nuove frontiere del futuro”. Perché, in conclusione “se vogliamo fermare i cambiamenti climatici – dice Vigni – dobbiamo girare il mondo nella direzione giusta subito, non c’è più tempo da perdere”.

Ma cosa si guadagna qunado compriamo italiano

Thursday, September 18th, 2008

Metà settembre, spesa in un supermercato di Milano, bancone della frutta e della verdura. I mirtilli arrivano dal Cile, i porri dalla Germania, lo scalogno dalla Turchia, i ravanelli dai Paesi Bassi, di pere ce ne sono quattro tipi ma soltanto uno è Made in Italy, gli altri arrivano da Spagna e Sudafrica. Oggi importiamo anche i prodotti di stagione, non soltanto le primizie. Facciamo viaggiare merce da un continente all’altro, ma è sempre necessario? E conviene ancora con il prezzo del petrolio alle stelle? I nostri agricoltori sostengono di no: anche i consumatori ci perdono, in qualità e sicurezza e oltretutto spendono di più, «pagano anche il gasolio quando comprano frutta e verdura d’importazione». A proposito: i mirtilli cileni li abbiamo pagati 18 euro al chilo, quelli italiani, in un altro supermercato, meno di 16; per le pere Forelle del Sudafrica abbiamo speso 4 euro al chilo e le William spagnole erano più care delle William italiane, 2, 49 euro al chilo contro 2,19. E non è soltanto questione di soldi. “Comprando prodotti locali si possono risparmiare cento euro al mese (su 467 di spesa media) ma anche mille chili di CO2 l’anno”, è lo slogan strillato quest’anno da Coldiretti. E lo slogan è stato convincente. Ai consumatori piace l’idea di fare una spesa risparmiosa, di qualità e anche sostenibile. Piacciono i prodotti “chilometro zero”, quelli che arrivano dai campi vicini, che sono meno “energivori” perché viaggiano meno e inquinano meno.

Quest’estate sono già state approvate due leggi ad iniziativa popolare (25mila firme raccolte), in Veneto e in Calabria, per promuovere le produzioni locali. E Legambiente e Coldiretti hanno elaborato una proposta di legge già depositata alla Camera che sarà presentata entro la fine di settembre (“norme per la valorizzazione dei prodotti provenienti da filiera corta a chilometro zero e di qualità”). Spiega Ermete Realacci, ministro dell’Ambiente nel governo ombra del Pd: «Una legge quadro nazionale è necessaria per potenziare i prodotti del territorio e per andare incontro alle esigenze dei consumatori che cercano prezzi contenuti ma vogliono prodotti di qualità, sicuri e anche ecosostenibili. Sarà una battaglia comune, mi sono già confrontato con parlamentari del centrodestra». La normativa veneta – ribattezzata “legge dei bisi” (per il piatto tipico locale risi e bisi, riso e piselli) – prevede un 50% di prodotti locali nelle mense di scuole, ospedali, caserme, case di riposo; spazi per la vendita diretta dei produttori agricoli nei mercati; controlli sull’etichettatura.

LE INFORMAZIONI SULL’ETICHETTA
Oggi sulle confezioni deve essere indicata l’origine, in futuro potremmo trovarci anche la distanza percorsa, i chili di petrolio consumati e le emissioni di CO2 e magari il logo di un aereo sulle confezioni che hanno volato da un Paese all’altro. Le pesche del Sudafrica in vendita quest’estate nei supermercati hanno viaggiato per 8mila chilometri e per ogni pacco da un chilo sono state emessi 13,2 chili di CO2: se questo dato fosse comparso sulla confezione forse molti clienti, a parità di prezzo, avrebbero rinunciato alle pesche del Sudafrica. E la grande distribuzione come si regolerà? Piermario Mocchi è il direttore marketing di Carrefour Italia, il che significa che parla per i loro 67 ipermercati, per i 495 supermercati GS, i 1013 Dìperdì e i 20 Cash and Carry. «Oggi i nostri fornitori sono all’80% italiani e siamo molto attenti ai microlocalismi. Ma ci teniamo anche a garantire una copertura completa della gamma dodici mesi l’anno perché è vero che ci sono clienti sensibili ai prodotti “Km0” ma ci sono anche quelli che vogliono trovare le ciliegie a dicembre e il nostro obiettivo è soddisfare le esigenze del maggior numero di persone».

Che cosa incide sulla scelta dei fornitori? «Abbiamo una centrale d’acquisto unica, devono garantire oltre alla qualità le quantità necessarie alla grande distribuzione. E sono pochi i produttori italiani che riescono a farlo. L’uva pugliese, per esempio, riusciamo a proporla anche nei punti di vendita del gruppo all’estero, in Francia, Spagna, Belgio, Polonia, Romania. Ma è un’eccezione». Secondo Mocchi le aziende di questo settore non sono sempre competitive: «La filiera agroalimentare della Spagna è più efficace. I loro prodotti, nonostante il costo del trasporto ci garantiscono un prezzo d’acquisto inferiore: se possiamo comprare la stessa pesca a un euro e mezzo anziché due euro e mezzo noi scegliamo di comprarle entrambe, naturalmente in volumi diversi, perché la maggior parte dei consumatori non sono disposti a pagare un euro in più per il frutto italiano».

Diverso il punto di vista dei nostri agricoltori. Sergio Marini, presidente di Coldiretti: «Nelle catene distributive a capitale straniero le centrali d’acquisto prescindono dal territorio in cui i supermercati si insediano e penalizzano i prodotti locali. E in questo modo penalizzano anche i consumatori che rischiano di pagare più per il gasolio necessario al trasporto che per il prodotto. Il costo del petrolio ha messo in discussione il principio della globalizzazione per cui si consumano i prodotti realizzati dove costa meno. Oggi dobbiamo sostenere la produzione vicino ai luoghi di consumo». «Far viaggiare le merci da un continente all’altro è un lusso che non possiamo più permetterci», è quello che ripetono anche gli ambientalisti, a partire del premio Nobel Al Gore che nel suo libro Una scomoda verità scrive: “Oggi un pasto medio prima di arrivare sulla nostre tavola percorre più di 1900 chilometri in aereo, nave o camion”.

I NUOVI FARMERS MARKET
Anche queste ragioni spingono i consumatori a puntare sui prodotti nazionali , meglio ancora, regionali. Ma spendono di più? No, quando la filiera è corta. Ed ecco spiegato il successo dei nuovi “farmers market”, i mercati degli agricoltori dove la vendita è diretta, senza intermediari. Adesso si trovano anche nelle grandi città, non saremo più costretti a prendere l’auto nel fine settimana per andare a fare la spesa ecologica e genuina in fattoria. E si stanno moltiplicando i mercati stabili, come quello di Taranto, duecento metri quadrati al piano terra di un palazzo di corso Umberto, nel cuore della città. O quello di Monselice, avviato già da quattro anni, dove l’altro sabato hanno rischiato di fare a botte per riuscire ad entrare e alle 10 del mattino i banconi erano già vuoti, saccheggiati.

Da ieri anche Milano ha il suo punto vendita, si trova nel piazzale del Consorzio agrario di via Ripamonti e sarà aperto tutti i mercoledì mattina. Idem per Roma, anche nella capitale sta per aprire un farmers market. Promette Marini: «Il nostro obiettivo è averne uno in ogni città. Nel comparto dell’ortofrutta il prodotto locale in filiera corta è vincente per qualità e prezzo, è più sicuro perché la nostra legislazione sanitaria è più rigida, è meno manipolato ed è meno inquinante. Coldiretti si impegna a monitorare sui prezzi e ad aumentare la convenienza: oggi il risparmio è almeno del 30% ma si potrebbe arrivare al 50% già entro la fine dell’anno». I farmers market sono una formula ormai collaudata anche in Francia e Gran Bretagna, negli Stati Uniti sono aumentati del 53% in dieci anni, sono più di quattromila, da New York a Los Angeles, ce ne sono cinquecento soltanto in California. In Italia procediamo più lentamente, ma la direzione è la stessa.

Ricordate l’esperimento del latte fresco alla spina lanciato pochi anni fa? A grande richiesta i distributori adesso sono centinaia, il latte viene venduto a un euro al litro, contro l’euro e sessanta che si paga in negozio. È un classico esempio di “Chilometro Zero” e in più c’è il vantaggio “ambientale” della confezione, perché la bottiglia (volendo di vetro) te la porti da casa, quindi non ci sono cartoni da smaltire. La filiera corta inizia a rendere: secondo un’indagine di Coldiretti sette italiani su dieci l’anno scorso hanno comprato direttamente nelle aziende agricole e il fatturato è stato di 2,5 miliardi di euro, i prodotti più acquistati sono stati vino, ortofrutta, olio, formaggi, carne e miele. Ormai sono più di 50mila (20mila perà sono stagionali) le aziende che fanno vendita diretta. Qualcuno dagli Stati Uniti ha copiato anche la formula “pick your own”: i clienti di alcune aziende agricole - hanno iniziato nel Lazio e in Sicilia - possono andare nei campi a raccogliere frutta e verdura, con la formula del self service risparmiano ancora di più. E passano qualche ora all’aria aperta. I clienti metropolitani ne vanno matti.

INVITO A CENA SOSTENIBILE
E ormai chi crede al vantaggio dei prodotti locali li cerca anche al ristorante. Uno dei primi a proporre un menu “Km0” è stato l’Osteria Vitanova, nel centro storico di Padova: dall’olio alla grappa, tutto arriva dalle aziende agricole della zona. In Veneto ormai sono una ventina i locali che in vetrina hanno l’adesivo “Menu a Km0”, questo significa che quando ci portano la carta scopriamo che l’olio del Garda ha viaggiato (per raggiungere Padova) 123 chilometri, che la gallina di Polverara utilizzata per preparare le polpette ne ha percorsi 16 e il risotto di zucca di Sottomarina con i funghi di Crocetta del Montello ne ha totalizzati meno di 130. Se avremo mangiato e speso bene saremo fieri di aver preferito un pasto poco inquinante. Alla trattoria Antica Ballotta di Torreglia, sempre in zona, hanno fatto un primo bilancio: «Risparmiamo il 18% sulla spesa e in più abbiamo aumentato del 18% i coperti».

Anche la capitale sta assaggiando il “migliozero”, sono già una quindicina i ristoranti che propongono piatti preparati con materie prime prodotte nel Lazio. E puntano sulle produzioni locali di stagione anche i grandi chef. È stata la scelta vincente di Davide Oldani, che al suo ristorante “D’0” di San Pietro all’Olmo, appena fuori Milano, riesce a proporre un menu low cost a 32euro perché sceglie soltanto prodotti locali di stagione: “Il D’0 è la dimostrazione che si può dare altissima qualità semplicemente rispettando la stagionalità. La melanzana adesso esce dalla mia cucina e rientra a giugno, adesso entrano zucca, broccoli, cavolfiori, melograno. Il mio consiglio? Quando andate a fare la spesa non lasciatevi tentare. Il pomodoro a dicembre, anche se è bello, tondo e rosso non dovete comprarlo: lasciatelo lì, lasciate quella merce a marcire nei negozi e vedrete che anche i supermercati faranno acquisti diversi”. Certo, le scelte dei consumatori saranno determinanti.

Federica Cavadini

Fonte : Corriere della Sera

Pitturare le città di bianco per raffreddare il mondo

Thursday, September 18th, 2008

Nel 1939 un imbianchino megalomane di nome Adolf Hitler scatenò il suo esercito facendo precipitare il mondo verso la catastrofe. Quasi 70 anni dopo un esercito di imbianchini potrebbe salvare il mondo dai disastri del cambiamento climatico. Di questo almeno sono convinti diversi fisici e ingegneri di varie istituzioni scientifiche internazionali che da tempo per combattere il crescente effetto serra vanno sostenendo le potenzialità di un banale rimedio: verniciare di bianco tutto il verniciabile.

“Se cento delle maggiori città del Pianeta dipingessero i loro tetti di bianco e scegliessero per la pavimentazione materiali più riflettenti, sostituendo ad esempio l’asfalto con il cemento, l’effetto di raffreddamento sarebbe massiccio”, hanno spiegato i curatori di una ricerca presentata la scorsa settimana a Sacramento in occasione dell’annuale conferenza californiana sui cambiamenti climatici.

“Un tetto di mille piedi quadrati, la dimensione di una casa americana media, se di colore bianco anziché scuro è in grado di annullare l’effetto serra di 10 tonnellate di anidride carbonica immesse nell’atmosfera”, ha spiegato uno dei curatori dello studio, il fisico Hashem Akbari del prestigioso Lawrence Berkeley National Laboratory. “Complessivamente - ha ricordato - nella maggior parte delle città i tetti rappresentano il 25% della superficie, mentre la pavimentazione rappresenta il 35%. Passare all’uso di materiali riflettenti nelle cento maggiori aree urbane significherebbe annullare l’effetto di 44 miliardi di tonnellate di gas serra, ovvero più di quanto immettono ogni anno nell’atmosfera tutte le nazioni del mondo”.


Il principio di fondo di questa possibile misura per combattere il cambiamento climatico è tanto semplice (da secoli le case dei paesi caldi sono tinteggiate di bianco) quanto scientifico. Le superfici chiare hanno infatti il potere di esaltare l’albedo terrestre, ovvero la quantità di radiazioni solari che vengono riflesse indietro. Lo stesso Ipcc, l’organismo scientifico istituito dall’Onu per monitorare e contrastare il riscaldamento globale, ha più volte denunciato come lo scioglimento dei ghiacci ai poli rischia di far accelerare la crescita delle temperature proprio per il venir meno della loro fondamentale capacità riflettente.

Del problema si sta occupando da anni anche un gruppo di studiosi italiani dell’Università di Perugia che per dare forza alle loro conclusioni hanno realizzato anche un prototipo da laboratorio che riproducendo gli scambi di calore per irraggiamento tra Sole, Universo e Terra permette di valutare la dipendenza della temperatura della superficie terrestre al variare dalla sua albedo.

Ma non tutti sono convinti che per intervenire contro il riscaldamento globale siano sufficienti pennello e vernice. Vincenzo Artale, oceanografo dell’Enea e membro italiano dell’Ipcc, chiarisce di non aver letto i dettagli dello studio, ma esprime qualche dubbio di carattere generale. “In principio è tutto giusto - spiega - è come simulare delle superfici ghiacciate, nel tentativo di sostituire quelle che si stanno sciogliendo. Ma subito mi viene in mente un problema: queste superficie potrebbero essere costruite in città, alla medie latitudini, al livello del mare. E tutto questo ne attenuerebbe molto l’effetto globale, ossia molta dell’energia che mandi su ti torna indietro per via dell’atmosfera più spessa, della maggiore presenza di nuvole e inquinamento e altri motivi ancora”.

Se su scala globale la validità del sistema pare ancora da valutare con attenzione, più facile immaginare un’efficacia del provvedimento su scala locale, per tagliare i costi energetici legati al condizionamento delle abitazioni e ridurre il cosiddetto effetto “isola di calore”, ovvero il fenomeno che porta le temperature dei centri abitati a essere stabilmente superiori di qualche grado a quelle registrate fuori dai centri abitati.
E’ per questo che lo Stato della California, nell’ambito del suo pacchetto di norme per l’efficienza energetica in edilizia, con un provvedimento del 2005 ha stabilito che tutti le coperture piatte delle strutture commerciali debbano essere di colore bianco e che a partire dal prossimo anno i tetti di tutti gli edifici, sia residenziali che commerciali, sia piatti che spioventi, debbano essere realizzati con materiali riflettenti.

Fonte : La Repubblica

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