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Vuoi un’auto elettrica al prezzo di un’auto normale? Si può fare!

Wednesday, September 10th, 2008

Ho scoperto che è possibile acquistare un’auto col motore fuso ma ancora in ottime condizioni e modificarla trasformandola in un’auto elettrica. Cambi il motore, quello elettrico è molto più leggero. In compenso ci devi mettere le batterie. Esistono già procedure standard internazionali per queste modifiche, realizzate sull’esperienza di centinaia di mezzi modificati.
Si fa in molte parti del mondo, poco in Italia.
Ho cercato di capire quali potrebbero essere orientativamente i prezzi.
Vi riferisco quel che ho tirato fuori da una serie di conversazioni con esperti del settore.
Innazi tutto è stato già risolto il problema essenziale dell’omologazione del mezzo. Problema che si pone in quanto in Italia non è ammessa la modifica di un automezzo. Però esiste il Tuv tedesco, ente di certificazione, anche a Bologna, e con 1600 euro si può immatricolare il mezzo in Germania il che ti dà il diritto di circolare in tutta Europa (in Italia abbiamo come al solito una legge cretina fatta per favorire la Fiat). E per inciso puoi anche scaricare l’acquisto sulle tasse che paghi in Italia. Essere europei è meglio!
Inoltre il collaudo dell’auto da parte del Tuv è una grossa garanzia in quanto il Tuv analizza l’efficienza delle modifiche. Quindi oltre alla nostra certificazione preventiva sulla professionalità delle auto officine, ne avremo una specifica su ogni singola auto. E credo che siano 1600 euro ben spesi per via che dei tecnici tedeschi omologati credo ci si possa fidare.
Ovviamente sto parlando di produrre in piccola serie un mezzo strepitoso. C’è auto elettrica e auto elettrica…
E noi modestamente abbiamo l’elettricità nel sangue e quindi non ci accontentiamo di scatorci.
Stò parlado di un’utilitaria con 150 km di autonomia a 100 all’ora, silenziosissima, con copertura in pannelli solari fotovoltaici ad alta resa, super batterie, meccanismo per il recupero dell’energia della frenata e della discesa, luci a led (ulteriore risparmio energetico). La ricarichi come un cellulare, attaccando la prolunga autoavvolgente a una normale presa elettrica. Fai cento chilometri con poco più di un euro di corrente perché il motore elettrico è molto più efficiente. E si lascia il meccanismo del cambio che riduce notevolmente il dispendio di energia. Inoltre il pannello solare sul tetto e sul cofano ti dà sempre un po’ di energia.
Per ricaricare completamente le batterie ci impieghi 8 ore. Con un’ora di ricarica ci fai 20 km.
Se c’è il sole di più.
Un’utilitaria così dovrebbe costare intorno ai 15 mila euro.
Una Volvo station wagon con eguali caratteristiche verrebbe sui 22 mila euro. Il trucco è proprio che si usano auto usate col motore andato. Paghi solo la carrozzeria e le prendi per poche migliaia di euro.
Questo però è vero solo teoricamente. I prezzi attuali sono più alti di 10 mila euro e più perché se compri un solo set di batterie per volta le paghi il doppio. Un set di batterie per un’auto media, che pagheresti 8 mila euro lo paghi 16 mila euro. Le batterie sono la componente oggi più costosa del’auto. Lo stesso problema vale per le officine artigianali che eseguono questi lavori: fare un’auto per volta è molto più caro e faticoso che programarne 20 contemporaneamente.
Organizzando una minima economia di scala negli acquisti progetto dei componenti e nella gestione del sistema si potrebbero ottenere risparmi consistenti in ogni settore.
Ci sono le aziende in grado di realizzare le auto, ci sono i tecnici capaci di progettare, ci sono i prototipi funzionanti realizzati da questo gruppo. Manca il prodotto chiavi in mano a un prezzo ragionevole.
E quando io vedo una possibilità così davanti sapete che non resisto.
Mi sono trattenuto in questi mesi soffrendo come un cane.
Non potevo aprire bocca fino a che il fotovoltaico non decollava.
Ma adesso che funziona spero che altri inizieranno a fidarsi del sistema dei gruppi di acquisto e a collaborare per migliorare le proposte e espanderle.
Siamo davanti a una meravigliosa, sconfinata prateria.
Il territorio vergine delle ecotecnologie ci attende e ci permetterà di dar vita a un colossale cambiamento economico, ecologico, culturale e energetico.
Cosa aspettiamo?
Ho quindi aspettato una settimana per pensarci su e adesso mi sono deciso ad aprire un pre-gruppo di acquisto per vedere se c’è interesse da parte di un numero sufficiente di persone o aziende a comprare un’auto elettrica pagandola dopo che il Tuv tetesco l’ha certificata (i soldi della caparra li teniamo in mano noi, se l’auto che hai ordinato non funziona li riprendi).
Pre-gruppo vuol dire che NON sono in grado di darti una macchina dopodomani.
Ma prima di iniziare a trattare con manager, ingegneri e meccanici ho la necessita di avere idea se c’è realmente qualcuno interessato.
Chiarisco questo in modo petulante perché ho visto cosa è successo nel solare fotovoltaico.
Ora finalmente la macchina è partita, 220 impianti sono in fase di progettazione dettagliata, 40 sono in fase di costruzione e 3 sono stati ultimati. Ma ce ne è voluta. Capisco chi si è scocciato di aspettare ma le cose stanno così, per costruire in sicurezza tocca andare piano.
Lo stesso vale per il gruppo d’acquisto per il solare termico e le caldaie. Qui stiamo solo contrattando con gli instalatori (e è dura). Sull’eolico e le biomasse non abbiamo neppure aperto le liste di preadesione perché ci sono grosse difficoltò a trovare la tecnologia giusta, soprattutto su piccola scala, sui mega impianti non abbiamo problemi.
Il gruppo d’acquisto per il Segway, il monopattino con le ruote parallele, è ai primordi, siamo solo a quota 3 aderenti.
Insoma consociare gli acquisti nella fase iniziale è molto difficile e forzatamente si tratta di un processo lento. Quindi cerco aderenti pazienti. Il nostro prim obiettivo è un acquisto certificato e affidabile. Quindi per prima cosa dovremo costruire il primo esemplare, provarlo ecetera.
Quindi c’è tempo.
Ma in questo caso, siccome non se c’è interesse, mi muovo solo se c’è un’adesione superiore alle 20 persone. Diciamo che ha senso muoversi se siamo in 100, bisogna sempre calcolare che molti possono poi cambiare idea. Ovviamente se e quando riusciremo ad arrivare a un’offerta conveniente chiederemo una caparra.
Nel mio progetto dentro il pacchetto dovrebbe esserci anche un sistema di finanziamento bancario o di leasing.
E vorrei anche mettere un ingegnere come si deve a progettare qualche miglioria sull’auto.
Ad esempio vorrei dotarla di serie di antifurto satellitare, vetri e componenti numerati col getto di sabbia indelebile (abbassa il costo dell’assicurazione antifurto) alleggerire la carrozzeria, aggiungere una presa di corrente standard, e tutta una serie di piccoli confort da studiare.
Insomma se la storia ti piace invia una mail specificando se desideri un’utilitaria, un modello medio o una station vegon. (non potremo avere una grossa scelta, o Volvo o Volkswagen).
Ok, questo è quanto.
Aspetto le mail di adesione a info@alcatraz.it

Ps
Ovviamente se hai 400 mila euro che non sai come investire, oppure sei un manager di chiara fama, avresti la possibilità di creare da subito la società in grado di gestire tutta l’operazione appoggiandosi alle officine efficienti che già esistono ma sono scollegate, non coordinate, prive di un ufficio acquisti collettivo e di un servizio di marketing. Manca loro un sistema di finanziamento al consumo e di offrire il prodotto chiavi in mano già omologato.
Credo che con il petrolio a 130 dollari al barile (ci arriveremo tra poco) l’auto a benzina castomizzata (in gergo si dice così) con un motore elettrico elettrica abbia un’attrazione enorme, anche perché offre un risparmio di costo al chilometro del 90% (grazie anche all’integrazione a panneli solari).
Utile netto dell’impresa, stimato in 5 anni, 20 milioni di euro.

Fonte : http://www.jacopofo.com/node/4573

gli ogm sono serviti…

Wednesday, September 10th, 2008

I produttori di sementi transgeniche sono convinti di sbarcare in Italia dal prossimo febbraio. Grazie al sostegno di Berlusconi e di una lobby potente e trasversale. Mentre l’Europa vuole aprire ai mangimi biotech

Ci sono due fronti, l’un contro l’altro armati, e c’è il pomo della discordia: un pomo geneticamente modificato. Il partito degli Ogm in Italia è sempre stato una minoranza, ma il vento sta cambiando. E dall’8 maggio, data di nascita del Berlusconi IV, i manager delle aziende biotech hanno messo lo champagne in frigo. Come dargli torto? Grazie all’amichevole partecipazione dell’attuale governo, già dal febbraio 2009 i semi transgenici potrebbero attecchire nei nostri campi. Semi di mais, o semi di soia, tanto per cominciare, per un affare che, solo nei primi due anni, varrà più di 700 milioni di euro. Gli scaffali e le tavole si riempiranno con il tempo di biscotti e salatini con un nuovo retrogusto, le massaie friggeranno patatine in olio Ogm, e il latte di soia avrà una marcia (e pure un paio di geni) in più. Senza contare che, come spiega Greenpeace, già oggi il pennuto o il bovino che cuciniamo per cena aveva probabilmente pranzato con soia o mais Ogm.

La lobby trans Siamo alla vigilia di una rivoluzione. I piani biotech del centrodestra hanno alleati forti anche a Bruxelles, dove la Commissione europea si prepara ad aprire le porte ai mangimi transgenici, sfruttando una scorciatoia per evitare di affrontare una nuova legge (vedi box a pag. 49). Sono proprio i mangimi a rappresentare il cuore di questo business. Secondo Nomisma, in Italia il 90 per cento di mais e soia finisce ruminato o beccato. E i due, insieme al cotone e alla meno nota colza (da cui si ricava olio per frittura), rappresentano le quattro piante Ogm più diffuse nel mondo. Da noi, però, a far gola alle aziende biotech è solo questa accoppiata transgenica, visto che in Italia si coltivano più di un milione di ettari di granturco e circa 200 mila di soia. Un vero terreno di conquista per quelli di Assobiotec, fronte comune delle società di biotecnologia nel nostro Paese: “Mi auguro che il nuovo clima politico favorevole ci permetta, già dalla prossima stagione della semina, di avere in campo prodotti sperimentali, per poi procedere con la commercializzazione”, rivela il direttore Leonardo Vingiani. Un affare d’oro, dato che - spiega - in soli due anni dall’ingresso nel mercato “potremmo assicurarci una fetta del 30 per cento”. Il che, stando a conti de ‘L’espresso’, vorrebbe dire 600 milioni di euro in mais e più di cento milioni in soia. Un bel piattone di polenta, ma neanche una cucchiaiata per le imprese nazionali. Perché, sostiene Viggiani con l’ottica dell’imprenditore, “nello scorso decennio è stata cavalcata un’isteria anti-Ogm che ha impedito la nascita di protagonisti italiani”. Assobiotec rappresenta quindi i soliti noti e i soliti sospetti dell’Ogm multinazionale: Monsanto, Bayer, Syngenta e la Pioneer del gruppo Dupont. In pratica, uno fra i più potenti pacchetti di mischia del lobbismo mondiale.

Risale agli inizi di quest’anno uno dei loro ultimi affondi, un sondaggio commissionato a Demoskopea fra i maiscoltori lombardi. Dove si legge che il 67 per cento degli intervistati sarebbe disposto a coltivare Ogm ’se nel prossimo futuro la legge lo consentisse’, e che la percentuale sale (al 74) sulla propensione alla sperimentazione. Più è grande il terreno che hanno da coltivare, più tendono a essere d’accordo. Ma questo non sorprende, visto che il mais, come la soia (in gergo, colture ‘estensive’), vuole grandi spazi.

Largo alla scienza Si spiega così quel solco che vede Confagricoltura da una parte, sempre più apertamente schierata in favore degli Ogm, e Coldiretti e Cia dall’altra. Una differenza di vedute, e di necessità, fra i relativamente pochi grandi coltivatori (come i maiscoltori del nord-est di Futuragra) che lamentano una produzione in calo e sognano i benefici della genetica, e i tantissimi piccini che curano il proprio orticello di nicchia e temono di vedere la proficua diversità dei prodotti italiani schiacciata da un’omologazione targata Ogm (vedi intervista a fianco).

Ecco allora che lo scontro si trasferisce sul piano della ricerca. Dove tanti scienziati ingrossano le fila del partito filo-Ogm. Molti di questi si trovano riuniti sotto le insegne del Sagri (Salute, Agricoltura, Ricerca): dall’Accademia delle Scienze alla Società di genetica agraria, dalla Società italiana di tossicologia all’associazione Galileo 2001, passando per la Fondazione Umberto Veronesi, l’associazione Luca Coscioni e la stessa Futuragra. Capitano della squadra è Roberto Defez, ricercatore del Cnr di Napoli. Che si chiede: “Cosa succederà quando nutrire gli animali con mais non Ogm diventerà improduttivo? E quando il mais non Ogm scomparirà del tutto?”. Per Defez il punto è che “le istituzioni hanno paura”, e quel che ne risulta è “una legislazione ostile all’Europa”, dove invece, spiega, è lecito coltivare per ragioni commerciali almeno una singola pianta Ogm, la famosa Mon810 (’figlia’ della Monsanto). E mentre c’è chi progetta riso, grano e patate geneticamente modificate (e non solo un paio di geni per volta), c’è anche chi attribuisce al transgenico una funzione ’salvifica’ nei confronti dei prodotti a rischio estinzione. Come Francesco Sala, docente di botanica a Milano e membro di Galileo 2001, che ribalta le paure sul rapporto fra Ogm e biodiversità: “L’Italia ha grande bisogno di Ogm proprio per salvaguardare i suoi prodotti tipici. Basti fare l’esempio del pomodoro San Marzano. Sta scomparendo per colpa dei nuovi parassiti che lo assalgono, e lo salveremo solo modificandolo geneticamente”.

Semi benedetti Se Alcide Bertani, capo del dipartimento Agroalimentare del Cnr, chiede semplicemente “di non aver pregiudizi”, gli scienziati di Cristiani per l’ambiente vanno oltre: “Non conosco docente cattolico di biotecnologie che sia sfavorevole”, sostiene Antonio Gaspari, presidente dell’associazione e direttore del master in Scienze ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (trascurando però le posizioni nettamente contrarie delle Acli e della Focsiv): “Negli Ogm la Santa Sede vede una grande opportunità: quella di fornire semi che non hanno bisogno di particolari trattamenti chimici a società agricole arretrate dove si vive con meno di due dollari al giorno”. La posizione aperturista di una parte del Vaticano trova sponda politica ideale nell’Udc: “Se sono sicuri per i cittadini, e per di più possono alleviare il problema della fame nei paesi poveri, perché mai dovremmo essere contro?”, gli fa eco Mauro Libé, responsabile Ambiente del partito di Casini. E così gli Ogm riescono a mettere insieme diavolo e acqua santa: in perfetto accordo coi politici cattolici stavolta troviamo i radicali che, attraverso l’associazione Luca Coscioni, sposano la questione al tema della libertà di ricerca scientifica.

Ogm delle libertà Il vero asso nella manica dei pro Ogm nei palazzi della politica si chiama Silvio Berlusconi. Prima e dopo le elezioni il premier si è detto assolutamente a favore dell’uso delle sementi modificate. In piena campagna elettorale aveva corteggiato Confagricoltura, assicurando un’apertura graduale. Posizione ribadita tre mesi dopo, con la postilla che si tratta di un elemento indispensabile per sconfiggere la fame nel mondo. D’altra parte tra le fila di Forza Italia prima, e del Pdl poi, Assobiotec ha sempre trovato più di una mano tesa. A cominciare da chi per anni è stato responsabile del settore, e ora è presidente della commissione Agricoltura del Senato, Paolo Scarpa Bonazza Buora. Uno dei fedelissimi del Cavaliere, a tal punto da replicare in scala lo schema del conflitto d’interessi: dalle parti di Portogruaro il senatore possiede un migliaio di ettari (che coltiva, manco a farlo a posta, a mais e soia). Eppure il premier qualche dissenso interno l’ha incontrato, soprattutto con An. Se infatti è riuscito a portare dalla sua i liberal, come il sottosegretario Adolfo Urso, si trova comunque a dover fiaccare la resistenza di Gianni Alemanno, che nei cinque anni al ministero delle Politiche agricole ha fatto muro contro il Frankenstein food.

E l’opposizione? L’Italia dei valori si disimpegna: su precisa domanda il partito di Antonio Di Pietro ha ammesso di non avere una linea. Nel Pd invece l’orientamento è quello di un no ‘ragionato’. Francesco Ferrante degli ecodem, gli ambientalisti del Partito democratico, sostiene che “non c’è nessuna preclusione ideologica, ma solo la constatazione che non servono all’agricoltura italiana, che si basa sul biologico e sull’alta qualità”. Linea condivisa da tutto il partito, Walter Veltroni in primis. Ad eccezione di due pezzi grossi. Il primo è il senatore Umberto Veronesi, che li ha ribattezzati ‘organismi geneticamente migliorati’. Il secondo è Paolo De Castro, ex ministro prodiano delle Politiche agricole, che preparò nove protocolli per la sperimentazione stroncati dal suo collega verde Alfonso Pecoraro Scanio. Ripartire da quei protocolli, oggi, rappresenta il principale motivo d’ottimismo per Assobiotec e compagnia. Tutto infatti fa supporre che in autunno possano rispuntare, e stavolta passare indisturbati. Ma non avranno vita facile. La rete Liberi da Ogm, di cui fanno parte agricoltori (Cia e Coldiretti), consumatori (Adiconsum, Federconsumatori e altri), distribuzione (Legacoop, Confcooperative) e altre associazioni, si prepara a indossare l’elmetto. “Ci stiamo organizzando per un autunno caldo, forti però del sostegno della maggioranza degli italiani”, annuncia il portavoce Roberto Burdese.

Fonte : L’espresso

Viaggio nel Polo che si scioglie

Wednesday, September 10th, 2008

Nulla. Solo un mite spazio grigio-azzurro dai riflessi opalini, sovrastato da vapori biancastri, piallato così regolarmente dal vento che potrei veder emergere il naso di un tricheco a un miglio di distanza. Eccola la finestra che s’è aperta nel Polo con la grande febbre della Terra. Mai così visibile come ora, mai come da questo punto, l’ultima Thule, il promontorio più settentrionale della terraferma americana.

Qui pochi anni fa, anche in questi giorni di fine estate, la linea della banchisa non spariva mai dall’orizzonte, era sempre visibile prima che cominciasse la sua implacabile manovra a tenaglia verso il continente.
Il gelo era sempre lì, pronto a richiudersi. Se il tempo peggiorava, capitava che nella prima metà di settembre le baleniere ritardatarie naufragassero a poca distanza dalla riva in un’apocalittica collisione di ghiacci. Ora è tutto finito. Il mare si ricompatta sempre più tardi, in modo sempre meno prevedibile, e agli uomini della stazione scientifica polare che svernano in questo villaggio sperduto non resta che monitorare, più che una silenziosa ritirata, una fuga precipitosa. Duecento, trecento, quasi trecentocinquanta chilometri in pochi anni.
***

Ma la nostra storia comincia altrove, molto più a Ovest, sullo stretto di Bering, alle sette del mattino, in un freddissimo giorno di vento forte da Ovest. Inizia con un’alba svogliata che si fa strada agli antipodi del mio mondo, aprendo squarci blu come bolle d’inchiostro dentro una banchisa di nubi ferme, simili a una coperta funebre. È quello il Finis-terrae da cui parte il nostro viaggio ai margini del Polo che si scioglie fino al mitico Passaggio a Nordovest. Alle spalle c’è l’Alaska - penisola di Seward - punto estremo delle Americhe. Davanti, oltre la luce intermittente di un faro, la Siberia ancora immersa nella notte. A Sud il Pacifico, l’acqua di mezzo planisfero terrestre che imbocca con spaventose correnti il varco di cinquanta miglia che lo separa dal Mare artico.


Il Polo è diventato circumnavigabile dopo centomila anni, i ghiacci si sciolgono, da qualche giorno - e forse solo per qualche istante - il Passaggio a Nordest e quello a Nordovest si sono aperti in simultanea, ma è sul secondo - quello di gran lunga più difficile tra Il Canada e la Groenlandia - che s’è rotto l’ultimo diaframma. È su questo itinerario maledetto che, in un labirinto di isole e ghiacci, nell’agosto 1845 il capitano John Franklin scomparve con due grandi navi e un equipaggio di centocinquanta uomini, ed è verso quel punto che tenteremo di andare, toccando alcuni punti chiave della traversata, nell’ultimo varco di bel tempo che ancora rimane all’emisfero boreale.

Tutto si capovolge nello stretto di Bering. L’ora del tuo orologio, la notte che diventa giorno, la data che cambia agli antipodi di Greenwich. E poi la Russia che qui sta a Occidente, l’America che diventa Oriente, e l’Europa - capovolta! - che si scopre a Nord, oltre la calotta polare e le isole Svalbard, sulla rotta dei jet intercontinentali. Tutto si inverte e tutto finisce: gli oceani; il nuovo e il vecchio mondo che qui sembrano navigare come incrociatori in rotta di collisione; il passaggio a Nordest e quello a Nordovest che confluiscono, simultaneamente liberi dalla banchisa. Al primo chiarore scopro che il mare non c’è, lo stretto è coperto da un altro mare, un mare fatto di bruma, una grigia decalcomania delle superfici oceaniche che ribollono di sotto.

In mezzo a questa prateria lattiginosa, venti-trenta miglia al largo, sbucano due montagnole, come monconi di un ponte bombardato, ferme nella corrente. Le Isole Diomede, vicinissime tra loro: una russa, più grande e piatta, e una americana, più piccola e irregolare. In quel punto la nebbia s’ispessisce verso Ovest, diventa bambagia densa come il piumaggio delle oche, causa il freddo siberiano che lambisce la costa e incontra l’umido del Pacifico.

Una grande nave da carico, nera, ispida di ponteggi e sollevatori, esce da Capo Prince of Wales, fende il mare controcorrente lungo la costa alaskana, scende verso le Isole Aleutine. “Viene da Kivalina, 150 miglia a Nordest, dove sta la più grande miniera di zinco del mondo” spiega Tim, la mia guida, un tipo lungo nato sulla costa Est. “Il traffico è continuo, la ditta porta via tutto quello che può prima che quei fottuti ghiacci chiudano di nuovo gli stretti”, brontola sputando semi di zucca.

Ha appena smesso di fumare, e i semi sono la sua sola consolazione. “Poi, a fine ottobre si ferma tutto. Gli Stretti chiudono baracca”.

Intanto, dice con un lieve tono di commozione, arriveranno le balene. Molleranno i loro pascoli estivi nel Nord dell’Alaska, dove tutte le correnti si mescolano generando pazzesche concentrazioni di plancton, e per fine settembre doppieranno Point Hope, il promontorio giusto a settentrione della penisola di Seward, dove si possono vedere quasi sotto riva, e scenderanno controcorrente nel Pacifico. Tim sa quasi a memoria i libri di London, Konrad o Melville, e lancia al vento oscuri presagi. “Big changes are going on, amico mio”, mutamenti biblici sono in corso tra gli uomini e nella natura. Poi allarga le braccia per dire che nessuno ha la minima idea di dove il clima porterà la Terra Madre.

Dura arrivare fin qui; solo l’aereo collega le Terre estreme al resto del mondo. Niente strade, niente alberghi, persino la mappa si desertifica, perde la densità di nomi in un mondo dove pure i cercatori d’oro hanno battezzato ogni rigagnolo. Ci si lascia alle spalle l’Alaska coperta di foglie gialle, immersa nella luce della placida estate indiana, e subito verso la costa il paesaggio si imbarbarisce. Vento forte, freddo, colline coperte di abeti anemici, paludi già pronte al rigelo, un terreno che sotto il metro di profondità resta un blocco ghiacciato anche d’estate. Alla fine, una brughiera nuda scende verso la costa cui s’aggrappano ispidi villaggi eschimesi, chiusi come ostriche al resto del mondo. Qua e là, basi militari - Tin City, Point Hope, Cape Lisburne - con le bandiere stellate al vento, ancora in allerta per una guerra fredda che può ricominciare.

“Posti per duri”, mi ha avvertito Hajo Eicken, giovane luminare dell’università di Fairbanks che sta monitorando la febbre terrestre attraverso la fusione dei ghiacci marini. “Laggiù è illusorio muoversi senza una guida e senza essersi annunciati con anticipo alla comunità tribale. Ti ignoreranno”. Difatti mi ignorano. Nei villaggi costieri tra Teller e l’aeroporto di Nome, non ottengo risposta a nessuna domanda. Buongiorno. Silenzio. Sono italiano. Silenzio. Ti guardano con gli occhi a mandorla chiusi a fessura, poi continuano a fare le loro cose.

A Singigyak, a Sinuk, stessa musica. Hajo ha ragione, per gli eskimo sono solo un ficcanaso. Niente da mangiare, un posto per dormire non esiste; devo tornare a Fairbanks in giornata. Ma la visione degli Stretti avvolti nella bruma siberiana è sufficiente a capire la partita in gioco su questo tratto di mare che potrebbe diventare il Canale di Suez di domani.
Basta un po’ d’immaginazione. L’anno scorso il minimo storico dei ghiacci s’è registrato la seconda settimana di settembre.

Ora, mi ha detto sempre Eicken davanti alla mappa satellitare che radiografa ora per ora l’estensione del Polo, “questo record potrebbe essere battuto”. Se è vero, lo sapremo a giorni. E se continua così, è chiaro fin d’ora che le rotte del domani, saldandosi su questo stretto oceanico, potranno far risparmiare al trasporto marittimo mondiale migliaia di miglia e milioni di barili di petrolio.

L’accesso alle acque polari è largo sull’Atlantico, occupa tutto lo spazio tra Groenlandia e Scandinavia, e non genera bagarre tra le nazioni. Qui, invece, dove il varco è minimale, si concentrano enormi conflitti di interessi. Russia e Canada, i due grandi Paesi con coste artiche, hanno in mano le chiavi delle due rotte circumpolari, e gli Stati Uniti sono nervosi per il fatto di dover dipendere dalle compiacenza altrui. Nervosi soprattutto col Canada, che ha avuto l’ardire di ispezionare navi americane in transito, e nel 2005 ha subito per ritorsione lo smacco di vedersi passare sotto il naso sommergibili Usa in acque artiche di sua competenza. Passaggio ovviamente non annunciato. È qui in Alaska, più che in Texas, che si misura la fame energetica americana.

Qui, in uno stato al settanta per cento repubblicano che spazzerebbe via orsi polari, balene, renne e foche per un solo barile di petrolio in più. “Drill, drill, drill!”, Trivella, trivella, trivella, è stato il grido delle truppe repubblicane alla convention di Saint Louis che ha incoronato, accanto al candidato presidente John McCain, la sua vice Sarah Palin, governatrice dello stato più settentrionale degli Usa. Era un grido che partiva dalle compagnie petrolifere che lavorano in Alaska, e ovviamente aspettano la liquefazione dei Poli per mettere le mani sulle ultime risorse.

Non è ambientalista l’Alaska, e i democratici lo sanno bene. “We are terrified by her”, siamo terrorizzati da questa donna, dichiarano ai giornali locali i pochi partigiani di Obama. Gli orsi polari stanno sparendo, ma la signora Palin ha fatto recentemente ricorso contro la decisione federale di schedarli come specie a rischio di estinzione. Motivo non detto: la tutela della vita animale limiterebbe la libertà dei trivellatori. “La sua filosofia è tagliare, uccidere, scavare e trivellare”, parola di John Toppenberg, direttore dell’Alaska Wildlife Alliance.

In Mediterraneo la fine dell’estate genera dolci malinconie. Qui ti squarcia l’anima di angoscia. Nelle terre estreme dello spazio iperboreo la discesa del sole s’accompagna a una grande fuga che ti fa sentire l’ultimo sopravvissuto di una catastrofe nucleare. Partono i pensionati verso la Florida, partono i turisti; i cacciatori e i pescatori tengono duro ancora due-tre settimane al massimo, per sparire anch’essi alla prima tempesta di neve. Ma se ne vanno soprattutto i migratori.

Sulle brughiere che fanno da scenario alle correnti oceaniche di Bering la smobilitazione è già iniziata. Il cielo è segnato ovunque da squadriglie di oche, anatre, gru, e Sand Pipers (bestiole trampoliere dal becco lungo a canna di flauto, di cui non trovo il nome italiano) che vanno in formazione verso il Sudovest dell’Asia e il Sudest dell’America. Alcuni dall’Alaska vanno fino in Australia e altri dalla Siberia tagliano verso il Texas, costruendo sul cielo di Bering delle grandi “X” con l’incrocio delle loro rotte transoceaniche.

Vanno e ti strappano il cuore, mentre il freddo comincia e la linea bianca dei ghiacci si prepara a invertire il suo movimento tornando a Sud. Gli stretti non hanno mai fermato gli animali. Orsi, foche, leviatani, narvali e orche marine vanno dove vogliono. Un tempo passò anche l’uomo, se è vero che gli eskimesi alaskani arrivarono dal Nord della Siberia e hanno le stesse fattezze rotonde dei loro cugini in terra russa. Così, almeno, appurò la mitica spedizione del norvegese Rasmussen nell’anno del Signore 1925. E poi le correnti. Non avete idea di cosa succede qua sotto. Il Pacifico comincia a correre verso Nord - per una questione di scarsa salinità - già all’altezza della penisola di Kamchatka, quella specie di zoccolo, grande come l’Italia, un posto pieno di vulcani che sulla mappa fa sembrare l’Eurasia una strana mucca che scalcia. Quando arriva al lungo arcipelago delle Aleutine - la coda della spina dorsale americana - la corsa è tale che tra un’isola e l’altra il mare s’ingolfa creando uno scalino di mezzo metro. “Anche se l’acqua fosse calda non potresti nuotare” ti dicono gli oceanografi.

Una volta sullo stretto, il Pacifico diventa una carica di cavalleria, un fiume incontenibile, con punte di settanta chilometri al giorno. Anche lì, con il satellite vedi perfettamente cosa succede. Acqua marrone sulla costa, per i sedimenti dello Yukon. Acqua blu-notte tra le Isole Diomede e la costa americana, a indicare il canale d’uscita dell’oceano più grande del mondo.
Dopo, succede di tutto. Fiumi e fiumi sottomarini che vanno attorno al Polo, la profondità diverse, senza mescolarsi, per migliaia di chilometri. E intanto ecco che una corrente atlantica, dopo aver circumnavigato il Polo in senso orario a partire dalle Svalbard, ha una forza tale che è capace di arrivare fino allo stretto di Davis, in zona Passaggio a Nordovest, per riemergere nei pressi della Groenlandia. Così accade che sulla costa Nord dell’Alaska ci sia acqua del Pacifico in superficie e acqua dell’Atlantico in profondità.

Meraviglie, equilibri insondabili, con la vita animale che non fa che seguire la traccia dell’enorme mestolo capace di mettere in movimento tutto questo.
Anche il ghiaccio, qui intorno, subisce mutazioni stupefacenti. Non diventa banchisa piatta, non riesce a creare le infiorescenze e le trame sottili con cui comincia a consolidarsi nelle acque più ferme. Non avanza nemmeno, come un fronte. Si accumula, invece, rabbiosamente: con tempeste, nevicate, agglomerazioni tondeggianti dette “pancakes” che poi riempiono gli interstizi con altro ghiaccio mobile. Alla fine tutto si salda, e Bering diventa teoricamente percorribile a piedi. Ogni tanto c’è qualche pazzo che ci prova, e scompare nella tormenta, per via delle tremende spinte sottostanti che spaccano tutto, sollevando lastre di ghiaccio come pietre tombali in un cimitero abbandonato.

Ma il ghiaccio dov’è? Dov’è la bianca signora, la fatamorgana che arretra a Nord? A quanti chilometri dalla costa sta la linea del fronte del Polo? Trecento, dicono i satelliti, ma il gioco delle correnti fa sì che, a Nordovest dell’ultimo Finis Terrae americano, un promontorio di gelo arrivi a cento, forse ottanta chilometri dalla costa. Per vederlo c’è solo l’aereo e il rompighiaccio, se il tempo lo permette. E per questo che la nostra seconda tappa è quassù a Barrow, dove finisce il Passaggio a Nordovest.

Ma attenzione. Settembre resta una stagione infida, Nessuna nave oggi si allontanerebbe dalla costa, anche se è ora che i ghiacci raggiungono, teoricamente, la minima estensione. Già a metà agosto il gelo può arrivare in un lampo, il tempo diventa dannatamente imprevedibile. E poi, ti dice chi conosce l’Artico, non c’è satellite al mondo che sappia segnalare i ghiacci vaganti, specie se semisommersi. La circumnavigabilità può essere anche una questione di minuti. A queste latitudini non esiste che l’aeroplano, ma anche quello diventa un terno all’otto se comincia la neve.

La giornata di Bering è finita. Arrivo all’aeroporto di Nome, sulla costa Sudovest, infreddolito come un mendicante, in pieno sballo da fuso orario e con una fame da morire. Chiuso nella giacca a vento, ho nella pancia solo quattro chips prese da un distributore automatico. “Lei è italiano?” mi chiede sconvolta un’eskimese bella tondetta al tavolo del check-in.

Capisco che spera che non sia vero, ma ammetto a malincuore la provenienza. Questo la getta ancor più nello sconforto. Ripete: “Italia, Venezia, Roma…”, poi mi guarda a bocca aperta e chiede, sconsolata: “Ma lei perché viene qui?”. Non riesce a capire cosa spinga tra i ghiacci un figlio del sole.
 Fonte : La Repubblica

Offensiva contro i cani museruola a grandi e piccoli

Wednesday, September 10th, 2008

 Museruole, guinzagli e responsabilità dei padroni: una sentenza della Cassazione e le proposte del sottosegretario alla Salute Francesca Martini rilanciano il tema dell’aggressività di alcune razze e delineano le nuove norme che dovranno regolare la vita degli animali e dei loro proprietari.

Per la Cassazione sono i proprietari gli unici responsabili dei loro cani soprattutto quando sono di razza aggressiva come i pitbull. I giudici sono chiari: il padrone è sempre responsabile del comportamento dell’animale anche quando questo viene affidato ad un’altra persona, infatti non cambia la situazione se chi lo tiene è qualcuno di famiglia perché, non essendo “la persona dominante”, è inadeguata a gestirlo. I giudici spiegano dunque come il padrone di un cane sia l’unico che ha l’obbligo di impedire che il cane aggredisca qualcuno.

La sentenza della Cassazione è piaciuta al sottosegretario alla Salute Francesca Martini che sta mettendo a punto una nuova ordinanza: “Condivido il fatto che il proprietario è responsabile dell’animale. Questo è il principio che intendo porre alla base della nuove norme sui cani pericolosi nella quale si individua il proprietario come soggetto responsabile”. Quindi non solo museruola e guinzaglio ma anche, ora dice la Cassazione “un conduttore che sappia gestirlo”.

In tal senso “punterò molto sulla formazione dei proprietari e in questo i veterinari saranno un nodo cruciale”.

Il sottosegretario infatti intende stabilire nuove regole, quelle ora in vigore, l’ordinanza dell’ex ministro Turco, scadranno a gennaio 2009. Per il sottosegretario Martini il cane va sempre tenuto al guinzaglio tranne nelle aree attrezzate e in situazioni particolari come, per esempio, in aperta campagna. Confermato l’uso della museruola che però andrà collegata a determinate caratteristiche dell’animale (peso, stazza) e non alla razza.

“Certo - ha detto Martini - non è che adesso tutti i cani saranno con guinzaglio e museruola ma il guinzaglio ci dovrà essere mentre la museruola sarà a seconda dei casi”. Sarà poi cancellata la lista dei cani pericolosi, perché, dice Martini, “anche un barboncino può mordere se viene spinto a farlo”.


Continuano dunque le ordinanze. La prima su “Tutela dell’Incolumità Pubblica dall’Aggressione di Cani” porta la firma dell’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia e fu adottata nel 2003. Quindi c’è stata l’ordinanza del 12 dicembre 2006 dell’ex ministro della Salute Livia Turco che recava alcune novità rispetto alle norme precedenti, come il divieto al taglio di coda e orecchie, all’uso di collari elettrici e all’addestramento rivolto a esaltare l’aggressività dei cani. In quell’ordinanza anche una lista di razze pericolose (17). Il tutto poi confermato nell’ordinanza del gennaio 2008 ancora in vigore. Per ora comunque di nuovo c’è la sentenza della Cassazione che è piaciuta anche ad alcune associazioni di consumatori. “La sentenza”, dice il Codacons, “obbligherà i proprietari pericolosi ad una maggiore responsabilità”.

Fonte : La Repubblica

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