Archive for July 28th, 2008

L’Aidaa propone il carcere per chi abbandona gli animali

Monday, July 28th, 2008

E’ la terza causa di incidenti stradali e ogni anno ne causa almeno 4000

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Subito dopo l’ubriachezza ed i colpi di sonno, tra le cause potenziali di incidenti stradali gravi ci sono gli animali abbandonati e selvatici che ogni anno causano almeno 4.000 incidenti stradali di cui almeno un migliaio con feriti gravi. In almeno una trentina di casi, nel 2007, si sono registrati addirittura dei decessi. Sono dati allarmanti se si considera che almeno 3.000 incidenti sono stati causati lo scorso anno da animali abbandonati sulle strade e sulle autostrade prevalentemente nel periodo estivo.

A lanciare l’allarme l’associazione italiana difesa animali ed ambiente che ricorda questi dati nel corso della campagna di prevenzione degli abbandoni “Io l’ho visto” in collaborazione con Radio Montecarlo e che vedrà diverse centinaia di volontari presidiare i punti nevralgici di strade ed autostrade nel tentativo di prevenire gli abbandoni e salvare gli animali abbandonati dai vacanzieri.

Anche sulla base delle statistiche riportate, Aidaa chiede che il proprietario di un cane abbandonato che si rende responsabile suo malgrado di un incidente stradale che causi la morte di uno o più viaggiatori sia accusato di omicidio colposo e venga giudicato con la stessa severità con la quale ultimamente vengono colpiti gli investitori o i responsabili di incidenti trovati in stato di ebrezza.
 
Fonte : La Zampa.it

Sette cose da sapere sulla felicità

Monday, July 28th, 2008

UUT VEENHOVEN, IL SOCIOLOGO CHE HA CREATO LA PIÙ GRANDE BANCA DATI SUL TEMA, SPIEGA LA SUA RICETTA
 
Sette cose da sapere sulla felicità 
 
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È diffusa come non mai, nasce dalla libertà e non dai soldi, allunga la vita
 
 
IVAN FULCO
 
Non chiedete a Ruut Veenhoven, professore di Sociologia all’Università Erasmus di Rotterdam, come definirebbe il suo lavoro di ricerca, perché non esiste un termine ufficiale per gli «esperti di felicità». Eppure lui è un luminare del campo. Si occupa della direzione del WDH, «World Database of Happiness», un progetto nato da una sua idea e gestito da un team di 28 ricercatori. Obiettivo: creare una banca dati globale delle ricerche sulla felicità per determinare gli «indici della gioia» di ogni nazione. Se qualche sondaggista vi ha mai chiesto se siete felici, probabilmente anche voi siete un dato nei computer di Veenhoven.

Perché studiare la felicità?
«L’obiettivo è aiutare chi governa a creare più felicità per più persone. E per farlo è necessario comprendere la felicità e le condizioni che la determinano. Il WDH è uno strumento per accumulare conoscenza sul tema. Raccoglie le ricerche disponibili e le organizza in modo che siano confrontabili».

Come si misura la felicità?
«Il team si occupa prima di tutto di raccogliere il materiale di altri ricercatori, individuando le ricerche che contengano informazioni sulla felicità in qualsiasi parte del mondo. Da questa massa di dati estraiamo gli studi coerenti con la nostra definizione di felicità. All’interno di quest’ultimo gruppo ricerchiamo quindi le informazioni relative al livello di felicità osservato, in genere basato sulle risposte a una singola domanda, del genere: “Quanto sei soddisfatto allo stato attuale della tua vita? Indicalo con un numero da 1 a 10″. I risultati sono ricondotti a una scala standard e inseriti nel database “Felicità nelle nazioni”. Oggi abbiamo dati comparabili relativi a 130 nazioni. In 15 di queste l’arco temporale di analisi supera i 20 anni».

Dopo decenni di ricerche, che cosa ha capito della felicità?
«Ho capito sette cose. Primo, la maggior parte delle persone sono felici. Nei media vediamo prevalentemente le miserie umane, ma gli studi mostrano un quadro differente. Secondo, la felicità media è aumentata nella maggior parte delle nazioni negli ultimi 30 anni. Terzo, l’ineguaglianza si è tendenzialmente ridotta. Quarto, la felicità media è ai massimi storici nelle nazioni moderne, sebbene le persone tendano oggi a essere critiche verso la propria società. Quinto, la felicità dipende più dal soddisfacimento dei bisogni umani universali che non dal rispetto degli standard culturali di “vita agiata”. Sesto, la felicità è indice di efficienza. E come tale promuove l’efficienza, rendendo le persone più aperte e attive. Settimo, la felicità protegge anche dalle malattie e di conseguenza le persone felici vivono più a lungo. Le ripercussioni della felicità sulla longevità sono paragonabili a quelli dell’essere o meno fumatore».

Qual è l’identikit di una nazione felice?
«Distinguerei quattro punti. Primo, ricchezza materiale. Le persone tendono a essere più felici nelle nazioni ricche. Secondo, libertà. Libertà politica, economica e nella sfera privata. Per esempio libertà di religione, di sposare chi si ama e di vivere secondo le proprie inclinazioni sessuali, e questo include i matrimoni gay. Terzo, buon governo e stato di diritto. Queste condizioni istituzionali incidono sulla felicità indipendentemente dai partiti al potere. Quarto, tolleranza. Minori sono gli stereotipi negativi in un Paese, più felici sono mediamente i cittadini».

In quali settori dovrebbero investire le nazioni occidentali per incrementare la felicità globale?
«A livello sociale la felicità può essere massimizzata impegnandosi nel buon governo e nello stato di diritto. I governi dovrebbero inoltre cercare di preservare le libertà e la tolleranza. Ma la felicità può anche essere incrementata aiutando le persone a compiere scelte di vita più informate. Le ricerche mostrano che non riusciamo a prevedere come le decisioni incideranno sulla nostra felicità. Un esempio classico è che le persone tendono a sovrastimare il guadagno di felicità derivante da un aumento di stipendio, ma sottovalutano l’effetto negativo del maggior tempo trascorso sui mezzi pubblici. Gli studi su larga scala possono mostrarci come queste decisioni hanno influenzato persone simili a noi nel passato recente. I governi dovrebbero investire su queste ricerche, che darebbero importanti risultati nel lungo termine».

Chi è Veenhoven Sociologo
RUOLO: E’ PROFESSORE DI SOCIOLOGIA ALL’UNIVERSITA’ ERASMUS DI ROTTERDAM-OLANDA
I LIBRI: «CONDITIONS OF HAPPINESS» «HAPPINESS IN NATIONS» «HAPPY LIFE-EXPECTANCY»
 
+ TuttoScienze
 

Ecco i fondali marini italiani al top Greenpeace stila la classifica

Monday, July 28th, 2008

Un giro sott’acqua alla ricerca di scogli, conchiglie e murene degni di essere fotografati è possibile anche senza allontanarsi troppo dalle nostre coste. Non serve immergersi nelle acque tropicali per scoprire meraviglie, lo si può fare tranquillamente anche nei mari italiani. Sono diverse, infatti, le riserve marine del nostro Paese che hanno ottenuto l’ok da Greenpeace nella classifica dei fondali più puliti contenuta nel dossier “Riserve marine ai raggi X”.

I primi tre posti. Secondo la graduatoria, tra le mete più gradite dai sub ci sarebbero l’area di Pianosa (Livorno), Portofino (Genova) e Capo Carbonara-Villasimius (Cagliari). Le tre aree protette hanno ottenuto il miglior voto (”distinto”) nell’ambito del monitoraggio subacqueo effettuato dall’associazione ambientalista in collaborazione con Dan (Diving Action Network) e Nase all’interno del Des (Divers Environmental Survey), un progetto di monitoraggio dei fondali marini.

Promossi e bocciati. Si classificano in ottime posizioni anche Tavolara-Punta Coda Cavallo (Olbia-Tempio), Capo Caccia (Alghero-Sassari), Tor Paterno (Roma) e Ventotene (Latina), mentre si devono accontentare della sufficienza Porto Cesareo (Lecce) e le Cinque Terre (La Spezia). Bocciati, invece, i fondali di Plemmirio in provincia di Siracusa e le Isole dei Ciclopi nel Catanese, dove l’immersione sarebbe sconsigliata a causa del precario stato di salute dell’area.

I parametri. Il dossier ha preso in considerazione 12 parametri per valutare lo stato di salute delle aree marine protette: quattro nel gruppo tematico “stato generale”, che comprende lo studio della presenza di mucillagini, rifiuti, reti o lenze perse e il grado di torbidità; altri quattro in “popolamento ittico”, secondo i quali si valuterebbe la presenza di esemplari di cernia, corvina, dentice, sarago; infine, il “popolamento” e quindi la presenza di piante come la posidonia, ma anche di alghe e gorgonie.

“Chiudere alla pesca per ripopolare”. Nelle aree monitorate, maggiori preoccupazioni sono state riscontrate per quel che riguarda i popolamenti ittici e i popolamenti dei fondali. “Le aree - ha dichiarato il responsabile mare di Greenpeace, Alessandro Giannì - si confermano uno strumento valido al ripopolamento in presenza di controlli severi e in assenza di prelievo da pesca. Questo richiederebbe la creazione di una rete efficace di riserve marine, chiuse alla pesca e all’inquinamento, che copra il 40% dei mari italiani al fine di ripopolare i mari e restituire opportunità di lavoro al mondo della pesca che negli ultimi anni ha perso 15.500 posti di lavoro”.

La pesca di frodo. Il dossier ha identificato cinque questioni preoccupanti che minerebbero lo stato di salute dei nostri fondali. Ad esempio, la pesca di frodo: è il problema più diffuso, riscontrato in modo particolare nelle aree di Plemmirio e delle Isole dei Ciclopi. Nella zona A, quella più protetta, sono state trovate reti da pesca, così come anche a Pianosa, leader della graduatoria. A Tor Paterno sono stati intercettati pescatori con le canne, a Porto Cesareo è stato fotografato un pescatore subacqueo.

La “zonizzazione”. Sarebbe insufficiente la “zonizzazione”, ovvero la definizione dei livelli di tutela. In Italia esiste una suddivisione su tre livelli di tutela: zone A (massima), B (intermedia) e C (minore). Tuttavia, rileva il dossier, sono stati osservati posti bellissimi in zona C e posti dove non c’era molto in zona A.

L’eccesso di urbanizzazione. In alcune aree marine è stato rilevato un eccesso di sedimentazione e torbidità dovuto in parte all’urbanizzazione della costa che includerebbe la costruzione di case, strade, porti con il rilascio di fango e altre sostanze. Un esempio è Punta Mesco alle Cinque Terre.

La presenza di specie straniere. Meno famosa della sua ‘parente’ Caulerpa taxifolia (la cosiddetta “alga assassina”), l’alga Caulerpa racemosa è stata trovata dalla Sicilia all’Arcipelago Toscano e risulta ormai diffusa in tutto il Mediterraneo, soprattutto nel Sud.

L’impatto del cambiamento climatico. Tra le possibili conseguenze sembra esserci la morìa del popolamento di corallo rosso a bassa profondità presso la Grotta di Falco a Capo Caccia.

Fonte: La Repubblica

RODI; FIAMME SOTTO CONTROLLO,’APOCALISSE ECOLOGICA’

Monday, July 28th, 2008

 Il grande incendio che per il quinto giorno consecutivo sta devastando l’isola di Rodi e’ ormai ‘’sotto controllo” e i turisti evacuati ieri potranno tornare ai loro alberghi sulla costa perche’ anche il fumo sta scemando. Lo hanno assicurato le autorita’ del centro di crisi greco al consolato italiano di Rodi. ”La situazione e’ ormai sotto controllo e si spera di estinguere completamente le fiamme entro domani” ha detto all’Ansa la responsabile consolare italiana sull’isola, Donatella Berni. E’ stato intanto deciso che i turisti evacuati ieri dalla costa, circa duemila, tra cui alcune centinaia di italiani, possano tornare ai propri alberghi perche’ ”l’emergenza fumo” sta finendo a causa del ridursi dei venti. L’incendio, che ha distrutto cinquemila ettari della piu’ antica foresta di conifere e’ comunque definito oggi una ”apocalisse ecologica” dalla stampa locale e nazionale sottolineando che si tratta della peggiore catastrofe di questo tipo vissuta dall’isola. ”E’ una gigantesca catastrofe” dice all’Ansa telefonicamente da Rodi Spyridoula Strati, giornalista del quotidiano locale Proodos, che ha seguito la storia e che appare piu’ prudente delle autorita’ sull’andamento dell’incendio. ”Per il momento continua a bruciare, anche se non avanza”, dice. E aggiunge: ”abbiamo avuto incendi nel 1987 e nel 1992, ma questo e’ certamente il peggiore. Ha incenerito migliaia di ettari di una foresta mai prima lambita dalle fiamme, e nessun rimboscamento potra’ compensare tale disastro”. (ANSA)

Strage di api, pesticidi sotto accusa

Monday, July 28th, 2008

Nel 2008 la popolazione degli alveari ridotta del 40%. A rischio produzione di miele. Le regioni lanciano allarme

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MILANO - La vita delle api è sempre più costellata di ostacoli: insetticidi, pioggia, parassiti. Tanto che gli apicoltori lanciano l’allarme: solo nel 2008 la popolazione degli alveari in Italia si è ridotta del 40%. Una strage che si riflette nella produzione di miele, calata del 30% rispetto allo scorso anno. E che preoccupa anche la politica: la manovra economica triennale, approvata dalla Camera, prevede uno stanziamento di due milioni di euro destinato proprio al settore dell’apicoltura.

MIELE A RISCHIO - Praticamente nullo il raccolto di miele di agrumi in Sicilia, scarsissimo in Calabria, Basilicata e Puglia. Brutte notizie anche per il miele d’acacia, il più consumato in Italia: al Nord e in Toscana a causa delle piogge incessanti se ne è raccolto poco, un po’ di più nel Centro. Niente miele di tarassaco nel 2008 a causa dello spopolamento degli alveari (oltre 50 mila produttori hanno perso le api raccoglitrici in campo) e dell’esodo forzato di alveari dalle zone contaminate da insetticidi tossici dispersi nelle operazioni di semina del mais. Il miele millefiori primaverile ha avuto un tracollo di produzione del 70%, mentre si spera che vada meglio per quelli estivi, come l’eucalipto e il castagno.

INCONTRO A ROMA - Il ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia si è detto soddisfatto del finanziamento da due milioni per cui si era battuto: «Avevo raccolto le segnalazioni degli apicoltori - ha spiegato - e avevo richiesto l’introduzione del fondo per il settore. L’apicoltura è un’attività importante sia per la produzione di miele sia per la conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e dell’agricoltura». Zaia ha convocato per martedì 29 luglio un incontro al ministero con le associazioni e le regioni per valutare iniziative comuni contro la moria delle api. Sull’argomento è intervenuto anche il ministro ombra dell’Ambiente del Pd, Ermete Realacci, secondo cui «la moria delle api sta diventando una vera e propria emergenza». Realacci appoggia «la richiesta che arriva da molte regioni di fermare l’uso dei pesticidi che potrebbero essere responsabili del fenomeno».

STUDIO CANADESE - Intanto dal Canada arriva un’altra ipotesi sulle cause che stanno portando le api alla distruzione. Secondo alcuni ricercatori guidati da Michel Otterstarter dell’Università di Toronto gli alveari selvatici sarebbero gravemente colpiti da una malattia diffusa dalle api d’allevamento. Secondo i ricercatori sarebbero proprio le api allevate a fini commerciali e poi rilasciate all’interno delle serre per favorire l’impollinazione delle piante a diffondere pericolosi patogeni che mettono a rischio la sopravvivenza delle api in natura. Analizzando una popolazione di bombi selvatici che viveva nei dintorni di un’area coltivata, gli studiosi sono riusciti a determinare questo interscambio di patogeni tra le due popolazioni di api: quelle selvatiche e quelle allevate. L’agente patogeno si chiama ‘Crithidia bombi’, un parasita che tipicamente infetta le api allevate, ma assente in quelle che vivono in natura.

Fonte : Corriere della Sera

ANIMALI:BALENE,PROIETTILE SVELA ETA’ 140 ANNI ESEMPLARE

Monday, July 28th, 2008

Aveva 140 anni un esemplare di balena della Groenlandia cacciata e uccisa l’anno scorso dalla comunita’ eschimese degli Inuit di Barrow, in Alaska. ”Era nata verosimilmente durante la guerra di secessione, sopravvissuta alle cacce sfrenate di fine secolo e a due guerre mondiali”, spiega Fabrizio Borsani, biologo esperto di bioacustica. Insomma, si sapeva che questi animali raggiungono gli 80 anni, ma nessuno immaginava potessero vivere addirittura a cavallo di tre secoli. A svelare la veneranda eta’ di questo gigante del mare, un maschio di circa 15 metri, e’ stato un proiettile, nascosto nella scapola destra dell’animale. Una sorta di analisi balistica che sembra arrivare direttamente da una puntata della famosa serie televisiva ‘Crime scene investigation’, questa volta applicata ad un frammento metallico di lancia esplosiva. ”E’ quanto racconta in un articolo comparso sulla rivista ‘Polar biology’ il biologo statunitense Craig George, che da anni lavora nella comunita’ eschimese locale - afferma Borsani - e si tratta non solo di una scoperta sulla longevita’ di questi animali, ma anche sulle loro rotte: significa che per 140 anni questa balena si e’ mossa seguendo sempre la stessa strada”. Craig infatti, dopo vari confronti con reperti museali, ha scoperto che il frammento dell’arma rinvenuto all’interno della balena portava la firma del suo autore: Ebenezer Pierce, che durante la guerra di secessione aveva brevettato questo tipo di punta esplosiva. Il che ha consentito di risalire alla data di produzione, fra il 1879 e il 1885, anno in cui era stata modernizzata la lancia esplosiva. ”Gli attrezzi da caccia della baleneria dell’epoca venivano costantemente aggiornati e migliorati - aggiunge Borsani - e non solo e’ impensabile che in un Paese di cacciatori abbiano tenuto da parte le munizioni, ma anche che si sia trovato successivamente lo strumento adatto per usare questo tipo di ‘proiettile’. D’altronde, gia’ nel 1980 era stato rinvenuto un esemplare di balena della Groenlandia, che secondo l’analisi chimica del cristallino dell’occhio aveva dimostrato di aver superato i 100 anni di eta’. Quindi il conto torna”. Intanto i cacciatori eschimesi sono alle prese con gli effetti del riscaldamento del Pianeta, che minaccia le loro risorse di cibo. Il ghiaccio che si ritira ha portato alla luce buche del terreno che contengono riserve di grasso di balena ‘millenarie’, il cosiddetto ‘maktak’, l’unica fonte di vitamina naturale nell’Artico. ”Le riserve sono state recentemente datate tra i 3mila e i 5mila anni fa - spiega l’esperto - Eliminate anche quelle, il problema adesso e’ che con lo scioglimento del permafrost la comunita’ di eschimesi, che ha una quota di caccia assegnata di 4 esemplari di balena l’anno, principale fonte di cibo, non riesce piu’ a catturarne a sufficienza. Le balene migrano sempre piu’ lontano dalla costa, che si sta ritirando, diventando irraggiungibili per gli eschimesi e per le loro fragili imbarcazioni fatte di ossa e pelli di foca”. Quindi, a dispetto delle balene che riescono a oltrepassare un secolo di eta’, oggi chi rischia la sopravvivenza e’ la comunita’ degli Inuit di Barrow, a causa dei mutamenti del clima.(ANSA).