Pianeta Verde

rispettare la natura è rispettare se stessi

Pianeta Verde header image 2

Dai campi improduttivi una cultura innovativa per produrre biodiesel

July 23rd, 2008 · No Comments

In Italia, il ricorso a materie prime non-food sta registrando decisi passi in avanti, con investimenti annui in ricerca e sviluppo pari al 10-15% del fatturato del settore. L’obiettivo principale è la sperimentazione su materie quali le alghe, la jatropha curcas e l’olio fritto esausto da impiegare nella produzione di biodiesel in alternativa a soia, colza e olio di palma. In questo modo, l’impatto del biodiesel sulle colture alimentari, già limitato visto che nel mondo le coltivazioni dedicate sono meno dell’1% del totale, potrà essere ulteriormente circoscritto, secondo le linee guida dell’Unione Europea in tema di sostenibilità.

«In Italia abbiamo già alcuni esempi concreti - ha spiegato Maria Rosaria Di Somma, Direttore Generale dell’Unione Produttori Biodiesel, l’associazione di Confindustria che tutela e sviluppa il mercato del biodiesel -. Grazie alla ricerca e alla sperimentazione, colture innovative o materiali apparentemente di scarso valore potranno invece servire per produrre biodiesel e per una riconversione di produzioni agricole scarsamente remunerative».

Il Cnr di Catania sta testando la jatropha curcas, pianta tropicale che cresce nei terreni semi-aridi e in presenza di scarse precipitazioni. I suoi frutti non sono commestibili, ma dai semi si ricava olio (intorno al 39% del peso) che può essere impiegato in generatori diesel anche dopo un solo processo di filtraggio. I residui della macinazione possono produrre metano o fertilizzante per i terreni. Un ettaro può accogliere circa 2.500 piante da cui si ottengono 8.000 kg di semi che forniscono 2.200 kg di olio e circa 5.000 kg di fertilizzante. Le alghe sono un’altra possibile sorgente di olio vegetale per biodiesel. La tipologia migliore è quella delle microalghe, organismi vegetali delle dimensioni inferiori a 2 mm che si sviluppano in fotosintesi clorofilliana, come il diatom Phaeodactylum tricornutum (Bacillariophyceae) o il Botryococcus braunii BBG-1. Le microalghe sono da preferire alle macroalghe perché contengono più olio, crescono più rapidamente e hanno una struttura meno complessa. La resa oleica delle alghe ipotizzata è di circa 250 volte superiore a quella della soia e da 7 a 31 volte superiore a quella dell’olio di palma. I test in corso hanno l’obiettivo di valutare la creazione di bioraffinerie, pensate come un’estensione delle aziende agricole e finalizzate alla produzione decentrata di energia per l’autoconsumo (elettricità, calore, carburante per trattori, ecc.) e per la vendita esterna.

Un ricorso più strutturato all’olio fritto esausto, inoltre, potrebbe dare un apporto rilevante alla produzione di biodiesel e alla riduzione dell’inquinamento. In Italia, infatti, si consumano annualmente 600-700 mila tonnellate di olio di oliva e altrettante di olio di semi. L’unico recupero di olio alimentare esausto è effettuato presso i grandi utilizzatori (ristoranti, fast food, mense…) per circa 35 mila tonnellate/anno. È stato quindi calcolato che circa 800 mila tonnellate annue di olio, che potrebbero essere utilizzate per produrre biodiesel, finiscono nell’ambiente attraverso le reti fognarie.

Fonte : La Stampa

Tags: Uncategorized

0 responses so far ↓

  • There are no comments yet...Kick things off by filling out the form below.

Leave a Comment