Dai campi improduttivi una cultura innovativa per produrre biodiesel

In Italia, il ricorso a materie prime non-food sta registrando decisi passi in avanti, con investimenti annui in ricerca e sviluppo pari al 10-15% del fatturato del settore. L’obiettivo principale è la sperimentazione su materie quali le alghe, la jatropha curcas e l’olio fritto esausto da impiegare nella produzione di biodiesel in alternativa a soia, colza e olio di palma. In questo modo, l’impatto del biodiesel sulle colture alimentari, già limitato visto che nel mondo le coltivazioni dedicate sono meno dell’1% del totale, potrà essere ulteriormente circoscritto, secondo le linee guida dell’Unione Europea in tema di sostenibilità.

«In Italia abbiamo già alcuni esempi concreti - ha spiegato Maria Rosaria Di Somma, Direttore Generale dell’Unione Produttori Biodiesel, l’associazione di Confindustria che tutela e sviluppa il mercato del biodiesel -. Grazie alla ricerca e alla sperimentazione, colture innovative o materiali apparentemente di scarso valore potranno invece servire per produrre biodiesel e per una riconversione di produzioni agricole scarsamente remunerative».

Il Cnr di Catania sta testando la jatropha curcas, pianta tropicale che cresce nei terreni semi-aridi e in presenza di scarse precipitazioni. I suoi frutti non sono commestibili, ma dai semi si ricava olio (intorno al 39% del peso) che può essere impiegato in generatori diesel anche dopo un solo processo di filtraggio. I residui della macinazione possono produrre metano o fertilizzante per i terreni. Un ettaro può accogliere circa 2.500 piante da cui si ottengono 8.000 kg di semi che forniscono 2.200 kg di olio e circa 5.000 kg di fertilizzante. Le alghe sono un’altra possibile sorgente di olio vegetale per biodiesel. La tipologia migliore è quella delle microalghe, organismi vegetali delle dimensioni inferiori a 2 mm che si sviluppano in fotosintesi clorofilliana, come il diatom Phaeodactylum tricornutum (Bacillariophyceae) o il Botryococcus braunii BBG-1. Le microalghe sono da preferire alle macroalghe perché contengono più olio, crescono più rapidamente e hanno una struttura meno complessa. La resa oleica delle alghe ipotizzata è di circa 250 volte superiore a quella della soia e da 7 a 31 volte superiore a quella dell’olio di palma. I test in corso hanno l’obiettivo di valutare la creazione di bioraffinerie, pensate come un’estensione delle aziende agricole e finalizzate alla produzione decentrata di energia per l’autoconsumo (elettricità, calore, carburante per trattori, ecc.) e per la vendita esterna.

Un ricorso più strutturato all’olio fritto esausto, inoltre, potrebbe dare un apporto rilevante alla produzione di biodiesel e alla riduzione dell’inquinamento. In Italia, infatti, si consumano annualmente 600-700 mila tonnellate di olio di oliva e altrettante di olio di semi. L’unico recupero di olio alimentare esausto è effettuato presso i grandi utilizzatori (ristoranti, fast food, mense…) per circa 35 mila tonnellate/anno. È stato quindi calcolato che circa 800 mila tonnellate annue di olio, che potrebbero essere utilizzate per produrre biodiesel, finiscono nell’ambiente attraverso le reti fognarie.

Fonte: La Stampa

12 Responses to “Dai campi improduttivi una cultura innovativa per produrre biodiesel”

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    [...] 3- RECUPERO DELL’OLIO FRITTO PER FARNE BIODISEL: istituire la raccolto degli olii alimentari come in Germania dove si consegnano ai distributori di carburante che rilasciano un buono sconto proporzionato alla quantità d’olio fritto. Inoltre togliere il divieto di commercializzare liberamente il biodiesel, oggi i produttori hanno l’obbligo di conferirlo ai petrolieri che lo mischiano con il diesel. (+ info) [...]

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