Archive for June 2nd, 2008

Motore ad alghe? È possibile

Monday, June 2nd, 2008

 Le alghe sono da tempo protagoniste del dibattito sulle energie pulite alternative. Con queste piante marine si possono fare molte cose, e una start up di San Diego ha provato addirittura a utilizzarle per produrre combustibile. L’azienda si chiama Sapphire Energy e converte le alghe in green crude, vale a dire in greggio verde. Gli ingredienti della ricetta sono luce solare, acqua non potabile, alghe e anidride carbonica, e il processo di raffinazione può avvenire negli stabilimenti in cui viene separato il petrolio greggio.LE ALGHE - Secondo il Ceo dell’azienda americana, Jason Pyle, la scoperta inaugurerà un paradigma di cambiamento. Ma la notizia non è così nuova e c’è già stato chi in passato ha provato a utilizzare le alghe come benzina. Shell per esempio aveva annunciato la costruzione di un laboratorio alle Hawaii proprio per studiare il modo di ricavare carburante da queste formazioni. Nulla si è più saputo di tale iniziativa, presto accusata di greenwashing (operazione di ricostituzione dell’immagine attraverso iniziative ecologiche), ma che le alghe abbiano molto a che fare con il petrolio è risaputo. La formazione del cosiddetto oro nero è dovuta infatti alla decomposizione di sostanze organiche provenienti da organismi acquatici del regno animale e vegetale.

OAS_AD(\’Bottom1\’);SCENARI FUTURI - La Sapphire Energy non ha rilasciato alcuna informazione circa i dettagli del processo di conversione, né ha rivelato informazioni sul progetto pilota esistente. Quel che è certo, secondo l’azienda di San Diego, è che entro tre anni il nuovo combustibile verde sarà utilizzato per alimentare i veicoli eco-sostenibili ed entro cinque anni entrerà a pieno regime in commercio.

Fonte: Corriere della Sera

Il decalogo dei miti verdi (infranti)

Monday, June 2nd, 2008

 dieci eresie verdi. Chiama così, la rivista americana Wired, alcune fra le regole base dell’ambientalismo. Come il ritenere più eco-compatibile la vita in campagna di quella in città. O il preferire alimenti naturali ai «Frankencorp»: i cibi Frankenstein, geneticamente modificati. E agitando lo spettro del problema ecologico più grave e urgente, quello del riscaldamento globale, invita a rileggerle in chiave critica. Il titolo dell’articolo-pubblicato nella sezione Scienze della rivista di varia umanità, ispirata al pensiero di Marshall Mac Luhan e di Nicholas Negroponte-è una dichiarazione di guerra contro le idee acquisite: «Verità scomode: preparatevi a ripensare cosa vuol dire essere Verdi». Il movimento ambientalista, spiega il magazine, «non èmai stato carente di nobili obiettivi. Preservare spazi selvatici, la pulizia degli oceani, proteggere i bacini idrografici neutralizzando le piogge acide, il salvataggio di specie minacciate di estinzione. Tutto è lodevole ». Ma oggi c’è un problema ecologico «che supera tutti gli altri: il riscaldamento globale ». In sintesi, secondo la rivista, «ripristinare le Everglades » o «salvare la tartaruga del fango dell’Illinois non importa se il cambiamento climatico spinge il pianeta verso il caos». Da lì l’appello per i Verdi a unirsi nel comune obiettivo «di ridurre le emissioni di gas a effetto serra». E ad infrangere i «tabù». «Le vacche sacre dell’ambientalismo » le chiama Wired, invitando gli ecologisti a «macellarle». E ne enumera dieci, scatenando la reazione aspra dei lettori dell’edizione online. Eccole. La vita in città è più gentile verso il pianeta rispetto alla vita in campagna. È preferibile l’aria condizionata: emette meno C02 rispetto ai termosifoni. Le colture organiche non sono la risposta giusta per il pianeta. Le foreste vergini possono contribuire al riscaldamento del pianeta, meglio costruire aziende agricole al loro interno. La Cina è la soluzione: sta aprendo la strada alle energie alternative. Accettiamo l’ingegneria genetica: Ogm superefficienti potrebbero diminuire le emissioni di gas serra. Il commercio dei «crediti di carbonio», che consente ai Paesi più ricchi di inquinare di più grazie ad accordi con quelli che inquinano meno, non funziona. Le centrali nucleari sono la forma di energia su scala industriale più rispettosa del clima. È meglio acquistare un’auto usata che le nuove auto ibride. Infine: piuttosto che insistere a combattere contro il mutamento climatico, ormai ineluttabile, è meglio prepararsi al peggio. È proprio questo il punto chiave. La «verità spaventosa » spiega il magazine è che alcuni mutamenti climatici sono già avvenuti. Siamo già quasi arrostiti. Dunque meglio abituarci al calore, suggerisce Wired. Ma come? «Non possiamo permetterci di ignorare né l’energia elettrica carbonio free fornita dal nucleare, né il potenziale di trasformazione offerto dall’ingegneria genetica - sottolinea la rivista -. Dobbiamo sfruttare le possibilità offerte dalla densità urbana in termini di efficienza energetica. Dobbiamo accettare che le economie con la più rapida crescita al mondo non rinunceranno a un più alto tenore di vita in nome della scienza del clima e che, ad ogni modo, Paesi come l’India e la Cina potrebbero aiutare effettivamente ad elaborare le soluzioni di cui il pianeta ha tanto bisogno». Diversi i commenti sul blog. Si va dal plauso per «il coraggio» dell’articolo. Alle critiche dure: «Non solo avete troppo semplificato. Ma avete fatto anche errori. Primo fra tutti quello che il nucleare non comporti emissioni». «Un articolo estremamente tecnocentrico». «Non c’è più raziocinio in quest’articolo che nell’orecchio destro di Laura Bush».

Fonte : Corriere della Sera

Rischio di morte in trecento comuni

Monday, June 2nd, 2008

Dopo i quattro morti travolti dal fango a Villar Pellice e le centinaia di persone isolate nel Cuneese, si contano i danni che non sono ancora quantificati ma sicuramente ingenti in tutto il Nord Ovest. E adesso, di fronte alla pioggia che ha ripreso a cadere ed ai controlli febbrili sulle dighe, resta la paura che il disastro possa ripetersi. Un timore tutt’altro che infondato, stando al «Piano per l’assetto idrogeologico» elaborato dall’Autorità di bacino del fiume Po. Il documento è un elenco sterminato di Comuni a rischio, e sono 340 le località del Nord Italia classificate al «livello quattro», il più grave, definito così: «Possibile perdita di vite umane e lesioni alle persone, danni gravi a edifici, infrastrutture, patrimonio culturale e attività socioeconomiche». Oltre trecento Comuni che convivono con un fiume pronto a straripare, una frana in sospeso, grovigli di torrenti che accumulano detriti e che prima o poi li scaricheranno.

Una ricerca precisa e accurata. Spiega Chiara Chicco dell’Aipo: «Abbiamo calcolato la fetta di territorio su cui insiste una frana, o che potrebbe essere inondata, e tenuto conto di quante persone potrebbero essere coinvolte e di quante volte, in passato, sono avvenuti disastri». L’allarme tocca l’intero bacino del Po, dal Piemonte al Trentino. La provincia più a rischio è quella di Sondrio, con 39 Comuni al massimo livello. Un pericolo avvertito e combattuto: in Val Pola, solo un anno fa hanno usato 56 milioni messi a disposizione da una legge del ‘92 che aveva stanziato fondi dopo la frana del 1990, quella che cancellò Aquilone e i suoi abitanti. «Da quel giorno, qui, il lavoro non si è fermato», racconta il presidente della provincia Fiorello Provera. «Tamponiamo le falle. Siamo zona di montagna: spazi immensi e bassa densità abitativa». Si lavora anche altrove. A Courmayeur ogni volta che le previsioni del tempo si fanno minacciose il cellulare del sindaco Fabrizia Derriard comincia a squillare. «Ci avvisano anche con due giorni d’anticipo». Due mesi fa la stazione sciistica dei vip ha firmato il piano di protezione civile. E si è messa al riparo dagli strali dei tecnici di Bertolaso che, nel rapporto Ecosistema Rischio 2007, denunciavano gravi carenze. «Ci muovevamo in modo poco coordinato. Ora abbiamo vincoli precisi». Vietato costruire in certe zone, ad esempio. Solo che le regole non sono retroattive, e la montagna è già zeppa di case. «Quelle non si possono abbattere. Le teniamo d’occhio, al primo accenno di pericolo siamo pronti a evacuarle».

A Parma hanno deciso di intervenire alla radice. Basta evacuazioni. Due anni fa hanno costruito una cassa di laminazione a sette chilometri dalla città: 23 milioni di euro per arginare fino a 12 milioni di metri cubi d’acqua e tenere a bada il Parma e il Baganza, che scorrono in centro città. «Succede una volta ogni 200 anni, ma se straripano insieme ci distruggono», dice il sindaco Pietro Vignali, che era assessore all’ambiente quando - nel 1997 - il progetto fu approvato.

I comuni che si sono attrezzati restano comunque una sparuta minoranza. Il rapporto Ecosistema Rischio lo conferma. Molte delle località che l’Autorità di bacino considera a «rischio 4» lasciano a desiderare quanto a interventi di prevenzione e manutenzione. Come fare, allora? Domenico Tropeano, dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr: «Sull’arco alpino ci sarebbero da monitorare quattromila corsi d’acqua». Significa doversi arrendere? «Niente affatto. Basta la volontà politica». Tradotto: finanziamenti. «Se potessimo analizzarli tutti, riusciremmo a capire quanti metri cubi di roccia si trovano in equilibrio instabile e quante probabilità hanno cumuli di detriti sui centri abitati. E potremmo intervenire privilegiando le situazioni d’emergenza

Fonte: La Stampa

RENEWABLE ENERGY EUROPE A MILANO

Monday, June 2nd, 2008

Si svolgera’ a FieraMilanoCity, da 3 al 5 Giugno 2008, Renewable Energy Europe. Nella manifestazione internazionale saranno affrontati argomenti politici ed economici come le fonti rinnovabili nel futuro energetico dell’Europa, i vincoli delle risorse in un mercato in espansione e l’integrazione su griglia dell’energia elettrica rinnovabile. Nel corso dei tre giorni si susseguiranno conferenze ed esposizione sulle energie rinnovabili, dove si incontreranno gli operatori eurpei del settore. Renewable Energy Europe si conferma come un evento importante per la sua capacita’ di mettere in contatto 11.000 addetti ai lavori di oltre 100 Paesi, offrendo loro le piu’ interessanti opportunita’ di business del settore con ‘decision maker’ e professionisti leader. Tra i temi delle varie sessioni ritroviamo argomenti quali energia eolica, solare a concentrazione, fotovoltaica su larga scala, bioenergia e un’ampia gamma di tecnologie innovative. Momento centrale dell’evento sara’ un incontro dove si confronteranno tutti i professionisti presenti, soffermandosi sulla reazione dell’industria energetica ai cambiamenti climatici e dando la possibilita’ alle aziende del settore di manifestare la loro posizione su questi temi fondamentali.

Fonte : Ansa .it

Il degrado sull’Isola delle Femmine

Monday, June 2nd, 2008

Perdeva pezzi da tempo. Non veniva ristrutturata da decenni. Anzi, non risultano in tempi recenti i neppure i minimi interventi indispensabili per tenere in piedi quel tesoretto del Cinquecento che spunta in mezzo al mare a pochi metri dalla costa ovest di Palermo. Eppure molti giovani, soprattutto giovani ragazze, si fermano ancora lì davanti per ascoltare i lamenti struggenti di Lucia portati dalla leggenda. Così la Procura ha sequestrato tutto e ha denunciato il proprietario. Anzi, i proprietari perché l’isolotto di Isola delle femmine è una proprietà privata oltre che area protetta della Lipu.

L’isolotto in realtà si chiama “Isola di Fuori” e si può raggiungere anche a nuoto dalla scogliera di Punta Barcarello a Isola delle Femmine. E’ poco più di uno scoglio brullo e l’unica variazione al profilo morbido e scontato dell’isolotto è l’antica Torre di avvistamento che nel XV secolo doveva difendere la costa siciliana dagli attacchi dai pirati.

Il sequestro è stato deciso dalla Procura di Palermo ed eseguito dal Nucleo patrimonio artistico della Polizia municipale. La struttura - è la motivazione - è ridotta così male che rischia di crollare da un momento all’altro. La Torre era già vietata al pubblico ma turisti e appassionati raggiungevano lo stesso l’isolotto.

I militari hanno accertato il degrado e l’abbandono e hanno denunciato il proprietario. Che però non è l’unico intestario di Isola di Fuori.

L’Isola, nel tratto di mare tra Punta Raisi e Capo Gallo, dista dalla costa poco più di ottocento metri, 14 kmq con una forma quasi rettangolare (è lunga 575 metri e larga 325). La Torre ha mura possenti spesse circa due metri ed è stata costruita sul progetto dell’architetto toscano Camillo Camilliani. Ha la base quadrata, costruita a scarpata in modo da offrire una maggiore resistenza agli attacchi, e al suo interno ospitava la cisterna per l’acqua potabile che garantiva una notevole scorta in caso di assedio.
Il primo piano era destinato ad accogliere le derrate alimentari, il camino e i giacigli per i militari della guarnigione, noti come i “torrari”. Sulla terrazza oltre alle armi da fuoco era sempre presente il “mazzone”, fascio di legna pronto ad essere acceso in caso di necessità. Il sistema dei “fani” era utilizzato dai torrari per le comunicazioni di pericolo: in caso di avvistamento di imbarcazioni sospette, l’allarme veniva dato alle torri costiere e, da queste, alle popolazioni dell’interno, con un linguaggio di segnali di fuoco o di fumo.

L’Isola di Fuori ha sempre esercitato molto fascino, fin dai tempi antichi, ed ha alimentato leggende. Quella più nota considera la torre come prigione isolata per sole donne. Si racconta di una piccola comunità di donne turche che sarebbero vissute in esilio nella torre che avevano costruito. Un’altra versione vuole che nell’isola si rifugiassero donne dei paesi vicini quando volevano sfuggire a mariti troppo autoritari o violenti.

Un’altra ancora, di cui però si trova traccia in uno scritto di Plinio il Giovane, racconta che l’Isola fosse la residenza di fanciulle bellissime che per la durata di una luna, circa un mese, si concevano al giovane guerriero che si era distinto in battaglia.

La più suggestiva è certamente la storia di Lucia, una bellissima ragazza del paese che, innamorata di un giovane del luogo, rifiutò le offerte di matrimonio di un signore assai ricco ma anziano che per rabbia la fece rapire e rinchiudere nella Torre. Piuttosto che arrendersi, Lucia preferì lasciarsi morire. Ancora oggi, raccontano, durante le giornate di tempesta è possibile udire l’eco del suo disperato e malinconico lamento.

Tutto questo si sta consumando in un indecoroso abbandono. Sono intervenuti Procura e carabinieri. Hanno rintracciato i proprietari. Più che qualche sasso, sono da salvare le leggende.
Fonte: La Repubblica

Un anno da Robinson Crusoe

Monday, June 2nd, 2008

«Il mio viaggio prosegue bene. Sono stato sull’isola dove rimarrò per 10 mesi. È un luogo incontaminato ed è esattamente ciò di cui avevo bisogno…». Così recita l’ultima e-mail inviata dall’esploratore francese Xavier Rosset («avventuriero», come si firma lui) a Cheyenne Morrison, presidente della Islomaniacs Society e autore delle pagine di «The private islands blog», su cui è pubblicata la missiva elettronica.

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EREMITA IN VIDEO - Xavier vivrà infatti a Tofua - una delle isole Tonga, in Oceania - per 300 giorni, in completa solitudine, lontano dagli altri esseri umani e dall’inquinamento, equipaggiato solo di un coltellino svizzero, una videocamera e un pannello solare per ricaricarne la batteria. Un’avventura, questa in cui il francese ha deciso di lanciarsi, che rappresenta un tentativo di tornare alle origini, un modo per riflettere sul nostro stile di vita e sul rapporto dell’uomo con la natura. Oltre a doversi dare da fare per sopravvivere, il francese dovrà anche ingegnarsi per riprendere i momenti topici che caratterizzeranno la sua permanenza sui 10 chilometri quadrati di terra e roccia che compongono l’isola vulcanica. Le riprese saranno quindi trasformate in un documentario di 52 minuti, che arriverà sugli schermi solo nella primavera del 2009.

OAS_AD(\’Bottom1\’);PARTENZA - Xavier si è già recato in perlustrazione sull’isola che lo ospiterà per quasi un anno ma la partenza ufficiale è prevista per il mese di agosto, e il ritorno alla civiltà non avverrà prima di giugno del prossimo anno. Come è spiegato all’indirizzo di Un Regard sur le Monde, l’impresa dell’esploratore è stata approvata e patrocinata dal Governo dell’arcipelago di Tonga, che nel luglio del 2007 ha dato il nullaosta per la realizzazione del progetto.

Finte: Corriere della Sera

Macchina cattura CO2, ma serve a poco

Monday, June 2nd, 2008

La tecnologia arresterà il riscaldamento climatico? È la scommessa di alcuni scienziati americani che promettono entro due anni di presentare il primo prototipo di una macchina supertecnologica capace di purificare l’aria risucchiando l’anidride carbonica. Questo congegno lavorerà come i più moderni depuratori: in futuro secondo gli studiosi, guidati da Klaus Lackner, professore di fisica alla ‘olumbia University di New York, ognuna di queste macchine sarà capace di catturare dall’aria ogni giorno almeno una tonnellata di CO2 e di ridurre sensibilmente ogni anno le migliaia di tonnellate di gas serra che inquinano l’atmosfera.PROTOTIPO - Il prototipo che è stato chiamato scrubber (spazzolone) secondo il fisico Lackner sarà abbastanza piccolo da poter essere inserito nei container delle navi e all’inizio per costruirlo ci vorranno circa 140 mila euro. Questa cifra apparirà ben presto irrisoria rispetto ai benefici che riesce a produrre. Da anni ormai la tecnologia studia la possibilità di creare congegni simili. Richard Branson, l’imprenditore inglese a capo del gruppo Virgin, ha promesso 25 milioni di dollari (circa 15 milioni di euro) a chi riuscirà a produrre realmente una macchina capace di purificare l’aria dall’anidride carbonica.

NESSUNA BACCHETTA MAGICA - Tuttavia gli scienziati sottolineano che questo nuovo congegno non sarà la bacchetta magica che da sola scongiurerà il disastro ecologico. Infatti per purificare completamente l’atmosfera dai gas serra ci vorrebbero milioni di congegni simili e poi bisognerebbe in qualche modo disfarsi dell’anidride carbonica intrappolata in questa sorta di depuratori. Intervistato dal quotidiano inglese Guardian, il professor Lackner spiega: «Vorrei scrivere in prima pagina che con quest’invenzione il problema del riscaldamento climatico è risolto, ma non sarebbe vero. Però questo congegno aiuterà a migliorare la situazione. Noi dobbiamo far in fretta e fermare la crescita del riscaldamento climatico prima che raggiunga un livello insostenibile».

OAS_AD(\\’Bottom1\\’);SCETTICI - Non tutti gli scienziati sono così ottimisti come Lackner e il gruppo di studiosi che segue il progetto dello spazzolone. Molti esperti infatti si mostrano scettici perché questo depuratore di anidride carbonica consumerebbe un’incredibile quantità di energia. Anche uno studio del Comitato intergovernativo sul mutamento climatico (Ipcc) del 2005 affermava che questi tipi di congegni sono «poco pratici». Tuttavia il team di Lackner afferma che negli ultimi anni sono stati fatti notevoli passi avanti nella ricerca e grazie ai loro studi è stato trovato un modo di ridurre notevolmente il consumo di energia. Wallace Broecker, uno scienziato della Columbia University che ha aiutato Lackner a fondare la compagnia scientifica Global Research Technologies sostiene che il suo collega possiede una delle «menti più illuminate del pianeta» e che questo prototipo di depuratore d’anidride carbonica è forse l’unica strada per combattere il riscaldamento climatico. A dire il vero ce n’è una ancora più semplice e a costo zero: piantare alberi. O almeno non abbattere quelli che già ci sono.

Fonte: Corriere della Sera