Archive for May 29th, 2008

A BIOPARCO ROMA FIOCCO ROSA PER NASCITA GIRAFFA

Thursday, May 29th, 2008

Fiocco rosa al Bioparco: il 21 maggio scorso e’ nata una giraffa, alta un metro e settanta e del peso di settanta chili. La giraffina, una femmina, che e’ nata con 10 giorni di ritardo sulla data prevista, ma senza inconvenienti, va ad aggiungersi al gruppo di quattro animali che abita nella Casa delle Giraffe: la mamma, Carroll, di 16 anni e la sorella maggiore Cameron, anche lei figlia Carroll, di 3 anni, arrivate al Bioparco nel giugno del 2006 da uno zoo della Repubblica Ceca, la giraffina Esperanza, nata al Bioparco nell’agosto 2006.

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C’e’ poi Rocco, l’anziano maschio, di 24 anni, (l’equivalente di un uomo ultraottantenne), di 5 metri, con una triste storia di maltrattamento alle spalle: per molti anni e’ stato costretto a lavorare in un circo e poi, diventato troppo anziano, e’ stato ceduto ad un parco di divertimenti dove ha vissuto recluso in uno spazio angusto, finche’ le forze dell’ordine lo hanno salvato affidandolo al Bioparco nel 2005. Lo si riconosce perche’ e’ piu’ alto, circa 5 metri, e piu’ scuro delle femmine. La giraffa e’ l’animale piu’ alto al mondo, puo’ arrivare a raggiungere oltre 5 metri, e vivere per 25 anni. La gestazione di questo animale dura 15 mesi. (ANSA).

RIFIUTI: PM, COLOSSALE OPERA INQUINAMENTO DEL TERRITORIO

Thursday, May 29th, 2008

Una ”colossale opera di inquinamento del territorio, posta in essere anche grazie a connivenze presenti ai piu’ alti livelli e perseguita anche confidando nella possibilita’ di nascondere, proprio sotto le tonnellate di quei rifiuti che si dovrebbero smaltire correttamente, la pessima gestione degli stessi”. Cosi’ i pm della procura di Napoli Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo descrivono, nell’ordinanza firmata dal gip Rosanna Saraceno, lo scenario dei presunti illeciti alla base dell’operazione ”Rompiballe’. Secondo i magistrati, per quanto riguarda i soggetti privati coinvolti nell’inchiesta ”le vicende dimostrano la persistenza di un modello di gestione piegato esclusivamente ad interessi economici e quindi incline, anzi aduso a violare qualsiasi interesse collettivo” compresi ”quelli della salute e dell’ambiente”. Le responsabilita’ dei soggetti pubblici riguardano invece ”l’assoluta lontananza dell’anelito, o quantomeno, dal ‘mero’ dovere di garantire il rispetto della legge e, attraverso questa, la tutela degli interessi pubblici sottesi, in favore di una attivita’ preordinata solo a garantire l’apparenza della ‘propria efficienza ed efficacia di funzionari addetti”. (ANSA).

MAREVIVO, NO SPRECHI, PESCE ‘POVERO’ ENTRA IN CUCINA

Thursday, May 29th, 2008

Gli scarti del pesce da oggi non sono piu’ un ‘rifiuto’ scomodo e maleodorante, bensi’ un piatto di alta cucina: lavorare le parti cosiddette ‘di scarto’ per trasformarle in un prodotto da veri intenditori e’ l’obiettivo dell’associazione Marevivo che ha presentato oggi, a Roma, il progetto ”Lo scarto a’ la carte”. I dati parlano chiaro: ad oggi solo il 30% del pescato viene recepito dal mercato. In particolare su 719 specie di pesce che vengono pescate nel Mediterraneo, circa 30 arrivano sui banchi delle pescherie e quindi sulle nostre tavole, il restante finisce nel prodotto di seconda fascia (mangimi per animali, collanti, ecc.) e nello scarto.

La soluzione e’ nella buzzonaglia di tonno, nei vari fegatini e pate’ ricavabili dallo sgombro, nella ventresca di tonno o nelle uova di cernia: antiche ricette della tradizione gastronomica italiana, testimonianza di un rito ormai dimenticato perche’ poco economico in termini di tempo. ”Ripristinare il rito della cucina, ad esempio trascorrendo il fine settimana a far sentire l’odore del cibo a tutto il vicinato” e’ la scherzosa ricetta di Corrado Pacinetti, professore di ecologia all’Universita’ di Bologna. (ANSA).

Biocarburante? Solo se economico

Thursday, May 29th, 2008

 I buoni da una parte, i cattivi dall’altra, come si faceva una volta sulla lavagna di scuola. Su una colonna il sorgo da fibra e il sorgo zuccherino, le colture che possono essere trasformate in energia dando davvero una mano all’ambiente, perché al contrario di altre crescono in ambienti molto aridi e generano prodotti non utilizzabili dalla catena alimentare; sull’altra colonna la colza, le barbabietole e il girasole, che per crescere hanno bisogno di una quantità di acqua, concimi ed energia tali da rendere il gioco molto più costoso della candela. In mezzo, con risultati variabili ma il rischio di entrare in conflitto con la produzione di cibo, i cereali come il grano, l’orzo e il mais.

GUARDA LA FOTO CLASSIFICA

Sul banco degli imputati. A realizzare la classifica è uno studio dell’Università di Bologna ancora inedito che verrà presentato al Congresso della Società Europea di Agronomia in programma a settembre. La ricerca arriva in un momento quanto mai opportuno, con la corsa ai biocarburanti decisa dall’Unione Europea e dall’amministrazione Bush sotto processo con l’accusa di essere responsabile della fiammata nei prezzi dei generi alimentari.

La Piattaforma biofuels. A coordinare lo studio è stato il professor Gianpietro Venturi, docente di Agronomia generale e colture presso l’ateneo bolognese Alma Mater e presidente della Piattaforma italiana per i biocarburanti, una struttura creata su indicazione dell’Ue per organizzare le sinergie tra tutti i protagonisti della filiera: agricoltori, mondo scientifico, industria e istituzioni.

Gli orientamenti europei. “A leggere le cifre senza pregiudizi - spiega il professor Venturi - penso si possa affermare con serenità che la spinta per la diffusione di bioetanolo e biodiesel sono un fattore molto marginale nel recente boom dei prezzi alimentari. I motivi della fiammata sono altri, i maggiori consumi di Cina e India e una sequenza di fattori climatici negativi. Ciò non toglie che il pericolo di azzerare i vantaggi ambientali dei biocarburanti puntando su colture sbagliate esiste. Ne è consapevole la stessa Unione Europea, alla quale consegneremo le nostre conclusioni. Bruxelles sta discutendo infatti di fissare al 50% la quantità di anidride carbonica non immessa nell’atmosfera come soglia minima di emissioni risparmiate per dichiarare un biocarburante sostenibile. Allo stesso modo sta pensando di stabilire che il 50% del biocarburante utilizzato in Europa (l’ambizione della direttiva è arrivare al 10% dei consumi entro il 2020) debba essere di seconda generazione”.

Obiettivo seconda generazione. Per “seconda generazione” si intende prevalentemente l’estrazione di bioetanolo dalla cellulosa degli scarti boschivi e di piante “povere”, un procedimento ancora in via di perfezionamento, ma sul quale vengono riposte grandi aspettative. In Germania recentemente è stato aperto uno dei primissimi impianti di questo genere al mondo. Anzi, in un certo senso potrebbe essere definito persino di terza generazione, visto che nello stabilimento inaugurato dalla cancelliera Angela Merkel a Freiberg, l’azienda Choren ha trovato il modo di trasformare scarti di lavorazione agricola e residui boschivi non in bioetanolo, ma in biodiesel. Materiali che permettono al bilancio energetico di essere assolutamente in attivo (si parla di riduzione delle emissioni di CO2 del 90%) senza creare competizione tra colture energetiche e colture alimentari. L’obiettivo per il primo ano di attività è la produzione di 18 milioni di litri di combustibile.

Traguardi ambiziosi. In Italia ovviamente siamo ancora lontani dal possedere le conoscenze per mettere in piedi un’impresa simile. “Se alla data del 2020 anziché il 10% stabilito dall’Europa riusciremo a produrre il 3% del biocarburante di cui abbiamo bisogno lo considererei già un successo - spiega ancora il professor Venturi - Nel generale ritardo la ricerca è forse quella messa meno peggio”.

I segreti delle alghe. All’Università politecnica delle Marche si sta cercando ad esempio di capire se una mano a risolvere la crisi ambientale possa arrivare dalle alghe. “Abbiamo monitorato sia le specie di acqua dolce che di mare per capire quali sono le più adatte all’estrazioni di oli da trasformare in biodiesel - racconta il professor Mario Giordano, docente di fisiologia vegetale - Il passo successivo è stata l’individuazione dei metodi di coltura in grado di esaltare l’oleogenesi degli organismi. Ora possediamo un ventaglio di possibili soluzioni, ma mancano i soldi per passare dalla sperimentazione in laboratorio a quella in un vero impianto pilota”.

Non bisogna generalizzare. In attesa che arrivino i fondi e che anche da noi si possa iniziare a parlare concretamente della produzione di biocarburanti di seconda generazione, conviene attenersi alla lista dei buoni e dei cattivi stilata dalla ricerca coordinata da Venturi. Ma con un avvertenza essenziale. “L’importante - sottolinea il professore - è non generalizzare, anche perché i costi energetici e ambientali di ogni specie cambiano molto spostando le coltivazioni anche di poche decine di chilometri con il variare della qualità del terreno e del clima: far crescere il granturco a Forlì non è come crescerlo a Piacenza”.

Una classifica ancora parziale. “I due sorghi che risultano ‘vincitori’ - aggiunge Lorenzo Barbanti, un altro dei firmatari della ricerca - per il momento possono essere usati prevalentemente per produrre energia termica e non biocarburanti, allo stesso modo bisogna tenere conto del valore dei residui delle lavorazioni e delle capacità di ‘carbon sink’ (ovvero di fissare l’anidride carbonica) delle coltivazioni, fattori che questo primo lavoro non ha preso in considerazione, ma che per il futuro rappresentano le soluzioni più interessanti grazie a piante pluriennali come la canna comune, il panico, il miscanto e il cardo”.

Fonte: La Repubblica

ENI, AL VIA IMPIANTO FOTOVOLTAICO DIMOSTRATIVO A NETTUNO

Thursday, May 29th, 2008

ROMA - A Nettuno oggi l’Eni ha inaugurato un nuovo impianto fotovoltaico dimostrativo, ”frutto - si legge in una nota - di 25 anni di esperienza nel settore e che applica tecnologie d’avanguardia”. Nel sito produttivo di Nettuno, Eni - e’ scritto nella medesima nota - ha previsto un piano di investimenti ”di circa 9 milioni di euro nel periodo 2008-2011 per innovare la produzione”.

L’impianto produrra’ 170.000 kWh/anno di energia elettrica, pari al consumo medio di 80 famiglie e consentira’ un risparmio in emissioni di anidride carbonica di circa 115 tonnellate l’anno. Per la realizzazione dell’impianto, che ha una potenza complessiva installata di 126 kWp, sono state utilizzate celle di produzione Eni. (ANSA).

Ecco la luce in bottiglia senza elettricità

Thursday, May 29th, 2008

La crisi energetica mondiale acuisce l’ingegno degli sperimentatori domestici. Un brasiliano emulo di Edison sostiene di aver trovato il modo di sostituire l’illuminazione casalinga con bottiglie riempite di un liquido luminescente, ognuna delle quali, stando a quanto dichiarato dall’inventore, sarebbe paragonabile a una lampadina da 60 watt. Insomma, senza elettricità né batterie, luce fredda imbottigliata. A sostegno della presunta invenzione, sul sito si può assistere a un breve video che mostra come viene confezionata e quanta luce diffonde l’incredibile fonte di energia luminosa.BOTTIGLIA USATA E CLORO - Si parte da una comune bottiglia di acqua minerale, riempita in parte di acqua del rubinetto e in parte di Clorox, un detergente-disinfettante che, come dice il nome, è a base di cloro. Subito dopo si espone la bottiglia al Sole e, a questo punto, avverrebbe una reazione fotochimica capace di eccitare la miscela e renderla molto luminescente, al punto da illuminare un locale buio, tanto quanto farebbe una lampadina elettrica di media potenza. Il video si conclude con lo sperimentatore soddisfatto dopo avere appeso al soffitto un certo numero di bottiglie e spento le lampadine elettriche.

VALE LA PENA? - Invenzione creativa o semplice gadget? Che esistano liquidi luminescenti è noto anche ai bambini, i quali possono giocare con collanine e braccialetti di plastica, riempiti di miscele variopinte in grado di brillare nell’oscurità. Quindi è probabile che, in maniera analoga, la miscela acqua-clorox, esposta al sole, si carichi di energia che poi viene restituita gradualmente sotto forma di radiazione luminosa. Tuttavia, ai fini di valutare la praticità dell’invenzione, bisogna valutare quanto tempo può durare l’emissione e soprattutto quanto costa la quantità di liquido clorato necessaria al confezionamento di una bottiglia luminescente; non ultimo i problemi di inquinamento ambientale connessi allo smaltimento della miscela esausta. Sono tutte valutazioni che solo un attrezzato laboratorio chimico può fare. Alla fine si potrebbe scoprire che il gioco non vale, alla lettera, la candela.

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Fonte : Corriere della Sera

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