Archive for May 25th, 2008

Cane in valigia, muore in volo

Sunday, May 25th, 2008

Tristissima fine per uno yorkshire terrier, morto per una crisi di nervi durante un viaggio in aereo dall’Italia alla Germania. Il cane, di proprietà di una signora siciliana, è stato chiuso nella valigia del pilota da un’assistente di volo. Ma il povero Billy non ha retto allo stress. Due giorni dopo l’arrivo all’aeroporto, il cagnolino è deceduto per gravi danni al sistema nervoso. La vicenda è riportata dal tabloid popolare tedesco Bild.

La padrona di Billy era partita dall’aeroporto di Catania il 16 aprile scorso diretta in Germania, un viaggio che faceva spesso con il suo cagnolino per andare a trovare il figlio che vive a Hoechstadt/Aisch, una cittadina della Baviera (Sud), circa 50 chilometri a Nord di Norimberga. E proprio il figlio ha raccontato alla Bild l’esperienza della mamma. ”Venerdì scorso mia madre è partita da Catania - ha detto -. Come sempre, Billy si trovava nella sua speciale borsetta, che prima di allora non aveva mai causato alcun problema a bordo”. Tuttavia, questa volta un’assistente di volo si è rifiutata di far salire a bordo il cagnolino. La signora è riuscita a convincerla solo quando le ha promesso che avrebbe tenuto Billy chiuso nella sua borsetta per tutta la durata del viaggio, ha proseguito il figlio.

Ma all’improvviso la cerniera lampo della borsetta ha ceduto e l’incubo è cominciato. ”L’assistente di volo si è arrabbiata - ha raccontato al tabloid Maurizio Seria - è andata nella cabina di pilotaggio, ha preso la valigia di un pilota, ha messo dentro la valigia il povero Billy ed ha chiuso entrambe le serrature”. Durante il viaggio, la signora poteva sentire il suo cane che si dimenava nella valigia, ma non ha avuto il coraggio di protestare fino a quando era ormai troppo tardi: ”Solo quando la disperazione per Billy ha preso il sopravvento - ha concluso il figlio -, mia madre ha chiesto con insistenza che la valigia fosse aperta, ma Billy era già mezzo morto”.

Fonte: TG com

Informiamoci per salvare l’energia

Sunday, May 25th, 2008
Non ce ne accorgiamo, ma nella nostra casa abbiamo una cinquantina di schiavi che lavorano per noi. Ci liberano dalla fatica muscolare, fanno musica e spettacolo per intrattenerci, rischiarano l’ambiente quando è buio, lo riscaldano o lo rinfrescano a seconda delle necessità. Per fortuna non sono schiavi umani ma meccanici: decine di motori elettrici che fanno funzionare frigorifero, lavatrice, asciugacapelli, aspirapolvere, lavastoviglie, rasoio elettrico, condizionamento termico, tv, lettore di CD e Dvd, impianto di illuminazione.Costano poco, questi schiavi, non mangiano, non si ammalano, non chiedono contributi previdenziali. Stanno nascosti nelle prese elettriche del nostro alloggio. Di lì, se abbiamo il contratto più comune con i fornitori di elettricità, possiamo estrarre 3,5 kilowattora. Appunto la potenza che potrebbe dare una cinquantina di schiavi che 24 ore su 24 si alternino a pedalare azionando una dinamo. Ma quella elettrica è solo una forma di energia. Altra ne serve per viaggiare in auto, in autobus, in aereo, in nave. E per produrre tutti i beni di consumo, dai più necessari ai più superflui.

Finora questa energia è venuta, al 90 per cento, da riserve di combustibili fossili che si sono formate in ere geologiche di centinaia di milioni di anni. In un secolo noi abbiamo dilapidato un terzo del patrimonio. Un altro secolo, al massimo due, e il patrimonio sarà esaurito. Però avrà lasciato nell’atmosfera una quantità tale di gas serra da cambiare il clima del pianeta Terra.

Il problema dell’energia e del nostro futuro è tutto qui. Parliamone.
In questo blog, dopo i due giorni degli “Stati generali dell’Energia” che si sono svolti al Palavela di Torino, vorrei incominciare da un aspetto che mi riguarda da vicino. Come informiamo, noi giornalisti, i cittadini sulla questione energetica? Come mai su questo problema circolano tra i cittadini tante idee sbagliate, tante illusioni, tante informazioni non documentate? E’ un esame di coscienza che vorrei fare con voi. Quindi mi aspetto le vostre osservazioni, obiezioni, proposte.

Su alcune cose tutti (quasi) sono d’accordo.
1) Non c’è la bacchetta magica per generare energia illimitata e pulita.
2) Tutte le fonti sono necessarie, in un mix ragionevole: fossile, idroelettrico, nucleare, biomasse, eolico, solare termico e fotovoltaico, geotermico. In un futuro ancora lontano (2050), fusione nucleare. E subito, naturalmente, il risparmio.
Si può risparmiare il 30% dell’energia che oggi usiamo. Una vita più sobria non significa una vita peggiore, non è necessario tornare a una economia autarchica, non servono ricette per la “decrescita serena” che alcuni predicano senza praticarla.
3) Dobbiamo misurarci con la prospettiva dell’esaurimento delle fonti fossili e nucleari.
4) Dobbiamo avere una visione a lungo termine: almeno cento anni; i politici devono saperlo e agire con fermezza e senso di responsabilità senza pensare alle elezioni di sei mesi dopo.
5) Dobbiamo affrontare la questione con una politica razionale che sia largamente condivisa da cittadini informati, responsabili, solidali.
6) La comunicazione scientifica su questo ultimo punto ha un ruolo molto importante.

Se guardiamo al passato recente, come ha funzionato la comunicazione su tempi scientifici e tecnologici?
Ho delineato una breve retrospettiva per i miei studenti del corso di linguaggio giornalistico scientifico a Scienze della Comunicazione e mi sono trovato di fronte a cumuli di macerie. A giudicare dalle opinioni più diffuse, abbiamo sbagliato su tutto. La serie di insuccessi è lunga: OGM (non hanno mai fatto danni e milioni di persone vivono grazie a farmaci OGM ma i più pensano che siano veleno), cura Di Bella per il cancro (Vespa, Mentana e Costanzo l’hanno demagogicamente presentata in tv e in libri come salvavita, era una bufala), medicine alternative (in questi giorni vediamo dalle cronache i danni anche mortali che causano), la malattia di “mucca pazza” e l’aviaria (molto sopravvalutate e trattate in modo irresponsabilmente terroristico), clonazione e staminali, ora demonizzate e ora glorificate come soluzioni miracolistiche.

E l’energia? Stesso discorso.
La comunicazione non ha funzionato se è vero che molti oggi pensano che la soluzione idrogeno sia a portata di mano (mentre l’idrogeno non è affatto una fonte di energia, ma solo una forma, e costa più energia di quella che restituisce, e non sempre è pulita). Non ha funzionato, se è vero che molti temono le centrali nucleari come bombe, salvo poi usare quotidianamente questa energia importata da paesi vicini. Non ha funzionato, se è vero che molti pensano che si possa in pochi anni o decenni far funzionare il mondo solo con vento e luce solare.

Facciamo dunque un esame critico della comunicazione scientifica. Ne esistono due tipi.
Il primo tipo punta sul meraviglioso, sullo spettacolare, sull’estremo, sul misterioso, usando il vecchio meccanismo che fa dei giornali e degli media altrettanti “diari delle trasgressioni”: solo ciò che è strano, mostruoso, cattivo fa notizia. Penso a trasmissioni come Voyager, ma ultimamente anche a Gaia e derivati, a mensili come Focus, alla scienza che spesso si legge in quotidiani e settimanali. Il secondo tipo punta a svolgere un servizio, a trasmettere dati e fatti perché i cittadini si formino un giudizio; punta a mediare tra la comunità scientifica e tecnologica e la società civile, politici inclusi, dato che ne hanno in Italia un gran bisogno; puntano, in definitiva, a creare un consenso su basi razionali. Penso alla tv come la fa Piero Angela, a mensili come “Le Scienze. Non che questa informazione sia meno suggestiva di quella del primo tipo: è diversa, dura nel tempo, è ricca di spunti curiosi. Ma richiede giornalisti colti, preparati, intelligenti. Proprio ciò che manca.

Sul tema dell’energia due sono gli obiettivi da raggiungere:
- fornire ai cittadini informazioni corrette
- farne derivare scelte politiche e operative conseguenti sulla base di un recuperato senso della collettività sociale, mettendo fine alla distruttiva sindrome “non nel mio giardino” che sta coprendo l’Italia di rifiuti, la rende importatrice di energia, la sottrae alle vie di comunicazione internazionali

Interroghiamoci ora sui meccanismi della comunicazione scientifica.
C’è il “deficit model”. Secondo questo modello, da un lato abbiamo cittadini disinformati (deficit), dall’altro abbiamo tecnici della comunicazione che devono rimediare alle loro carenze. E’ una concezione “idraulica”: i comunicatori travasano il loro sapere e le loro notizie nel contenitore costituito da lettori e telespettatori.

E’ un modello che presuppone l’onnipotenza dei media. Vale per la propaganda e la pubblicità. Non per l’informazione autentica, che avviene (fortunatamente) in un contesto pluralistico di mezzi e di opinioni. Non vale a maggior ragione perché la stessa comunità tecnico-scientifica non è monolitica ma divisa al proprio interno da opinioni diverse, e dunque non genera una informazione univoca.

Sembra preferibile, dunque, intendere l’informazione come “riduzione dell’incertezza”. Usiamo i media per far maturare i cambiamenti di opinione come frutto dell’interpretazione, del confronto, del dibattito.
In questa seconda visione della comunicazione scientifica, i media non sono onnipotenti. Anzi, sono deboli. Però sono interattivi, dialoganti, democratici.
E’ questa la via che vorrei intraprendere anche nel piccolo di questo blog.

Senza dimenticare che, a sentire i sociologi (per esempio Alan Mazur), oltre ai media centralizzati (giornali, tv, radio) contano molto le interazioni sociali, gli opinion leader grandi e piccoli (certo, il Nobel Carlo Rubbia, ma anche i discorsi che sento nei bar, ciò che mi dice il medico di famiglia o il vicino di casa “che ha studiato”, o mio figlio che va all’università…), Internet.

Sempre i sociologi ci ricordano che la gran parte del pubblico in tema di scienza e tecnologia oscilla tra una aspettativa eccessiva e irrazionale e un più forte conservatorismo di fondo, nel quale come sempre l’ignoranza confina con la diffidenza e con la paura. Più si sviscera un argomento tecnico-scientifico controverso, ci dicono i sociologi, più è probabile che l’opinione pubblica si orienti contro il tema di cui si parla. Si spiega così il grande successo di quella contraddizione logica paralizzante che è il “principio di precauzione”.

Ultima cosa, ma fondamentale: psicologi cognitivisti e sociologi ci insegnano che, anche quando crediamo di essere del tutto razionali, le nostre opinioni sono sempre un mix di razionalità, pseudo razionalità e irrazionalità. Abbiamo un cervello che ragiona, ma anche uno emotivo. Non dimentichiamolo. Neanche quando parliamo di energia.
Aspetto reazioni, osservazioni, contributi.

Fonte: La Stampa

Una petizione per lo sviluppo dei veicoli elettrici

Sunday, May 25th, 2008

Parte la raccolta di firme per sollecitare il Parlamento europeo ad adottare politiche urgenti nel favorire la diffusione di veicoli ibridi, elettrici e a Fuel cellL’AVERE (l’associazione europea per i veicoli elettrici a batteria, ibridi e a celle a combustibile) la CITELEC (l’associazione delle città europee interessate ai veicoli elettrici) e l’EPE (l’associazione europea per l’elettronica di potenza e gli azionamenti) hanno dato il via ad un’azione comune a favore dei veicoli elettrici. Attraverso una petizione a livello europeo i tre enti intendono chiedere al Parlamento Europeo, alla Commissione delle Comunità Europee, e al Consiglio di Unione Europea, di attivare un esteso programma a sostegno dello sviluppo industriale e della dimostrazione dei veicoli elettrici a batteria ed ibridi. La raccolta firme ha l’obiettivo di “dare risalto - scrivono le associazioni - ai consistenti ed immediati benefici che tali tecnologie sono in grado di fornire in termini di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni atmosferiche, così da rimuovere le incertezze che hanno finora ostacolato il loro concreto e significativo accesso al mercato”. L’AVERE, la CITELEC e l’EPE chiedono inoltre che tali misure vengano avviate il più rapidamente possibile, tenuto conto che i maggiori competitori commerciali e tecnologici dell’Europa, come il Giappone, gli USA e la Cina, sono già impegnati in programmi analoghi su scala importante. La petizione può essere firmata all’indirizzo

http://www.cleanvehicle.com/sign.php

Fonte: La Repubblica

Quattro centrali entro il 2020 Ecco il piano nucleare dell’Enel

Sunday, May 25th, 2008

Quattro centrali di terza generazione che nel 2020 copriranno almeno il 10% dei consumi di energia in Italia, vale a dire 6000 megawatt, più il sito per lo stoccaggio delle scorie radioattive. Un progetto gestito o dalla sola Enel o da un consorzio guidato dal gruppo pubblico e composto dalle altre aziende produttrici (Edison, Eni, Sorgenia, le ex municipalizzate…) e dalle industrie energivore. Il tutto in un quadro normativo certo e definito.

La “ricetta” dell’Enel per il ritorno al nucleare è ormai pronta: l’amministratore delegato del colosso elettrico, Fulvio Conti, la presenterà al governo nei prossimi giorni consegnando un piano articolato al quale i tecnici del gruppo lavorano ormai da qualche mese e che, ora, si inserirà nel solco dell’accelerazione impressa dal ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola. “Entro cinque anni la prima pietra delle nuove centrali nucleari italiane”, è l’impegno del ministro annunciato giovedì all’assemblea di Confindustria, e il progetto dell’Enel stima una tabella di marcia teorica che si spalma su nove anni: due per l’allestimento del contesto normativo, due per l’iter delle autorizzazioni, quattro per la costruzione e uno da conteggiare per eventuali ritardi in corso d’opera.

La tecnologia indicata è quella del nucleare di “terza generazione migliorata”, dal momento che i vertici dell’Enel non vedono prospettive temporali praticabili per le centrali di quarta generazione (quelle, per intenderci, che non produrranno scorie radioattive); verrebbe sfruttata al meglio, inoltre, la competenza tecnologica acquisita dagli uomini del gruppo nel corso degli ultimi anni al di fuori dall’Italia, ovvero in Slovacchia attraverso la Slovenske Elektrarne, in Spagna attraverso l’Endesa e in Francia con la partecipazione al progetto Epr.
Il piano si dispiega su tre livelli. Innanzitutto quello normativo, con la previsione di una legge delega che fissi il contesto nel quale poi collocare singoli provvedimenti su autorizzazioni e controlli. “Una legge - è la tesi espressa a più riprese da Conti - che, modificando il titolo V della Costituzione (ripartisce le competenze tra Stato ed enti locali, ndr) presenti a Comuni e Regioni un percorso ben definito. Si tratterebbe, in sostanza, di riportare le scelte strategiche al livello più alto della politica, cioè al Parlamento e non alla singola amministrazione locale, completando inoltre la filiera del nucleare con il collegamento a università e alla ricerca”.

Il secondo livello del progetto riguarda l’identificazione delle zone del Paese dove dislocare le centrali e il sito per lo stoccaggio delle scorie radioattive. Enel nel documento non fa nomi, lasciando la scelta ad una parte terza - dunque, governo e Parlamento - alla quale vengono comunque sottoposti i criteri classici di valutazione utilizzati a livello internazionale (rischi sismici e di esondazione, densità abitativa). In questo senso, la pole position spetterebbe ai territori che già ospitano impianti nucleari (quelli realizzati e poi disattivati dal referendum del 1987 - Latina, Trino, Garigliano, Caorso - o bloccati in corso d’opera, come Montalto), mentre per quanto riguarda il sito di stoccaggio delle scorie, i ragionamenti dei tecnici non escludono la scelta di un impianto provvisorio, lasciando inoltre sul tavolo sia l’opzione dell’interramento che quella del deposito in superficie.

Terzo livello, infine, sugli aspetti finanziari. Il piano non fissa una stima certa sul costo complessivo del progetto, mettendolo in relazione alle varie opzioni tecnologiche attualmente a disposizione dell’Enel: da quella nipponico-americana della Westinghouse (utilizzata in Spagna), a quella francese dell’Epr, a quella russa presente in Slovacchia. Stesso discorso per il problema delle coperture assicurative e delle formule di finanziamento. Un’aleatorietà finanziaria che caratterizza il piano di Enel, ma non il report diffuso ieri da Ubs: secondo la banca svizzera, l’approdo dell’Italia al nucleare entro il 2020-23 comporterebbe per il gruppo controllato dal ministero dell’Economia un aumento del valore nominale di 2 miliardi di euro ogni 1.000 megawatt di potenza installata. Vale a dire un beneficio di 0,1 euro ad azione per i soci Enel.

Fonte: La Repubblica

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzznucno.jpg La redazione di Pianeta verde ribadisce il suo NO al nucleare

Dal Brasile al Libano per finire in bistecca

Sunday, May 25th, 2008

- Questa volta la destinazione finale non è l’Italia, ma il Libano. E gli animali costretti a percorrere il loro ultimo viaggio in condizioni di grosso disagio e sofferenza prima di arrivare al macello non sono cavalli, bensì mucche e vitelli. Ma la denuncia del gruppo Handle with care, una coalizione animalista internazionale a cui aderisce anche la Lega antivivisezione italiana, ha altrettanta forza. E così come a febbraio era stato messo all’indice il viaggio di circa tremila chilometri di animali destinati al mercato della carne equina, è ancora attraverso un video choc (■ Guardalo qui: attenzione, immagini forti) che vengono puntati i riflettori sulle sofferenze a cui le mandrie destinate alla macellazione sono costrette.

ALTA MORTALITA’ - Il viaggio della morte finito nel mirino di Handle with care è quello che migliaia di bovini sono costretti a compiere dal porto brasiliano di Belém, al Libano, dove gli animali in molti casi arrivano stremati o già morti, dopo un viaggio in nave che può durare anche più di tre settimane. Secondo i dati diffusi dalle associazioni animaliste, «fino al 10 per cento dei bovini muore durante la traversata oceanica, a causa dello stress termico, di traumi e di mlattie respiratorie». Gli animali sono ammassati sulle navi «in condizioni spaventose, senza cibo né acqua anche per quattro giorni, senza la possibilità di muoversi o di straiarsi». Anche per questo è stata lanciata anche in Italia una raccolta di firme a margine di un appello diretto a Benedito Wilson Sà, il pubblico ministero dello stato di Parà, al presidente dell’Assemblea e al governatore dello stato affinché sia trasformata in un bando permanente la temporanea sospensione dell’esportazione di animali vivi già decisa dallo stesso pubblico ministero a causa delle crudeltà inflitte agli animali.

PERICOLI PER L’UOMO - «Se il divieto di esportazione di animali vivi diventerà permanente - ha sottolineato Roberto Bennati, vicepresidente della Lav - a più di 100 mila bovini all’anno potrà essere risparmiata la sofferenza di un orribile e lungo viaggio per mare e per terra. Il trasporto su lunga distanza di animali vivi destinati alla macellazione è un grande business mondiale, malgrado gli evidenti e seri problemi di salute e sicurezza sanitaria che determina». Gli animali, nel corso di questi viaggi, oltre a subire stress e sofferenze, sviluppano anche molte malattie, visto che sono costretti a restare lunghi periodi tra i loro stessi escrementi. E questo finisce con l’avere conseguenze anche sulla loro carne, poi destinata al consumo. Essendo comunque animali destinati alla macellazione - è il ragionamento - tanto varrebbe che fossero macellati direttamente nel luogo di allevamento, evitando così i «viaggi della morte».

LE MALATTIE - I tassi di mortalità degli animali sono maggiori in presenza di temperatura e umidità elevate - fa notare ancora la Lav -. Secondo la Fao il trasporto su lunghe distanze è un facile veicolo di malattie legate al trasporto, tra cui l’ipertermia maligna, i colpi di calore, la sindrome da stress che può anche rivelarsi mortale (e in questo caso c’è da chiedersi se l’animale morto in viaggio venga scartato o destinato comunque al mercato. Facile immaginare cosa comporti la convivenza con i propri escrementi. Il gas di ammoniaca generato dalle urine, inoltre, può irritare le vie respiratorie degli animali e degli uomini addetti al trasporto. Insomma, secondo gli animalisti di tutto il mondo ce n’è a sufficienza per dire basta. «In tutto il mondo vengono allevati oltre 60 miliardi di animali - si legge nel dossier «Crudele e inutile» di Halndel with care -, e la maggior parte di loro viene trasportata per essere macellata. Spesso si tratta di viaggi su lunghe distanze, all’interno dello stesso Paese o all’estero, con inutili trasferimenti lunghi giorni, settimane o persino mesi. Questo massiccio movimento di animali vivi significa che, in qualsiasi momento del giorno, ci sono più animali in viaggio per il mondo che persone».

Fonte: Corriere della Sera

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