Non ce ne accorgiamo, ma nella nostra casa abbiamo una cinquantina di schiavi che lavorano per noi. Ci liberano dalla fatica muscolare, fanno musica e spettacolo per intrattenerci, rischiarano l’ambiente quando è buio, lo riscaldano o lo rinfrescano a seconda delle necessità. Per fortuna non sono schiavi umani ma meccanici: decine di motori elettrici che fanno funzionare frigorifero, lavatrice, asciugacapelli, aspirapolvere, lavastoviglie, rasoio elettrico, condizionamento termico, tv, lettore di CD e Dvd, impianto di illuminazione.Costano poco, questi schiavi, non mangiano, non si ammalano, non chiedono contributi previdenziali. Stanno nascosti nelle prese elettriche del nostro alloggio. Di lì, se abbiamo il contratto più comune con i fornitori di elettricità, possiamo estrarre 3,5 kilowattora. Appunto la potenza che potrebbe dare una cinquantina di schiavi che 24 ore su 24 si alternino a pedalare azionando una dinamo. Ma quella elettrica è solo una forma di energia. Altra ne serve per viaggiare in auto, in autobus, in aereo, in nave. E per produrre tutti i beni di consumo, dai più necessari ai più superflui.
Finora questa energia è venuta, al 90 per cento, da riserve di combustibili fossili che si sono formate in ere geologiche di centinaia di milioni di anni. In un secolo noi abbiamo dilapidato un terzo del patrimonio. Un altro secolo, al massimo due, e il patrimonio sarà esaurito. Però avrà lasciato nell’atmosfera una quantità tale di gas serra da cambiare il clima del pianeta Terra.
Il problema dell’energia e del nostro futuro è tutto qui. Parliamone.
In questo blog, dopo i due giorni degli “Stati generali dell’Energia” che si sono svolti al Palavela di Torino, vorrei incominciare da un aspetto che mi riguarda da vicino. Come informiamo, noi giornalisti, i cittadini sulla questione energetica? Come mai su questo problema circolano tra i cittadini tante idee sbagliate, tante illusioni, tante informazioni non documentate? E’ un esame di coscienza che vorrei fare con voi. Quindi mi aspetto le vostre osservazioni, obiezioni, proposte.
Su alcune cose tutti (quasi) sono d’accordo.
1) Non c’è la bacchetta magica per generare energia illimitata e pulita.
2) Tutte le fonti sono necessarie, in un mix ragionevole: fossile, idroelettrico, nucleare, biomasse, eolico, solare termico e fotovoltaico, geotermico. In un futuro ancora lontano (2050), fusione nucleare. E subito, naturalmente, il risparmio.
Si può risparmiare il 30% dell’energia che oggi usiamo. Una vita più sobria non significa una vita peggiore, non è necessario tornare a una economia autarchica, non servono ricette per la “decrescita serena” che alcuni predicano senza praticarla.
3) Dobbiamo misurarci con la prospettiva dell’esaurimento delle fonti fossili e nucleari.
4) Dobbiamo avere una visione a lungo termine: almeno cento anni; i politici devono saperlo e agire con fermezza e senso di responsabilità senza pensare alle elezioni di sei mesi dopo.
5) Dobbiamo affrontare la questione con una politica razionale che sia largamente condivisa da cittadini informati, responsabili, solidali.
6) La comunicazione scientifica su questo ultimo punto ha un ruolo molto importante.
Se guardiamo al passato recente, come ha funzionato la comunicazione su tempi scientifici e tecnologici?
Ho delineato una breve retrospettiva per i miei studenti del corso di linguaggio giornalistico scientifico a Scienze della Comunicazione e mi sono trovato di fronte a cumuli di macerie. A giudicare dalle opinioni più diffuse, abbiamo sbagliato su tutto. La serie di insuccessi è lunga: OGM (non hanno mai fatto danni e milioni di persone vivono grazie a farmaci OGM ma i più pensano che siano veleno), cura Di Bella per il cancro (Vespa, Mentana e Costanzo l’hanno demagogicamente presentata in tv e in libri come salvavita, era una bufala), medicine alternative (in questi giorni vediamo dalle cronache i danni anche mortali che causano), la malattia di “mucca pazza” e l’aviaria (molto sopravvalutate e trattate in modo irresponsabilmente terroristico), clonazione e staminali, ora demonizzate e ora glorificate come soluzioni miracolistiche.
E l’energia? Stesso discorso.
La comunicazione non ha funzionato se è vero che molti oggi pensano che la soluzione idrogeno sia a portata di mano (mentre l’idrogeno non è affatto una fonte di energia, ma solo una forma, e costa più energia di quella che restituisce, e non sempre è pulita). Non ha funzionato, se è vero che molti temono le centrali nucleari come bombe, salvo poi usare quotidianamente questa energia importata da paesi vicini. Non ha funzionato, se è vero che molti pensano che si possa in pochi anni o decenni far funzionare il mondo solo con vento e luce solare.
Facciamo dunque un esame critico della comunicazione scientifica. Ne esistono due tipi.
Il primo tipo punta sul meraviglioso, sullo spettacolare, sull’estremo, sul misterioso, usando il vecchio meccanismo che fa dei giornali e degli media altrettanti “diari delle trasgressioni”: solo ciò che è strano, mostruoso, cattivo fa notizia. Penso a trasmissioni come Voyager, ma ultimamente anche a Gaia e derivati, a mensili come Focus, alla scienza che spesso si legge in quotidiani e settimanali. Il secondo tipo punta a svolgere un servizio, a trasmettere dati e fatti perché i cittadini si formino un giudizio; punta a mediare tra la comunità scientifica e tecnologica e la società civile, politici inclusi, dato che ne hanno in Italia un gran bisogno; puntano, in definitiva, a creare un consenso su basi razionali. Penso alla tv come la fa Piero Angela, a mensili come “Le Scienze. Non che questa informazione sia meno suggestiva di quella del primo tipo: è diversa, dura nel tempo, è ricca di spunti curiosi. Ma richiede giornalisti colti, preparati, intelligenti. Proprio ciò che manca.
Sul tema dell’energia due sono gli obiettivi da raggiungere:
- fornire ai cittadini informazioni corrette
- farne derivare scelte politiche e operative conseguenti sulla base di un recuperato senso della collettività sociale, mettendo fine alla distruttiva sindrome “non nel mio giardino” che sta coprendo l’Italia di rifiuti, la rende importatrice di energia, la sottrae alle vie di comunicazione internazionali
Interroghiamoci ora sui meccanismi della comunicazione scientifica.
C’è il “deficit model”. Secondo questo modello, da un lato abbiamo cittadini disinformati (deficit), dall’altro abbiamo tecnici della comunicazione che devono rimediare alle loro carenze. E’ una concezione “idraulica”: i comunicatori travasano il loro sapere e le loro notizie nel contenitore costituito da lettori e telespettatori.
E’ un modello che presuppone l’onnipotenza dei media. Vale per la propaganda e la pubblicità. Non per l’informazione autentica, che avviene (fortunatamente) in un contesto pluralistico di mezzi e di opinioni. Non vale a maggior ragione perché la stessa comunità tecnico-scientifica non è monolitica ma divisa al proprio interno da opinioni diverse, e dunque non genera una informazione univoca.
Sembra preferibile, dunque, intendere l’informazione come “riduzione dell’incertezza”. Usiamo i media per far maturare i cambiamenti di opinione come frutto dell’interpretazione, del confronto, del dibattito.
In questa seconda visione della comunicazione scientifica, i media non sono onnipotenti. Anzi, sono deboli. Però sono interattivi, dialoganti, democratici.
E’ questa la via che vorrei intraprendere anche nel piccolo di questo blog.
Senza dimenticare che, a sentire i sociologi (per esempio Alan Mazur), oltre ai media centralizzati (giornali, tv, radio) contano molto le interazioni sociali, gli opinion leader grandi e piccoli (certo, il Nobel Carlo Rubbia, ma anche i discorsi che sento nei bar, ciò che mi dice il medico di famiglia o il vicino di casa “che ha studiato”, o mio figlio che va all’università…), Internet.
Sempre i sociologi ci ricordano che la gran parte del pubblico in tema di scienza e tecnologia oscilla tra una aspettativa eccessiva e irrazionale e un più forte conservatorismo di fondo, nel quale come sempre l’ignoranza confina con la diffidenza e con la paura. Più si sviscera un argomento tecnico-scientifico controverso, ci dicono i sociologi, più è probabile che l’opinione pubblica si orienti contro il tema di cui si parla. Si spiega così il grande successo di quella contraddizione logica paralizzante che è il “principio di precauzione”.
Ultima cosa, ma fondamentale: psicologi cognitivisti e sociologi ci insegnano che, anche quando crediamo di essere del tutto razionali, le nostre opinioni sono sempre un mix di razionalità, pseudo razionalità e irrazionalità. Abbiamo un cervello che ragiona, ma anche uno emotivo. Non dimentichiamolo. Neanche quando parliamo di energia.
Aspetto reazioni, osservazioni, contributi. |