Archive for May 1st, 2008

Malattie parassitarie del cane

Thursday, May 1st, 2008

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Filariosi
Con il ritorno del caldo ecco riappare il problema zanzare e con loro lo spettro della filaria.
Che cos’è la filaria e che danni comporta per il nostro amico a quattro zampe?
La filariosi cardiopolmonare è una malattia grave provocata da un verme parassita, la Dirofilaria immitis, trasmessa dalla puntura di zanzare infette.
Le zanzare si infettano succhiando sangue da cani infetti e, tramite la puntura a cani sani, trasmettono le microfilarie.
Le microfilarie una volta raggiunto il torrente sanguigno crescono e i vermi adulti si localizzano nell’arteria polmonare e nell’atrio destro del cuore. La localizzazione cardiopolmonare avviene 4-5 mesi dopo la puntura della zanzara.
Il proprietario si accorge che il cane si affatica e si stanca facilmente e può presentare tosse e difficoltà respiratoria.
L’esame del sangue, eseguito dal veterinario, serve per confermare il sospetto diagnostico. La terapia per questa malattia è molto costosa e molto rischiosa e la maggior parte delle volte si rischia di perdere l’animale.
La parte del leone la svolge la prevenzione. Con una corretta profilassi possiamo essere sicuri che i nostri amici pelosi non prenderanno la malattia.
Come si svolge la prevenzione?
Basterà portare il cane dal veterinario e chiedergli di eseguire il test per la filaria. Il test è molto semplice, bastano poche gocce di sangue, ed entro pochi minuti avrete il responso.
Se il soggetto è negativo, il collega vi prescriverà un prodotto da somministrare una volta al mese, solitamente sotto forma di compresse, per tutto il periodo estivo (al nord Italia da aprile/maggio fino a ottobre/novembre).
Con questi accorgimenti potrete stare sicuri che il vostro amato cane non prenderà la filaria e vi regalerà lunghi anni di amore e soddisfazioni.
a cura di: Dr. Edmondo Vatta

Parassiti esterni:
(pulci, pidocchi, zecche) succhiano il sangue e provocano danni locali con irritazione e prurito. Possono trasmettere anche malattie.

Parassiti interni:
le più comuni parassitosi del cucciolo sono quelle dovute a vermi rotondi (nematodi) intestinali (ascaridi), da cui i cuccioli sono quasi sempre colpiti.

Parassitosi intestinale
Le verminosi del cane sono imputabili a numerosi tipi di parassiti: li suddivideremo in due categorie, a ciclo diretto, che passano cioè direttamente da animale ad animale, e a ciclo indiretto, quando prima di infestare nuovamente il cane avviene un passaggio su un cosiddetto “ospite intermedio” (coniglio, pecora, pulce ecc.) su cui compiono una parte
del loro ciclo vitale.Tra i più diffusi si annoverano gli ascaridi che sono grossi vermi bianchi che vivono nell’intestino tenue.Esistono due vie di infestazione: una è rappresentata dall’uovo del parassita che si trova nel terreno, l’altra dalla larva migrante attraverso la cute.

Parassiti a ciclo indiretto
Tra i vermi detti piatti si annoverano le tenie. Va premesso che non si trasmettono direttamente da cane a cane, poichè possiedono un ciclo indiretto passando attraverso un ospite intermedio. Il parassita adulto vive nell’intestino del Cane ed emette delle proglottidi (segmenti ben visibili nelle feci) che contengono delle uova. Se queste sono ingerite dall’ospite si sviluppano su di esso, diventano larve e a questo punto possono infestare il cane. I cani sono infestati principalmente dalle tenie pisiforme,cucumerina ed eccezionalmente dall’echinococco.Mentre per le prime due il ciclo è rappresentato rispettiva mente da coniglio-cane e da pulce-cane, per I’echinocco si realizza attraverso I’ingestione di carni bovine e ovine infestate. Anche l’uomo può essere colpito da echinococcosi con gravi conseguenze.La prevenzione delle teniasi può essere attuata evitando di somministrare al cane viscere di coniglio o lepre (tenia pisiforme),disinfestandolo periodicamente dalle pulci (tenia cucumerina), utilizzando carni cotte (tenia echinococco).A proposito di quest’ultima, stante la sua pericolosità per l’uomo, sarà opportuno, nelle zone infette, anche una profilassi diretta sull’animale con la periodica somministrazione di farmaci.

Parassiti a ciclo diretto
L’uovo ha un guscio resistente che gli consente di sopravvivere per anni; inoltre aderisce, perché appiccicoso, al pelo e alle zampe del cane che 10 assume leccandosi.Le larve che nascono dalle uova ingerite migrano attraverso i tessuti e come tali rimangono così somatizzate.Se una femmina infestata è gravida, le larve migranti raggiungono il cucciolo per via placentare alla quarta settimana di gravidanza.
Dopo la nascita gli ascaridi maturano nell’intesti no del neonato e successivamente iniziano a deporre le uova .Poiché non tutte le larve migrano da una cagna, questa può infettare cucciolate successive con la stessa modalità Finche dispone di larve infestanti.Alcune di esse migrano attraverso le ghiandole mammarie e di qui infestano nuovamente i cuccioli che vengono allattati. I vermi sono innocui se si trovano in numero limitato, ma infestazioni numerose producono effetti generali notevoli quali diarrea, addome gonfio, inappetenza. È abbastanza facile eliminare i parassiti dalI’intestino del cane mentre è ancora impossibile distruggere le larve somatizzate; per questa ragione una cagna potrà trasmettere ascaridi ai propri cuccioli anche se I’esame delle feci risulta negativo.Esistono dei parassiti molto più pericolosi questi e cioè gli ancilostomi e le uncinarie Piccoli e brevi, possiedono dei denticoli coi quali tranciano i villi intestinali per nutrirsi ( del sangue dell’ospite, portando a morte talvolta intere cucciolate a causa della notevole anemizzazione e delle emorragie prodotte nei soggetti colpiti.L’infestazione da tricocefali avviene per via orale e i soggetti adulti vivono nel cieco e nel colon. In caso di massicce infestazioni si manifestano gravi disturbi intestinali con diarrea emorragica, anemia, apatia, dimagrimento nonché scarso rendimento nei cani da caccia e da lavoro. La razza più sensibile a questa parassitosi è “I’epagneul breton” e non sono infrequenti decessi provocati da infestazioni massicce.
Per la prevenzione delle infestazioni da parassiti a ciclo diretto è essenziale I’igiene ambientale poichè l’animale assume le uova disseminate con le feci.Uno dei mezzi più efficaci per distruggerle è il calore. L’impiego di lanciafiamme è indicato sui pavimenti di cemento o di mattone, sul terreno è poco efficace. Per i cani che vivono in parchi, giardini o appartamenti si consiglia un esame periodico delle feci (due-tre volte l’anno) in modo da poter intervenire prima che la parassitosi provochi seri danni.

Fonte: http://www.cani.net/web_cani/malattie_parassitarie_cane.htm

Qual è l’impronta ecologica della posta elettronica?

Thursday, May 1st, 2008

Nasce dalla Sun Microsystems lo studio per quantificare in modo rigoroso i benefici ambientali delle e-mailE’ risaputo che le e-mail abbiano un impatto sull’ambiente minore rispetto all’invio di una lettera tradizionale, ma in che modo è possibile renderle ancora più “verdi”? Questa è la domanda alla base della ricerca attualmente in corso alla Sun Microsystems, colosso dell’Information Technology, con lo scopo di valutare l’impronta ecologica dei singoli messaggi di posta elettronica. “L’E-mail è un’applicazione formidabile per cercare di misurare l’impronta ecologica, perché è universale e ogni giorno ne vengono inviate miliardi”, dichiara Richard Barrington, capo del Dipartimento sostenibilità e politiche pubbliche della Sun del Regno Unito. “Non è un compito facile, ma stiamo esaminando i server di posta, i diversi software utilizzati, la rete di dispositivi e cercando di estrapolare l’energia utilizzata per le mail stesse”. L’obiettivo dell’iniziativa è dimostrare una volta per tutte che la posta elettronica ha un vantaggio ambientale significativo rispetto ad altri metodi di comunicazione. “Tutti riconoscono che i benefici sociali ed ambientali superano l’impatto materiale della tecnologia - ha osservato Barrington - ma se vogliamo dimostrare la superiore performance ambientale dobbiamo essere in grado di quantificarla”. Secondo il ricercatore britannico lo studio può anche servire a promuovere un uso più ampio della comunicazione elettronica come uno strumento di contenimento delle emissioni di CO2, ad esempio consentendo alle imprese una valutazione precisa dell’impronta ecologica dei loro sistemi di posta. I dati ottenuti possono, infine, condurre le aziende all’adozione di politiche e sistemi che minimizzino l’impronta ecologica del servizio di e-mail.

Fonte : La Repubblica

Energia, l’Italia dei no

Thursday, May 1st, 2008

Lo «scienziato» Giovanni Paneroni era sicuro di se stesso: «Come il giovane Davide / decapitò Golia / il Paneroni impavide / cambiò l’astronomia». Girava per le sagre paesane della Lombardia degli anni Trenta vendendo arance, torroni, ciambelle e tiramolla illustrando urbi et orbi la sua teoria scientifica. Primo: «È il sole che ruota intorno alla terra e non il contrario, o bestie!». Secondo: «Il sole ha un diametro di 2 metri, pesa 14 chili, gira a 1000 chilometri fissi dalla terra e ha un calore così strapotente che costringe i mari a svaporare come una pignatta bollente». Terzo: «La terra non gira. E chi l’ha scoperto? Me! E dunque io sono uno dei dieci uomini più interessanti della terraferma». (..) Mai avuto un dubbio, il Paneroni. Beato lui.Alberto Asor Rosa, invece, un rovello ce l’ha: «A fronte della minaccia di scempio del paesaggio non è da escludersi il ricorso alle centrali nucleari». E come lui, uno dei protagonisti dell’intellighenzia di sinistra italiana, cominciano ad averlo in tanti. Piuttosto che distese immense di pannelli solari e sconfinate foreste metalliche di mulini a vento, non sarà il caso di tornare all’energia atomica? Ma per carità, s’infiamma Alfonso Pecoraro Scanio: «Chernobyl ha dimostrato che le dimensioni del rischio nucleare sono inaccettabili e immorali. Per difendere il bello non c’è bisogno di giocare alla roulette dell’atomo». Meglio le centrali a carbone? No, le centrali a carbone no. Meglio le centrali a petrolio? No, le centrali a petrolio no. Meglio il gas, che però chiede i rigassificatori, cioè impianti che riportino il combustibile dalla forma liquida a quella gassosa? Ma per carità! È vero che si potrebbero usare le piattaforme dove un tempo si estraeva metano, già allacciate ai metanodotti e abbandonate in mare aperto nell’Adriatico, ma prima «bisogna preparare una valutazione sugli impatti ambientali insieme con i nostri vicini, soprattutto con la Slovenia, ma anche con la Croazia ».

Allora l’eolico? Adagio: «Alcuni impianti si possono fare. Però non dobbiamo installare torri gigantesche proprio sulle rotte degli uccelli migratori, che vengono sterminati dalle pale». Di più: «L’Europa ci condannerebbe». L’Europa, a dire il vero, ha fatto scelte diverse. Tenendo conto sì degli uccelli migratori, ma non solo. Anche la Francia restò atterrita davanti al disastro di Chernobyl, ma si è tenuta 59 centrali atomiche. Anche la Germania ammutolì vedendo le immagini dell’incendio al reattore numero 4, ma i suoi 17 impianti non li ha affatto chiusi seduta stante neppure negli anni in cui i verdi erano fortissimi e avevano agli Esteri Joschka Fischer, che mediò un’uscita dal nucleare (oggi tutta da rivedere) nell’arco di vent’anni. (..) E così tutti gli altri Paesi europei, che si sentirono come noi appestati dalle radiazioni che venivano da lontano e scossi dall’idea di non poter mangiare l’insalata o il basilico contaminati, ma non si affrettarono a mettere i lucchetti alle turbine. Risultato: siamo esposti a tutti i rischi di 158 centrali europee altrui, alcune delle quali sono a poche decine di chilometri dai nostri confini, e senza avere per contro uno straccio di elettricità. Di più: siamo alla mercé dei capricci degli altri. Il che, se l’Italia fosse una comunità di Amish della Pennsylvania che si alzano al levar del sole, si coricano al tramonto e vivono rifiutando la modernità, non sarebbe un problema enorme. Il guaio è che non lo siamo. Consumiamo ogni anno, tra imprese, uffici, negozi e famiglie, 338 miliardi di chilowattora. Una quantità impalpabile. Della quale fatichiamo a capire le dimensioni se non grazie a dei paragoni. Che mettono i brividi. Secondo Eurostat, l’Italia «brucia» tanta energia elettrica quanto Turchia, Polonia, Romania e Austria le quali messe insieme hanno 136 milioni di abitanti. O se volete (stavolta i dati sono dell’Aie, l’Agenzia internazionale dell’energia) quanto mezzo miliardo di africani. E avanti di questo passo nel 2025 consumeremo il 5,3% di tutta l’energia prodotta nel pianeta con lo 0,7% della popolazione mondiale. Bene: esaurita ogni possibilità di sfruttare ancora di più le risorse idriche (ogni salto, dalle Alpi valdostane ai monti Nebrodi, è già stato usato) e poveri come siamo di materie prime, la nostra autonomia è pari al 12% del totale. Per il resto dipendiamo dall’estero.

Il 12% lo compriamo direttamente dai Paesi vicini, il che significa, spiega l’ingegner Giancarlo Bolognini, «che all’estero ci sono 8 centrali nucleari della potenza di quella di Caorso che lavorano a pieno regime per noi». Il 75% ce lo facciamo da noi ma solo grazie a materie prime acquistate da governi e società stranieri (gas dalla Russia e dall’Algeria, petrolio da più parti).

Risultato finale: l’energia elettrica prodotta in Italia costa il 60% più della media europea, due volte quella francese e tre volte quella svedese. Si pensi che per produrre elettricità, spiega l’Aie, l’Italia brucia in un anno tanto olio combustibile quanto l’India in un anno e mezzo. Per l’esattezza in 551 giorni. E tanto gas quanto tutta l’America Latina in 439 giorni. Va da sé che siamo il Paese europeo che (nonostante il gas naturale copra ormai la metà del settore) dipende di più dal petrolio. Nel solo 2005 ne abbiamo consumato nelle centrali circa 6 milioni e mezzo di tonnellate, pari a 32 superpetroliere come la Exxon Valdez che anni fa affondò in Alaska causando un disastro ecologico. Sei volte di più che la Germania o la Francia, dodici volte più che il Regno Unito.

Una «bolletta» pazzesca. Di oltre 30 miliardi di euro l’anno. (…) Un Paese serio, davanti a un quadro così fosco di dissesto energetico e alla minaccia di blackout come quello che paralizzò ore e ore l’Italia il 28 settembre del 2003 per un guasto dovuto alla caduta in un albero in Svizzera, non si darebbe pace nella ricerca di vie d’uscita. Nucleare o solare, eolica o geotermica: ma una soluzione. La cronaca di questi anni, invece, è un impasto di veti, controveti, velleitarismi, fughe in avanti, viltà e retromarce. Nel caos più totale. (…) Se abbiano ragione o torto, ad avere tanta fiducia nel nucleare, non lo sappiamo. Lo stesso Carlo Rubbia, in un’intervista ad «Arianna editrice», conferma che «il nucleare di oggi produce scorie radioattive da far paura» e che «in realtà avevamo il modo per produrre energia bruciando proprio le scorie, anzi l’Italia era leader nel mondo in questa tecnologia» ma ora «ce la stanno copiando i giapponesi ». Insomma, la questione è aperta. E non ha senso, tanto più dopo aver visto le reazioni sconvolte sul tema delle scorie a Scanzano Jonico o in Sardegna, andarsi a impiccare in discussioni nelle quali sono spaccati gli stessi scienziati.

Ma resta il tema: o facciamo qualcosa o restiamo appesi, con le nostre fabbriche e le nostre lampadine, ai capricci degli stranieri che ci tengono in pugno. Ed è lì che si vede la disastrosa incapacità della nostra classe dirigente, non solo dei «signor no» dell’ambientalismo talebano, di fare delle scelte. Anche gli svedesi, per dire, votarono a favore del progressivo abbandono del nucleare. Molto prima di noi, nel 1980. Ma dandosi scadenze lunghe lunghe. Per spegnere completamente la centrale di Barsebäck hanno aspettato venticinque anni e l’ultima chissà quando la chiuderanno davvero dato che tutti i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza dei cittadini ha cambiato idea: piuttosto che finire ostaggio degli stranieri, meglio il nucleare. In ogni caso, si sono mossi. Cercando sul serio le alternative possibili. Come hanno fatto tutti i governi seri in tutto il mondo. Compresi quelli che il petrolio ce l’hanno. Noi invece…Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

Fonte : Corriere della Sera

Emergenza cibo, nascerà una task force dell’Onu

Thursday, May 1st, 2008

Prima priorità: nutrire gli affamati correggendo le distorsioni del commercio internazionale GINEVRA
Occhi puntati su Berna, dove è riunito per due giorni il vertice Onu, al lavoro sul piano di battaglia per fronteggiare l’emergenza cibo. Uno “tsunami silenzioso”, quello legato all’aumento generalizzato dei prezzi dei prodotti alimentari, che si sta abbattendo sui più poveri del Pianeta. Già venerdì scorso, Ban Ki Moon aveva lanciato un appello per una «azione immediata» e concertata che facesse fronte a una «reale crisi mondiale». Era dall’inizio degli anni ‘70, dice all’Economist Josette Sheeran, capo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM), che nel mondo non si verificava una crisi alimentare della portata di quella attuale.

L’Onu dovrà venire incontro alla richiesta immediata di aiuto da parte dei molti Paesi, ma è sul lungo termine che si giocherà la partita più difficile. All’organizzazione internazionale spetta il difficile compito di mediazione fra i sostenitori del protezionismo e quelli a favore dell’apertura dei mercati, così come fra fautori ed avversari dei biocarburanti, contro i quali si scaglia in primis Jean Ziegler, relatore speciale Onu per il diritto all’alimentazione.

Intanto Jean Ziegler, relatore speciale Onu per il diritto all’alimentazione, ha rinnovato il suo appello per una «moratoria totale» sui biocarburanti, sotto accusa come tra i responsabili dell’impennata dei prezzi agricoli. L’esperto Onu ha poi denunciato le speculazioni, che sarebbero responsabili del 30% del rialzo dei prezzi dei prodotti alimentari, chiedendo l’inquadramento dei mercati delle derrate agricole sul modello dei mercati finanziari. Ziegler ha invitato i governi nel sostenerlo «per dare la precedenza assoluta alle culture di sussistenza».

Ban Ki-moon: «Nascerà una task force dell’Onu»
Una task force dell’Onu gestirà la risposta della comunità internazionale alla crisi alimentare mondiale. Lo ha annunciato oggi a Berna il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon al termine del vertice sull’emergenza cibo.

Per il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon il «drammatico aumento del prezzo del cibo costituisce una sfida globale senza precedenti che colpisce i più vulnerabili. Sono necessarie misure a breve, medio e lungo termine».

La prima priorità sarà di nutrire gli affamati, ha detto lanciando un appello ai Paesi donatori a rispondere alle domande di fondi delle organizzazioni. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ed il presidente della Banca mondiale Robert Zoellick hanno chiesto oggi ai vari Paesi di non ricorrere al divieto delle esportazioni di beni alimentari in risposta all’emergenza cibo. Ban Ki Moon ha inoltre rivolto un appello a tutti i Paesi a correggere i sussidi all’agricoltura che distorcono il commercio internazionale.

Fonte : La Stampa