Archive for April, 2008

Attivo da oggi il contact center sulle rinnovabili

Thursday, April 17th, 2008

Tra le finalità del servizio quella di “garantire trasparenza e scelte consapevoli anche da parte di piccoli produttori o consumatori”Da oggi parte ufficialmente il nuovo servizio del Contact Center del Gse, lo strumento promosso dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (con la Delibera 312 del 2007) per fornire informazioni in materia di fonti di energia rinnovabile, cogenerazione “ad alto rendimento” e modalità d’integrazione dei relativi impianti sulla rete elettrica. A comunicarlo è l’Autorità in una nota. “Con questa iniziativa – ha commentato il presidente dell’Authority, Alessandro Ortis – l’Autorità si propone di mettere a disposizione un ulteriore strumento informativo per fornire, in modo diretto, semplice e veloce, anche tutti i chiarimenti sulle regole introdotte dall’Autorità per facilitare l’utilizzo delle fonti rinnovabili e semplificare l’allaccio in rete”. “Il servizio, arricchito di nuove funzionalità – ha aggiunto il presidente del Gse, Carlo Andrea Bollino – potenzia quelli già esistenti dedicati agli incentivi in Conto Energia e al ritiro dedicato dell’energia, allargandosi alle informazioni sulle rinnovabili in generale e sulla cogenerazione ad alto rendimento”. Il servizio, ha aggiunto l’Ad del Gse Nando Pasquali, “ha tra le sue finalità quella di garantire trasparenza e scelte consapevoli anche da parte di piccoli produttori o consumatori”.

Fonte : La Repubblica

ECO-ENERGIA: SCOPERTO COME RICAVARE BENZINA DAGLI ALBERI

Thursday, April 17th, 2008

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E’ una vera e propria ‘benzina verde’ quella realizzata dai ricercatori dell’universita’ del Massachussets-Ahmerst: secondo lo studio presentato sulla rivista Chemistry & Sustainability, Energy & Materials, e’ possibile infatti ottenere del vero e proprio carburante (e non del semplice etanolo) a partire da biomasse sostenibili come residui del taglio degli alberi o altri materiali di scarto. ”I biocarburanti del futuro saranno molto simili agli attuali carburanti - spiega George Huber, uno degli autori - il problema per gli ingegneri adessoe’ come produrli efficacemente con le infrastrutture che si hanno oggi”. Il process svilupato dai ricercatori consiste nello scaldare il legno velocemente in presenza di un catalizzatore, raffreddandolo altrettanto rapidamente. Da questo processo, che dura due minuti, si ottiene un liquido che contiene toluene e naftalene, che da soli sono un quarto dei componenti della benzian. Ulteriori reazioni gia’ studiate permettono di ottenere anche tutti gli altri componenti. ”Queswto processo richiede meno energia di quello per produrre etanolo, ed e’ quindi piu’ sostenibile dal punto di vista ambientale - spiega il ricercatore - se si usano fonti di cellulosa come i residuidell’agricoltura, gli scarti di lavorazione o cose del genere si superano anche molti dei problemi che ci sono oggi con i biocarburanti tradizionali”. (ANSA).

ELEZIONI:AMBIENTE; PONTE,NUCLEARE E TERMOVALORIZZATORI

Thursday, April 17th, 2008

Ponte sullo Stretto, Mose, nucleare, termovalorizzatori, rigassificatori, Codice ambientale, clima: questi alcuni nodi aperti sul fronte ambientale e delle infrastrutture collegate al capitolo territorio. Eccone un dettaglio:

 - CANTIERI ‘AMBIENTALI’: dal completamento del Mose, il progetto di dighe mobili per fermare l’acqua alta a Venezia, al Ponte sullo stretto al Corridoio tirrenico. Per il Ponte sullo stretto, il 20 giugno del 2003 la Commissione speciale di valutazione di impatto ambientale aveva dato il suo si’ all’ opera pur se con prescrizioni. Sul fronte stradale, semaforo verde dalla Commissione Via, nell’aprile del 2006, al tratto Rosignano-Civitavecchia dell’autostrada tirrenica: l’ok era stato dato su tutto il percorso autostradale di oltre 200 km; 80 le prescrizioni che riguardano tutela dell’ambiente, del paesaggio e vincoli di carattere idrogeologico

 - EMERGENZA RIFIUTI: tutta aperta la partita sul fronte immondizia con in primo piano la situazione Campania. E’ corsa contro il tempo visto l’avvicinarsi del caldo con i sacchetti di rifiuti ancora sulle strade; - TERMOVALORIZZATORI: resta in piedi il nodo Acerra in Campania. Per quanto riguarda gli altri impianti, nel secondo governo Berlusconi, l’allora ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli, aveva indicato l’altro termovalorizzatore della Regione a Santa Maria La Fossa. La necessita’ era inoltre di 4 impianti in Sicilia e 4 in Puglia

- RIGASSIFICATORI: il capitolo approvigionamento e’ previsto in ampliamento. Intanto l’11 aprile scorso e’ arrivato il nulla osta per il rigassificatore di Porto Empedocle da parte della Commissione di valutazione di impatto ambientale (Via). Il parere contiente prescrizioni ambientali. L’iter continuera’ poi con l’assunzione dei pronunciamenti sulla sicurezza e sulle opere portuali. Il progetto andra’ poi all’analisi della Conferenza dei servizi. Atteso il parere su Gioia Tauro mentre c’e’ il via libero definitivo per l’impianto offshore di Porto Viro a Rovigo;

- NUCLEARE: il fronte energia si apre con una ripresa sull’atomo di quarta generazione pur con i suoi tempi;

- RINNOVABILI: non si ferma la strada delle energie alternative. L’intento e’ proseguire gli studi sull’idrogeno e confermare l’ impegno sul fotovolotaico;

- CODICE AMBIENTALE: varato sotto il secondo Governo Berlusconi, e’ stato modificato sotto il Governo Prodi. Resta ora da vedere se verra’ ripristinato il testo originale;

- CLIMA: partita tutta aperta per la sfida Kyoto. (ANSA).

Usa, allarme sulle bottiglie di plastica

Thursday, April 17th, 2008

Contengono una sostanza, il Bpa, che potrebbe aumentare il rischio di tumori e causare problemi neurologici

MILANO - In America è ancora allarme sulla sicurezza delle bottiglie di plastica, che contengono una sostanza chimica, il bisfenolo A (Bpa), forse nociva: potrebbe infatti accelerare la pubertà, aumentare il rischio di tumori a seno e prostata, dare problemi neurologici.
Basato su risultati preliminari ottenuti nell’ambito del National Toxicology Program (NTP), istituito dai National Institutes of Health statunitensi, il timore per la salute legato all’esposizione al Bpa è stato sollevato da John Dingell, Democratico del Michigan e portavoce della House of Representatives Energy and Commerce Committee. Dingell ha chiesto alla Food and Drug Administration di riconsiderare la propria posizione sul Bpa sulla base dei risultati dell’NTP.

PERICOLI - Il bisfenolo A, sostanza organica utilizzata nel packaging alimentare (bottiglie, contenitori e rivestimenti interni di lattine), non è nuovo, per la verità ad allarmi per possibili rischi per la salute umana legati all’eventualità che il Bpa migri dagli imballaggi ai cibi. Per questo motivo le autorità regolatorie fissano i limiti di sicurezza per questa e altre sostanze. Secondo l’autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), questo limite è di 5 microgrammi al giorno per ogni chilogrammo di peso corporeo. In basse agli ultimi studi del National Toxicology Program su roditori sarebbero molti gli effetti nocivi del Bpa. «Sulla base dei suoi effetti sulle ghiandole prostatica e mammarie - si legge nel responso - non si può escludere la possibilità che il Bpa sia nocivo soprattutto nell’età dello sviluppo; servirebbero ulteriori indagini». E intanto in Canada, il Ministro della Salute potrebbe essere il primo a dichiarare pericoloso il Bpa e a decidere sul suo utilizzo. E due importanti catene della grande distribuzione canadese hanno già deciso di ritirare dal commercio le bottiglie e i prodotti che contengono il bisfenolo A.

LA PRECISAZIONE - Le autorità italiane però smorzano i toni dell’allarme. L’esposizione al Bpa è infatti oggi sotto i limiti considerati di «tollerabilità» dalle autorità europee, sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili. La precisazione arriva dall’esperta dell’Istituto superiore di sanità (Iss) Maria Rosaria Milana. Il punto, osserva l’esperto chimico, è che «non è dimostrato che tali effetti nocivi sulla salute possano verificarsi anche a basse dosi di esposizione». Attualmente, vari studi sono in corso per verificare le esposizioni al Bpa. Ad ogni modo, rassicura Milana, «le autorità europee hanno fissato dei limiti «soglia» di sicurezza e le quantità di Bpa che eventualmente potrebbero «migrare» dall’imballaggio al prodotto alimentare sono, comunque, ben al di sotto di tali limiti ritenuti tollerabili per l’organismo umano». E questo vale anche per i biberon in plastica. «Oggi, quindi - conclude la specialista dell’Iss - precisi limiti di sicurezza sono previsti, ma è chiaro che, a fronte di nuovi ed eventuali dati scientifici validi circa gli effetti del Bpa, questi limiti andrebbero rivalutati».
Fonte: Corriere della Sera

Contro la CO2 anche la riforestazione è importante

Wednesday, April 16th, 2008

Secondo i risultati di una proiezione a lungo termine anche le piantumazioni su larga scala potrebbero avere un impatto significativo

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Il dato arriva da uno studio effettuato dalla Wageningen University, nei Paesi Bassi, e della Netherlands Environmental Assessment Agency e pubblicato della rivista “Carbon Balance and Management”: le piantagioni su larga scala possono funzionare come “pozzi per l’assorbimento del carbonio”, dando pertanto una mano a controllare i livelli di anidride carbonica. In realtà il solo piantare alberi non ha la capacità di risolvere gli attuali problemi climatici, ma il processo di riforestazione su larga scala, secondo quanto mostrato da un modello universitario sugli effetti futuri delle piantagioni, potrebbe avere un impatto significativo sul lungo periodo. La ricerca ha preso in considerazione il potenziale di assorbimento sia dal punto di vista fisico sia da quello sociale per tutto il XXI secolo, e l’efficacia in termini di rallentamento delle concentrazioni atmosferiche della CO2. Ovviamente i risultati possiedono un’ampia variabilità legata ai possibili ostacoli sociali, economici e istituzionali che possono andare contro alle aree verdi; tuttavia anche nel peggiore degli scenari il potenziale di sequestro cumulativo al 2100 può compensare il 5-7% delle emissioni di CO2 dell’industria e della produzione energetica. Le piantagioni più efficaci risultano essere quelle nelle regioni tropicali, mentre più controverse sono le conclusioni nel caso delle alte latitudini.

Fonte: La Repubblica

Energia delle onde: la tecnologia avanza

Wednesday, April 16th, 2008

È stata sviluppata una nuova installazione galleggiante, denominata FWEPS, per la conversione dell’energia marina con grandi capacità di adattamento alle condizioni atmosferiche Nell’ambito del progetto MARINECO per lo sviluppo economico e sociale di regioni artiche remote, è stato sviluppato un modulo pilota di una centrale elettrica galleggiante in mare aperto, per la conversione dell’energia del mare in elettricità. L’idea di partenza è stato lo studio, la creazione e la prova di fattibilità di un impianto industriale per la produzione di energia sicura ed eco-compatibile basata sulla potenza delle onde marine, dal momento che nell’Artico e in altre regioni remote, queste rappresentano il vettore di energia più disponibile e promettente rispetto ad altre fonti rinnovabili. I partner del progetto hanno così messo a punto la centrale FWEPS (Float Wave Electric Power Station), una capsula galleggiante sigillata che include un meccanismo di trasmissione meccanica a oscillazione, un generatore elettrico e un’unità ausiliaria per l’immagazzinamento dell’energia che può essere distribuita rapidamente in mari e oceani, anche nelle condizioni più imprevedibili. La particolare forma aerodinamica dell’apparecchiatura, assialmente simmetrica, consente inoltre una migliore navigazione, con una disposizione verticale del galleggiante sulla superficie del mare, e un funzionamento sostenibile a varie lunghezze, velocità e intensità delle onde, e a varie direzioni di propagazione.

Fonte : La Repubblica

Uno scandalo l’egoismo dei ricchi agricoltura Ue drogata dai sussidi”

Wednesday, April 16th, 2008

 ”La politica agricola europea non solo è scandalosa, ma è diventata ormai insostenibile. Ogni vitello che nasce da noi riceve circa un paio di dollari al giorno di sussidio! Così non si può andare avanti. Non si può pensare che in altri paesi del mondo la gente accetti di morire di fame calma e tranquilla, senza ribellarsi”. La nuova crisi mondiale ha tante cause e tanti colpevoli, secondo Emma Bonino, ministro uscente per il Commercio estero e le Politiche europee. Ci sono l’impennata del prezzo del petrolio, l’aumento della domanda di prodotti alimentari, la crescita demografica. Ma ci sono anche la miopia e l’egoismo dei paesi ricchi.

Perché va cambiata anche la politica agricola europea?
“La Pac (la politica agricola comunitaria), e lo dico da anni, assorbe circa il 50 per cento dei fondi Ue per sovvenzionare con la mano destra un’agricoltura europea in perdita, che fa concorrenza ai paesi in via di sviluppo che, poi, con la mano sinistra finanziamo attraverso accordi di associazione. Rivedere la politica agricola europea è davvero urgente. E l’Italia può giocare un ruolo da protagonista se solo si desse la forza per farlo”.

La Fao ha lanciato l’allarme: servono 500 milioni di dollari per l’emergenza per aiutare i paesi colpiti dalle carestie. Dal G7 di Washington è arrivata una forte preoccupazione perché un miliardo di persone vive con un dollaro al giorno. I Grandi si sono detti pronti a intervenire. Le sembra credibile questa posizione quando in Europa, l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna nel 2007 non hanno mantenuto gli impegni presi a favore dei paesi in via di sviluppo, riducendo i propri aiuti rispetto al Pil come ha denunciato il presidente della Commissione Barroso?

“Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma quella che abbiamo davanti è una crisi così ampia che ha poco a che vedere con la stantia routine degli aiuto allo sviluppo. Qui stiamo assistendo a una crisi planetaria di fronte alla quale l’agenda politica dovrà essere stravolta mettendo la questione in cima alla lista delle priorità da affrontare come comunità internazionale”.

Cosa pensa della proposta dell’Onu di una moratoria di cinque anni sulla produzione di biocarburanti che negli Stati Uniti sottraggono terreno coltivabile a mais?
“La moratoria da sola non può rappresentare la soluzione miracolistica, ma può essere utile se parte di un pacchetto di misure: ad una crisi causata da una serie di motivi occorre rispondere con una serie di soluzioni. D’altra parte mi pare che la situazione sia sufficientemente critica per motivare una serie di decisioni drastiche. Invece, continuando così, ignorando il problema, non può che spingerci verso il baratro. Ricorderà la battaglia di noi Radicali contro la fame nel mondo nella prima parte degli anni ‘80. Ebbene, le conseguenze questa volta rischiano di essere ancora più devastanti perché in vent’anni la popolazione nei paesi più colpiti dalla penuria si è moltiplicata”.

L’India ha bloccato le esportazioni del riso. Come giudica questa decisione? Chi ne pagherà le conseguenze?
“Non dimentichiamoci che il riso basmati è l’alimento base in India. Il fatto che abbia raggiunto il prezzo di due euro al chilo lo mette fuori dalla portata della stragrande maggioranza dell’oltre un miliardo di abitanti. Mi sembra che quella decisione fosse obbligata, anche perché in India le capacità di processare e soprattutto di conservare i prodotti alimentari sono scarse. Chi pagherà? Credo che la domanda andrà rivolta al prossimo vertice di giugno della Fao a Roma e al G8 in Giappone”.

Fonte : La Repubblica

Svizzera, è stato abbattuto l’orso Jj3

Wednesday, April 16th, 2008

 stato abbattuto JJ3, l’orso il cui destino appariva ormai segnato, essendo diventato pericoloso per la popolazione. Lo ha indicato l’Ufficio federale dell’ambiente. Il plantigrado,proveniente dall’Italia, si avvicinava infatti senza alcun timore alle abitazioni, in cerca di cibo. Era giunto nei Grigioni con il «fratellastro» MJ4 nell’estate 2007. Il cantone dei Grigioni aveva respinto l’offerta di «asilo» per l’orso, fatta dallo zoo di Berna.DESTINI DIVERSI - L’abbattimento ha avuto luogo in una zona del Grigioni centrale, nel quadro della Strategia Orso Svizzera, fa sapere l’UFAM. L’animale era giunto nei Grigioni con il «fratellastro» MJ4 nell’estate 2007. Questi però ha manifestato un comportamento cosiddetto «discreto» e si aggira tuttora nella zona dell’Engadina e della Val Monastero. Non è stato così per JJ3, che si è fatto sempre più pericoloso, secondo il Dipartimento federale dell’ambiente. Lo scorso autunno aveva iniziato a spingersi sistematicamente fino ai centri abitati alla ricerca di cibo e non si lasciava affatto intimorire dall’uomo. Le ripetute azioni di dissuasione intraprese prima e dopo il letargo per allontanarlo non hanno sortito alcun effetto e l’orso non ha cambiato in alcun modo il suo comportamento, diventando un pericolo.

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LA MOBILITAZIONE - A nulla è valsa la mobilitazione del mondo ambientalista italiano, e del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, per cercare di salvare la vita a Jj3, figlio di Jurka, reclusa in un recinto in Trentino, e fratello di JJ1, ucciso dalle autorità bavaresi e ora impagliato in un museo tedesco. Forte la critica espressa dalla Lega antivivisezione: «La Lav - dichiara Massimo Vitturi, responsabile del settore caccia e fauna selvatica dell’associazione - non può accettare che i “burocrati” della fauna selvatica decidano, sulla base di semplicistiche valutazioni preventive, della vita o della morte di meravigliosi animali come JJ3, che non hanno fatto male a nessuno. Per questo abbiamo scritto una lettera all’ambasciatore a Roma della Confederazione Elvetica, esortandolo a sostenere, presso le competenti autorità, la causa per salvare questo magnifico animale, che non deve essere considerato un problema bensì un essere vivente al quale va garantito il diritto di vivere». Un appello che però è caduto nel vuoto.

Fonte : Corriere della Sera

La carica dei forzati della vita low cost

Monday, April 14th, 2008

Discount e omaggi: i trucchi del neonato “ceto arcobaleno”

Una coppia benestante, non certo «milleuristi». Visti ieri mattina in un elegante caffè torinese, lui distinto lei charmant. Lettura di quotidiani, caffè spremuta e brioches. È una bella domenica di primavera, la Juve ha battuto il Milan e ci sono le elezioni. Argomento di conversazione: «Hai letto di questi mercatini di contadini dove si risparmia il 30%? Vanno provati».

Un single di buona famiglia, professore di liceo, vive in un bilocale a Milano. Pomeriggio alla Feltrinelli a leggere un libro senza comprarlo (ci sono le poltrone apposta), serata con aperitivo «lungo». Un bicchiere di vino rosso a 8 euro, quattro giri al buffet tra tartine, assaggi di pasta, spezzatino e dolce. Tutto compreso, risolto il problema cena. Sulla via del ritorno, un salto al bar sotto casa per recuperare il giornale. «Dopo le 6 puoi passare a prenderlo, qui non serve più», gli ha detto il proprietario. E lui approfitta. Tutti i giorni. Fanno 360 euro in meno all’anno. Altro che tesoretti e tagli alle tasse. Nessuna manovra di nessun governo gli ha mai dato un beneficio simile. «In molti Paesi la diffusione dell’offerta di prodotti e servizi “low cost” comincia a pesare più di una riforma del fisco o del welfare perché aumenta sensibilmente il potere d’acquisto dei salari», scrivono Edoardo Narduzzi e Massimo Gaggi nel saggio «La fine del ceto medio e la nascita della società low cost», pubblicato da Einaudi.

Ecco, dunque, i volti del nuovo ceto medio versione «low cost». Strozzato dall’euro, polverizzato dall’«effetto clessidra» di cui parla Giuseppe De Rita, per cui «o si sta in alto o si sta in basso». Mortificato dalle indagini sociologiche che lo dichiarano «andato all’aceto» se non defunto e lo rimpiazzano con il più magmatico «ceto arcobaleno». Eppure tenacemente aggrappato a un piccolo mondo antico di benessere che non vorrebbe perdere. E prova a conservare lavorando d’ingegno. Non a caso i supermercati «hard discount» hanno aumentato il fatturato del 45% in un anno.

Secondo l’Eurispes, un terzo degli italiani cerca il risparmio a tutti i costi. I forzati del «low cost». In principio furono i voli aerei a prezzi stracciati, che hanno rivoluzionato le vacanze. Ora ci sono i mercatini che abbattono i costi alimentari e i negozi «tutto a un euro». Cellulari: due-tre schede di vari operatori per fare slalom tra le tariffe. A casa, abbonamento internet per telefonare con Skype e scaricare i film: tutto gratis. La casistica è lunga, alimentata da internet dove si moltiplicano i blog tematici. E ormai abbraccia i consumi primari come quelli voluttuari, compresi biglietti teatrali last minute scontati fino al 50%.

«Società low cost», spiegano gli esperti. Fenomeno non solo italiano, visto che in Germania apre una catena di distribuzione chiamata «Mister Taccagno» e il giornale britannico «The Observer» riempie una pagina con un «manuale di sopravvivenza» in venti capitoli. Dal cibo alla benzina, con i siti web che indicano in tempo reale il distributore più economico in zona. Dalla casa alle vacanze, con l’invocazione «Riscoprite il campeggio: costa 6 sterline al giorno e i vostri figli lo ameranno (anche se voi no)».

Le vacanze, del resto, sono il campo di sperimentazione privilegiato dei forzati del «low cost». Niente a che vedere con i rassicuranti anni ‘90, quando si collezionavano multiproprietà come status symbol. Tra il 1995 e il 2000 i contratti firmati erano oltre 50 mila. Nel quinquennio successivo si sono ridotti a 5500. Dieci anni fa il prezzo massimo era 40 mila euro. Ora 15 mila. Nel frattempo, sulle Alpi aprono gli hotel low cost per chi non vuol rinunciare alla settimana bianca ma altrimenti non potrebbe più permettersela.

«Di meno, ma meglio», sintetizza il Censis nell’ultimo rapporto sulla «revisione strategica dei consumi familiari». Nel momento in cui diventa di massa (a vario titolo riguarda ormai il 60% degli italiani) il mondo «low cost» subisce una mutazione genetica. Non è più solo il rifugio disperato di chi vuole ma non può e quindi si accontenta di tutto.

Secondo un’indagine della Coldiretti, gli italiani sono tra i consumatori più sensibili alla qualità dei prodotti che comprano. Nel 2007, a fronte della crisi dei consumi, la vendita di prodotti biologici ha segnato un’impennata senza precedenti: +9%. «Questo boom di prodotti e modalità di acquisto innovative fa convivere - spiega il Censis - tutela del tenore di vita e accesso ai nuovi beni, auto-percezione della propria vulnerabilità socioeconomica e persistente caccia a beni e servizi di qualità».

Frutta pregiata e scontata. Il giornale rimediato al bar. Il best seller letto alla Feltrinelli. La raffinata coppia torinese e il dinamico prof milanese. Vulnerabili sì, ma irrimediabilmente esigenti.

Fonte: La Stampa

Il mondo senza cibo un disastro evitabile

Monday, April 14th, 2008

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzba.jpgCARO direttore, dopo aver tanto parlato della crisi energetica e della crisi finanziaria ci siamo finalmente resi conto di un dramma ancora più grande e di conseguenze immediate per l’umanità: la crisi alimentare.

Miliardi di persone soprattutto in Africa, in Asia e in America centro-meridionale, sono colpiti da un progressivo e insostenibile rincaro di tutti i prodotti agricoli, dal grano alla soia, dal riso al mais, dal latte alla carne. Ogni giorno scoppiano rivolte e si ha notizie di repressioni.

Alcuni governi, come quello egiziano, sono costretti a impiegare nel sussidio del pane la gran parte delle risorse generate dalla buona crescita economica e in altri casi, come nel Corno d’Africa, nei paesi subsahariani e a Haiti non resta che la fame e la sempre più vicina prospettiva di una tragica carestia.

Alla base di questi aumenti di prezzi vi sono certo anche realtà positive, come il miglioramento della dieta in Cina, in India e in molti altri paesi. Per nutrirsi con la carne si impiega infatti una superficie di terreno di almeno cinque volte superiore di quanto richiesto da una nutrizione a base di cereali.

Vi sono altre realtà rispetto alle quali ben poco si può fare, come l’aumento dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti necessari a produrre o trasportare i prodotti alimentari.

Ma vi è una decisione politica che sta aggravando in modo precipitoso la situazione ed è la progressiva sottrazione di suolo alla produzione di cibo per utilizzarlo a produrre biocarburanti. Sulla carta questo risponde al nobile scopo di attenuare la nostra dipendenza dalla benzina e dal gasolio nei trasporti e così facendo, ridurre l’impatto ambientale in termini di anidride carbonica. Purtroppo le cose non stanno così.


I più recenti studi (come quelli dell’Ocse e Royal Society) sostengono invece che con le tecnologie oggi impiegate per produrre biocarburanti, il bilancio energetico è solo marginalmente positivo o addirittura negativo. Il computo preciso dipende dalle specifiche realtà territoriali ma vi è chi autorevolmente sostiene (come le analisi apparse su National Resources Research) che l’energia impiegata per produrre biocarburanti sia negli Stati Uniti del 30% superiore all’energia prodotta.

Complessivamente un bel disastro sia dal punto di vista energetico che da quello ambientale. Ma il disastro ancora più grande è quello di mettere in conflitto il cibo con il carburante in un periodo già di scarsità. Un conflitto vero, tragico.

Per descriverlo in modo semplice e fortemente evocativo basta dire che il grano richiesto per riempire il serbatoio di un così detto Sport Utility Vehicle (Suv) con etanolo (240 chilogrammi di mais per 100 litri di etanolo) è sufficiente per nutrire una persona per un anno. E già siamo arrivati ad utilizzare per usi energetici intorno al 20% di tutta la superficie coltivata a mais negli Stati Uniti.

Una superficie più grande della Svizzera è stata sottratta di colpo alla produzione di cibo per effetto delle pressioni delle potenti lobby agricole e di una parte non informata o distratta di quelle ambientalistiche. E nel frattempo, come conseguenza, il prezzo della terra e dei fertilizzanti sale in tutto il mondo facendo a sua volta moltiplicare il prezzo dei prodotti alimentari. E questo fa scoppiare tumulti per la fame a Città del Messico, in Egitto, nel west Bengala, in Senegal, in Mauritania mentre la Fao ci dice che 36 paesi hanno oggi bisogno di urgenti spedizioni di grano e di riso.

Questo non comporta che la produzione di energie alternative vada del tutto cancellata perché vi sono situazioni in cui essa non è in diretta concorrenza con la produzione agricola, utilizzando terreni non alternativi a produzioni alimentari, aree boschive o biomasse. E soprattutto bisogna incentivare la ricerca sulla “seconda generazione” di biocarburanti, attraverso la selezione di nuove specie, attraverso una maggiore efficienza dei processi e l’utilizzazione di terre marginali (ad es. il bosco ceduo) non alternative all’agricoltura.

E’ quindi necessario che i governi smettano di sovvenzionare gli agricoltori al fine di produrre meno cibo, obbligando i paesi poveri a svenarsi per assicurare il pane quotidiano a coloro che muoiono di fame. E bisogna che questo obiettivo venga tradotto subito in decisioni politiche. La prima di queste decisioni è di intervenire dove sono in corso i drammi maggiori.

Rendere quindi subito disponibili i 500 milioni di dollari richiesti per l’emergenza del Programma Alimentare Mondiale delle nazioni Unite e il miliardo e mezzo di dollari richiesto dalla Fao. Ma non si può non affrontare nel contempo il problema politico fondamentale, in modo da invertire l’aspettativa di ulteriori aumenti dei prodotti alimentari prima che i paesi che hanno produzione eccedente proibiscano (come hanno già cominciato a fare) l’esportazione di prodotti alimentari trasformando, con questo, l’attuale crisi in tragedia mondiale.

I due prossimi grandi appuntamenti internazionali, cioè la riunione della Fao a Roma e dei G8 in Giappone, debbono diventare il momento di discussione e di decisione di una nuova politica che fermi i danni dell’attuale politica e che possa redistribuire al mondo le risorse alimentari di cui ha bisogno.

Non sono decisioni facili, ma bisogna agire perché sia negli Stati Uniti che in Europa la produzione di carburante in concorrenza col cibo si fermi e gli incentivi vengano riservati agli studi e alle ricerche necessarie per arrivare alla produzione di biocarburanti di nuova generazione. Non possiamo più ammettere che la gente muoia di fame in Africa perché c’è qualcuno negli Stati Uniti che considera i voti degli agricoltori o dei proprietari terrieri più importanti della sopravvivenza di milioni di persone. È vero che la politica di oggi è stata decisa quando si pensava di vivere in un mondo di scarsità energetica e di eccedenza alimentare. Ma oggi le cose non stanno più così.

È ora quindi di cambiare politica perché i rimedi finora adottati sono peggiori del male che si voleva curare. Queste sono le politiche serie che la globalizzazione ci impone e l’Italia non può certo sottrarsi alle sue responsabilità.
ROMANO PRODI

Fonte : La Repubblica

Le lampadine ecologiche che inquinano l’ambiente

Monday, April 14th, 2008

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzlamp.jpg«M’illumino di meno», recita uno slogan che invita al risparmio della luce elettrica. Per completarlo, in tutta onestà, bisognerebbe aggiungere: « …ma pago di più e inquino l’ambiente». E’ una storia tipicamente italiana quella che ci spinge verso l’illuminazione ecologica, senza che ci sia ancora consentito di evitare la contaminazione degli ecosistemi. Una nuova legge ha fatto scattare, a partire dal novembre 2007, il pagamento di un eco-contributo di 22 centesimi più iva per ogni lampada a basso consumo acquistata. In cambio dovrebbe essere assicurato il ritiro delle lampade non più funzionanti e, soprattutto, il loro riciclaggio in appositi centri, allo scopo di evitare la dispersione delle sostanze tossiche contenute al loro interno: mercurio e polveri fluorescenti. Invece, nei negozi in cui sono commercializzati questi prodotti, non c’è traccia dei contenitori per la raccolta differenziata, né c’è l’intenzione di accollarsi quintali di lampade fuori uso in attesa che si metta in moto il meccanismo di raccolta. Provare per credere, i più vi risponderanno: «Sì, da quest’anno applichiamo il sovrapprezzo ecologico su lampade e apparecchiature elettriche. Siamo stati informati dai produttori della costituzione di alcuni centri di riciclaggio. Ma il servizio di raccolta non è partito».

E nell’attesa le lampade finiscono nei normali cassonetti della spazzatura dove, quando non si riducono in pezzi, spargendo nell’ambiente le sostanze pericolose, tocca alla sensibilità degli operatori ecologici delle aziende municipalizzate recuperarle e poi avviarle ai centri di raccolta capaci di riciclarle. Il problema esiste solo per i 130 milioni di lampade a basso consumo di vario tipo vendute ogni anno in Italia: i cosiddetti «tubi fluorescenti» compatti e non compatti, per i quali c’è l’obbligo dello smaltimento differenziato. Tutte le altre lampade a filamento (o a incandescenza che dir si voglia) non contengono elementi tossici. «E’ vero, la raccolta differenziata non è partita perché non sono ancora operative le norme specifiche per regolare il complesso meccanismo di recupero presso i punti vendita — conferma Valerio Angelelli, del ministero dell’Ambiente, presidente del Comitato di controllo e vigilanza Raee, sigla che sta per Rifiuti da apparecchiature elettriche e elettroniche —. Noi, come ministero, quelle norme le abbiamo già scritte. Ora siamo in attesa dell’approvazione finale da parte della Commissione europea. Ancora qualche mese e tutto dovrebbe funzionare come previsto».

E allora perché imporre un nuovo balzello se il sistema non è a regime? «Perché si tratta di un obbligo previsto dall’Unione europea che in Italia abbiamo recepito con un’apposita legge, la 151 del 2005—risponde Angelelli —. La legge doveva essere operativa dal 13 agosto 2005. Questa inadempienza poteva fare scattare una procedura di infrazione perché siamo stati gli ultimi in Europa ad adeguarci. Poi, nel corso di quest’ultimo anno, abbiamo provveduto ad emanare la norme necessarie a rendere operativa la legge». La legge richiamata da Angelelli è figlia di un principio valido non solo per le lampadine, ma anche per tutti gli apparecchi elettrici e elettronici, piccoli e grandi, dai cellulari ai frigoriferi: d’ora in poi chi li produce deve assicurarne il recupero a fine vita, evitando che nell’ambiente siano disperse le eventuali sostanze nocive e garantendo il riciclaggio delle parti utili. Il ciclo di esistenza di un apparecchio che comincia in una fabbrica si deve chiudere sotto la responsabilità degli stessi produttori. Ormai funziona così in tutto il mondo industrializzato. Per rispettare questo principio, i costruttori di apparati elettrici hanno creato dei consorzi che devono provvedere al riciclo. L’eco-contributo che paghiamo su ogni apparecchio serve, in pratica, a finanziare i nuovi oneri dei produttori.

Allo scopo di riciclare le lampadine a basso consumo, in prospettiva le sole a essere utilizzate, visto che quelle a filamento, più economiche ma molto energivore, saranno bandite fra circa un anno e mezzo (1˚ gennaio 2010), esistono per ora in Italia sette impianti. «Quasi tutti concentrati al Nord—informa Paolo Colombo, direttore del consorzio Ecolamp, che raccoglie le maggiori imprese nazionali e internazionali produttrici di sorgenti luminose —. Tre sono nel Milanese: a Muggiano, S.Giuliano e Segrate; le altre a Brescia-Castenedolo, Padova, Gorizia e Roma-S. Palomba. Il Sud, per ora, ne è privo e questo implica maggiori problemi di raccolta e trasporto». Gli impianti riciclatori sono il punto d’arrivo del sistema; quello di partenza sono gli esercizi commerciali che dovrebbero essere già dotati dei contenitori di raccolta per le lampade a risparmio, simili a quelli che si trovano in parecchi esercizi commerciali per le pilette esauste o per i medicinali scaduti. Trasporti periodici dovrebbero poi assicurare il trasferimento dei contenitori fino alle piazzole comunali o intercomunali di raccolta; e, infine di lì ai riciclatori.

Le piazzole già operative sono circa 500 su un totale di mille previste in tutta Italia. In esse si devono accumulare, oltre alle lampade, anche tutti gli altri Raee. Basteranno a soddisfare le esigenze di 8.000 comuni? «Dipende dal volume dei materiali elettrici e elettronici di cui ogni italiano riuscirà a sbarazzarsi. Le statistiche dicono che ogni anno ne eliminiamo una quindicina di kg a testa. Sarebbe già un ottimo risultato raggiungere entro il 2008 l’obiettivo di 4 kg pro capite, cioè disfarsi in maniera ecologica di 240.000 tonnellate di rifiuti elettrici e elettronici», auspica Angelelli. A parte il difficile avvio del riciclo, le lampade a basso consumo sono, per ora, le sorgenti luminose più consigliate in tutto il mondo. E’ vero che costano circa dieci volte di più rispetto a quelle a filamento, ma durano anche dieci volte di più e consumano l’80% di meno. Impiantarle nei locali dove si tengono a lungo le luci accese comporta un risparmio annuo di diverse decine di euro sulla bolletta elettrica familiare e quindi un rapido ammortamento della maggior spesa sostenuta per acquistarle. Per questi vantaggi la loro diffusione sul mercato è esplosa: solo due anni fa coprivano il 10% di tutte le lampade vendute. «Oggi—dice Colombo—rappresentano circa il 30% di tutte le sorgenti e prevediamo che nel giro di cinque anni si arriverà al 50%, con notevoli risparmi di energia elettrica, di petrolio e di emissioni di CO2».

Fonte: Corriere della Sera

Orazio, gatto superobeso

Monday, April 14th, 2008
Il felino di 16 kg spopola sulla stampa inglesezzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzor.jpg
LONDRA
Un gatto italiano di nome Orazio spopola oggi sui giornali londinesi perchè è grande e grosso come un bambino di due anni e il suo peso (16 chili abbondanti) ne fa uno dei felini più obesi dell’intero pianeta.Fulvo, molto somigliante al celebre Garfield dei fumetti, Orazio vive a Eupillo in provincia di Como e campeggia sui più disparati quotidiani della capitale britannica - dal ’Telegraph’ al ’Mail’ passando per il ’Mirror’ - grazie ad una eloquente fotografia dove è immortalato in braccio alla padrona, Laura Santarelli.

Pur dando spazio al «mostro» il ’Mail’ mette in risalto che Orazio non può ad ogni modo rivendicare alcun primato da Guinness: si sa infatti di un gatto di ben 18,5 chilogrammi che vive negli Stati Uniti, per la precisione in Minnesota.

Parlare di Guinness è ad ogni modo fuori luogo: da qualche anno il libro dei primati non fa più il monitoraggio degli animali domestici più grassi nel timore che padroni senza scrupoli a caccia di record alimentino a forza cani, gatti o canarini.

La foto del pasciutissimo Orazio viene usata dal ’Telegraph’ come spunto per ironizzare sulla dieta mediterranea «che dovrebbe mantenervi magri e in salute ma sembra avere l’effetto opposto» sull’enorme gatto comasco.

Fonte: La Stampa

Le api al tempo della peste

Monday, April 14th, 2008

I neonicotinoidi filtrano nella linfa e vi restano per tutta la vita della pianta. Si annidano nel polline. Nel nettare. E uccidono le api. Intere famiglie si sono spopolate. Milioni di api battitrici, quelle che vagano in cerca del nettare, sono morte». Francesco Panello, presidente dell’Unaapi, associazione piemontese dei produttori, descrive così la genesi della strage delle api. Correva l’anno 2007 e in contemporanea con le semine di mais nel nord-ovest le api iniziarono a cadere a migliaia. Da allora il tasso di mortalità è aumentato in modo esponenziale: quasi 200 milioni di esemplari in provincia di Torino. Un miliardo in tutto il Piemonte. È come se un’epidemia si fosse abbattuta sugli alveari. E il contagio si è diffuso alla Lombardia mentre «segnali di morie di api si registrano in Veneto, Emilia Romagna e Toscana», spiegano alla Cia, la Confederazione Italiana degli Agricoltori. Al momento sono oltre 40 mila gli alveari colpiti. In poco tempo è scomparso oltre il 50 per cento del patrimonio apistico del nostro Paese. I danni? Enormi, almeno tre milioni di euro secondo le prime stime effettuate dalla Cia sulla mancata produzione di miele.

Il livello di allarme è alto. A rischio non c’è solo la produzione di miele ma «visto che le api contribuiscono per oltre l’80 per cento all’impollinazione delle coltivazioni in pericolo vi sono molte colture, e possono esserci riflessi negativi anche nel settore zootecnico, vista l’importanza che riveste l’impollinazione nei confronti dei pascoli e del foraggio», sottolineano alla Cia. Ecco perché Giuseppe Politi, il presidente dell’organizzazione agricola, chiede al ministro delle Politiche Agricole, Paolo De Castro, di «applicare anche in questo caso il principio di precauzione e dunque in attesa di un reale riscontro scientifico, di sospendere subito i preparati contenenti neonicotinoidi in agricoltura».

E ancora: «E’ necessario predisporre rapidamente tutte le procedure per rivedere l’autorizzazione dei principi attivi che non si limitino allo studio degli effetti immediati, ma a quelli nel medio e lungo periodo per tutto l’insieme delle forme viventi». La richiesta che Politi avanzerà il 18 aprile nel corso del vertice a cui parteciperanno le Regioni interessate e le associazioni di categorie si basa sull’esperienza francese dove «l’autorizzazione d’uso di queste sostanze, è stata sospesa su tutte le colture di interesse apistico».

Ma il killer delle api è davvero il neonicotinoido? Agrofarma, l’associazione nazionale imprese agrofarmaci, traccia un identikit diverso: «La comunità scientifica sostiene da tempo che sono molteplici le cause della moria delle api, quali ad esempio la recrudescenza degli attacchi di Varroa, alcuni patogeni quali virus e Nosema, i cambiamenti climatici. Tra queste concause l’impiego di agrofarmaci è solo un’ipotesi tra le altre», spiega il presidente Luigi Radaelli. Per questo motivo «accreditare gli agrofarmaci come unica o prevalente causa di moria di api, è infondato dal punto di vista scientifico».

Che fare, allora? L’associazione aderente a Federchimica si dice pronta a partecipare ad un tavolo di confronto proposto dalla Cia e dalle federazione Apicoltori Italiani perché «individuare con certezza le cause della moria delle api è nell’interesse di tutti». Anche l’associazione italiana delle aziende sementiere sottolinea come «i fenomeni di mortalità o spopolamento vengono segnalati anche dove non si coltiva mais o al di fuori del periodo di semina».

Il ministro delle Politiche Agricole, Paolo De Castro, spiega che «il ministero sta seguendo la vicenda con tutta l’attenzione necessaria perché vanno coniugate le esigenze di sviluppo compatibile delle attività agricole con quelle di salvaguardia degli ecosistemi e delle pertinenti collettività faunistiche». In vista del vertice del 18 aprile «gli uffici ministeriali stanno acquisendo tutti gli elementi per individuare le iniziative più appropriate, in maniera da rispondere alle preoccupazioni manifestateci».

Fonte: La Stampa

I due percorsi della cipolla

Monday, April 14th, 2008

Troppi passaggi: il costo finale dei prodotti agricoli è in media cinque volte quello incassato dal produttore.

http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=55&IDalbum=9148&tipo=FOTOGALLERY

Fonte : La Stampa

ECO-ENERGIA: NASCE L’UNIONE BIOCARBURANTI

Monday, April 14th, 2008
E’ stato appena firmato tra Assocostieri-Unione Produttori Biodiesel e AssoDistil, il Protocollo di Intesa per la nascita dell’Unione Biocarburanti che si occupera’ di definire una strategia comune per lo sviluppo e l’incentivazione all’utilizzo dei biocarburanti in Italia, per quanto riguarda specificamente biodiesel e bioetanolo. Unione Biocarburanti si occupera’ di favorire l’interazione con le istituzioni e le organizzazioni agricole, promuovere la ricerca per individuare e sviluppare colture energetiche alternative a quelle food (olii e cereali) e, inoltre, assicurare una corretta comunicazione sugli aspetti relativi all’impatto ambientale e alla sostenibilita’ dei biocarburanti.L’interesse verso la filiera di bioetanolo e biodiesel e’ dato dalla necessita’ di contenere l’inquinamento, soprattutto nelle grandi citta’, causato dai combustibili fossili usati per i trasporti. Il traffico stradale e’ infatti responsabile per il 93% delle emissioni di ossido di carbonio, il 60% di quelle di idrocarburi e ossidi di azoto, il 12% di anidride carbonica. Per contro, i biocarburanti - si spiega in una nota - sono di origine vegetale e non contribuiscono all’emissione di anidride carbonica nell’ atmosfera, non contengono zolfo, contengono nella loro molecola ossigeno consentendo una significativa riduzione delle emissioni di ossido di carbonio e di composti incombusti, evitano l’emissione di altre sostanze nocive associate alla combustione di combustibili fossili e infine sono totalmente biodegradabili. (ANSA).
 

ROMA: NATI DUE PICCOLI FALCHI A UNIVERSITA’ SAPIENZA

Monday, April 14th, 2008

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzfal.jpgSono nati Tati e Ponentino, i primi due piccoli di Aria e Vento, la coppia di falchi pellegrini che vive sul cornicione della Facolta’ di Economia della Sapienza di Roma. Altri piccoli sono in arrivo nelle prossime ore, dal momento che stanno per schiudersi ancora due uova. L’arrivo dei due pulli, come riferisce la stessa Universita’, e’ stato seguito in diretta dagli appassionati grazie alle webcam del progetto BirdCam, iniziativa nata dalla collaborazione della Facolta’ di Economia della Sapienza, di Terna, del Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale e di Ornis Italica.

Proprio i frequentatori del forum del sito hanno ”battezzato” i due piccoli con i nomi di Tati e Ponentino. La crescita dei due rapaci sara’ ora seguita dagli ornitologi che a fine di aprile provvederanno all’inanellamento dei piccoli falchi, operazione che consente nel lungo periodo di acquisire dati sulla longevita’ e sugli spostamenti degli uccelli. La nascita dei piccoli Tati e Ponentino rappresenta un evento poiche’ il falco pellegrino mancava dai cieli di Roma da ben 30 anni, ed e’ riapparso solo nel 2005, proprio grazie alla coppia di falchi che ha scelto il tetto di Economia come dimora. Da allora il progetto Birdcam ne monitora in diretta la nidificazione in ambiente urbano, dalla deposizione del primo uovo alla schiusa, seguendo l’allevamento dei piccoli, fino all’involo. Il progetto rientra nel piano di attivita’ di Terna volto a sostenere il rispetto dell’ambiente anche nell’ambito dello sviluppo delle infrastrutture elettriche. Da dieci anni - conclude la nota - Terna ospita cassette nido sulle linee elettriche ad alta tensione e oggi sono circa 350 i nidi occupati principalmente dal gheppio, un piccolo falco comune la cui riproduzione era limitata proprio dalla ridotta disponibilita’ di siti per la nidificazione.

Fonte: Ansa.it 

Fao: allarme cereali, intervengano governi

Sunday, April 13th, 2008

ROMA - Cereali, +56%. L’allarme arriva dalla Fao: il prezzo di questi alimenti per i Paesi poveri cresce senza sosta, come dimostra il rapporto sulle previsioni di produzione dal titolo «Crop Prospects and Food Situation». Alcuni dei principali Paesi produttori (India, Cina, Vietnam, Egitto) hanno ridotto le esportazioni per combattere l’inflazione alimentare in patria. In questo modo però hanno provocato timori di scarsità di cibo nei Paesi importatori (soprattutto in Africa). La Fao esorta dunque i Paesi donatori e le istituzioni finanziarie internazionali a incrementare gli aiuti, per un totale compreso tra 1,2 e 1,7 miliardi di dollari.SCONTRI - L’aumento dei prezzi è dovuto alla domanda sempre crescente e al progressivo esaurimento delle scorte. Nel 2007 il prezzo del riso ha registrato l’aumento maggiore. Alla fine di marzo i prezzi del grano e del riso erano circa il doppio rispetto all’anno precedente, mentre quelli del mais erano aumentati di oltre un terzo. La Fao denuncia scontri in diversi Paesi, come Egitto, Camerun, Costa d’Avorio, Senegal, a causa dei forti aumenti dei prezzi del pane, dei prodotti a base di mais, del latte, dell’olio, della soia e di altri prodotti alimentari di base, nonostante le misure di controllo dei prezzi prese dai governo locali. In Pakistan e in Thailandia si è dovuto ricorrere all’esercito per evitare assalti al cibo nei campi e nei magazzini. Per fronteggiare i disordini i governi locali stanno mettendo in atto una serie di misure sull’export e i dazi all’import, oltre che a incentivare la produzione interna di cereali. Le Filippine, uno dei Paesi più colpiti dall’aumento del prezzo del riso, hanno chiesto un incontro dei ministri asiatici per discutere della corsa al rialzo dei cereali. Il riso è l’alimento principale per tre miliardi di persone.

QUANTITÀ RECORD - «L’inflazione dei prezzi alimentari colpisce maggiormente le popolazioni povere, poiché la spesa per procurarsi il cibo rappresenta una quota molto più alta del totale del loro budget - ha detto Henri Josserand, della Fao -. La spesa per il cibo rappresenta solo il 10-20% della spesa complessiva del consumatore dei Paesi industrializzati, mentre per il consumatore dei Paesi in via di sviluppo può arrivare a rappresentare sino al 60-80% del totale». Secondo le previsioni, la produzione cerealicola mondiale nel 2008 è destinata a crescere del 2,6%, per attestarsi intorno alla quantità record di 2.164 milioni di tonnellate. «Se l’aumento di produzione previsto per il 2008 si materializzerà - si legge nel rapporto - potrebbe attenuarsi l’attuale situazione di scarsità dell’offerta cerealicola mondiale ma molto dipenderà dalle condizioni climatiche». Ma nonostante questo le scorte mondiali di cereali dovrebbero raggiungere nel 2007/2008 i 405 milioni di tonnellate, il valore minimo negli ultimi 25 anni, 21 milioni di tonnellate in meno rispetto al livello già assai ridotto dell’anno precedente.

SCORTE MINIME - «È necessario mettere in atto un enorme piano di trasferimento di sementi, fertilizzanti e mezzi di produzione nei Paesi in via di sviluppo - ha spiegato il direttore generale della Fao, Jaques Diouf, presentando il rapporto trimestrale -. Non è più possibile contare sulle scorte mondiali di cereali, sono al livello minimo dal 1980 e sono diminuite del 5% rispetto all’anno scorso». Diouf ha aggiunto di essere sorpreso dal fatto «di non essere stato invitato al Consiglio di sicurezza dell’Onu per dibattere ai livelli politici più alti per la questione dell’impennata dei prezzi delle materie prime agricole. Sono temi che devono essere affrontati poiché hanno un impatto sulla pace, sulla sicurezza e sui diritti umani».

«NESSUNA CARENZA» - Sui prezzi dei beni alimentari è intervenuto anche il commissario per l’agricoltura della Ue Mariann Fischer Boel. «Non siamo in una situazione di vera carenza di beni alimentari nell’Unione Europea. Abbiamo visto fortissimi aumenti dei prezzi soprattutto per quanto riguarda latte e cereali a partire dallo scorso agosto. Ci sono diversi motivi per questi aumenti di prezzi che tra l’altro vengono dopo un periodo di alcuni decenni in cui i prezzi dei prodotti agricoli sono diminuiti. Innanzitutto le pessime condizioni metereologiche in alcuni Paesi del mondo, troppe precipitazioni in alcuni paesi e siccità in altri come l’Australia. Poi c’è stato un aumento enorme della domanda da Cina e India». Secondo la commissaria europea, un altro fattore è dovuto all’uso dei cereali per il bioetanolo (un tipo di carburante) negli Usa.

LE CAUSE - Di aumento dei prezzi dei prodotti alimentari si è parlato anche a un incontro dell’Irri (Istituto internazionale per la ricerca sul riso), nelle Filippine. Secondo l’Irri, le cause sono diverse: la riduzione della terra coltivabile e dell’acqua per l’irrigazione a causa dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione, la domanda in crescita di carne e formaggio da parte delle classi medie urbane dell’Asia (che porta alla riduzione delle coltivazioni di riso), i danni ai raccolti provocati da inondazioni in Indonesia e Bangladesh e dal gelo in Cina e Vietnam. «Stiamo consumando più di quello che stiamo producendo» ha detto alla Bbc l’economista agricolo dell’Irri Sushil Pandey -. Serve più ricerca per aumentare la produttività del riso». L’istituto indica una serie di campi di intervento: migliore gestione dei raccolti, strutture più efficienti per la lavorazione dei prodotti, varietà di riso a più alta redditività, migliore formazione degli agronomi.

Fonte : Corriere della Sera

Cile: il mistero dei laghi scomparsi

Sunday, April 13th, 2008

C’è un posto in cui i laghi scompaiono tanto velocemente da lasciare attoniti gli studiosi. E’ il Cile, dove in un anno sono spariti due grandi bacini di origine glaciale, forse per colpa del caldo. Esperti del ministero cileno dei Lavori pubblici aspettano che migliorino le condizioni del tempo nella regione di Aysen, nel sud del Paese, per visitare l’area in cui è svanito il lago Cachet 2, di recente formazione.

La prima ipotesi per spiegare la scomparsa è legata alle alte temperature registrate nell’area: fino a 30 gradi. Secondo gli esperti del Centro studi di Valdivia (Cecs), la causa prima è stato il ritiro del vicino ghiacciaio Colonia le cui acque hanno aumentato il volume del Chachet fino a farlo tracimare e svuotare precipitosamente attraverso una frattura nella “corona”. La “scomparsa” è stata scoperta il 7 aprile, quando gli scienziati rilevarono un forte aumento della portata del fiume Baker da 1.200 a 3.570 metri cubici con un innalzamento del livello di quattro metri e mezzo al secondo in 48 ore.

http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=10&IDalbum=9127&tipo=FOTOGALLERY

Fonte: La Stampa

Svizzera, appello degli ambientalisti “Salviamo l’orso JJ3″

Sunday, April 13th, 2008

Animalisti mobilitati per salvare l’orso JJ3, fratellastro di Bruno, l’altro orso sconfinato in Germania e ucciso. Da circa un anno, JJ3 si è spostato dal Trentino al cantone dei Grigioni in Svizzera dove ha cominciato a manifestare “comportamenti problematici”. “Per questo vogliono toglierlo di mezzo”, dicono i movimenti ambientalisti e animalisti No alla Caccia, Lav, Pan-Eppaa, Animalmente e Lipu. “Così come è avvenuto al fratellastro Bruno in Germania, JJ3 è scomodo”, scrivono nell’appello a favore dell’orso le associazioni ambientaliste.

“Era già chiaro lo scorso anno, ma l’hanno lasciato andare in letargo per organizzare meglio la sua fine. E’ stato definito un orso problematico, ma per poterlo uccidere deve diventare un orso pericoloso. Per ottenere ciò basta alimentare la fobia dell’orso aggressivo e pericoloso, come è stato fatto prima della sua estinzione, chiamandolo belva sanguinaria, anche se spesso si trattava solo di un cucciolo di 20 Kg”.

Gli ambientalisti sono scesi in strada anche per la madre di JJ3. Jurka, che da quasi un anno è rinchiusa in un recinto nel Trentino, soffre di nostalgia. Anche gli uomini della Forestale di Trento sono preoccupati.

“Da tempo - prosegue la nota degli ambientalisti mobilitati per JJ3 - si parla di un problema creato ai cacciatori dal fratellatro di Bruno. Alcuni di loro si lamentano, hanno paura, non possono più andare nel bosco tranquilli come prima. In alcune occasioni l’orso è stato un loro antagonista. E’arrivato prima di loro a scovare la preda ferita e a mangiarsela, seguendo la traccia di sangue lasciata dall’animale. Questo fa arrabbiare qualsiasi cacciatore. Probabilmente l’orso verrà anche imbalsamato per essere beffato e messo accanto all’ultima orsa uccisa in Svizzera 80 anni fa e ora custodita in un museo”, concludono ambientalisti ed animalisti.

Fonte: La Repubblica

Lo smog uccide gli aromi Addio all’anima dei fiori

Sunday, April 13th, 2008

Peccato. Proprio adesso che eravamo tornati ad apprezzarli, proprio ora che il monopolio della vista era stato messo in crisi dal ritorno dall’olfatto, ce li tolgono. I profumi dei fiori svaniscono, cancellati dall’inquinamento, spazzati via dalla nube di sostanze artificiali che arriva a contaminare i luoghi più remoti insidiando le cime dell’Himalaya come i ghiacciai dell’Antartide. Una parte del nostro mondo sensoriale è già scomparsa e oggi per Giuseppe Tomasi di Lampedusa sarebbe più difficile scrivere le pagine del Gattopardo in cui descrive i garofanini che “sovrapponevano il loro odore pepato a quello oleoso delle magnolie”, mentre “da oltre il muro l’agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zagare”.

Il furto dell’anima olfattiva della natura è documentato in una ricerca condotta dall’Università della Virginia e pubblicata da Atmospheric Environment. Lo studio, utilizzando un modello matematico, analizza le interferenze prodotte dall’aggressione chimica delle auto e delle ciminiere arrivando a concludere che, nei luoghi più contaminati, viene distrutto fino al 90 per cento dell’aroma dei fiori.

Non perdiamo solo il piacere delle passeggiate nei boschetti di ciliegi che in Giappone come negli Strati Uniti, nel momento magico della fioritura, attirano le folle. Un danno più evidente, con effetti potenzialmente devastanti, riguarda gli insetti, in particolare gli impollinatori che non riescono più a fare il lavoro di sempre: rispetto alla fine dell’Ottocento, la scia emanata dalle rose, dal glicine, dal biancospino, dalla lavanda si è drammaticamente accorciata. Cento anni fa gli insetti la catturavano a uno, due chilometri di distanza; oggi il raggio d’azione dell’olfatto si è ridotto a 200-300 metri. Così per api, farfalle e bombi la vita diventa sempre più dura, e le probabilità di mancare l’obiettivo mettendo in crisi il ciclo dell’impollinazione si moltiplicano.
“E’ un processo simile a quello di un fenomeno analizzato da tempo con attenzione, lo smog fotochimico”, spiega al telefono l’autore della ricerca, Jose Fuentes. “Nelle grandi metropoli l’effetto della radiazione solare sugli idrocarburi e sugli ossidi di azoto produce il cosiddetto ozono cattivo, quello che finisce nei nostri polmoni. Ebbene, noi abbiamo studiato il passo successivo di questa catena di reazioni chimiche. L’ozono, assieme agli altri inquinanti, entra in relazione con le molecole degli odori floreali intercettandole e modificandole, cioè rendendole irriconoscibili”.

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Mentre il marketing copia la natura, con le boutique elettroniche della Sony che vengono aromatizzate usando le essenze di vaniglia e mandarino e gli hotel Sheraton che attirano i clienti avvolgendoli nelle fragranze del gelsomino, il modello da cui originano i profumi si perde. E’ come se il mondo urbanizzato, in forte espansione, creasse un muro di interferenze chimiche che disturba il viaggio dei profumi.

Una nuova forma di inquinamento che, secondo Fuentes, va messa in relazione con la moltiplicazione dei problemi che affliggono le campagne, dalla morìa delle api all’estinzione dei mandorli in alcune aree degli Stati Uniti: “Abbiamo ricostruito la crescita della quantità di inquinanti in gioco e siamo riusciti a misurare gli effetti progressivi dell’interferenza olfattiva. Ne è uscito fuori un quadro che mostra come il disturbo del ciclo di riproduzione della vita nelle campagne sia messo seriamente a rischio”.

“Non è solo un problema di quantità di inquinanti, che pure è cresciuta in maniera notevole”, aggiunge Silvano Focardi, rettore dell’università di Siena. “Abbiamo introdotto nuove sostanze come gli ftalati, i muschi sintetici, i ritardanti di fiamma che hanno effetti preoccupanti sui sistemi ormonali degli animali e degli esseri umani. Questa nuova ricerca dell’Università della Virginia mostra ora che le conseguenze dell’aumento dell’impatto chimico sono ancora più ampie di quanto sospettavamo. Anche se c’è da aggiungere un elemento di ottimismo: le tecnologie più avanzate, a cominciare dall’euro 4 per le macchine, diminuiscono sensibilmente l’emissione di inquinanti”. Chissà, forse riusciremo a ritrovare il profumo della natura.

Rifkin presenta la prima rete di distributori di idrogeno in Italia

Saturday, April 12th, 2008

In Italia dal prossimo mese nascerà la prima rete al mondo di distributori di idrogeno prodotto da fonti rinnovabili. Sorgera’ in Puglia e per pubblicizzare questa iniziativa del ministero dell’Ambiente e della Regione è in Italia, a Roma,  Jeremy Rifkin.

Viaggiare con un carburante regalato dal sole e dal vento
L’economista americano, sostenitore di una rivoluzione industriale ‘verde’, sostiene che questo progetto alleggerisce il peso del trasporto, l’impatto inquinante e la bilancia commerciale. “Si potrà viaggiare leggeri - dice Jeremy Rifkin - con un carburante regalato dal sole e dal vento”. 
Il progetto è costato 5 milioni di euro, investiti dal ministero dell’Ambiente e dalla Regione Puglia con il contributo tecnico dell’Università dell’idrogeno. Il prossimo mese partirà la costruzione di cinque distributori di idrometano, una miscela composta dal 70 per cento di metano e dal 30 per cento di idrogeno. In ogni provincia della Puglia sarà possibile fare il pieno scegliendo fra idrogeno puro, idrometano e metano.
Sono 600 mila le auto a metano che circolano in Italia. Per quelle omologate negli ultimi due anni non sarà necessario fare modifiche per utilizzare la nuova miscela.

La terza rivoluzione industriale sul modello del web
Una scelta che consentirà di abbattere le emissioni inquinanti del 20 per cento e di guadagnare in potenza.
Nel mondo esistono una quindicina di distributori di metano per automobili, ma la filiera dell’idrogeno pulito, quello ottenuto da fonti rinnovabili, sta nascendo in Italia. E anche per l’idrometano è un debutto su scala mondiale. “Daremo a tutti la possibilità di fare il pieno con una miscela a base di idrogeno”, continua Rifkin, “e costruiremo anche un servizio pubblico di taxi” Tutto l’idrogeno utilizzato sarà ricavato dall’acqua utilizzando fonti rinnovabili locali. Per Rifkin si tratta della terza rivoluzione industriale: un modello di energia pulita e decentrata che segue il modello flessibile del web. Come le informazioni, l’energia deve essere presa e data in milioni di luoghi, in tutto il mondo, creando un sistema più democratico, più sicuro e più affidabile. “La rete di distributori a idrogeno dimostra che la Puglia può diventare la California dell’Italia” aggiunge il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. “E non è un caso isolato: con le centrali solari ideate da Carlo Rubbia abbiamo già posizionato un altro tassello dell’energia verde”.

Fonte RAI news

Picchia il proprio cane fino ad ucciderlo: 8 mesi di carcere

Saturday, April 12th, 2008

Il quotidiano spagnolo, Faro de Vigo, dà notizia di un terribile caso di maltrattamento di animali, trasmettendo però chiaramente che la legge agisce contro i maltrattatori.

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A Pontevedra, in Galizia, ha appena condannato a otto mesi di carcere Julio Jesús B.B., per aver maltrattato e ucciso un cane di sua proprietà, nel dicembre del 2005. Il tribunale ha dichiarato che l’accusato, mentre si trovava nella sua fattoria, ha colpito ripetutamente il cane con un bastone, con l’intenzione di ledere la sua integrità fisica, per aver fatto i suoi bisogni in un posto in cui non avrebbe dovuto.

Secondo le prove, quando il cane era ancora agonizzante, B.B. cercò di seppellirlo in quelle condizioni, ancora vivo, anche se finì per ucciderlo, infliggendogli numerosi colpi con la parte posteriore di un’ascia, per poi sotterrarlo in una fattoria vicina.

Oltre agli otto mesi di carcere per il reato relativo alla protezione della flora, della fauna e degli animali domestici, a Julio Jesùs B.B. è inoltre stato proibito qualsiasi tipo di lavoro o attività che abbia relazioni con degli animali, per almeno due anni.

I magistrati hanno tenuto in conto la dichiarazione dell’accusato che ammette di aver ucciso il cane, dandogli violenti colpi. Ha dichiarato che il motivo che lo portò a togliere la vita all’animale è che era malato e lui non poteva permettersi un veterinario; motivazione questa a cui il tribunale non crede, in quanto ritiene che il motivo sia stato il defecamento del cane in una zona non gradita al proprio padrone.

La pena prevista per questo tipo di reato oscilla dai tre mesi a un anno di prigione.

Fonte : La Stampa

44 progetti scelti dalla Ue per salvare il Mediterraneo

Saturday, April 12th, 2008
Le zone più inquinate della sponda sud del Mediterraneo, che mettono in pericolo la salute dei 143 milioni di abitanti delle coste, possono essere ripulite entro dieci anni grazie a 44 progetti che l’Unione europea ha individuato e che finanzierà assieme alla Banca europea d’investimenti (Bei).zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzvia.jpg

L’obiettivo della Ue è ridurre l’inquinamento in tutto il Mediterraneo entro il 2020, intervenendo nelle aree più inquinanti che si trovano in Libano, Egitto, Israele, Marocco, Tunisia, Siria, Giordania, Algeria e Territori palestinesi. In tutti questi Paesi, messi in difficoltà dall’attività umana e del turismo in costante crescita, saranno avviati progetti di trattamento delle acque di scarico (57%), di smaltimento dei rifiuti urbani (17%) e di quelli industriali (14%).

La Bei ha calcolato che grazie ai 44 interventi le fonti d’inquinamento delle acque del Mediterraneo saranno ridotte dell’80%. Il costo totale dei progetti, secondo le stime dalla Ue, è di 2.1 miliardi di euro, che verranno dai prestiti della Banca europea, dai finanziamenti della Commissione Ue e dai contributi delle agenzie di sviluppo.

Fonte: La Stampa

Lite Pecoraro-Pdl sul nucleare

Saturday, April 12th, 2008

 ”La forza politica guidata da Berlusconi sta rilanciando fortemente la questione nucleare. Da alcune verifiche che ho fatto fare, sono riuscito ad ottenere lo studio commissionato dal Pdl: intendono riaprire posti come Trino Vercellese, Fossano, Caorso. Stanno studiando un posto vicino a Ravenna, ma c’è anche San Benedetto del Tronto, Mola di Bari, un sito in Sardegna e uno in Sicilia. Hanno in mente un progetto per riempire l’Italia di centrali nucleari”. Così il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio riporta l’atomo al centro della campagna elettorale: la lista resa nota contiene 15 località, ma è sconfessata dal vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto: “Pecoraro Scanio è un provocatore e un falsario che sta raccontando menzogne inventando per evidenti ragioni elettorali un piano che non esiste”.

Più nel dettaglio entra il responsabile dell’energia del Pdl Stefano Saglia: “Escludo che alcun esponente del nostro partito si sia messo a stilare una lista di nomi, per di più così lunga. Nel programma il nucleare c’è, ma è una cosa seria: ci vorranno 7-10 anni, ma prima di pensare a dove realizzare le centrali dobbiamo fare alcuni passi per riguadagnare credibilità anche per tranquillizzare le popolazioni coinvolte: l’istituzione un’agenzia unica per la sicurezza e la risoluzione del problema delle scorie ancora presenti nel nostro paese. Poi si potrà parlare di siti che saranno due-tre al massimo”.

Sulla vera natura della lista ha fatto poi chiarezza lo stesso Pecoraro: “La nostra è una ricognizione delle aree idonee, dove in passato sono state proposte o ci sono state centrali nucleari. Visto che da qualche parte dovranno pur farle, il modo migliore per smentirci è dire dove vogliono fare le loro centrali. Ma anche il Pd - rincara - dice più o meno chiaramente di voler riaprire al nucleare”.
Non si fa attendere la risposta del democratico Ermete Realacci: “La nostra posizione è chiarissima: no alla costruzione di nuove centrali nel nostro paese. Sì alla ricerca sul nucleare di nuova generazione. Se nel futuro dalla ricerca si avranno novità sul fronte della sicurezza degli impianti e della chiusura del ciclo (un meccanismo che minimizza le score nucleari prodotte ndr), si aprirà un nuovo capitolo”.

Una visione della questione nucleare lontana dai sussulti elettorali è arrivata dagli scienziati dell’Enea, che in un convegno hanno fatto il punto dei progetti di ricerca internazionali che vedono coinvolte le menti e i fondi italiani, per un totale di circa 600 ricercatori. “L’Italia deve prendere una decisione consapevole - spiega il presidente Luigi Paganetto - deve tenere presente che il nucleare di terza generazione è sì già pronto, ma è una tecnologia che sarà vecchia fra 20-30 anni, mentre quello di quarta generazione non sarà pronta prima del 2015-2020. Visto che va ricostruito l’intero sistema, investire sul futuro può essere meglio. Ed io penso alla quarta generazione”

Fonte : La Repubblica

Sui rifiuti Italia inadempiente”la condanna della Corte europea

Friday, April 11th, 2008

Il caos delle discariche italiane viene pesantemente condannato dall’Unione europea che certifica come da anni le nostre autorità non siano in grado di applicare correttamente le norme scritte da Bruxelles sulla gestione dei rifiuti. La decisione arriva dalla Corte di giustizia dell’Ue ma non riguarda direttamente il pasticcio campano che ha tenuto banco negli ultimi mesi. Indica, al più, uno stato di generale inadeguatezza del nostro sistema sullo smaltimento della spazzatura.

Al centro della contesa “la mancata conformità” delle norme sulle discariche approvate nel 2003 dal governo Berlusconi con la direttiva Ue del 1999 che definisce la nozione di rifiuti pericolosi e quindi il loro diverso trattamento rispetto a quelli innocui. Non solo: la norma comunitaria chiede alle varie capitali di elaborare una strategia nazionale sui rifiuti biodegradabili, stabilisce regole riguardanti i costi dello smaltimento, introduce la procedura di autorizzazione di nuove discariche e sottopone quelle preesistenti a misure particolari. Insomma, un’articolata regolamentazione del mondo dei rifiuti da noi rimasta in buona parte lettera morta.

Di fatto i giudici europei hanno accolto le accuse rivolte già da un paio d’anni al Belpaese dalla Commissione Ue. Dunque, sancisce la sentenza, condanna per il fatto di avere autorizzato dal 2001 al 2003, in piena epoca Cdl, la creazione di nuove discariche applicando i criteri meno stringenti previsti per quelle preesistenti. In secondo luogo la legge approvata dal governo di allora non prevedeva di applicare anche alle vecchie discariche le regole sul trattamento dei rifiuti pericolosi. Dunque per Bruxelles si è avuta una trasposizione “tardiva”, e quindi sbagliata, delle regole comunitarie.

Il capolista della Sinistra Arcobaleno nel Lazio, Loredana De Petris, ha sottolineato che la condanna “è responsabilità del governo Berlusconi” e ha aggiunto che il ministro dell’ambiente uscente, Alfonso Pecoraro Scanio, “ha riscritto correttamente la nozione di ‘rifiuto’ seguendo le indicazioni dell’Unione europea”.

Ieri intanto il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione Ue di preparare un piano per fermare la crescita della produzione di spazzatura entro il 2012 in tutto il continente. Per farsi un’idea: ogni anno l’Unione crea 1,8 miliardi di tonnellate di rifiuti, ovvero 530 chili a cittadino. Una massa che cresce a un ritmo più sostenuto del Pil e di cui meno di un terzo (27%) viene riciclato.

Fonte : Corriere della Sera