Archive for April 29th, 2008

Giro di vite in Amazzonia la foresta a numero chiuso

Tuesday, April 29th, 2008

Numero chiuso in Amazzonia. Per proteggere la più famosa foresta del mondo il governo brasiliano ha deciso di varare una nuova legge che introdurrà uno stretto controllo sugli accessi e le visite. Chiunque vorrà entrare nella foresta - sia esso un turista o una Ong - dovrà chiedere un permesso speciale del ministero della Difesa e potrà ottenerlo solo dopo un complicato iter burocratico. I trasgressori saranno puniti con una multa da 40 mila euro.

Il saccheggio straniero dell’Amazzonia è una ossessione brasiliana come la drammatica finale dei mondiali di calcio persa contro l’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino nel 1950: sono gli incubi collettivi e fondativi di una nazione giovane come il Brasile. Così, a scadenze quasi regolari, sulle Ong che lavorano nella foreste cade l’infamante accusa di biopirateria al servizio delle grandi multinazionali farmaceutiche. Quanto ci sia di vero non si sa ma i brasiliani sono molto preoccupati per i mille ricchissimi segreti della biodiversità nel polmone del mondo ed è ormai pronta una nuova legge che il governo Lula spera di far approvare entro due mesi che consentirà di controllare e vigilare tutti gli accessi e le visite in Amazzonia.

Il primo a darne notizia è stato il ministro della Giustizia, Tarso Genro (l’ex sindaco della capitale “rossa” del Brasile: Porto Alegre) quando ha detto al quotidiano O Estado de Sao Paulo che molte organizzazioni non governative che seguono progetti di cooperazione nella foresta sono in realtà una copertura per gruppi di biologi e botanici stranieri che cercano piante con proprietà curative da brevettare e sfruttare sul mercato internazionale dei farmaci naturali.

Alle parole di Genro sono seguite quelle di un alto funzionario del suo ministero che ha aggiunto: “Vogliamo che l’Amazzonia sia effettivamente nostra, non ci opponiamo né al turismo né alle Ong ma vogliamo sapere quando vengono e cosa esattamente fanno”.

Il problema dei brasiliani, come quello di altri paesi, tra cui l’India, nasce dal fatto che l’Organizzazione mondiale del Commercio non ha ancora riconosciuto la proprietà intellettuale sui nuovi medicinali - alcuni ancora sconosciuti - nascosti nella flora amazzonica motivo per cui chiunque può estrarli e brevettarli rubandoli al Brasile. La nuova legge prevede che chi voglia recarsi nella foresta debba prima richiedere un permesso speciale che verrà rilasciato dal Ministero della Difesa ed affrontare un complicato iter-burocratico per ottenerlo: turisti compresi.
Per i trasgressori è prevista una multa fino a 40mila euro.

In parte le nuove regole estendono un’altra legge restrittiva che già esiste ma che riguarda solo i territori dove sono presenti tribù indigeni e resuscitano una politica di controllo sulla foresta che venne già tentata senza grandi successi negli anni dei governi dittatoriali. Oggi l’esecutivo di Brasilia spera che grazie ai nuovi sistemi satellitari sia molto più facile individuare i trasgressori.

I critici però temono che il governo brasiliano voglia in questo modo anche limitare le incursioni delle organizzazioni internazionali (prima di tutte Greenpeace) che vigilano sulla deforestazione e accusano il governo di non fare abbastanza. L’esplosione delle coltivazioni di soia - molto redditizie anche per le esportazioni brasiliane - è stato negli ultimi anni un nuovo fattore di assalto indiscriminato alla più grande foresta pluviale del mondo E, non a torto, Greenpeace e altre Ong ecologiste sostengono che in alcune aree il governo ha chiuso un occhio con lo scopo di aumentare la superficie coltivabile.

Insieme alla biopirateria e al furto dei brevetti medicinali ci sono, dietro alla proposta della nuova legge, almeno altri due aspetti: uno è nazionalistico, l’altro è una preoccupazione di politica interna. Secondo l’esercito ci sono zone, soprattutto quelle di frontiera, dove si registra una presenza incontrollata di stranieri. Alcuni - dicono le Forze Armate - starebbero fomentando gli scontri armati sempre più frequenti fra le tribù indigene e i coloni bianchi.

Fonte: La Repubblica

La pattumiera di Napoli 69 giorni prima della catastrofe

Tuesday, April 29th, 2008

Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che “dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno”. Da oggi al 5 luglio mancano 69 giorni. Soltanto 69 giorni per evitare una nuova crisi urbana che potrebbe non risparmiare a Napoli e alla Campania patologie infettive degne di altri secoli. 69 giorni sono un tempo troppo ridotto per eliminare un sistema che, dall’emergenza, ricava profitti, finanziamenti, occupazione, utili politici. E intorno a questi interessi che presto il neo-presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si scontrerà con il presidente delle Regione Antonio Bassolino.

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Conviene cominciare a contare. Da oggi al 5 luglio mancano 69 giorni. Soltanto 69 giorni per precipitare nel pieno dell’estate, del calore, di una nuova, tragica e teatrale “emergenza rifiuti” e quindi in una crisi urbana, in una catastrofe sociale che potrebbe non risparmiare, questa volta, patologie infettive degne di altri secoli. I napoletani fanno gli scongiuri, certo. Sono superstiziosi e la superstizione è la speranza del tutto irrazionale di un incantesimo benigno. Si illudono che gli dèi alla fine li leveranno dai guai con una magia. Nessuna magia. Tra 69 giorni, l’immondizia seppellirà di nuovo le strade dell’area metropolitana tra Napoli e Caserta, i duecento comuni del territorio già più inquinato d’Europa. I numeri non lasciano spazio alla fiducia in un miracolo.

Il 5 luglio saranno sature le discariche e i “siti provvisori” che fino ad oggi hanno consentito di ospitare, più o meno, 700 mila tonnellate di immondizia spazzate via dalle strade. Come saranno in via di esaurimento (a fine luglio) i contratti che hanno permesso di spedire in Germania (più o meno) 200 mila tonnellate di rifiuti. Non è il fantasma di una crisi prossima ventura. E’ l’annuncio concretissimo di un’altra crisi, peggiore dell’ultima perché potrebbe consumarsi a temperature che oscillano tra i 32 e i 36 gradi.

Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che “dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno”. Lo ha detto agli amministratori, ai presidenti delle province, al presidente della regione, Antonio Bassolino. Ne ha discusso con Silvio Berlusconi che sarà presto a Napoli per il primo consiglio dei ministri. Ha preparato un piano di priorità, che il Cavaliere - in cerca di un primo colpo vincente per il suo governo - ha condiviso. Due nuovi impianti a Savignano Irpino (apertura prevista, il 20 maggio) e a Sant’Arcangelo Trimonte (pronto il 5 luglio) dovrebbero consentire di tirare in lungo fino a quando non sarà allestito il “Grande Buco” che inghiottirà tutta l’immondizia della regione.

Una “piattaforma plurifunzionale”, la chiamano, dove scaricare e trattare due, tre milioni di tonnellate (ma c’è chi, sottovoce, sussurra di capacità fino a 13 milioni) di “rifiuti speciali solidi, liquidi, fangosi, pericolosi, non pericolosi”. La “piattaforma” dovrebbe essere preparata in Alta Irpinia nel pianoro di Formicoso tra i borghi agricoli di Vallata, Bisaccia, Lacedonia, Andretta, Vallesaccarda, al centro di un territorio di 286 chilometri quadrati con una densità di 61 abitanti per chilometro.

Anche chi non è un addetto ha compreso ormai qual è “la filiera” che consente alle città di non soffocare tra i rifiuti trasformando quel servizio pubblico in una redditizia - oltre che indispensabile - attività industriale. Riduzione del volume dei rifiuti e raccolta differenziata. Un sistema di impianti industriali in grado di offrire canali diversificati: dal riciclaggio al recupero energetico; dal downcycling (recupero in attività secondarie) al trattamento. La discarica, il “buco”, è soltanto una soluzione residuale, buona per accogliere gli scarti stabilizzati e inerti, in modo da minimizzarne l’impatto e azzerare l’urgenza di aprirne di nuove. L’impresa non è impossibile. C’è molto denaro a disposizione. Ci sono le tecnologie adeguate.

L’impresa richiede però buona politica; coerenti interventi istituzionali e di governo; un costante rapporto con le popolazioni che devono avere fiducia in chi governa per legittimarne le scelte e accettarne l’impatto nel proprio territorio.

Il denaro, le leggi, le decisioni non bastano, allora. Occorre quel che si dice “capitale sociale”. “Le scelte in materia di rifiuti sono impegnative - spiega Antonio Massarutto, economista del gruppo lavoce.info - Richiedono il consenso e la collaborazione attiva delle popolazioni e dei vari livelli di governo, tutte cose che si ottengono soltanto con un paziente e continuo lavoro, alimentando un circuito virtuoso di risultati positivi. È proprio il capitale sociale che, con tutta evidenza, è stato sciaguratamente dissipato in Campania. È poco realistico pensare che si possa prescindere da un forte radicamento nel territorio, ma anche dal ruolo della politica, unica possibile garante del “patto territoriale” che sta alla base delle legittimazione all’insediamento degli impianti. La gestione dei rifiuti è condannata a fallire se continua a operare in una logica emergenziale, tirando a campare fino al deflagrare della crisi”.

Bisogna salire verso le valli dell’Ufita, in Irpinia, e cercare Vallata per comprendere quanto vera sia quest’analisi. Come sia compromesso il rapporto di fiducia tra governanti e cittadini. Come l’emergenza abbia pregiudicato irrimediabilmente ogni credibilità della politica. Come in quattordici anni (da tanto dura l’emergenza) nessuno abbia mai lavorato per ottenere la collaborazione delle popolazioni.

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Nel giorno di festa, la piazza di Vallata è affollata. Capannelli davanti ai tre bar. I vecchi lungo il muro dove c’è ancora un ultimo raggio di sole caldo. Il sindaco Carmine Casarella è poco più in là, lungo il corso, in attesa della moglie per una passeggiata. Ascolta in silenzio. Appare spazientito fino a quando affiora, nel discorso, la formula “piattaforma plurifunzionale per i rifiuti non pericolosi, tossici, nocivi, fangosi”. Si fa brusco ora. Chiede alla moglie di attendere ancora un po’ e dice: “Venga con me a vedere…”.

Ci si muove quasi in corteo. Dietro al sindaco molti di coloro che sono in piazza. Si va verso Formicoso. Lungo le curve della stretta statale, si sale da 600 a 1.100 metri verso le bianche pale di un campo eolico. Il pianoro è di un verde brillante, lucido. Il vento agita il grano ancora basso e le cime degli alberi in una valletta. C’è un gran silenzio. A perdita d’occhio solo montagne e lontano, sui cocuzzoli, paeselli che sembrano presepi, pascoli, boschi, campi di cereali, la bellezza che appassiona dell’”osso” appenninico, maltrattato dalla povertà, dall’emigrazione, dai terremoti.

Il sindaco è in piedi sul bordo del campo. Allunga il braccio verso nord. Dice: “Ecco. Sono questi i cento ettari di terreno dove vorrebbero costruire la “piattaforma plurifunzionale” o come diavolo la chiamano, ma ci può scommettere anche lo stipendio che non ce la faranno perché fare della nostra terra la pattumiera della Campania è illogico, ingiusto, umiliante, folle”.

Intorno, gli uomini annuiscono e smaniano per dire anche la loro. Tacciono però perché gli argomenti del sindaco sono i loro argomenti. Dice Casarella: “Quelli della costa, di Napoli, di Caserta ci considerano dei cafoni, gente di cui si può fare a meno. È vero siamo cafoni, siamo stati poverissimi, abbiamo dovuto emigrare. Vallata contava settemila abitanti, ora siamo duemila. La nostra è stata una vita dura, isolati su queste montagne. Ma abbiamo resistito e ci siamo rimessi in piedi. Sono nate piccole aziende agricole. Abbiamo prodotti di qualità, buon latte, buoni formaggi, buona carne. Siamo una discreta e non costosa oasi turistica a un’ora e mezza da Napoli, a un’ora e mezza da Bari. Ci si viene in famiglia - la domenica - per l’aria buona, una passeggiata di salute, il cibo onesto. Vogliono fare qui la pattumiera perché siamo pochi, dicono, perché non abbiamo santi nel paradiso della politica a proteggerci. Non è ingiusto? Non è umiliante? Può essere sufficiente essere senza “padrini” o essere pochi e poveri per vedersi penalizzare in modo irrimediabile? Non è illogico? Eppoi - mi dica lei - quassù a 1.100 metri, gli inverni sono lunghi e le strade gelate o bianche di neve. Mi dice come faranno ad arrivarci i camion con i rifiuti? Qui abbiamo accettato di costruire un campo eolico perché qualcosina finisce nella casse dei nostri comuni. C’è sempre vento, in ogni stagione. Se ci costruiranno la “grande pattumiera” le esalazioni nocive, le arie intossicate arriveranno a centinaia di chilometri di distanza. Non è folle?”.

Il sindaco conosce l’obiezione e l’anticipa. “Non mi dica che da qualche parte, la “piattaforma”, bisogna pur farla. Non sono iscritto al partito del “no”, non siamo di quella razza. Noi diciamo - e dico noi perché così la pensano tutti i comuni della provincia di Avellino - vogliamo che ciascuna provincia sia in grado di raccogliere e smaltire i propri rifiuti. Non dimentichiamo la solidarietà. Abbiamo detto di voler accettare anche quella parte dei rifiuti che Napoli non riesce a trattare, ma solo in quota parte con le altre quattro province della regione”.

Ora gli uomini che accompagnano il sindaco raccontano dei sacrifici che hanno fatto per tirare su la casa, gli anni di lavoro in Francia, in Svizzera, il meritato ritorno in un luogo che, dopo la città, appare “incantato”. Dicono che se, dopo tanto sudore, quel che li attende è vivere accanto a una discarica maleodorante tanto vale giocarsi il tutto per tutto per impedirlo perché si tratta di rendere inutile una vita intera. C’è chi dice, enfaticamente, “siamo pronti a morire”. Nessuno intorno sorride per la tirata.

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Come la fiducia, il capitale sociale è delicato come un cristallo. S’impiega molto tempo e fatica per costruirlo. Basta un niente per disperderlo. A 69 giorni da una nuova possibile catastrofe, la politica trascura sciaguratamente anche lo sforzo di apparire agli occhi della popolazione affidabile - perché unita e collaborativa. Si divide, litiga, alza la voce. Ignora che “il consenso è funzione della credibilità degli impegni che si assumono verso il territorio”. Ogni fazione, amministrazione, istituzione chiede di avere l’ultima parola e mano libera per decidere. Il quadro che ogni giorno affiora è un’opera collettiva di inettitudine, avventatezza, irresponsabilità. Incuranti dell’abisso in cui tutti possono precipitare, si fronteggiano tre piani d’intervento, l’uno il contrario dell’altro, l’uno sovrapposto e in contraddizione con l’altro.

Gianni De Gennaro vuole soltanto chiudere la fase dell’emergenza (è il suo incarico), ritornarsene a Roma e a nuovi incarichi. In assenza di un ciclo industriale dei rifiuti - che ha bisogno di molto tempo per essere realizzato - porta alle estreme conseguenze la politica del “non-ciclo” del passato. Il disgraziato modello che prevede la discarica come unico modo per smaltire i rifiuti. Si raccolgono i rifiuti, si fa un buco da qualche parte, si getta dentro tutto. La “Grande Emergenza” richiede allora un “Grande Buco” che possa raccogliere la monnezza in attesa dei tempi lunghi che consentano di costruire gli impianti industriali di trattamento, riciclaggio, recupero energetico. Responsabilità che Berlusconi intende affidare a una “sottosegretario con delega ai rifiuti”.

Le province vogliono limitare i danni. Accettano di discutere soltanto un piano che preveda che ognuno faccia per sé con un moderato sovrappiù di solidarietà a favore di Napoli e Caserta. Il presidente della Regione, Antonio Bassolino, pretende che ogni decisione ritorni nella sua disponibilità, conclusa la “missione” di De Gennaro. “Spetta a me - dice - Il governo deve contribuire per le sue prerogative. Se intende organizzare una cabina di regia, siamo pronti a parlarne. Ma spetta a noi, a me individuare una linea di percorso”. Lui, Bassolino, l’ha già pronta. È il nuovo “piano per la gestione del ciclo” dell’assessore Walter Ganapini. Che non concorda con De Gennaro nemmeno nella quantità di tonnellate di rifiuti da smaltire ogni giorno. Per l’assessore sono 6.500. Per il commissario 7.200. Di chi fidarsi? Perché fidarsi?

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È impossibile non vedere, in queste cabale, un sordo conflitto di potere che non ha dato ancora il suo peggio. Non è una novità sostenere che, in quattordici anni, è nata un’industria dell’”emergenza rifiuti” che distribuisce parcelle, contratti, licenze, reddito, profitti abusivi, finanziamenti nascosti, occupazione. L’ordigno ha creato un “magma sociale” che intreccia i destini del grande professionista e dell’ex-detenuto. Ha dispensato consenso e utili politici secondo un metodo di governo distruttivo e irresponsabile non inedito, addirittura storico per la Campania. “Imprese nazionali e internazionali hanno tratto profitti dalla politica dell’emergenza in cambio di una pessima prestazione, come già avvenne in Campania per il terremoto del 1980 - spiega Gabriella Gribaudi, storica - D’altro canto gruppi dirigenti locali, attraverso la struttura del commissariato, hanno potuto gestire un rilevante flusso di spesa, rafforzando il proprio potere ed estendendo la rete di amici e clienti”.

Ieri come oggi, è ancora al lavoro nella regione quel “partito della spesa pubblica” che formò le sue fortune politiche ed economiche con l’invenzione di “emergenze” e “occasioni”, sollecitando una gestione incontrollata delle risorse pubbliche, allargando un “blocco di potere” verticale e socialmente differenziato che ospitò, naturalmente, la “mediazione sociale” della camorra. Un partito unico, consociativo, trasversale che oggi deve ritrovare in fretta - ha solo 69 giorni - una nuova strategia, se non una nuova guida. Smantellare questo “sistema” dalla sera alla mattina non è semplice. In 69 giorni è impossibile, anche ammesso che lo si voglia. E nessuno ne ha voglia alla vigilia dell’arrivo dei 4 miliardi di euro dei fondi strutturali dell’Unione europea. Che promettono di rigenerare il “sistema”; di dare nuove slancio a carriere politiche in declino (Bassolino); di crearne di nuove (i “giovani leoni” del Partito delle Libertà); di riequilibrare quote di consenso sociale a favore dei nuovi assetti politici; di aprire il varco ad altre imprese felicemente protette.

Nessuno a Napoli si chiede che cosa accadrà il 5 di luglio. Sono altre le domande. Bassolino riuscirà a difendere l’orticello che abbandonerà tra un anno in occasione delle elezioni europee? Berlusconi prenderà tutto per sé? I due troveranno un accordo soddisfacente per non estenuarsi in una battaglia che può far perdere tutto agli agonisti, travolti dalle montagne di immondizia che presto invaderanno le città? Staremo a vedere. L’unico fatto certo è che a farne le spese saranno un infelice territorio, già umiliato, e quei cittadini comuni senza voce e protezione, come nella valle dell’Ufita. Saranno chiamati ad assumersi le responsabilità di questo disastro e, se non lo faranno, saranno indicati al pubblico disprezzo.

Per i tetti toscani fotovoltaico al posto dell’amianto

Tuesday, April 29th, 2008

Energia pulita abbinata allo smantellamento delle coperture in eternitIl comune di Scarlino, in provincia di Grosseto è pronto a dire addio al tossico eternit tramite un vantaggioso scambio: abbinando lo smantellamento di 6mila metri quadrati di tetti in amianto con l’istallazione di moduli fotovoltaici. La proposta è stata avanzata dall’azienda Bandite, gestita dal Comune, per quanto riguarda i “Poderi di Pian d’Alma” per la cui realizzazione intende usufruire degli incentivi offerti dal governo tramite il Conto Energia. La superficie esposta a sud dei nuovi tetti sarà coperta interamente da celle solari per un potenziale di circa 375 kW. L’energia prodotta sarà reimmessa direttamente nella rete elettrica e soddisferà un fabbisogno pari a quello di 107 abitazioni. L’idea dell’Amministrazione era da tempo quella di liberare i poderi dal pericolo dell’eternit, anche in ragione del fatto che l’azienda Bandite si trova all’interno di un parco naturale riconosciuto dall’Unione Europea e dalla Regione Toscana. Ora potrà farlo portando un duplice beneficio alla società ed all’ambiente.

Fonte: La Repubblica