Civita Di Bagnoregio
Ho deciso di segnalarvi una volta la settimana dei siti turistici che per la loro particolarità vale la pena di visitare, inizierò da un posto che mi ha incantata: una città morta!
Viaggio nella “Città che muore”
Il suo destino è stato scritto dalla natura, che con i suoi mutamenti geologici l’ha come isolata su uno sperone di roccia argillosa in attesa che una frana la faccia scomparire del tutto. Nel frattempo però Civita di Bagnoregio continua ad essere meta di turisti e curiosi, un luogo in cui la storia, la natura e le genti incarnano il simbolo della lotta dell’uomo contro il tempo
- CIVITA DI BAGNOREGIO - A guardarla dalla parte opposta del lungo ponte di cemento che la collega a Bagnoregio, Civita “la città che muore”, come ha voluto chiamarla lo scrittore Bonaventura Tecchi , sembra una città fantasma, di quelle che quando la nebbia sale dalla valle e le avvolge sembrano sospese nel nulla. Una suggestione che le si addice, se è vero che il destino di questo borgo sembra proprio essere in bilico, e la sua esistenza è da molti ormai considerata un miracolo.
Arroccata su uno sperone di roccia argillosa, Civita di Bagnoregio va di giorno in giorno sempre più sprofondando nella valle sottostante a causa della franosità del basamento tufaceo su cui poggia, soggetto ad una lenta ma inesorabile erosione. La “condanna a morte” decretata dalla natura ha fatto sì che la città si svuotasse dei suoi abitanti, ridotti ormai a poche famiglie e a qualche vecchio locandiere che si occupa della ristorazione dei turisti. Turisti che, a vederli così ordinatamente allineati lungo il ponte, sembrano recarsi in pellegrinaggio, impazienti di visitare ciò che rimane del borgo che diede i natali a San Bonaventura, ma soprattutto di toccare con mano la straordinarietà del secolare fenomeno geologico che un giorno ne determinerà la scomparsa.
A passeggiare per le stradine di Civita, entrando da Porta S. Maria per giungere al Duomo di S. Donato che fu, fino al 1699, la cattedrale di Bagnoregio, passando per Palazzo Alemanni-Mazzocchi e Palazzo Bocca, questo sentore di fatalità quasi non si avverte. Qua e là turisti e curiosi assaggiano vini e cibi del luogo, scattano fotografie, visitano gli edifici medievali e tornano indietro, senza pensare che quella potrebbe essere l’ultima volta che vedono Civita così com’è.
Per comprendere appieno ciò che sta accadendo alle fondamenta del paese si deve invece perlustrarne il perimetro, accessibile soltanto entrando nelle proprietà private delle poche famiglie che vi abitano. Sugli usci delle abitazioni qualche anziana signora fa cenno di avvicinarci e ci invita ad entrare nel suo giardino, che se non fosse per il fatto che si affaccia all’estremità orientale della Civita, sullo strapiombo della Valle dei Calanchi, sarebbe un normale orticello di campagna. Basta sporgersi un tantino e si scorge tutto il percorso di sprofondamento a cui è soggetto il borgo.
Eppure i vecchi del posto sembrano convivere serenamente con questo destino: nelle loro case fatte di tufo gli utensili da lavoro si mescolano ad oggetti antichi, anfore, pietre medievali con iscrizioni in latino, tutto accuratamente messo in bella mostra per affascinare il turista che fa visita alla loro casa. In cambio, le anziane signore chiedono un’offerta, qualche spicciolo, più per tradizione che per guadagno, quasi per accertarsi che abbiamo apprezzato le ricchezze di cui sono detentori, e forse anche il loro coraggio di abitare una città che, letteralmente, sta sospesa nel nulla.
E in fondo, andando via, si ha la sensazione di salutare, forse per l’ultima volta, Civita “la città che muore”.
Fonte: http://www.tusciatour.it/news_part.asp?id=221
