Archive for April 18th, 2008

Dall’atomica al paradiso così Bikini rinasce a vita

Friday, April 18th, 2008

I ricercatori: il miracolo è dovuto non alle radiazioni ma alla forzata assenza dell’uomo.

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UNA foresta marina popolata di coralli alti e nodosi come alberi oppure secchi come fruste, un mare pieno di tartarughe, pesci pappagallo, pesci farfalla, pesci pagliaccio, stelle di mare. Non è un paradiso delle vacanze tropicali ma l’atollo sconvolto da 12 anni di test atomici culminati nel 1954 con l’esplosione di una bomba all’idrogeno mille volte più potente di quella di Hiroshima.

Mezzo secolo fa, a Bikini, nelle isole Marshall (Micronesia), il mare prese a bollire mentre milioni di tonnellate di sabbia, roccia e coralli venivano scagliate in cielo e tre isolotti sparivano dalle carte geografiche.
A cinquantaquattro anni di distanza dall’ultimo dei 21 test atomici americani, la ricerca condotta da un gruppo di biologi australiani, tedeschi e italiani ha scoperto che, grazie alla forzata assenza della specie umana, la vita è rifiorita. Non senza pagare un prezzo elevato allo schiaffo nucleare che ha lasciato un cratere largo due chilometri e profondo 73 metri: delle 183 specie di corallo che esistevano prima della cura atomica, 42 mancano all’appello, 28 sicuramente per colpa delle radiazioni.

“L’impatto sulla vita marina è stato ridotto dall’effetto scudo offerto dell’acqua, che è 800 volte più densa dell’aria”, spiega Roberto Danovaro, del dipartimento di scienze del mare dell’Università Politecnica delle Marche. “In mare i livelli di contaminazione radioattiva sono stati relativamente bassi”. Certo più bassi di quelli misurati in superficie da una ricerca americana del 1979: a Rongelap, l’isola accanto a Bikini, il 95 per cento dei nati nel periodo critico ha sviluppato il cancro alla tiroide.

Oggi però, secondo lo studio pubblicato sul Marine Pollution Bulletin, i coralli sono tornati a crescere rigogliosi. “Quando mi sono immersa non sapevo che cosa aspettarmi, temevo di trovare un paesaggio quasi lunare”, racconta Zoe Richards, del centro australiano Arc che ha coordinato la ricerca. “Invece è stato incredibile: si sono sviluppate strutture coralline alte fino a otto metri. E’ affascinante. Non avevo mai visto coralli grandi come alberi”.

Lo stato di buona salute di queste barriere coralline emerge dal confronto con il degrado su scala mondiale prodotto dal cambiamento climatico: l’atollo di Bikini è citato nella lista dei casi positivi dall’ultimo Rapporto mondiale sullo stato delle barriere coralline pubblicato dall’Australian Institute of Marine Sciences.
Il disastro accaduto negli anni Cinquanta ha offerto la possibilità di misurare le straordinarie capacità di ripresa delle barriere coralline quando per mezzo secolo vengono protette, a parte qualche sporadica incursione dei pescatori di frodo, dagli attacchi umani.

C’è da augurarsi che ulteriori esperimenti in questa direzione avvengano in futuro in maniera meno traumatica, ad esempio allargando i confini dei parchi. Un’ipotesi meno ottimista è al centro dell’ultimo libro di Alan Weisman, Il mondo senza di noi. Ipotizzando la scomparsa della specie umana, alcuni segni della nostra presenza, come i ponti ad arco di New York, resisterebbero mille anni, ma il deserto del Sahara batterebbe rapidamente in ritirata perché “le truppe d’assalto della desertificazione, le capre, verrebbero mangiate dai leoni”.

Fonte: La Repubblica

Vino al veleno

Friday, April 18th, 2008

Mi sembra doveroso un aggiornamento sulla questione “Vino al veleno” o “Velenitaly” di cui abbiamo parlato pochi giorni fa.

Se vi ricordate avevo immediatamente espresso i miei dubbi su come era stata presentata l’inchiesta. Nel frattempo abbiamo potuto leggere parte dell’ordinanza di sequestro del PM che vi riporto in parte qui

… aggiunte e addizioni di sostanze acide e/o estranee alla natura del “vino” alcune delle quali della massima pericolosità per la salute umana (…) detenendo e verosimilmente utilizzando acido cloridrico, solforico e fosforico che risultano essere acidi minerali forti a elevata concentrazione, pericolosi perché tossici, corrosivi e infiammabili. (…) Quanto alla elevatissima concentrazione con cui erano detenuti gli acidi cloridrico e solforico, nonché acido citrico, acido tartarico, fosfato monoammonico, fosfato biammonico, solfato di ammonio, lieviti, enzimi, glicerina (…) in modo da rendere il prodotto pericoloso per la salute pubblica. (…) È incontestabile il fumus dei reati, per le circostanze di falsificazione documentale unite a quella della più che verosimile adulterazione di un prodotto che (già prima dell’ultimo rinvenimento di ulteriori acidi tossici).

“infiammabili” ? E da quando quegli acidi sono infiammabili? Non è che si confonde il Fosforo (quello dei fiammiferi, tanto per intenderci) con l’acido fosforico (quello contenuto nella Coca Cola, sempre per intenderci) ? (particolare notato anche qui)

Sinceramente l’elenco delle sostanze riportate nel decreto del magistrato (ed è ovvio che le hanno trovate concentrate, così le vendono!) mi sembra più il “kit del piccolo fabbricante di mosto in polverine” che il kit dell’avvelenatore. Questa ipotesi era già stata formulata anche da vari attenti lettori di questo blog. La riassumo: l’acido tartarico, come sapete, è presente nell’uva e nel mosto. Il fosfato di ammonio è un attivatore dei lieviti, cioè quei microorganismi che producono gli enzimi che poi trasformano gli zuccheri in alcool. E lo zucchero da dove lo prendevano? Dal saccarosio! Però siccome in Italia il saccarosio non si può aggiungere al vino (in Francia ad esempio sì) e nel mosto “vero” sono presenti glucosio e fruttosio, allora usando quei benedetti acidi trasformavano il saccarosio in glucosio e fruttosio, e poi lo fermentavano, aggiungevano acido tartarico, citrico e formavano un pappone che spacciavano per mosto, grazie anche all’aggiunta di un po’ di mosto vero, se non altro per dare colore e un po’ di aroma.

Tanto per chiarire ulteriormente, l’acido citrico è contenuto nel limone, mentre l’acido tartarico lo trovate anche nel normale lievito per dolci in bustina, niente di pericoloso e tanto meno cancerogeno. E anche l’acido cloridrico e solforico, puri e come gargarismo ovviamente creano danni, ma se diluiti, possono essere meno acidi del limone o dell’aceto. Dalla sola presenza di quegli acidi non si poteva logicamente affermare che avessero messo in vendita qualcosa di tossico. Altrimenti dovrebbero ritirare dal commercio tutte le bottiglie di “golden syrup” o di “zucchero invertito” dagli scaffali dei supermercati, (lo trovate nel settore preparati per dolci e torte), poiché è esattamente con quel processo (acidi+saccarosio) che si ottiene.

Infatti già il 4 aprile la procura di Taranto precisava che

“Il prodotto risulta composto da uva per circa il 30%, acqua e saccarosio. Non c’è traccia di sostanze pericolose per la salute”.

Dichiarando anche

“Non capisco come si faccia a dare anticipazioni giornalistiche che sono destituite di fondamento e creano allarmismi”

Ora, secondo un articolo del Sole 24Ore segnalato da Kelablu apprendiamo che le analisi sono state eseguite e

Il Tribunale del riesame di Taranto ieri ha revocato il sequestro preventivo di un capannone e di 5mila litri di vino della Enoagri di Massafra, una delle cantine pugliesi coinvolte nell’inchiesta su una presunta adulterazione di vino che nei giorni scorsi ha fatto temere un grave scandalo di vino tossico. Le analisi hanno accertato che la sofisticazione e’ avvenuta con aggiunta di sola acqua zuccherata.

Ecco. Come avevamo supposto.

Suggerimento agli studenti: non dormite alle lezioni di chimica alle scuole superiori. Vi potrebbero servire nella vostra professione futura ;-)

Dario Bressanini

Fonte : L’Espresso

Elettro-caos

Friday, April 18th, 2008

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzant.jpgAntenne e ripetitori si moltiplicano ma i controlli diminuiscono. Lo stato non rispetta la legge mentre i limiti vengono considerati troppo alti per tutelare la salute. Ecco il Far West delle emissioni

Magari fossero soltanto brutte e si limitassero a sfregiare il paesaggio. No, quel grappolo di antenne piantate tra i monti della Valtellina, in mezzo alle case dove le famiglie lombarde si rifugiano nel weekend in cerca di aria sana, è anche fuorilegge. Perché ritenuta dalla legge italiana una potenziale minaccia per la salute. Di sicuro, la concentrazione di impianti usati da radio e tv e di ripetitori dei telefoni a Poira, nel comune di Civo, eccede i limiti imposti dallo Stato. Le emissioni elettromagnetiche sono tre volte sopra il tetto massimo previsto per i centri abitati. Ma è dagli anni Settanta che quei tralicci vengono contestati e nonostante i risultati scientifici che provano la loro illegalità, continuano a trasmettere, ignorando ultimatum, intimazioni legali e proteste popolari.

Il dramma è che il problema non riguarda solo Poira: l’Italia delle onde selvagge parte dalle Alpi e arriva fino al canale di Sicilia, in una situazione dove le antenne si moltiplicano e invece i controlli diminuiscono. Paure ignorate Eppure l’elettromagnetismo fa sempre più paura: dopo i greci e i ciprioti, gli italiani sono il popolo più preoccupato d’Europa e quello che ha meno fiducia nell’azione delle autorità. Secondo il sondaggio Eurobarometro 2007, il 68 per cento dei cittadini chiede più tutela. E anche se non ci sono risposte mediche certe sugli effetti sulla salute (vedi articolo a pag. 87), tutti i governi però stanno prendendo misure precauzionali. In Italia l’allarme è bipartisan e dovrebbe raccogliere larghe intese: destra e sinistra sostengono di volerlo combattere. Il tetto di 6 volt per metro introdotto dalla legge del 2001 viene già giudicato insufficiente da molti esperti e persino da alcune amministrazioni locali, senza che le denunce si trasformino in atti concreti. Perché nel nostro Paese oggi regna l’elettrocaos: nessuno sa quante emissioni assorba in media un cittadino, quanto le reti wireless stiano infilando impulsi nelle nostre case e quali conseguenze provochi l’esposizione a tante onde simultaneamente.  

A livello di governo non esiste nessuna “mappa elettromagnetica” della Penisola per orientare le scelte strategiche. Anzi, chi viola le norme evita di sanare le antenne e continua impunito a sparare emissioni per anni; chi vuole piantare nuovi ripetitori invece può sfruttare i buchi nel censimento delle radiazioni e mandare onda su onda. Un’invasione dell’etere quasi sempre senza vigilanza. L’Apat, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici che fa capo al ministero dell’Ambiente, cerca di sorvegliare la sterminata foresta di antenne. Ma è una missione quasi impossibile. Tra il 2003 e il 2006, data dell’ultima panoramica globale, c’è stato un aumento del 23,4 per cento degli impianti radiotelevisivi e di un più 50 per cento per le stazioni radio base per la telefonia mobile. Invece il numero di test per stabilire potenza e leicità di queste emissioni è rimasto uguale, con un calo sensibile nelle verifiche sui cellulari condotte dalle Agenzie regionali: quasi il 3 per cento in meno che, se confrontato con la crescita esponenziale dei ripetitori, fa capire perché l’Italia stia diventando il far west dell’elettrosmog. Senza protezione Le Agenzie regionali per l’ambiente sono sempre più in affanno anche nel fornire i pareri preventivi per l’in l’installazione di nuovi impianti, privando così della minima protezione i residenti. Nel 2006, rispetto a due anni prima, ne avevano dati 8,9 per cento in meno per i ripetitori dei cellulari e solo più 4,2 per cento per le antenne radiotelevisive. L’elettrocaos non solo impedisce di fare ordine nell’etere e pianificare il futuro delle emissioni, ma rende sostanzialmente impossibile la bonifica delle centrali pirata. La classifica dei fuorilegge dell’etere vede al primo posto i ripetitori che trasmettono programmi radio e televisivi ignorando il limite di 6 volt al metro per le zone residenziali. In tutta Italia, tra il ‘99 e il 2006 l’Apat ne ha contate 458. E non solo in piccole località come Poira, ma anche a Torino, Bologna e Roma e in altre grandi città

Fonte: L’Espresso.