Archive for April 14th, 2008

La carica dei forzati della vita low cost

Monday, April 14th, 2008

Discount e omaggi: i trucchi del neonato “ceto arcobaleno”

Una coppia benestante, non certo «milleuristi». Visti ieri mattina in un elegante caffè torinese, lui distinto lei charmant. Lettura di quotidiani, caffè spremuta e brioches. È una bella domenica di primavera, la Juve ha battuto il Milan e ci sono le elezioni. Argomento di conversazione: «Hai letto di questi mercatini di contadini dove si risparmia il 30%? Vanno provati».

Un single di buona famiglia, professore di liceo, vive in un bilocale a Milano. Pomeriggio alla Feltrinelli a leggere un libro senza comprarlo (ci sono le poltrone apposta), serata con aperitivo «lungo». Un bicchiere di vino rosso a 8 euro, quattro giri al buffet tra tartine, assaggi di pasta, spezzatino e dolce. Tutto compreso, risolto il problema cena. Sulla via del ritorno, un salto al bar sotto casa per recuperare il giornale. «Dopo le 6 puoi passare a prenderlo, qui non serve più», gli ha detto il proprietario. E lui approfitta. Tutti i giorni. Fanno 360 euro in meno all’anno. Altro che tesoretti e tagli alle tasse. Nessuna manovra di nessun governo gli ha mai dato un beneficio simile. «In molti Paesi la diffusione dell’offerta di prodotti e servizi “low cost” comincia a pesare più di una riforma del fisco o del welfare perché aumenta sensibilmente il potere d’acquisto dei salari», scrivono Edoardo Narduzzi e Massimo Gaggi nel saggio «La fine del ceto medio e la nascita della società low cost», pubblicato da Einaudi.

Ecco, dunque, i volti del nuovo ceto medio versione «low cost». Strozzato dall’euro, polverizzato dall’«effetto clessidra» di cui parla Giuseppe De Rita, per cui «o si sta in alto o si sta in basso». Mortificato dalle indagini sociologiche che lo dichiarano «andato all’aceto» se non defunto e lo rimpiazzano con il più magmatico «ceto arcobaleno». Eppure tenacemente aggrappato a un piccolo mondo antico di benessere che non vorrebbe perdere. E prova a conservare lavorando d’ingegno. Non a caso i supermercati «hard discount» hanno aumentato il fatturato del 45% in un anno.

Secondo l’Eurispes, un terzo degli italiani cerca il risparmio a tutti i costi. I forzati del «low cost». In principio furono i voli aerei a prezzi stracciati, che hanno rivoluzionato le vacanze. Ora ci sono i mercatini che abbattono i costi alimentari e i negozi «tutto a un euro». Cellulari: due-tre schede di vari operatori per fare slalom tra le tariffe. A casa, abbonamento internet per telefonare con Skype e scaricare i film: tutto gratis. La casistica è lunga, alimentata da internet dove si moltiplicano i blog tematici. E ormai abbraccia i consumi primari come quelli voluttuari, compresi biglietti teatrali last minute scontati fino al 50%.

«Società low cost», spiegano gli esperti. Fenomeno non solo italiano, visto che in Germania apre una catena di distribuzione chiamata «Mister Taccagno» e il giornale britannico «The Observer» riempie una pagina con un «manuale di sopravvivenza» in venti capitoli. Dal cibo alla benzina, con i siti web che indicano in tempo reale il distributore più economico in zona. Dalla casa alle vacanze, con l’invocazione «Riscoprite il campeggio: costa 6 sterline al giorno e i vostri figli lo ameranno (anche se voi no)».

Le vacanze, del resto, sono il campo di sperimentazione privilegiato dei forzati del «low cost». Niente a che vedere con i rassicuranti anni ‘90, quando si collezionavano multiproprietà come status symbol. Tra il 1995 e il 2000 i contratti firmati erano oltre 50 mila. Nel quinquennio successivo si sono ridotti a 5500. Dieci anni fa il prezzo massimo era 40 mila euro. Ora 15 mila. Nel frattempo, sulle Alpi aprono gli hotel low cost per chi non vuol rinunciare alla settimana bianca ma altrimenti non potrebbe più permettersela.

«Di meno, ma meglio», sintetizza il Censis nell’ultimo rapporto sulla «revisione strategica dei consumi familiari». Nel momento in cui diventa di massa (a vario titolo riguarda ormai il 60% degli italiani) il mondo «low cost» subisce una mutazione genetica. Non è più solo il rifugio disperato di chi vuole ma non può e quindi si accontenta di tutto.

Secondo un’indagine della Coldiretti, gli italiani sono tra i consumatori più sensibili alla qualità dei prodotti che comprano. Nel 2007, a fronte della crisi dei consumi, la vendita di prodotti biologici ha segnato un’impennata senza precedenti: +9%. «Questo boom di prodotti e modalità di acquisto innovative fa convivere - spiega il Censis - tutela del tenore di vita e accesso ai nuovi beni, auto-percezione della propria vulnerabilità socioeconomica e persistente caccia a beni e servizi di qualità».

Frutta pregiata e scontata. Il giornale rimediato al bar. Il best seller letto alla Feltrinelli. La raffinata coppia torinese e il dinamico prof milanese. Vulnerabili sì, ma irrimediabilmente esigenti.

Fonte: La Stampa

Il mondo senza cibo un disastro evitabile

Monday, April 14th, 2008

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzba.jpgCARO direttore, dopo aver tanto parlato della crisi energetica e della crisi finanziaria ci siamo finalmente resi conto di un dramma ancora più grande e di conseguenze immediate per l’umanità: la crisi alimentare.

Miliardi di persone soprattutto in Africa, in Asia e in America centro-meridionale, sono colpiti da un progressivo e insostenibile rincaro di tutti i prodotti agricoli, dal grano alla soia, dal riso al mais, dal latte alla carne. Ogni giorno scoppiano rivolte e si ha notizie di repressioni.

Alcuni governi, come quello egiziano, sono costretti a impiegare nel sussidio del pane la gran parte delle risorse generate dalla buona crescita economica e in altri casi, come nel Corno d’Africa, nei paesi subsahariani e a Haiti non resta che la fame e la sempre più vicina prospettiva di una tragica carestia.

Alla base di questi aumenti di prezzi vi sono certo anche realtà positive, come il miglioramento della dieta in Cina, in India e in molti altri paesi. Per nutrirsi con la carne si impiega infatti una superficie di terreno di almeno cinque volte superiore di quanto richiesto da una nutrizione a base di cereali.

Vi sono altre realtà rispetto alle quali ben poco si può fare, come l’aumento dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti necessari a produrre o trasportare i prodotti alimentari.

Ma vi è una decisione politica che sta aggravando in modo precipitoso la situazione ed è la progressiva sottrazione di suolo alla produzione di cibo per utilizzarlo a produrre biocarburanti. Sulla carta questo risponde al nobile scopo di attenuare la nostra dipendenza dalla benzina e dal gasolio nei trasporti e così facendo, ridurre l’impatto ambientale in termini di anidride carbonica. Purtroppo le cose non stanno così.


I più recenti studi (come quelli dell’Ocse e Royal Society) sostengono invece che con le tecnologie oggi impiegate per produrre biocarburanti, il bilancio energetico è solo marginalmente positivo o addirittura negativo. Il computo preciso dipende dalle specifiche realtà territoriali ma vi è chi autorevolmente sostiene (come le analisi apparse su National Resources Research) che l’energia impiegata per produrre biocarburanti sia negli Stati Uniti del 30% superiore all’energia prodotta.

Complessivamente un bel disastro sia dal punto di vista energetico che da quello ambientale. Ma il disastro ancora più grande è quello di mettere in conflitto il cibo con il carburante in un periodo già di scarsità. Un conflitto vero, tragico.

Per descriverlo in modo semplice e fortemente evocativo basta dire che il grano richiesto per riempire il serbatoio di un così detto Sport Utility Vehicle (Suv) con etanolo (240 chilogrammi di mais per 100 litri di etanolo) è sufficiente per nutrire una persona per un anno. E già siamo arrivati ad utilizzare per usi energetici intorno al 20% di tutta la superficie coltivata a mais negli Stati Uniti.

Una superficie più grande della Svizzera è stata sottratta di colpo alla produzione di cibo per effetto delle pressioni delle potenti lobby agricole e di una parte non informata o distratta di quelle ambientalistiche. E nel frattempo, come conseguenza, il prezzo della terra e dei fertilizzanti sale in tutto il mondo facendo a sua volta moltiplicare il prezzo dei prodotti alimentari. E questo fa scoppiare tumulti per la fame a Città del Messico, in Egitto, nel west Bengala, in Senegal, in Mauritania mentre la Fao ci dice che 36 paesi hanno oggi bisogno di urgenti spedizioni di grano e di riso.

Questo non comporta che la produzione di energie alternative vada del tutto cancellata perché vi sono situazioni in cui essa non è in diretta concorrenza con la produzione agricola, utilizzando terreni non alternativi a produzioni alimentari, aree boschive o biomasse. E soprattutto bisogna incentivare la ricerca sulla “seconda generazione” di biocarburanti, attraverso la selezione di nuove specie, attraverso una maggiore efficienza dei processi e l’utilizzazione di terre marginali (ad es. il bosco ceduo) non alternative all’agricoltura.

E’ quindi necessario che i governi smettano di sovvenzionare gli agricoltori al fine di produrre meno cibo, obbligando i paesi poveri a svenarsi per assicurare il pane quotidiano a coloro che muoiono di fame. E bisogna che questo obiettivo venga tradotto subito in decisioni politiche. La prima di queste decisioni è di intervenire dove sono in corso i drammi maggiori.

Rendere quindi subito disponibili i 500 milioni di dollari richiesti per l’emergenza del Programma Alimentare Mondiale delle nazioni Unite e il miliardo e mezzo di dollari richiesto dalla Fao. Ma non si può non affrontare nel contempo il problema politico fondamentale, in modo da invertire l’aspettativa di ulteriori aumenti dei prodotti alimentari prima che i paesi che hanno produzione eccedente proibiscano (come hanno già cominciato a fare) l’esportazione di prodotti alimentari trasformando, con questo, l’attuale crisi in tragedia mondiale.

I due prossimi grandi appuntamenti internazionali, cioè la riunione della Fao a Roma e dei G8 in Giappone, debbono diventare il momento di discussione e di decisione di una nuova politica che fermi i danni dell’attuale politica e che possa redistribuire al mondo le risorse alimentari di cui ha bisogno.

Non sono decisioni facili, ma bisogna agire perché sia negli Stati Uniti che in Europa la produzione di carburante in concorrenza col cibo si fermi e gli incentivi vengano riservati agli studi e alle ricerche necessarie per arrivare alla produzione di biocarburanti di nuova generazione. Non possiamo più ammettere che la gente muoia di fame in Africa perché c’è qualcuno negli Stati Uniti che considera i voti degli agricoltori o dei proprietari terrieri più importanti della sopravvivenza di milioni di persone. È vero che la politica di oggi è stata decisa quando si pensava di vivere in un mondo di scarsità energetica e di eccedenza alimentare. Ma oggi le cose non stanno più così.

È ora quindi di cambiare politica perché i rimedi finora adottati sono peggiori del male che si voleva curare. Queste sono le politiche serie che la globalizzazione ci impone e l’Italia non può certo sottrarsi alle sue responsabilità.
ROMANO PRODI

Fonte : La Repubblica

Le lampadine ecologiche che inquinano l’ambiente

Monday, April 14th, 2008

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzlamp.jpg«M’illumino di meno», recita uno slogan che invita al risparmio della luce elettrica. Per completarlo, in tutta onestà, bisognerebbe aggiungere: « …ma pago di più e inquino l’ambiente». E’ una storia tipicamente italiana quella che ci spinge verso l’illuminazione ecologica, senza che ci sia ancora consentito di evitare la contaminazione degli ecosistemi. Una nuova legge ha fatto scattare, a partire dal novembre 2007, il pagamento di un eco-contributo di 22 centesimi più iva per ogni lampada a basso consumo acquistata. In cambio dovrebbe essere assicurato il ritiro delle lampade non più funzionanti e, soprattutto, il loro riciclaggio in appositi centri, allo scopo di evitare la dispersione delle sostanze tossiche contenute al loro interno: mercurio e polveri fluorescenti. Invece, nei negozi in cui sono commercializzati questi prodotti, non c’è traccia dei contenitori per la raccolta differenziata, né c’è l’intenzione di accollarsi quintali di lampade fuori uso in attesa che si metta in moto il meccanismo di raccolta. Provare per credere, i più vi risponderanno: «Sì, da quest’anno applichiamo il sovrapprezzo ecologico su lampade e apparecchiature elettriche. Siamo stati informati dai produttori della costituzione di alcuni centri di riciclaggio. Ma il servizio di raccolta non è partito».

E nell’attesa le lampade finiscono nei normali cassonetti della spazzatura dove, quando non si riducono in pezzi, spargendo nell’ambiente le sostanze pericolose, tocca alla sensibilità degli operatori ecologici delle aziende municipalizzate recuperarle e poi avviarle ai centri di raccolta capaci di riciclarle. Il problema esiste solo per i 130 milioni di lampade a basso consumo di vario tipo vendute ogni anno in Italia: i cosiddetti «tubi fluorescenti» compatti e non compatti, per i quali c’è l’obbligo dello smaltimento differenziato. Tutte le altre lampade a filamento (o a incandescenza che dir si voglia) non contengono elementi tossici. «E’ vero, la raccolta differenziata non è partita perché non sono ancora operative le norme specifiche per regolare il complesso meccanismo di recupero presso i punti vendita — conferma Valerio Angelelli, del ministero dell’Ambiente, presidente del Comitato di controllo e vigilanza Raee, sigla che sta per Rifiuti da apparecchiature elettriche e elettroniche —. Noi, come ministero, quelle norme le abbiamo già scritte. Ora siamo in attesa dell’approvazione finale da parte della Commissione europea. Ancora qualche mese e tutto dovrebbe funzionare come previsto».

E allora perché imporre un nuovo balzello se il sistema non è a regime? «Perché si tratta di un obbligo previsto dall’Unione europea che in Italia abbiamo recepito con un’apposita legge, la 151 del 2005—risponde Angelelli —. La legge doveva essere operativa dal 13 agosto 2005. Questa inadempienza poteva fare scattare una procedura di infrazione perché siamo stati gli ultimi in Europa ad adeguarci. Poi, nel corso di quest’ultimo anno, abbiamo provveduto ad emanare la norme necessarie a rendere operativa la legge». La legge richiamata da Angelelli è figlia di un principio valido non solo per le lampadine, ma anche per tutti gli apparecchi elettrici e elettronici, piccoli e grandi, dai cellulari ai frigoriferi: d’ora in poi chi li produce deve assicurarne il recupero a fine vita, evitando che nell’ambiente siano disperse le eventuali sostanze nocive e garantendo il riciclaggio delle parti utili. Il ciclo di esistenza di un apparecchio che comincia in una fabbrica si deve chiudere sotto la responsabilità degli stessi produttori. Ormai funziona così in tutto il mondo industrializzato. Per rispettare questo principio, i costruttori di apparati elettrici hanno creato dei consorzi che devono provvedere al riciclo. L’eco-contributo che paghiamo su ogni apparecchio serve, in pratica, a finanziare i nuovi oneri dei produttori.

Allo scopo di riciclare le lampadine a basso consumo, in prospettiva le sole a essere utilizzate, visto che quelle a filamento, più economiche ma molto energivore, saranno bandite fra circa un anno e mezzo (1˚ gennaio 2010), esistono per ora in Italia sette impianti. «Quasi tutti concentrati al Nord—informa Paolo Colombo, direttore del consorzio Ecolamp, che raccoglie le maggiori imprese nazionali e internazionali produttrici di sorgenti luminose —. Tre sono nel Milanese: a Muggiano, S.Giuliano e Segrate; le altre a Brescia-Castenedolo, Padova, Gorizia e Roma-S. Palomba. Il Sud, per ora, ne è privo e questo implica maggiori problemi di raccolta e trasporto». Gli impianti riciclatori sono il punto d’arrivo del sistema; quello di partenza sono gli esercizi commerciali che dovrebbero essere già dotati dei contenitori di raccolta per le lampade a risparmio, simili a quelli che si trovano in parecchi esercizi commerciali per le pilette esauste o per i medicinali scaduti. Trasporti periodici dovrebbero poi assicurare il trasferimento dei contenitori fino alle piazzole comunali o intercomunali di raccolta; e, infine di lì ai riciclatori.

Le piazzole già operative sono circa 500 su un totale di mille previste in tutta Italia. In esse si devono accumulare, oltre alle lampade, anche tutti gli altri Raee. Basteranno a soddisfare le esigenze di 8.000 comuni? «Dipende dal volume dei materiali elettrici e elettronici di cui ogni italiano riuscirà a sbarazzarsi. Le statistiche dicono che ogni anno ne eliminiamo una quindicina di kg a testa. Sarebbe già un ottimo risultato raggiungere entro il 2008 l’obiettivo di 4 kg pro capite, cioè disfarsi in maniera ecologica di 240.000 tonnellate di rifiuti elettrici e elettronici», auspica Angelelli. A parte il difficile avvio del riciclo, le lampade a basso consumo sono, per ora, le sorgenti luminose più consigliate in tutto il mondo. E’ vero che costano circa dieci volte di più rispetto a quelle a filamento, ma durano anche dieci volte di più e consumano l’80% di meno. Impiantarle nei locali dove si tengono a lungo le luci accese comporta un risparmio annuo di diverse decine di euro sulla bolletta elettrica familiare e quindi un rapido ammortamento della maggior spesa sostenuta per acquistarle. Per questi vantaggi la loro diffusione sul mercato è esplosa: solo due anni fa coprivano il 10% di tutte le lampade vendute. «Oggi—dice Colombo—rappresentano circa il 30% di tutte le sorgenti e prevediamo che nel giro di cinque anni si arriverà al 50%, con notevoli risparmi di energia elettrica, di petrolio e di emissioni di CO2».

Fonte: Corriere della Sera

Orazio, gatto superobeso

Monday, April 14th, 2008
Il felino di 16 kg spopola sulla stampa inglesezzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzor.jpg
LONDRA
Un gatto italiano di nome Orazio spopola oggi sui giornali londinesi perchè è grande e grosso come un bambino di due anni e il suo peso (16 chili abbondanti) ne fa uno dei felini più obesi dell’intero pianeta.Fulvo, molto somigliante al celebre Garfield dei fumetti, Orazio vive a Eupillo in provincia di Como e campeggia sui più disparati quotidiani della capitale britannica - dal ’Telegraph’ al ’Mail’ passando per il ’Mirror’ - grazie ad una eloquente fotografia dove è immortalato in braccio alla padrona, Laura Santarelli.

Pur dando spazio al «mostro» il ’Mail’ mette in risalto che Orazio non può ad ogni modo rivendicare alcun primato da Guinness: si sa infatti di un gatto di ben 18,5 chilogrammi che vive negli Stati Uniti, per la precisione in Minnesota.

Parlare di Guinness è ad ogni modo fuori luogo: da qualche anno il libro dei primati non fa più il monitoraggio degli animali domestici più grassi nel timore che padroni senza scrupoli a caccia di record alimentino a forza cani, gatti o canarini.

La foto del pasciutissimo Orazio viene usata dal ’Telegraph’ come spunto per ironizzare sulla dieta mediterranea «che dovrebbe mantenervi magri e in salute ma sembra avere l’effetto opposto» sull’enorme gatto comasco.

Fonte: La Stampa

Le api al tempo della peste

Monday, April 14th, 2008

I neonicotinoidi filtrano nella linfa e vi restano per tutta la vita della pianta. Si annidano nel polline. Nel nettare. E uccidono le api. Intere famiglie si sono spopolate. Milioni di api battitrici, quelle che vagano in cerca del nettare, sono morte». Francesco Panello, presidente dell’Unaapi, associazione piemontese dei produttori, descrive così la genesi della strage delle api. Correva l’anno 2007 e in contemporanea con le semine di mais nel nord-ovest le api iniziarono a cadere a migliaia. Da allora il tasso di mortalità è aumentato in modo esponenziale: quasi 200 milioni di esemplari in provincia di Torino. Un miliardo in tutto il Piemonte. È come se un’epidemia si fosse abbattuta sugli alveari. E il contagio si è diffuso alla Lombardia mentre «segnali di morie di api si registrano in Veneto, Emilia Romagna e Toscana», spiegano alla Cia, la Confederazione Italiana degli Agricoltori. Al momento sono oltre 40 mila gli alveari colpiti. In poco tempo è scomparso oltre il 50 per cento del patrimonio apistico del nostro Paese. I danni? Enormi, almeno tre milioni di euro secondo le prime stime effettuate dalla Cia sulla mancata produzione di miele.

Il livello di allarme è alto. A rischio non c’è solo la produzione di miele ma «visto che le api contribuiscono per oltre l’80 per cento all’impollinazione delle coltivazioni in pericolo vi sono molte colture, e possono esserci riflessi negativi anche nel settore zootecnico, vista l’importanza che riveste l’impollinazione nei confronti dei pascoli e del foraggio», sottolineano alla Cia. Ecco perché Giuseppe Politi, il presidente dell’organizzazione agricola, chiede al ministro delle Politiche Agricole, Paolo De Castro, di «applicare anche in questo caso il principio di precauzione e dunque in attesa di un reale riscontro scientifico, di sospendere subito i preparati contenenti neonicotinoidi in agricoltura».

E ancora: «E’ necessario predisporre rapidamente tutte le procedure per rivedere l’autorizzazione dei principi attivi che non si limitino allo studio degli effetti immediati, ma a quelli nel medio e lungo periodo per tutto l’insieme delle forme viventi». La richiesta che Politi avanzerà il 18 aprile nel corso del vertice a cui parteciperanno le Regioni interessate e le associazioni di categorie si basa sull’esperienza francese dove «l’autorizzazione d’uso di queste sostanze, è stata sospesa su tutte le colture di interesse apistico».

Ma il killer delle api è davvero il neonicotinoido? Agrofarma, l’associazione nazionale imprese agrofarmaci, traccia un identikit diverso: «La comunità scientifica sostiene da tempo che sono molteplici le cause della moria delle api, quali ad esempio la recrudescenza degli attacchi di Varroa, alcuni patogeni quali virus e Nosema, i cambiamenti climatici. Tra queste concause l’impiego di agrofarmaci è solo un’ipotesi tra le altre», spiega il presidente Luigi Radaelli. Per questo motivo «accreditare gli agrofarmaci come unica o prevalente causa di moria di api, è infondato dal punto di vista scientifico».

Che fare, allora? L’associazione aderente a Federchimica si dice pronta a partecipare ad un tavolo di confronto proposto dalla Cia e dalle federazione Apicoltori Italiani perché «individuare con certezza le cause della moria delle api è nell’interesse di tutti». Anche l’associazione italiana delle aziende sementiere sottolinea come «i fenomeni di mortalità o spopolamento vengono segnalati anche dove non si coltiva mais o al di fuori del periodo di semina».

Il ministro delle Politiche Agricole, Paolo De Castro, spiega che «il ministero sta seguendo la vicenda con tutta l’attenzione necessaria perché vanno coniugate le esigenze di sviluppo compatibile delle attività agricole con quelle di salvaguardia degli ecosistemi e delle pertinenti collettività faunistiche». In vista del vertice del 18 aprile «gli uffici ministeriali stanno acquisendo tutti gli elementi per individuare le iniziative più appropriate, in maniera da rispondere alle preoccupazioni manifestateci».

Fonte: La Stampa

I due percorsi della cipolla

Monday, April 14th, 2008

Troppi passaggi: il costo finale dei prodotti agricoli è in media cinque volte quello incassato dal produttore.

http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=55&IDalbum=9148&tipo=FOTOGALLERY

Fonte : La Stampa

ECO-ENERGIA: NASCE L’UNIONE BIOCARBURANTI

Monday, April 14th, 2008
E’ stato appena firmato tra Assocostieri-Unione Produttori Biodiesel e AssoDistil, il Protocollo di Intesa per la nascita dell’Unione Biocarburanti che si occupera’ di definire una strategia comune per lo sviluppo e l’incentivazione all’utilizzo dei biocarburanti in Italia, per quanto riguarda specificamente biodiesel e bioetanolo. Unione Biocarburanti si occupera’ di favorire l’interazione con le istituzioni e le organizzazioni agricole, promuovere la ricerca per individuare e sviluppare colture energetiche alternative a quelle food (olii e cereali) e, inoltre, assicurare una corretta comunicazione sugli aspetti relativi all’impatto ambientale e alla sostenibilita’ dei biocarburanti.L’interesse verso la filiera di bioetanolo e biodiesel e’ dato dalla necessita’ di contenere l’inquinamento, soprattutto nelle grandi citta’, causato dai combustibili fossili usati per i trasporti. Il traffico stradale e’ infatti responsabile per il 93% delle emissioni di ossido di carbonio, il 60% di quelle di idrocarburi e ossidi di azoto, il 12% di anidride carbonica. Per contro, i biocarburanti - si spiega in una nota - sono di origine vegetale e non contribuiscono all’emissione di anidride carbonica nell’ atmosfera, non contengono zolfo, contengono nella loro molecola ossigeno consentendo una significativa riduzione delle emissioni di ossido di carbonio e di composti incombusti, evitano l’emissione di altre sostanze nocive associate alla combustione di combustibili fossili e infine sono totalmente biodegradabili. (ANSA).
 

ROMA: NATI DUE PICCOLI FALCHI A UNIVERSITA’ SAPIENZA

Monday, April 14th, 2008

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzfal.jpgSono nati Tati e Ponentino, i primi due piccoli di Aria e Vento, la coppia di falchi pellegrini che vive sul cornicione della Facolta’ di Economia della Sapienza di Roma. Altri piccoli sono in arrivo nelle prossime ore, dal momento che stanno per schiudersi ancora due uova. L’arrivo dei due pulli, come riferisce la stessa Universita’, e’ stato seguito in diretta dagli appassionati grazie alle webcam del progetto BirdCam, iniziativa nata dalla collaborazione della Facolta’ di Economia della Sapienza, di Terna, del Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale e di Ornis Italica.

Proprio i frequentatori del forum del sito hanno ”battezzato” i due piccoli con i nomi di Tati e Ponentino. La crescita dei due rapaci sara’ ora seguita dagli ornitologi che a fine di aprile provvederanno all’inanellamento dei piccoli falchi, operazione che consente nel lungo periodo di acquisire dati sulla longevita’ e sugli spostamenti degli uccelli. La nascita dei piccoli Tati e Ponentino rappresenta un evento poiche’ il falco pellegrino mancava dai cieli di Roma da ben 30 anni, ed e’ riapparso solo nel 2005, proprio grazie alla coppia di falchi che ha scelto il tetto di Economia come dimora. Da allora il progetto Birdcam ne monitora in diretta la nidificazione in ambiente urbano, dalla deposizione del primo uovo alla schiusa, seguendo l’allevamento dei piccoli, fino all’involo. Il progetto rientra nel piano di attivita’ di Terna volto a sostenere il rispetto dell’ambiente anche nell’ambito dello sviluppo delle infrastrutture elettriche. Da dieci anni - conclude la nota - Terna ospita cassette nido sulle linee elettriche ad alta tensione e oggi sono circa 350 i nidi occupati principalmente dal gheppio, un piccolo falco comune la cui riproduzione era limitata proprio dalla ridotta disponibilita’ di siti per la nidificazione.

Fonte: Ansa.it 

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