Archive for April 4th, 2008

Benvenuti a Velenitaly

Friday, April 4th, 2008

Di vino ne contengono poco: un terzo al massimo, spesso di meno. Il resto è un miscuglio micidiale: una pozione di acqua, sostanze chimiche, concimi, fertilizzanti e persino una spruzzata di acido muriatico. Veleni a effetto lento: all’inizio non fanno male e ingannano i controlli, poi nell’organismo con il tempo si trasformano in killer cancerogeni.

Secondo i magistrati di due procure e la task force che da sei mesi indagano sulla vicenda, questo cocktail infernale è il protagonista della più grande sofisticazione alimentare mai scoperta in Italia. Perché con la miscela tossica sono state confezionate quantità mostruose di vino. Gli inquirenti ritengono che si tratti di almeno 700 mila ettolitri: sì, 70 milioni di litri messi in vendita nei negozi e nei supermercati come vino a basso costo anche dai marchi più pubblicizzati del settore. Un distillato criminale che ha riempito circa 40 milioni di bottiglie, fiaschi e confezioni di tetrapack d’ogni volume, offerte a un prezzo modestissimo: da 70 centesimi a 2 euro al litro.

L’inchiesta è tutt’ora in corso: solo una parte dei prodotti pirata è stata sequestrata perché è impossibile rintracciare tutte le bottiglie. Ma gli elementi raccolti dagli investigatori mostrano un sistema industriale di contraffazione che nasce dalla criminalità organizzata e alimenta le grandi cantine: le aziende coinvolte nello scandalo sono già 20. Otto si trovano al Nord: in provincia di Brescia, Cuneo, Alessandria, Bologna, Modena, Verona, Perugia. Il resto invece è sparso tra Puglia e Sicilia: le sorgenti del vino contraffatto e dei documenti che gli hanno permesso di invadere le botti. Perché con questo sistema criminale i produttori riuscivano a risparmiare anche il 90 per cento: una cisterna da 300 ettolitri costava 1.300 euro, un decimo del prezzo normalmente chiesto dai grossisti del vino di bassa qualità.

Retrogusto al metanolo L’istruttoria è nata partendo da uno dei soliti sospetti: una cantina di Veronella che 22 anni fa venne coinvolta dal dramma delle bottiglie al metanolo. Ricordate? Diciannove persone uccise mentre altre 15 persero la vista per colpa del mix a base di mosto e di un alcol sintetico, normalmente utilizzato nelle fabbriche di vernici: un liquido inodore e micidiale. Una tragedia che cancellò la credibilità della nostra enologia e stroncò l’export. Ma nello stabilimento di Bruno Castagna anche quella lezione sembra dimenticata. Quando nello scorso settembre scatta l’irruzione, gli agenti del Corpo forestale di Asiago e dell’Ispettorato centrale per il controllo dei prodotti agroalimentari trovano subito una situazione anomala: accanto alle cisterne c’erano taniche piene di acido cloridrico, altre con acido solforico e 60 chili di zucchero. Gli ispettori mettono tutto sotto sequestro e fanno esaminare campioni di vino bianco e rosso per capire cosa contengano. I test condotti nell’Istituto agrario di San Michele all’Adige e nel laboratorio di Conegliano Veneto dell’Ispettorato centrale forniscono lo stesso verdetto choc: in quel liquido di uva ce n’è circa un quinto, il minimo indispensabile per dare un po’ di sapore. I test sono concordi: tra il 20 e il 40 per cento, non di più. E il resto? Acqua, concimi, fertilizzanti, zucchero, acidi. Sì, acidi: usati per mimetizzare lo zucchero vietato per legge. L’acido cloridrico e l’acido solforico vengono utilizzati per ‘rompere’ la molecola dello zucchero proibito (il saccarosio) e trasformarlo in glucosio e fruttosio, legali e normalmente presenti nell’uva. Un metodo che consente così di sfuggire ai controlli. Risultato: da una normale analisi non emergerà la contraffazione. I due acidi, assieme alle altre sostanze cancerogene, non uccidono subito, ma lo fanno progressivamente, in modo subdolo. L’acido cloridrico, comunemente chiamato acido muriatico, può provocare profonde ustioni se finisce sulla pelle, se ingerito è devastante.

A Veronella uno degli investigatori è svenuto per i vapori e sono stati chiamati i pompieri per rimuovere le scorte. Il titolare della cantina è stato arrestato per il reato di sofisticazione alimentare con pericolo della salute pubblica: di quel liquido ad alto rischio ne avevano ancora migliaia di litri. Ma il fascicolo aperto dal pubblico ministero di Verona Francesco Rombaldoni poco alla volta si è gonfiato di reati pesantissimi: l’associazione a delinquere per gli imprenditori vinicoli del Nord. Che diventa addirittura associazione mafiosa per i loro referenti meridionali

Fonte : L’Espresso

Cane lasciato morire, due milioni di no

Friday, April 4th, 2008

Avevamo dato questa notizia a suo tempo, non ne è mai stato provata la  veridicità ma nel frattempo due milioni di persone hanno firmato una petizione contro ogni forma di violenza sugli animali. Riteniamo questo un atto di grande civiltà e per questo vi rendiamo partecipi. (N.d.R)

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MILANO - E’ un po’ il limite di certe petizioni che alla fine si trasformano in vere e proprie catene di Sant’Antonio. Si diffondono in maniera esponenziale, animate magari da nobili intenti e dalla volontà di appoggiare battaglie di civiltà o di semplice buon senso. Tuttavia, in questo loro procedere a valanga, finiscono talvolta per travolgere anche certe cautele che dovrebbero essere d’obbligo prima di abbracciare «cause giuste». Come quella che a circa due milioni di persone nel mondo deve essere sembrata la battaglia a sostegno di Navidad, il cane protagonista di una sconcertante «opera d’arte» che ha fatto finire l’artista che l’ha ideata, Guillermo Habacuc Vargas, originario del Costa Rica, al centro di un movimento di protesta senza frontiere.

ANCHE LA UE IN CAMPO - La vicenda non è di oggi, ma a distanza di parecchi mesi, continua a tenere banco. E a coinvolgere un numero sempre maggiore di cittadini qualunque e istituzioni. La Commissione Ue, per dire, attraverso il commissario italiano Franco Frattini, si è impegnata a valutare un eventuale messa al bando dal territorio europeo dell’artista, già da più parti bollato come «torturatore».

SOFFERENZA IN MOSTRA - Vargas un paio d’anni fa ebbe l’idea di illustrare in maniera molto realista la sofferenza di un cane lasciato a morire di fame e di sete, metafora della vita e dell’indifferenza umana. E per rendere il concetto pensò bene di recuperare per la strada un randagio piuttosto malmesso (secondo alcune ricostruzioni pagò dei ragazzini di strada affinché gliene procurassero uno) a cui infliggere un’ulteriore sofferenza: restare legato ad una catena all’interno di una galleria d’arte senza essere alimentato per l’intera durata della rassegna, la Bienal Costarricense de Artes Visuales. Secondo quanto riportato da alcuni giornali sudamericani, il cane morì all’indomani della conclusione della manifestazione, nel corso della quale era rimasto a fare «cattiva» mostra di sè davanti agli occhi degli attoniti visitatori, a cui sarebbe stato espressamente vietato di aiutarlo portandogli cibo o acqua. Smagrito, barcollante, triste. Appare così Navidad nelle foto che da tempo circolano nel web. Eppure nessuno - almeno stando a quanto riportato dalle cronache - aveva avuto l’istinto di violare le regole, di allungare un tozzo di pane o addirittura recidere quella catena e liberare il povero animale.

LE SMENTITE - Erano stati alcuni quotidiani locali e alcuni blog a diffondere la notizia della morte di Navidad a seguito dell’inedia a cui era stato forzosamente costretto. Il direttore della galleria che aveva ospitato l’«opera» si era però difeso sostenendo che la mostra restava aperta solo tre ore al giorno e che nel resto della giornata il cane veniva regolarmente accudito e alimentato. Una giustificazione che secondo molti faceva però a pugni con l’aspetto davvero poco rassicurante dell’animale. Di cui poi non si era più saputo nulla al termine della kermesse. Che fine aveva fatto? Semplicemente, era stato detto, il trovatello era riuscito a scappare.

«CONTRO L’INDIFFERENZA» - Lo stesso artista aveva cercato di replicare alle accuse, spiegando che il suo non era un accanimento contro un essere indifeso, bensì un tentativo di mostrare la sofferenza a cui sono sottoposti migliaia di cani, soli e abbandonati a se stessi e di cui nessuno si preoccupa. «Nella mia città natale, San José, decine di migliaia di loro muoiono per le strade senza che qualcuno dia loro una seconda chance - aveva detto Vargas -. La mia opera voleva evidenziare l’ipocrisia che c’è in noi. Navidad era proprio uno di quei cani che sarebbe morto per le strade».

BUFALA O VERITA’? - Difficile a questo punto accertare se il cane sia effettivamente morto per le sofferenze aggiuntive subite nel corso della mostra - che in ogni caso non si sbaglia nel definire una inutile crudeltà - o se, come si giustificano gli ideatori della rassegna, sia effettivamente fuggito cercando altrove la propria sorte. Un’indagine in questo senso era stata condotta nel novembre anche dal giornalista e blogger Paolo Attivissimo, investigatore del web a cui è spesso riuscita l’impresa di evidenziare falsi e tarocchi realizzati a mezzo Internet. Attivissimo, pur evidenziando tutte le contraddizioni emerse, aveva concluso di non poter definire questa vicenda come «bufala», malgrado da nessuna parte si trovi la prova provata dell’effettiva morte dell’animale. Lo stesso, però, ritiene che «la spiegazione più probabile (ma non certa) è che il cane non sia stato maltrattato come descrive l’appello, ma che l’artista abbia fatto una provocazione male interpretata e non si sia reso conto delle possibili conseguenze mediatiche della provocazione».

CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO - Quello che è certo è che mister Habacuc è ora al centro di un movimento di protesta internazionale che attraverso una petizione online si propone un nuovo obiettivo: boicottare la Biennale Centramericana d’Arte in Honduras, dove l’artista è stato invitato (assieme ad altri) in qualità di rappresentante ufficiale del Costa Rica. Al momento di stendere queste righe, le firme contro di lui risultano essere quasi un milione e settecentomila e l’ultima, la numero 1691722, arriva dall’Italia, dalla bolognese Laura Aloisi. Ma è sufficiente fare un refresh della pagina ogni dieci secondi (o anche meno) per rendersi conto di come il movimento anti-Vargas stia espandendosi a macchia d’olio e in maniera incontrollata. Del resto, come spiegano anche gli autori del messaggio email che in questi giorni ha ricominciato a circolare con insistenza, dare la propria adesione non costa nulla e bastano davvero pochi istanti. «Se perdiamo il tempo rinviando sciocchezze in cui nessuno crede - si legge nell’appello -, possiamo allora dedicare un po’ di quello tempo a cercare di evitare che un altro animale innocente soffra la crudeltà di questo o di altri sadici esseri umani». Che a Navidad quella triste sorte sia toccata davvero o se sia riuscito effettivamente a fuggire - e al limite a trovare la sua morte magari sempre per inedia ma in libertà e non legato ad una catena in un museo - a questo punto appare secondario. Vargas voleva denunciare l’indifferenza di fronte alle sofferenze degli animali. Questi due milioni di no sono forse la più evidente dimostrazione di come si sbagliasse.

Alessandro Sala

Fonte: Corriere della Sera

Nasce ad Assago la casa del futuro

Friday, April 4th, 2008

LA CASA del futuro nasce ad Assago. Buderus, antica società tedesca del settore riscaldamento e climatizzazione, acquisita nel 2003 dal Gruppo Bosch, ha inaugurato oggi presso il suo quartier generale alle porte di Milano, una singolare casa-laboratorio. La sfida dei progettisti nella costruzione dell’edificio è stata quella di ottenere il massimo dell’efficienza energetica con il minor impatto ambientale possibile fornendo al tempo stesso uno strumento concreto per la valutazione e la comparazione dei vari sistemi termici in termini di resa e inquinamento.

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Il look esterno è quello di una casa moderna, concepita per una famiglia tipo di quattro persone e si sviluppa su una superficie di circa 120 metri quadri reali. Naturalmente, per sfruttare al meglio l’integrazione tra le fonti di energia convenzionali e quelle rinnovabili si sono dovuti rispettare parametri precisi come l’esposizione ideale in rapporto all’asse eliotermico e la direzione dei venti prevalenti. Per fronteggiare situazioni come la dispersione termica si è poi scelto di chiudere completamente la parete nord, mentre sono stati adottati isolamenti termici per le pareti e il tetto, l’adozione di infissi a bassa trasmittanza e il controllo dell’irraggiamento solare sui fronti est, sud e ovest (necessario nei mesi estivi per abbassare la temperatura interna).

Insomma, fino a questo punto sono soluzioni facilmente condivisibili nel caso di nuove costruzioni, ma procediamo nell’esame della struttura costituita da tre elementi principali, ovvero il guscio, il corpo principale e i volumi dei servizi.
Il tutto è stato realizzato all’insegna della funzionalità e della flessibilità tant’è che le pareti interne sono scorrevoli e consentono di ottenere una rapida variazione degli spazi interni. Effetti speciali a parte il nocciolo della casa-laboratorio è costituito dai sette diversi sistemi di generazione di energia che possono essere utilizzati in modo indipendente e contabilizzati autonomamente per verificare con mano apporto e consumi. Inoltre tutte le soluzioni adottate sono esposte in bella vista in modo da poter essere così osservate dai visitatori fin nei minimi dettagli, con dovizia di particolari altrimenti impossibili da vedere poiché nascosti dalle opere murarie.

All’opera si può ammirare la semplice stufa a pellet, la pompa geotermica (a pozzo e a trincea) che estrae il calore dal terreno, le caldaie a condensazione, i pannelli radianti del pavimento (che consentono una temperatura di un paio di gradi inferiore rispetto al riscaldamento tradizionale), i due impianti fotovoltaici (uno con celle di silicio monocristallino, l’altro con policristallino), i pannelli solari e tutto quanto è stato utilizzato per il riscaldamento/raffreddamento della casa.

La casa-laboratorio della Buderus serve a dimostrare che se ancora l’energia generata da risorse rinnovabili, da sola, non basta a coprire l’intero fabbisogno energetico, l’integrazione con fonti non rinnovabili, può essere limitata a tutto beneficio del risparmio energetico e dell’ambiente.

Infine, la struttura così concepita può ottenere una certificazione ambientale (simulata da un tecnico abilitato dalla Regione Lombardia) variabile tra le classi A+ (inferiore a 14kWh/m2anno), A (inferiore a 29 kWh/m2anno), e B (inferiore a 58 kWh/m2anno). Risultati che potranno essere ancora migliorati dall’arrivo (previsto entro i 2015) dei nuovi pannelli fotovoltaici organici (senza silicio) che la Bosch realizzerà insieme alla Basf e che sembrano destinati a rivoluzionare il settore poiché grazie a costi più contenuti (100 euro al mq contro gli attuali 350) flessibilità, tonalità (qualsiasi colore) e spessore di soli 250 milionesimi di millimetro potranno essere applicati ovunque. Che la Fondazione Bosch stesse spingendo forte sul fronte dell’ecologia si capisce dagli investimenti del Gruppo che ha scelto di destinare il 40% dell’intero budget (oltre 1,5 miliardi di euro) del settore Ricerca e Sviluppo a favore della tutela dell’ambiente e della salvaguardia delle risorse naturali. Significativo anche il dato del 2007 che dei 3.200 brevetti depositati, vede il 40% inerente al tema dell’ecologia.

Fonte: La Repubblica

ECO-ENERGIA: ORGANIZZAZIONI,BIODIESEL?NO GRAZIE MEGLIO GRANO

Friday, April 4th, 2008
”Biodiesel no grazie, meglio coltivare grano tenero, grano duro e mais e rispondere al fabbisogno alimentare del Paese e dei mercati”. La priorita’ alla produzione di derrate alimentari mette d’accordo la Cia-Confederazione italiana agricoltori, Fedagri e Coldiretti. E’ quanto emerso al convegno della fondazione Cloe su ‘Agronergie integrate e futuro’, presso la sede di Confcooperative. ”Stiamo attenti alla corsa al biodiesel - afferma il presidente della Cia Giuseppe Politi - e’ una opportunita’ anche per le imprese agricole, la cui mission pero’ resta la produzione agroalimentare. Del resto, in Italia abbiamo 6 milioni di ettari per seminativi, mentre per raggiungere quota 5% di produzione energetica servirebbero 2,5 milioni di ettari di terreno coltivati a colza. Ed è inimmaginabile lasciare l’Italia senza farina”. Piuttosto, incalza il presidente di Fedagri Paolo Bruni, ‘’sarebbe stato piu’ proficuo utilizzare i cereali per il biodiesel 20 anni fa, come prefigurato con lungimiranza da Raul Gardini. Ma oggi siamo passati dall’eccedenza agricola alla carenza, e i consumi sono cambiati. La priorita’ è il fabbisogno alimentare, tenendo presente la scelta etica tra food, quando con 280 kg di mais si nutre un bambino per un anno, e non food (sempre con 280 kg mais si producono 50 litri di biocarburanti con cui un’auto percorre non piu’ di 300 Km). Meglio utilizzare, per il fabbisogno energetico, i sottoprodotti dell’agricoltura da smaltire. Ma per mettere in pratica la filiera corta e la vicinanza tra luogo di consumo e quello di produzione, il modello cooperativo e’ - secondo Bruni - l’ideale”. ”Non possiamo barattare sovranita’ alimentare con la produzione di agroenergie” ha detto Stefano Masini, della Coldiretti. ”Gli indirizzi di politica agricola vanno calibrati per avere energie diffuse e piu’ durature ma serve una mappa dei distretti di produzione che dovrebbero essere vicini ai luoghi di consumo. La finanziaria - ha sottolineato infine Masini - ha riconosciuto incentivi in conto energia e sui certificati verdi, ma stiamo perdendo mesi e mesi per i decreti applicativi”. (ANSA). RED
 

CON EOLICO 368.000 POSTI DI LAVORO NEL 2020

Friday, April 4th, 2008

 E’ stato un successo a Bruxelles la prima edizione della fiera del lavoro specializzato per il settore eolico. Su iniziativa dell’Ewea la Conferenza Europea dell’Energia Eolica ha ospitato una trentina di compagnie leader alla ricerca di personale specializzato e circa 300 potenziali aspiranti. Saranno decine di migliaia i profili altamente specializzati, per lo piu’ in campi tecnici, richiesti dalla massiccia espansione del mercato dell’eolico. L’Europa ha bisogno di formare piu’ tecnici ed ingegneri se vuole mantenere la propria posizione leader a livello mondiale nel settore dell’eolico, avverte l’Ewea.

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I profili piu’ richiesti riguardano l’ingegneria meccanica ed elettrica, l’aerodinamica, lo sviluppo di progetti, l’ installazione e le operazioni di manutenzione. Vista la rapida crescita delle imprese coinvolte nel settore eolico si creeranno, pero’, anche posti di lavoro con profilo manageriale. Il mercato dell’energia eolica garantisce gia’ migliaia di impieghi in Germania, Danimarca e Spagna, paesi pionieri dell’eolico, dove le economie locali ne hanno tratto un notevole beneficio. In Spagna si parla di un totale di 35.000 posti di lavoro, in Danimarca di 21.600 e in Germania di 80.000 impieghi, di cui 28.000 collegati alla sola industria meccanica.

L’Ewea stima che globalmente adesso in Europa il settore offra 150.000 posti di lavoro. Sulla base dei risultati di uno studio, entro il 2020 l’occupazione legata allo sviluppo del mercato eolico potrebbero piu’ che raddoppiare, con la creazione di 368.000 nuovi impieghi. (ANSA).