Archive for April, 2008

La bioplastica inquina e alimenta la crisi alimentare

Wednesday, April 30th, 2008

La bioplastica danneggia l’ambiente e alimenta l’attuale crisi alimentare. Sono queste le conclusioni a cui è giunto uno studio condotto dal quotidiano britannico Guardian sul sempre più diffuso utilizzo della plastica biodegradabile da parte di supermercati e aziende, ansiosi di diventare più «verdi».

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La plastica bio può infatti aumentare il rischio di emissione di gas serra nei siti di stoccaggio, spesso ha bisogno di alte temperature per decomporsi e in alcuni casi mancano le apparecchiature per il suo riciclaggio. Molte delle bioplastiche stanno inoltre contribuendo all’attuale crisi globale dei prezzi alimentari, perchè occupano parte dei terreni prima destinati alle colture per il consumo umano. Questo tipo di plastica viene infatti ricavato da prodotti come mais, canna da zucchero, grano e altre piante e il suo mercato registra un incremento annuo del 20-30%.

Le aziende che la producono, presentandola come “sostenibile”, “biodegradabile”, “utilizzabile per il Compostaggio” e “riciclabile”, affermano che la bioplastica garantisce una riduzione di emissioni di anidride carbonica dal 30 all’80 per cento. Tuttavia, le richerche condotte dal quotidiano hanno evidenziato come la nuova generazione di plastica bio finisca nei siti di stoccaggio dove si decompone in assenza di ossigeno, emettendo così metano, un gas serra 23 volte più potente del biossido di carbonio. Questa settimana, le autorità Usa di controllo dell’atmosfera e degli oceani hanno denunciato un netto aumento di emissioni di metano nell’atmosfera durante lo scorso anno.

L’attuale crisi alimentare ha poi messo in evidenza la competizione tra bioplastica, biocarburanti e cibo per il controllo dei terreni. Lo scorso anno sono state prodotte circa 200.000 tonnellate di plastica bio da 250.000-350.000 tonnellate di raccolto e per i prossimi quattro anni si prevede che la produzione richiederà diversi milioni di acri di terreno.

Fonte: La Repubblica

Arezzo prima città a idrogeno nelle case sostituirà il metano

Wednesday, April 30th, 2008

Domani il presidente della Regione Toscana Claudio Martini berrà un caffè all’idrogeno: moka tradizionale ma scaldata con combustibile pulito e made in Italy invece che con gas russo. Si festeggerà così, ad Arezzo, il battesimo del primo idrogenodotto al mondo che corre in mezzo alle case, tra il supermercato e la fermata dell’autobus, il giornalaio e il bar. Un tubo pieno di energia buona per tutti gli usi: servirà a produrre acqua calda ed elettricità, tepore invernale e fresco estivo. Usando una fonte nostrana e inesauribile come il sole.

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A ideare il progetto è stata una piccola cooperativa di trentenni, la Fabbrica del Sole, che ha messo sul piatto 800 mila euro più i 400 mila stanziati dalla Regione Toscana. Per il momento l’idrogeno viene ricavato prevalentemente dal metano, ma entro l’anno sarà al cento per cento pulito grazie ai pannelli fotovoltaici che forniranno l’energia necessaria a scindere le molecole dell’acqua separando l’ossigeno (destinato a usi medici) dall’idrogeno.

I primi beneficiari dell’idrogenodotto saranno quattro aziende orafe (tra cui la Unoaerre, leader mondiale nel settore delle catene d’oro) che da sempre usano l’idrogeno come materia prima per le saldature e l’eliminazione degli ossidi. Ma si stanno ultimando gli accordi per portare l’idrogeno anche nelle case: sostituirà il metano in cucina e fornirà, attraverso una fuel cell, sia elettricità che calore e fresco.

“L’idrogeno viaggia a bassa pressione in un tubo di 10 centimetri di diametro a poco più di un metro di profondità, non ci sono problemi di sicurezza”, spiega Emiliano Cecchini, presidente della Fabbrica del Sole. “Per ora abbiamo realizzato un chilometro di condotte ma le potenzialità sono enormi perché in questo modo è possibile distribuire in modo facile ed economico elettricità, calore, carburante per le auto. E infatti l’idea piace. All’inaugurazione offriremo un caffè all’idrogeno anche al consigliere scientifico dell’ambasciata cinese che ci ha chiesto di disegnare un progetto simile per Pujan, una città di 600 mila abitanti vicino a Shangai”.

Ma non è solo Pechino a guardare con interesse allo sviluppo dell’idrogeno. Il Giappone ha scommesso su questa tecnologia 20 miliardi di euro nel periodo 2006 - 2012. E il Parlamento europeo ha deciso di realizzare, entro il 2025, una capillare rete infrastrutturale dell’idrogeno.

In Italia, oltre alla Toscana che a Pisa sta mettendo a punto il distretto dell’idrogeno da eolico, si muove con decisione anche la Puglia. Entro un anno entreranno in funzione cinque distributori di idrometano, una miscela formata dal 30 per cento di idrogeno e dal 70 per cento di metano, che potrà essere utilizzato dalle macchine a metano (senza alcuna modifica per quelle vendute negli ultimi 2 o 3 anni). “Estenderemo questo progetto, finanziato con 5 milioni di euro dal ministero dell’Ambiente e dalla Regione Puglia, al rifornimento delle barche”, spiega Nicola Conenna, presidente dell’Università dell’idrogeno, con sede a Monopoli. “Le barche a vela potranno utilizzare idrogeno puro per i loro motori ausiliari e per le altre imbarcazioni sarà disponibile l’idrometano”.
Fonte : La Repubblica

ECO-ENERGIA: SOLO 2% OLIO PALMA USATO PER BIOCARBURANTI

Wednesday, April 30th, 2008

Di fronte alla valanga di critiche che piovono sull’uso dei biocarburanti il Segretario Generale dell’Ebb (European Biodiesel Board), Raffaello Garofalo, ha puntualizzato alcuni aspetti poco conosciuti, che caratterizzano la situazione attuale. L’Ebb, innanzitutto, pur ritenendo particolarmente severi i criteri di sostenibilita’ proposti a livello comunitario, si dice pronto a raccogliere la sfida e ad accettare le imposizioni della Commissione europea che faranno dei biocarburanti ”il prodotto piu’ sostenibile al mondo”. Puntualizza che le importazioni di olio da palma, una tra le materie prime piu’ incriminate nel minare lo sviluppo sostenibile, sono passate dal 2002 al 2007 da due milioni di tonnellate a cinque e mezzo. Un incremento enorme delle importazioni, provenienti essenzialmente dalla Malesia e dall’Indonesia, che e’ andato, pero’, a soddisfare principalmente il settore dell’industria alimentare.

Solo il 2% dell’olio di palma e’stato infatti utilizzato per produrre biocarburanti. Non sarebbe quindi opportuno estendere i criteri di sostenibilita’ anche alle importazioni destinate all’industria alimentare, ben piu’ avida di olio da palma? C’e’ poi da considerare, ammonisce Garofalo, un altro aspetto del mercato. La penuria di petrolio spinge ad orientarsi verso un’estrazione non convenzionale del greggio. Si sfruttano, cosi’,le sabbie bituminose, cioe’ rocce e sabbie ricche di petrolio. Si tratta di un’operazione particolarmente onorosa dal punto di vista ambientale e dei costi. In termini di C02 estrarre il petrolio dalla sabbie bituminose produce sei volte tanto le emissioni provocate dall’estrazione normale. Per racimolare in questo modo un po’ di petrolio si rimuove il terreno per una profondita di sessanta metri sbancando selvaggiamente chilometri quadrati di terreno e lasciandosi dietro il nulla.

Venezuela e Canada da due, tre anni, hanno gia’ imboccato questa strada. Chiedendosi se sia opportuno o meno utilizzare i biocarburanti bisogna tener conto anche del fatto che la domanda di petrolio continua ad aumentare in modo esponenziale e che, quindi, di fronte alla scarsita’ di greggio, la domanda addizionale verra’ soddisfatta con il mercato merginale, quello delle sabbie bituminose. Per fare una valutazione corretta bisogna quindi considerare che i biocarburanti vanno ad incidere proprio su questo mercato dell’estrazione non convenzionale. Il Segretario Generale di Ebb ricorda ancora che l’uso dei biocarburanti riduce le emissioni di CO2 dal 50% al 95% e che i combustibili verdi sono biodegradabili al 100%. Si tratta poi di un prodotto che puo’ essere fabbricato in Europa, eliminando la dipendenza dai paesi terzi. Sull’aumento dei prezzi dei generi alimentari, diretta conseguenza secondo alcuni della produzione di biocarburanti, Garofalo sottoliea che a far crescere i prezzi hanno contribuito, tra l’altro, due annate di raccolti scarsi, dovuti alle mutate condizioni climatiche. E’ quindi sul riscaldamento del pianeta, causato da un eccesso di emissioni di CO, e non sui biocarburanti, che si deve puntare il dito accusatore per il lievitare dei prezzi. (ANSA).

CLIMA: DA OGGI MINISTRI OCSE A PARIGI, PRESIEDE L’ITALIA

Wednesday, April 30th, 2008

Cambiamento climatico, legami tra competitivita’ e politiche ambientali sono i temi al centro del dibattito, oggi 28 e domani a Parigi, presso la sede dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, tra i ministri dell’Ambiente. Due giorni di lavori per discutere le sfide e le opportunita’ di fronte ai cambiamenti climatici e i legami tra competitivita’ globale e le politiche ambientali. A riunisri nella capitale francese i ministri dell’Ambiente dei 30 paesi Ocse, i loro omologhi dei paesi candidati all’ adesione (Cile, Estonia, Israele, Russia e Slovenia) e i ministri provenienti dal Brasile, Cina, India, Indonesia e Sud Africa. Il confronto e’ sulle modalita’ di azione condivise per raggiungere obiettivi ambientali comuni: riduzione dell’ inquinamento, conservazione della natura e minore produzione di carbonio.

L’Ocse ha recentemente pubblicato l’Environmental Outlook 2030 nel quale si evidenziano soluzioni politiche per fare fronte al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversita’, alla scarsita’ d’acqua e alle conseguenze sulla salute causate dall’inquinamento. Le prospettive ambientali dell’Ocse al 2030 forniscono alcune analisi delle tendenze economiche e ambientali e alcuni esempi di politiche in grado di far fronte alle problematiche piu’ importanti. Particolare attenzione e’ dedicata alle azioni necessarie per evitare danni irreversibili all’ambiente, senza per questo compromettere la crescita economica e il benessere sociale, nella logica dello sviluppo sostenibile. Affrontare i problemi piu’ importanti non solo e’ possibile, ma e’ anche conveniente, perche’ i costi dell’ inazione sono molto elevati.

A lungo termine, agire tempestivamente per affrontare le piu’ importanti problematiche ambientali avra’ un impatto positivo anche sui costi. Peraltro, un’azione ritardata avra’ come conseguenza che saranno i paesi in via di sviluppo, meno attrezzati per gestire e affrontare queste problematiche, a subire le peggiori conseguenze ambientali. L’assenza di politiche d’intervento e i ritardi nell’adottare politiche adeguate hanno costi economici e sociali molto elevati, con conseguenze dirette (costi della sanita’ pubblica) e indirette (diminuzione della produttivita’) sulle economie, incluse quelle dei paesi dell’Ocse.

La riunione di Parigi e’ strutturata su quattro sessioni (i recenti trend ambientali e le proiezioni per i prossimi decenni, la cooperazione ambientale tra gli stati membri Ocse e le economie emergenti, competitivita’, eco-innovazione e cambiamento climatico, rafforzare la cooperazione tra i governi per politiche ambiziose di lotta al cambiamento climatico); martedi’ 29, alle ore 15, a conclusione della riunione ministeriale, e’ prevista una conferenza stampa. Il ministro dell’Ambiente italiano Alfonso Pecoraro Scanio e’ stato chiamato a presiedere la riunione. Tra gli altri presenti, si segnalano i ministri australiano Peter Garrett, francese Jean-Luis Borloo, cinese Jian Zhou, inglese Philip Woolas, giapponese Ichiro Kamoshita, il direttore dell’Epa statunitense Stephen Johnson e il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria.

Fonte: Ansa.it

Giro di vite in Amazzonia la foresta a numero chiuso

Tuesday, April 29th, 2008

Numero chiuso in Amazzonia. Per proteggere la più famosa foresta del mondo il governo brasiliano ha deciso di varare una nuova legge che introdurrà uno stretto controllo sugli accessi e le visite. Chiunque vorrà entrare nella foresta - sia esso un turista o una Ong - dovrà chiedere un permesso speciale del ministero della Difesa e potrà ottenerlo solo dopo un complicato iter burocratico. I trasgressori saranno puniti con una multa da 40 mila euro.

Il saccheggio straniero dell’Amazzonia è una ossessione brasiliana come la drammatica finale dei mondiali di calcio persa contro l’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino nel 1950: sono gli incubi collettivi e fondativi di una nazione giovane come il Brasile. Così, a scadenze quasi regolari, sulle Ong che lavorano nella foreste cade l’infamante accusa di biopirateria al servizio delle grandi multinazionali farmaceutiche. Quanto ci sia di vero non si sa ma i brasiliani sono molto preoccupati per i mille ricchissimi segreti della biodiversità nel polmone del mondo ed è ormai pronta una nuova legge che il governo Lula spera di far approvare entro due mesi che consentirà di controllare e vigilare tutti gli accessi e le visite in Amazzonia.

Il primo a darne notizia è stato il ministro della Giustizia, Tarso Genro (l’ex sindaco della capitale “rossa” del Brasile: Porto Alegre) quando ha detto al quotidiano O Estado de Sao Paulo che molte organizzazioni non governative che seguono progetti di cooperazione nella foresta sono in realtà una copertura per gruppi di biologi e botanici stranieri che cercano piante con proprietà curative da brevettare e sfruttare sul mercato internazionale dei farmaci naturali.

Alle parole di Genro sono seguite quelle di un alto funzionario del suo ministero che ha aggiunto: “Vogliamo che l’Amazzonia sia effettivamente nostra, non ci opponiamo né al turismo né alle Ong ma vogliamo sapere quando vengono e cosa esattamente fanno”.

Il problema dei brasiliani, come quello di altri paesi, tra cui l’India, nasce dal fatto che l’Organizzazione mondiale del Commercio non ha ancora riconosciuto la proprietà intellettuale sui nuovi medicinali - alcuni ancora sconosciuti - nascosti nella flora amazzonica motivo per cui chiunque può estrarli e brevettarli rubandoli al Brasile. La nuova legge prevede che chi voglia recarsi nella foresta debba prima richiedere un permesso speciale che verrà rilasciato dal Ministero della Difesa ed affrontare un complicato iter-burocratico per ottenerlo: turisti compresi.
Per i trasgressori è prevista una multa fino a 40mila euro.

In parte le nuove regole estendono un’altra legge restrittiva che già esiste ma che riguarda solo i territori dove sono presenti tribù indigeni e resuscitano una politica di controllo sulla foresta che venne già tentata senza grandi successi negli anni dei governi dittatoriali. Oggi l’esecutivo di Brasilia spera che grazie ai nuovi sistemi satellitari sia molto più facile individuare i trasgressori.

I critici però temono che il governo brasiliano voglia in questo modo anche limitare le incursioni delle organizzazioni internazionali (prima di tutte Greenpeace) che vigilano sulla deforestazione e accusano il governo di non fare abbastanza. L’esplosione delle coltivazioni di soia - molto redditizie anche per le esportazioni brasiliane - è stato negli ultimi anni un nuovo fattore di assalto indiscriminato alla più grande foresta pluviale del mondo E, non a torto, Greenpeace e altre Ong ecologiste sostengono che in alcune aree il governo ha chiuso un occhio con lo scopo di aumentare la superficie coltivabile.

Insieme alla biopirateria e al furto dei brevetti medicinali ci sono, dietro alla proposta della nuova legge, almeno altri due aspetti: uno è nazionalistico, l’altro è una preoccupazione di politica interna. Secondo l’esercito ci sono zone, soprattutto quelle di frontiera, dove si registra una presenza incontrollata di stranieri. Alcuni - dicono le Forze Armate - starebbero fomentando gli scontri armati sempre più frequenti fra le tribù indigene e i coloni bianchi.

Fonte: La Repubblica

La pattumiera di Napoli 69 giorni prima della catastrofe

Tuesday, April 29th, 2008

Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che “dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno”. Da oggi al 5 luglio mancano 69 giorni. Soltanto 69 giorni per evitare una nuova crisi urbana che potrebbe non risparmiare a Napoli e alla Campania patologie infettive degne di altri secoli. 69 giorni sono un tempo troppo ridotto per eliminare un sistema che, dall’emergenza, ricava profitti, finanziamenti, occupazione, utili politici. E intorno a questi interessi che presto il neo-presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si scontrerà con il presidente delle Regione Antonio Bassolino.

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Conviene cominciare a contare. Da oggi al 5 luglio mancano 69 giorni. Soltanto 69 giorni per precipitare nel pieno dell’estate, del calore, di una nuova, tragica e teatrale “emergenza rifiuti” e quindi in una crisi urbana, in una catastrofe sociale che potrebbe non risparmiare, questa volta, patologie infettive degne di altri secoli. I napoletani fanno gli scongiuri, certo. Sono superstiziosi e la superstizione è la speranza del tutto irrazionale di un incantesimo benigno. Si illudono che gli dèi alla fine li leveranno dai guai con una magia. Nessuna magia. Tra 69 giorni, l’immondizia seppellirà di nuovo le strade dell’area metropolitana tra Napoli e Caserta, i duecento comuni del territorio già più inquinato d’Europa. I numeri non lasciano spazio alla fiducia in un miracolo.

Il 5 luglio saranno sature le discariche e i “siti provvisori” che fino ad oggi hanno consentito di ospitare, più o meno, 700 mila tonnellate di immondizia spazzate via dalle strade. Come saranno in via di esaurimento (a fine luglio) i contratti che hanno permesso di spedire in Germania (più o meno) 200 mila tonnellate di rifiuti. Non è il fantasma di una crisi prossima ventura. E’ l’annuncio concretissimo di un’altra crisi, peggiore dell’ultima perché potrebbe consumarsi a temperature che oscillano tra i 32 e i 36 gradi.

Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che “dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno”. Lo ha detto agli amministratori, ai presidenti delle province, al presidente della regione, Antonio Bassolino. Ne ha discusso con Silvio Berlusconi che sarà presto a Napoli per il primo consiglio dei ministri. Ha preparato un piano di priorità, che il Cavaliere - in cerca di un primo colpo vincente per il suo governo - ha condiviso. Due nuovi impianti a Savignano Irpino (apertura prevista, il 20 maggio) e a Sant’Arcangelo Trimonte (pronto il 5 luglio) dovrebbero consentire di tirare in lungo fino a quando non sarà allestito il “Grande Buco” che inghiottirà tutta l’immondizia della regione.

Una “piattaforma plurifunzionale”, la chiamano, dove scaricare e trattare due, tre milioni di tonnellate (ma c’è chi, sottovoce, sussurra di capacità fino a 13 milioni) di “rifiuti speciali solidi, liquidi, fangosi, pericolosi, non pericolosi”. La “piattaforma” dovrebbe essere preparata in Alta Irpinia nel pianoro di Formicoso tra i borghi agricoli di Vallata, Bisaccia, Lacedonia, Andretta, Vallesaccarda, al centro di un territorio di 286 chilometri quadrati con una densità di 61 abitanti per chilometro.

Anche chi non è un addetto ha compreso ormai qual è “la filiera” che consente alle città di non soffocare tra i rifiuti trasformando quel servizio pubblico in una redditizia - oltre che indispensabile - attività industriale. Riduzione del volume dei rifiuti e raccolta differenziata. Un sistema di impianti industriali in grado di offrire canali diversificati: dal riciclaggio al recupero energetico; dal downcycling (recupero in attività secondarie) al trattamento. La discarica, il “buco”, è soltanto una soluzione residuale, buona per accogliere gli scarti stabilizzati e inerti, in modo da minimizzarne l’impatto e azzerare l’urgenza di aprirne di nuove. L’impresa non è impossibile. C’è molto denaro a disposizione. Ci sono le tecnologie adeguate.

L’impresa richiede però buona politica; coerenti interventi istituzionali e di governo; un costante rapporto con le popolazioni che devono avere fiducia in chi governa per legittimarne le scelte e accettarne l’impatto nel proprio territorio.

Il denaro, le leggi, le decisioni non bastano, allora. Occorre quel che si dice “capitale sociale”. “Le scelte in materia di rifiuti sono impegnative - spiega Antonio Massarutto, economista del gruppo lavoce.info - Richiedono il consenso e la collaborazione attiva delle popolazioni e dei vari livelli di governo, tutte cose che si ottengono soltanto con un paziente e continuo lavoro, alimentando un circuito virtuoso di risultati positivi. È proprio il capitale sociale che, con tutta evidenza, è stato sciaguratamente dissipato in Campania. È poco realistico pensare che si possa prescindere da un forte radicamento nel territorio, ma anche dal ruolo della politica, unica possibile garante del “patto territoriale” che sta alla base delle legittimazione all’insediamento degli impianti. La gestione dei rifiuti è condannata a fallire se continua a operare in una logica emergenziale, tirando a campare fino al deflagrare della crisi”.

Bisogna salire verso le valli dell’Ufita, in Irpinia, e cercare Vallata per comprendere quanto vera sia quest’analisi. Come sia compromesso il rapporto di fiducia tra governanti e cittadini. Come l’emergenza abbia pregiudicato irrimediabilmente ogni credibilità della politica. Come in quattordici anni (da tanto dura l’emergenza) nessuno abbia mai lavorato per ottenere la collaborazione delle popolazioni.

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Nel giorno di festa, la piazza di Vallata è affollata. Capannelli davanti ai tre bar. I vecchi lungo il muro dove c’è ancora un ultimo raggio di sole caldo. Il sindaco Carmine Casarella è poco più in là, lungo il corso, in attesa della moglie per una passeggiata. Ascolta in silenzio. Appare spazientito fino a quando affiora, nel discorso, la formula “piattaforma plurifunzionale per i rifiuti non pericolosi, tossici, nocivi, fangosi”. Si fa brusco ora. Chiede alla moglie di attendere ancora un po’ e dice: “Venga con me a vedere…”.

Ci si muove quasi in corteo. Dietro al sindaco molti di coloro che sono in piazza. Si va verso Formicoso. Lungo le curve della stretta statale, si sale da 600 a 1.100 metri verso le bianche pale di un campo eolico. Il pianoro è di un verde brillante, lucido. Il vento agita il grano ancora basso e le cime degli alberi in una valletta. C’è un gran silenzio. A perdita d’occhio solo montagne e lontano, sui cocuzzoli, paeselli che sembrano presepi, pascoli, boschi, campi di cereali, la bellezza che appassiona dell’”osso” appenninico, maltrattato dalla povertà, dall’emigrazione, dai terremoti.

Il sindaco è in piedi sul bordo del campo. Allunga il braccio verso nord. Dice: “Ecco. Sono questi i cento ettari di terreno dove vorrebbero costruire la “piattaforma plurifunzionale” o come diavolo la chiamano, ma ci può scommettere anche lo stipendio che non ce la faranno perché fare della nostra terra la pattumiera della Campania è illogico, ingiusto, umiliante, folle”.

Intorno, gli uomini annuiscono e smaniano per dire anche la loro. Tacciono però perché gli argomenti del sindaco sono i loro argomenti. Dice Casarella: “Quelli della costa, di Napoli, di Caserta ci considerano dei cafoni, gente di cui si può fare a meno. È vero siamo cafoni, siamo stati poverissimi, abbiamo dovuto emigrare. Vallata contava settemila abitanti, ora siamo duemila. La nostra è stata una vita dura, isolati su queste montagne. Ma abbiamo resistito e ci siamo rimessi in piedi. Sono nate piccole aziende agricole. Abbiamo prodotti di qualità, buon latte, buoni formaggi, buona carne. Siamo una discreta e non costosa oasi turistica a un’ora e mezza da Napoli, a un’ora e mezza da Bari. Ci si viene in famiglia - la domenica - per l’aria buona, una passeggiata di salute, il cibo onesto. Vogliono fare qui la pattumiera perché siamo pochi, dicono, perché non abbiamo santi nel paradiso della politica a proteggerci. Non è ingiusto? Non è umiliante? Può essere sufficiente essere senza “padrini” o essere pochi e poveri per vedersi penalizzare in modo irrimediabile? Non è illogico? Eppoi - mi dica lei - quassù a 1.100 metri, gli inverni sono lunghi e le strade gelate o bianche di neve. Mi dice come faranno ad arrivarci i camion con i rifiuti? Qui abbiamo accettato di costruire un campo eolico perché qualcosina finisce nella casse dei nostri comuni. C’è sempre vento, in ogni stagione. Se ci costruiranno la “grande pattumiera” le esalazioni nocive, le arie intossicate arriveranno a centinaia di chilometri di distanza. Non è folle?”.

Il sindaco conosce l’obiezione e l’anticipa. “Non mi dica che da qualche parte, la “piattaforma”, bisogna pur farla. Non sono iscritto al partito del “no”, non siamo di quella razza. Noi diciamo - e dico noi perché così la pensano tutti i comuni della provincia di Avellino - vogliamo che ciascuna provincia sia in grado di raccogliere e smaltire i propri rifiuti. Non dimentichiamo la solidarietà. Abbiamo detto di voler accettare anche quella parte dei rifiuti che Napoli non riesce a trattare, ma solo in quota parte con le altre quattro province della regione”.

Ora gli uomini che accompagnano il sindaco raccontano dei sacrifici che hanno fatto per tirare su la casa, gli anni di lavoro in Francia, in Svizzera, il meritato ritorno in un luogo che, dopo la città, appare “incantato”. Dicono che se, dopo tanto sudore, quel che li attende è vivere accanto a una discarica maleodorante tanto vale giocarsi il tutto per tutto per impedirlo perché si tratta di rendere inutile una vita intera. C’è chi dice, enfaticamente, “siamo pronti a morire”. Nessuno intorno sorride per la tirata.

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Come la fiducia, il capitale sociale è delicato come un cristallo. S’impiega molto tempo e fatica per costruirlo. Basta un niente per disperderlo. A 69 giorni da una nuova possibile catastrofe, la politica trascura sciaguratamente anche lo sforzo di apparire agli occhi della popolazione affidabile - perché unita e collaborativa. Si divide, litiga, alza la voce. Ignora che “il consenso è funzione della credibilità degli impegni che si assumono verso il territorio”. Ogni fazione, amministrazione, istituzione chiede di avere l’ultima parola e mano libera per decidere. Il quadro che ogni giorno affiora è un’opera collettiva di inettitudine, avventatezza, irresponsabilità. Incuranti dell’abisso in cui tutti possono precipitare, si fronteggiano tre piani d’intervento, l’uno il contrario dell’altro, l’uno sovrapposto e in contraddizione con l’altro.

Gianni De Gennaro vuole soltanto chiudere la fase dell’emergenza (è il suo incarico), ritornarsene a Roma e a nuovi incarichi. In assenza di un ciclo industriale dei rifiuti - che ha bisogno di molto tempo per essere realizzato - porta alle estreme conseguenze la politica del “non-ciclo” del passato. Il disgraziato modello che prevede la discarica come unico modo per smaltire i rifiuti. Si raccolgono i rifiuti, si fa un buco da qualche parte, si getta dentro tutto. La “Grande Emergenza” richiede allora un “Grande Buco” che possa raccogliere la monnezza in attesa dei tempi lunghi che consentano di costruire gli impianti industriali di trattamento, riciclaggio, recupero energetico. Responsabilità che Berlusconi intende affidare a una “sottosegretario con delega ai rifiuti”.

Le province vogliono limitare i danni. Accettano di discutere soltanto un piano che preveda che ognuno faccia per sé con un moderato sovrappiù di solidarietà a favore di Napoli e Caserta. Il presidente della Regione, Antonio Bassolino, pretende che ogni decisione ritorni nella sua disponibilità, conclusa la “missione” di De Gennaro. “Spetta a me - dice - Il governo deve contribuire per le sue prerogative. Se intende organizzare una cabina di regia, siamo pronti a parlarne. Ma spetta a noi, a me individuare una linea di percorso”. Lui, Bassolino, l’ha già pronta. È il nuovo “piano per la gestione del ciclo” dell’assessore Walter Ganapini. Che non concorda con De Gennaro nemmeno nella quantità di tonnellate di rifiuti da smaltire ogni giorno. Per l’assessore sono 6.500. Per il commissario 7.200. Di chi fidarsi? Perché fidarsi?

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È impossibile non vedere, in queste cabale, un sordo conflitto di potere che non ha dato ancora il suo peggio. Non è una novità sostenere che, in quattordici anni, è nata un’industria dell’”emergenza rifiuti” che distribuisce parcelle, contratti, licenze, reddito, profitti abusivi, finanziamenti nascosti, occupazione. L’ordigno ha creato un “magma sociale” che intreccia i destini del grande professionista e dell’ex-detenuto. Ha dispensato consenso e utili politici secondo un metodo di governo distruttivo e irresponsabile non inedito, addirittura storico per la Campania. “Imprese nazionali e internazionali hanno tratto profitti dalla politica dell’emergenza in cambio di una pessima prestazione, come già avvenne in Campania per il terremoto del 1980 - spiega Gabriella Gribaudi, storica - D’altro canto gruppi dirigenti locali, attraverso la struttura del commissariato, hanno potuto gestire un rilevante flusso di spesa, rafforzando il proprio potere ed estendendo la rete di amici e clienti”.

Ieri come oggi, è ancora al lavoro nella regione quel “partito della spesa pubblica” che formò le sue fortune politiche ed economiche con l’invenzione di “emergenze” e “occasioni”, sollecitando una gestione incontrollata delle risorse pubbliche, allargando un “blocco di potere” verticale e socialmente differenziato che ospitò, naturalmente, la “mediazione sociale” della camorra. Un partito unico, consociativo, trasversale che oggi deve ritrovare in fretta - ha solo 69 giorni - una nuova strategia, se non una nuova guida. Smantellare questo “sistema” dalla sera alla mattina non è semplice. In 69 giorni è impossibile, anche ammesso che lo si voglia. E nessuno ne ha voglia alla vigilia dell’arrivo dei 4 miliardi di euro dei fondi strutturali dell’Unione europea. Che promettono di rigenerare il “sistema”; di dare nuove slancio a carriere politiche in declino (Bassolino); di crearne di nuove (i “giovani leoni” del Partito delle Libertà); di riequilibrare quote di consenso sociale a favore dei nuovi assetti politici; di aprire il varco ad altre imprese felicemente protette.

Nessuno a Napoli si chiede che cosa accadrà il 5 di luglio. Sono altre le domande. Bassolino riuscirà a difendere l’orticello che abbandonerà tra un anno in occasione delle elezioni europee? Berlusconi prenderà tutto per sé? I due troveranno un accordo soddisfacente per non estenuarsi in una battaglia che può far perdere tutto agli agonisti, travolti dalle montagne di immondizia che presto invaderanno le città? Staremo a vedere. L’unico fatto certo è che a farne le spese saranno un infelice territorio, già umiliato, e quei cittadini comuni senza voce e protezione, come nella valle dell’Ufita. Saranno chiamati ad assumersi le responsabilità di questo disastro e, se non lo faranno, saranno indicati al pubblico disprezzo.

Per i tetti toscani fotovoltaico al posto dell’amianto

Tuesday, April 29th, 2008

Energia pulita abbinata allo smantellamento delle coperture in eternitIl comune di Scarlino, in provincia di Grosseto è pronto a dire addio al tossico eternit tramite un vantaggioso scambio: abbinando lo smantellamento di 6mila metri quadrati di tetti in amianto con l’istallazione di moduli fotovoltaici. La proposta è stata avanzata dall’azienda Bandite, gestita dal Comune, per quanto riguarda i “Poderi di Pian d’Alma” per la cui realizzazione intende usufruire degli incentivi offerti dal governo tramite il Conto Energia. La superficie esposta a sud dei nuovi tetti sarà coperta interamente da celle solari per un potenziale di circa 375 kW. L’energia prodotta sarà reimmessa direttamente nella rete elettrica e soddisferà un fabbisogno pari a quello di 107 abitazioni. L’idea dell’Amministrazione era da tempo quella di liberare i poderi dal pericolo dell’eternit, anche in ragione del fatto che l’azienda Bandite si trova all’interno di un parco naturale riconosciuto dall’Unione Europea e dalla Regione Toscana. Ora potrà farlo portando un duplice beneficio alla società ed all’ambiente.

Fonte: La Repubblica

Dall’Ucraina olio di semi di girasole contaminato

Monday, April 28th, 2008

La Commissione europea: “In nove partite di olio di semi di girasole è stata riscontrata la presenza di olio minerale, ma a livelli che non presentano rischi per la salute umana”

Le autorità italiane hanno informato la Commissione europea di aver trovato partite di olio di semi di girasole proveniente dall’Ucraina contaminato con olio minerale. Lo ha confermato la portavoce dell’esecutivo comunitario Valerie Rampi, aggiungendo che comunque i livelli riscontrati non presentano rischi per la salute.

Oltre all’Italia dell’olio contaminato proveniente dall’Ucraina è stato trovato anche in Spagna, Francia, Olanda e Gran Bretagna. “Inizialmente la Commissione europea è stata informata mercoledì dalle autorità francese che una partita di olio di semi di girasole importata dall’Ucraina lo scorso 23 febbraio era contaminata da olio minerale”, ha spiegato la portavoce, “e la Commissione ha immediatamente inoltrato queste informazioni a tutti gli Stati membri”.

L’esecutivo comunitario, ha continuato Rampi, ha inoltre “subito contattato la delegazione Ue a Kiev per chiedere alle autorità ucraine ulteriori informazioni che saranno date lunedì” e “sono state informate le dogane delle autorità nazionali in modo da far scattare i controlli alle frontiere”.

Al momento “in nove partite di olio di semi di girasole è stata riscontrata la presenza di olio minerale, ma a livelli che non presentano rischi per la salute umana”. I Paesi che hanno informato Bruxelles di aver trovato dell’olio contaminato, ha concluso la portavoce, “sono Spagna, Italia, Francia, Olanda e Gran Bretagna” e ora “attendiamo le informazioni che lunedì arriveranno dall’Ucraina”.

Fonte: Il quotidiano .net

La corretta valutazione dei mangimi per cani e gatti

Monday, April 28th, 2008
Cani e gatti seguono, nella buona e nella cattiva sorte, i loro proprietari. L’evoluzione dell’alimentazione umana che ha caratterizzato l’ultima parte del secolo scorso e l’inizio dell’attuale ho avuto riflessi anche su quella di questi animali. La preparazione casalinga ha ceduto il passo a quella preconfezionata che coinvolge ormai almeno un pasto al giorno di molte persone. Analogamente c’è stato un incremento dei cibi preparati per i nostri animali da affezione: si calcola che circa la metà di essi venga oggi nutrita con tali alimenti.I proprietari di cani e gatti sono molto interessati ai sistemi che permettono una valutazione dei mangimi ad essi destinati., ma i criteri utilizzati sono spesso soggettivi e basati più su considerazioni di tipo umano che non sulle esigenze nutrizionali degli animali.
Premesso che una valutazione esaustiva non è semplice e richiede indagini scientifiche che sono alla portata solo di laboratori specializzati, tuttavia, con alcuni semplici accorgimenti si può approfondire le proprie conoscenze in merito al valore nutrizionale dei mangimi ed imparare ad utilizzarli correttamente.

Attenti alla pubblicità
Le regole da seguire sono le seguenti:
1) leggere le etichette riportate, a norma di legge, sulle confezioni. Vi si troverà la specificazione del tipo di mangime: “completo”, idoneo a coprire tutte le esigenze dell’animale, oppure “complementare”, da utilizzare con altri alimenti che ne completino il profilo nutritivo. Troveremo poi un elenco di voci quali:
- ingredienti: che indicano le materie prime utilizzate, poste in ordine decrescente rispetto al livello di introduzione;
- analisi chimica: che riporta il contenuto nei principali principi nutritivi;
- integrazione, che elenca le vitamine e gli oligoelementi minerali eventualmente aggiunti, con le relative quantità. seguire le indicazioni in merito alle quantità di alimento da somministrare, cercando di individuare le dosi più congrue. Se si utilizzano alimenti completi non aggiungere altri ingredienti che squilibrerebbero la razione. In caso di dubbio non esitare ad interpellare un Veterinario esperto in alimentazione.
2) controllare il peso dell’animale una volta al mese e riportare i dati ottenuti sul libretto sanitario o su apposita scheda. Correggere eventualmente le quantità di alimento in funzione dell’andamento del peso dell’animale: se ingrassa diminuire le dosi, se dimagrisce aumentarle.
3) imparare a discriminare tra i vari tipi di pubblicità e dare più credito a quella che fornisce parametri tecnici piuttosto che a quella che sfrutta solo belle immagini o frasi ad effetto. Se il cane mantiene il peso-forma e gode di un buon stato di salute significa che il prodotto è valido e che lo si sta utilizzando correttamente.

Gli errori dei padroni
L’esperienza pratica insegna che la maggior parte dei problemi patologici legati all’alimentazione sono dovuti ad errori nel razionamento. Bruschi cambiamenti, dosi inappropriate, goloserie varie inducono, talora in tempi brevi, talora in tempi lunghi, patologie che, a torto, vengono attribuite al mangime.
Il proprietario deve quindi convincersi di essere l’artefice del benessere del proprio animale non solo perchè sceglie un alimento affidabile, ma anche perchè lo utilizza correttamente.

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Il Prof. Pier Paolo Mussa è ordinario di Nutrizione ed alimentazione animale presso l’Università degli Studi di Torino ed è diplomato al College Europeo di Nutrizione Veterinaria Comparata.

Fonte : La Zampa.it

Da Google 130 mln per un solare a concentrazione economico

Monday, April 28th, 2008

Il colosso di Mountain View, parteciperà ad un finanziamento a favore della start-up solare californiana eSolar per un nuovo sistema di fabbricazione di sitemi

La svolta verde di Google continua. Tramite Google.org, il suo braccio no-profit, la compagnia parteciperà con Idealab ed Oak Investment Partnersad ad un progetto di eSolar, società californiana, che produce energia termo-solare. L’obiettivo è realizzare, uno stabilimento per la fabbricazione di sistemi a concentrazione solare prefabbricati per grandi impianti, che sia in grado di abbattere in maniera considerevole i costi legati alla costruzione, nonché facilitare la sua installazione. Il nuovo processo di fabbricazione proposto da eSolar si basa su un principio modulare caratterizzato da unità da 33 MW che possono essere replicate all’infinito. Ogni modulo è costituito da eliostati, preassemblati in fabbrica, di dimensioni inferiori rispetto a quelli normalmente in uso, favorendo così la modularità del processo e la velocità di installazione. “Il principale obiettivo di eSolar è quello di produrre energia elettrica dal Sole senza sovvenzioni e spendendo meno di quello che si spende ottenendola dal carbone” ha dichiarato Bill Gross, Presidente di eSolar e Fondatore di Idealab. “Questo non è solo raggiungibile, ma sarà la strada per cambiare il mondo”. Le società hanno investito in questo progetto 130 milioni di dollari. E le iniziative a favore dell’ambiente non sono finite. E’ sempre di questi giorni la notizia che attraverso il suo applicativo Earth, Google si è impegnato a monitorare attentamente la deforestazione tramite confronti scadenzati tra le immagini ad alta definizione fornite dai satelliti.

Fonte : La Repubblica

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