Wwf, la festa delle Oasi. Musica e cibo per salvare le foreste

Ottanta oasi aperte. Una domenica per immergersi nel verde e incontrare migliaia di volontari e attivisti. I guardiani della biodiversità. Il 24 maggio il Wwf apre al pubblico le aree protette. E la Giornata del 2015 è dedicata al Parco di Dzanga Sangha, nel Bacino del Congo. L’associazione vuole consegnare un rifugio sicuro per le popolazioni in fuga dalla distruzione del proprio ambiente, dalle guerre per costruire uno sviluppo E la festa delle Oasi attraversa tutto il Paese. In Sicilia, nelle Saline di Trapani e Paceco pedalata tra le vasche di raccolta del sale. In Basilicata laboratori sull’acqua ed escursione in trekking a Policoro, in Puglia a Torre Guaceto (Brindisi) laboratori con nidi per i pipistrelli (BatBox). In Sardegna a Monte Arcosu (CA) il cibo è protagonista con lo Street Food e lo Chef Riccardo Porceddu. In Abruzzo escursione nelle Gole del Sagittario (AQ) e attività sull’uso delle erbe. In Campania una grande caccia al tesoro per ragazzi nell’Oasi Bosco di San Silvestro (CE), laboratorio didattico sulla preistoria nell’Oasi di Serre Persano (Salerno), all’Oasi Lago di Conza (AV) laboratori per la preparazione della pasta fresca; cavalcate speciali a dorso d’asino e cavallo all’Oasi Pantano del Pignola (MT). In Toscana, culla di Oasi storiche del WWF, laboratori su disegno e foto a Orbetello, e passeggiata negli Stagni di Focognano (Fi).

Cibo ed eccellenze locali protagoniste ad Alviano (Terni), in Abruzzo all’Oasi  Calanchi di Atri (TE) mostra mercato sulle eccellenze alimentari del territorio. Cibo protagonista anche all’Oasi di Serranella, con passeggiata naturalistica ai ruderi del Mulino Comunale di Sant’Eusanio del Sangro. Tutto dedicato all’osservazione naturalistica il programma dell’Oasi di Ripa Bianca di Jesi (AN). In Emilia evento nell’Oasi di Montovolo tra i suggestivi castagni. In Piemonte, all’Oasi di Valmanera (AT) visite lungo i sentieri e gli ambienti più caratteristici. In Friuli, nell’Area marina protetta di Miramare,  laboratorio per i bambini e famiglie dedicato alle balene. A Vanzago, in Lombardia, visite al Centro Recupero animali selvatici, con rapaci e piccoli mammiferi in cura e incontri ravvicinati con le mucche dell’antica razza varzese e laboratori. All’Oasi Palude del Busatello (Verona), costruzione di mangiatoie per piccoli uccelli con materiali di recupero. A Le Bine in Lombardia visite guidate e mostra fotografica “Inside Africa”.  A Valpredina, nelle prealpi bergamasche, inaugurazione centro visite con liberazione di alcuni rapaci curati. Nell’Oasi Golena di Panarella (parco del Delta del Po) inaugurazione e visita della fattoria didattica di Corte Milana.

E grazie ad uno speciale accordo tra WWF e Conservatori, per la Giornata delle Oasi nelle Oasi di Monte Arcosu (CA), Valle Averto  e Penne (PE) si esibirà una rappresentanza dei conservatori di Cagliari, Adria e Pescara. A Monte Arcosu, in particolare l’iniziativa “Musica in Natura” per difendere le Foreste, sarà in ricordo di Alberto Vicentini, attivista del WWF Sardegna, con il concerto del Conservatorio di Cagliari Pierluigi Palestrina. A Ripa Bianca di Jesi (AN) Concerto di improvvisazione pianistica “Idee che diventano note”. Musica anche a Milano: tra gli appuntamenti che anticipano la Giornata oasi, sabato 23 alle 18.30 si terrà in sede WWF, nei giardini di via Tommaso da Cazzaniga (corso Garibaldi), un concerto di Piano City Milano, con il pianista Carlo Cialdo Capelli con ‘Piano per natura’.sostenibile e duraturo. Si può ancora donare, via sms o chiamando al 45503

Fonte: La Repubblica

Giornata mondiale della biodiversità: a rischio una specie su cinque

I numeri che circolano oggi, giornata mondiale della biodiversità, mettono tristezza. A livello globale, sotto la spinta delle ruspe, dei roghi, dell’inquinamento e del cambiamento climatico, si rischia la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta. La prima provocata da una sola specie, quella che si è autodefinita sapiens. Se il riscaldamento supererà i 5 gradi (ciò che avverrebbe se tutto continuasse secondo il ritmo attuale) la maggior parte delle specie arboree verrà cancellata perché non riuscirà a migrare in tempo verso un habitat favorevole e una specie di primati su 6 sparirà.

Particolarmente minacciati sono i due maggiori serbatoi di biodiversità. Le foreste tropicali perdono 13 milioni di ettari l’anno: un disastro per l’equilibrio dell’atmosfera; per le industrie farmaceutiche che traggono dalle piante più della metà dei principi attivi utilizzati; e per i circa 1.6 miliardi di persone al mondo che vengono sostenuti dagli habitat forestali del pianeta (300 milioni vivono nelle foreste e tra di loro ci sono 60 milioni di persone appartenenti a popolazioni indigene). Mentre delle barriere coralline, che permettono di vivere di pesca e turismo a 500 milioni di persone, si prevede la totale scomparsa entro il 2050.

Un disastro con ripercussioni immediate anche in Europa e in Italia. Nel vecchio continente il 60% delle specie e il 77% degli habitat sono in uno stato di conservazione non favorevole e probabilmente non raggiungeranno l’obiettivo comunitario che prevede di fermare la perdita di biodiversità entro il 2020. E in Italia, calcola il rapporto Biodiversità a rischio 2015 (messo a punto da Legambiente con il contributo di Carlo Rondinini, coordinatore del Global Mammal Assessment dell’Unione internazionale per la conservazione della natura), oltre un quinto delle specie è a rischio di estinzione.

Secondo i dati presentati nel primo Barometro della biodiversità italiana, su un campione di 2.807 specie italiane di spugne, coralli, squali, razze e coleotteri, ben 596 sono a rischio di estinzione. Per i grandi mammiferi come lo stambecco e il camoscio appenninico la situazione è migliorata negli ultimi cinque anni. Lo stato di conservazione delle circa 30 specie di pipistrelli è invece peggiorato. E per 376 specie, in particolare invertebrati o animali di ambiente marino, il rischio di estinzione è ignoto.

E oggi all’Expo milanese, la Coldiretti presenta lo scrigno dei semi perduti: con varietà a rischio di estinzione da seminare nel proprio orto per contribuire alla salvaguardia della biodiversità. In Italia sono scomparsi tre frutti su quattro.

Fonte : La Repubblica

Amazzonia: assassinato leader indio anti-deforestazione

Si chiamava Eusébio, era un leader degli indios Ka’apor dell’Alto Turiaçu che lottava contro la deforestazione dell’Amazzonia nello Stato brasiliano del Maranhão. È stato assassinato il 26 aprile con colpi sparati nella schiena da due uomini incappucciati a bordo di un moto. «Non è la prima volta che i Ka’apor denunciano di aver ricevuto minacce dalle imprese responsabili della deforestazione», dice in una nota Greenpeace, rilevando che almeno «dal 2008 i Ka’apor chiedono interventi contro il taglio illegale, ma sono state condotte solo sporadiche operazioni e non appena gli ispettori se ne sono andati l’attività criminale è ripresa». Cleber César Buzatto, segretario esecutivo del Consiglio missionario indigeno di Maranhão (Cimi), il 30 aprile è intervenuto a New York al Forum permanente dell’Onu delle popolazioni indigene per denunciare l’omicidio.

Senza aiuti

A partire dal 2013, «stanchi di aspettare l’intervento del governo, i Ka’apor hanno iniziato un monitoraggio indipendente delle foreste, cacciando le aziende coinvolte nel taglio illegale, ottenendo in cambio rappresaglie, minacce e persecuzioni», aggiunge Greenpeace. «I Ka’apor cercano di difendere il loro territorio, ma sono soli, senza sostegno da parte del governo, che dovrebbe impegnarsi invece a far rispettare la legge» afferma Madalena Borges, del Consiglio missionario indigeno di Maranhão, secondo quanto riferito dall’associazione ambientalista.

Morire per la foresta

I Ka’apor vivono nello stesso territorio degli indios Awá, una delle etnie amazzoniche più a rischio, di cui molti gruppi famigliari non hanno ancora avuto contatti con il resto del mondo. Lo scorso dicembre un Awá è stato ucciso dai deforestatori e una donna è morta di polmonite contratta dopo il primo contatto, secondo la denuncia di Survival International.

Amazzonia senza legge

L’industria del legname in Amazzonia è fuori controllo, denuncia Greenpeace. «Quello che incoraggia le imprese a rubare il legname dalle terre indigene è il fatto che la refurtiva possa facilmente essere spacciata per prodotto legale e venduta, anche sul mercato internazionale, senza problemi. Questo genera conflitti sociali e talvolta persino omicidi», commenta Chiara Campione, della Campagna foreste di Greenpeace Italia. La terra indigena dell’Alto Turiaçu ha perso dal 2012 44 mila ettari di foreste (8,07% dell’area) ed è la quinta zona indigena più colpita dalla deforestazione in Amazzonia.

Fonte: Corriere della Sera

Ambiente, la Ue bacchetta l’Italia: “Aree protette a rischio, fermate il degrado”

Aree protette a rischio, fermate il degrado Le ex cave di argilla “Danesi”, a metà strada fra Brescia e Lodi, sono uno spettacolo quasi unico nel loro genere: una dozzina di laghetti all’interno di un’area protetta (la riserva Naviglio di Melotta), così particolari da essere stati inseriti dall’Unione europea nei  siti “Natura 2000” , istituiti per difendere habitat naturali e specie particolarmente rare o a rischio. Zone non a caso rigidamente tutelate in cui le attività umane sono escluse. Eppure in questo piccolo angolo di paradiso la Provincia di Cremona, ente gestore del sito, su richiesta della proprietà ha autorizzato la pesca sportiva, prima vietata.

A Monticiano, nel senese, l’anno scorso è stata accordata invece la costruzione di una centrale termoelettrica a biomasse. A pochi chilometri di distanza c’è la riserva naturale dell’Alto Merse, che potrebbe essere deteriorata dagli inquinanti atmosferici. Ma è impossibile saperlo: una valutazione di incidenza, come prevede la normativa comunitaria, non è mai stata effettuata.

C’è tutto un campionario di pressappochismo, inefficienze e sostanziale indifferenza nelle accuse rivolte all’Italia dalla Commissione europea, che nei mesi scorsi ha aperto un’inchiesta sul mancato rispetto delle aree protette. Un carteggio che va avanti dall’estate fra Roma e Bruxelles e che ha avuto una svolta nei giorni scorsi, quando a Palazzo Chigi è arrivata una richiesta di informazioni supplementari. Con una serie di prescrizioni (21 in tutto) ben precise: in caso contrario, nei confronti del nostro Paese sarà aperta l’ennesima procedura di infrazione (attualmente siamo a quota 93).

IN BOCCA AL LUPO
La cifra della vicenda la dà un particolare piccolo ma a suo modo esemplificativo: quello dell’Abruzzo, che ha un terzo del territorio protetto. La Commissione europea dedica un intero paragrafo a quella che si fregia del titolo di “regione più verde d’Europa”: niente trasparenza nelle procedure che devono valutare l’incidenza ambientale, strutture tecniche inadeguate, assenza di comunicazione fra i vali livelli amministrativi e perfino il mancato coinvolgimento delle realtà che gestiscono le riserve naturali.

Può così accadere che a giudicare gli interventi nelle zone limitrofe siano comuni che hanno a malapena il segretario comunale. O che a valutare le eventuali ripercussioni su specie tutelate come il lupo appenninico o l’orso bruno marsicano sia un piccolo municipio di poche centinaia di abitanti, mentre l’Ente parco nazionale viene solo sentito per un parere consultivo.

I casi citati nel rapporto sono numerosi. E a volte hanno dell’incredibile. Come il progetto di ampliamento dell’aeroporto di Cagliari, a due passi dall’habitat protetto dove vive una specie rara come il pollo sultano, e che dovrebbe essere realizzato - si legge nel documento - “sulla base di cartografie errate e ignorando anche le prescrizioni della Regione Sardegna sulla necessità di porre in essere delle fasce di rispetto”. Oppure il piano di gestione dei rifiuti del Lazio e gli impianti eolici sulle pendici meridionali del monte Mutria, nel casertano, che non sono nemmeno stati sottoposto a una valutazione d’incidenza.

MEA CULPA
Le 12 pagine con cui la Ue riepiloga le contestazioni ed elenca alcune delle principali violazioni dimostrano la leggerezza con cui l’Italia salvaguarda il suo patrimonio naturalistico. Una fortuna immensa, visto che i  2.589 siti sottoposti a tutela coprono complessivamente quasi un quinto del territorio nazionale e quasi il 4 per cento di quello marino. Gran parte degli enti locali, ai quali la legge affida la gestione e il controllo delle aree, non sembrano tuttavia curarsene granché.

Nella sua richiesta di chiarimenti la Commissione va giù dura: interventi autorizzati senza considerare l’impatto sulle zone protette, altri che hanno ricevuto “parere favorevole senza certezza che il progetto fosse privo di effetti pregiudizievoli”, in alcuni casi alcuni addirittura “approvati nonostante l’accertata incidenza negativa”. Insomma, “in Italia vi è un problema di natura sistematica nell’applicazione” delle direttiva europea sull’ambiente. E lo conferma il fatto che varie violazioni hanno portato “spesso al degrado dei siti Natura 2000”. Di qui l’invito a intervenire presso le regioni “al fine di impedire un ulteriore degrado”.

Ma non solo. La lista delle misure da assumere mostra infatti quale sia il livello di gravità delle inadempienze italiane: solo per citarne alcune, procedure per nulla trasparenti e non accessibili in rete, comuni senza competenze designati come enti gestori, necessità di “rafforzamento del ruolo del Corpo forestale dello Stato che il governo intende sopprimere), amministratori nei confronti dei quali non è prevista alcuna responsabilità penale, malgrado dal 2011 chi distrugge o deteriora un habitat all’interno di un sito protetto possa essere punito con l’arresto fino a 18 mesi e una multa di almeno 3 mila euro.

Le autorità italiane, davanti a contestazioni così specifiche, non hanno potuto che ammettere la colpa. Con un elenco di cause che fanno tornare alla mente patologie croniche della nostra burocrazia: studi di incidenza di qualità inappropriata, spesso redatti da personale non preparato, valutati da uffici con un organico insufficiente e peraltro dalle competenze frammentate.

SIGNORSÌ
Ma del resto, perché meravigliarsi se gli stessi organi dello Stato, come le forze armate, sono i primi a non rispettare la legge? “Sulla base di informazioni disponibili - scrive la Commissione europea citando un rapporto di Legambiente sulle servitù militari - sembrerebbe che esercitazioni militari, anche a fuoco, vengano effettuate nei siti Natura 2000 in diverse regioni italiane (Friuli Venezia Giulia, Puglia, Emilia Romagna, Abruzzo, Sardegna, Sicilia, ecc.) in assenza di studi e valutazioni di incidenza e spesso senza autorizzazione degli enti gestori dei siti”.

E ovviamente, se non si chiede permesso, tanto meno si può sperare che ci si preoccupi delle specie protette. Tanto che gli addestramenti si svolgerebbero “senza tener conto dei cicli biologici, come il periodo di riproduzione, e in generale senza considerare le necessità di conservazione della biodiversità”. Una guerra, per quanto finta, val bene una riserva naturale.

Fonte: L’Espresso

Serenità, dieci passi per raggiungerla e mantenerla in età avanzata

Serenità, dieci passi per raggiungerla e mantenerla in età avanzataL’arte di vivere secondo Wilhelm Schmid, che all’argomento ha dedicato numerosi saggi di successo. E, con Serenità, il suo ultimo libro appena uscito per Fazi, il filosofo tedesco focalizza sulla vecchiaia la sua indagine esistenziale e analizza nei dettagli l’ultima stagione della vita, quella che nessuno o quasi si sente di affrontare in modo consapevole. Tutti sappiamo che arriverà, ma in genere siamo propensi a non volerla riconoscere, a non considerarla, neanche quando la stiamo attraversando. Come se ci dovesse essere sempre un futuro, una scappatoia risolutiva per evitare di vivere il presente. Eppure , è questo il messaggio contenuto in Serenità, accettare che siamo mortali vuol dire conoscere le diverse stagioni della nostra esistenza, con tutto quello che ciascuna fase comporta, vecchiaia compresa. E attraversarla coscientemente, senza rimozioni .

La vita è diventata più lunga e, dopo i sessant’anni, può andare avanti ancora per decenni. E allora come riuscire a svelare la falsa illusione di poter sfuggire al declino e di poter continuare ad andare di corsa, senza mai riflettere? Come riconquistare la gioia quotidiana, con leggerezza e tranquillità?. Schmid sviscera il tema e ragiona sul concetto di serenità; l’obiettivo è raggiungerla e appropriarsene. Il piacere, avverte, “anche quando si invecchia, deriva dalla piena consapevolezza delle proprie risorse”.  Premessa che vale sempre applicare, per le attività che sostituiranno il lavoro, per il sesso che muta e per le tante piccole cose che accadono ogni giorno dinanzi alle quali non siamo più come prima.
Per raggiungere la mèta agognata, ovvero la Serenità, l’arte di saper invecchiare,  Schmid suggerisce dieci passi, dieci tappe di un cammino che ognuno si potrà costruire secondo un proprio palinsesto, poiché “possono emergere dalle nostre osservazioni, esperienze e tutto quello al quale siamo sopravvissuti”. I dieci accorgimenti per raggiungere lo scopo, sono proposti con chiarezza e vengono riassunti da Schmid nell’intervista che segue. L’elenco si apre con la raccomandazione di comprendere le varie tappe della vita e di prendere coscienza che si sta percorrendo l’ultima parte del viaggio. Non sappiamo quando finirà, ma resta comunque una stagione piena, con fatiche e ostacoli che si possono e devono accettare. Il segreto, insomma, consiste, nel non ostinarsi a vivere un’impossibile eterna giovinezza, ma nel saper riconoscere i propri limiti e dunque imparare a godere dei tanti vantaggi della terza, o addirittura della quarta età, in testa il maggior tempo a disposizione e i ricordi di quanto abbiamo già vissuto.

Infine un monito utile per farcela: è necessario riflettere, sulla vita, sulla morte e sull’universo di cui tutti noi facciamo parte. In conclusione, ammonisce il filosofo tedesco, la vecchiaia “non è una minaccia”, non serve esorcizzarla. Serve farla propria. Saper invecchiare è un’arte raffinata  e, per imparare a praticarla, è necessario prima, comprenderla.

In vecchiaia, si possono scoprire nuove risorse per rendere più leggera la vita?
“Il piacere, anche quando si invecchia, deriva dalla piena consapevolezza delle proprie risorse. Per esempio miglior sesso: meno quantità, più qualità. O più tempo libero per ciò che si apprezza di più, senza preoccuparsi di come guadagnare soldi.
Proprio qui sta la chiave per vivere gli ultimi anni di vita con leggerezza. Se da un lato la vecchiaia comporta difficoltà e disagi inevitabili, dall’altro il poco tempo rimasto obbliga, per così dire, a trarre il meglio da ogni piccola cosa della vita. Da questo punto di vista, sì, è possibile trovare nuove energie nel semplice godimento dei piaceri quotidiani, da un bicchiere di buon vino alla compagnia dei propri cari, senza pensieri inutili che ci distrarrebbero dal piacere in sé.
Ho parlato del sesso non a caso; in gioventù ci si angustia fin troppo su fattori in fin dei conti secondari, a scapito di ciò che davvero rende l’atto sessuale significativo: la condivisione del piacere in modo sincero con l’altro.
Questa consapevolezza la si ottiene solo con l’esperienza; gli anni spesi a inseguire la felicità servono a insegnarci come cogliere il bello nella spontaneità, nella semplicità, nella leggerezza dell’esistenza.
Quindi, è proprio il tempo a mostrarci dove trovare nuove risorse, perché, come scrivo nel mio libro, “la vita è troppo corta per bere caffè cattivo”.

In sintesi i dieci passi per raggiungere la serenità.
“Comprendere appieno le diverse fasi della vita, e riconoscere quale età sto vivendo.
Comprendere quali sono le particolari fatiche della vecchiaia, e accettarle.
Avere abitudini, e apprezzarle perché confortano senza alcun bisogno di energia.
Godersi i piaceri della terza età, così come i numerosi e meravigliosi ricordi.
Stimolare continuare la capacità di accettazione, poiché sono molte le cose che non possiamo più cambiare.
Cercare sempre il contatto con gli altri, tutti conoscono cosa significa essere abbracciati.
Vivere in una rete di relazioni familiari, d’amore e d’amicizia.
Riflettere sulla vita e sul suo significato.
Riflettere sui limiti dell’esistenza e sul significato della morte.
Riflettere sull’aldilà e percepire che si è parte dell’intero universo”.

Ci sono consigli per i più giovani ( o meno anziani)?
“Un consiglio utile è quello di coltivare le abitudini. In gioventù sono considerate deprecabili e sintomo di una vita noiosa, mentre costituiscono la colonna portante della vecchiaia. Prendersene cura costituisce un passo importante sulla via della serenità: bisognerebbe rivalutarle sin da giovani, come rifugi affidabili dai turbamenti della vita quotidiana.
La vecchiaia è inoltre l’età in cui emerge il rimosso dell’anima. Un suggerimento utile per invecchiare con serenità è quello di comunicare e raccontare le esperienze della propria vita, agli altri e a se stessi, con un dialogo onesto, faccia a faccia o per mezzo della parola scritta.
Un altro consiglio, infine, è di cercare il contatto con l’altro, impegnandosi fin da giovani: bisogna imparare ad alimentare la fiducia reciproca, a coltivare il rapporto con gli altri, così da allontanare la solitudine e costruire una comunità di affetti.
Per garantirsi nella vecchiaia supporto e amore, figli e amicizia bisogna impegnarsi da giovani. Per capire meglio gli anziani i più giovani farebbero bene a leggere questo libretto  -  ed essere coscienti che un giorno, irrimediabilmente, diventeranno vecchi anche loro”.

Wilhelm Schmid
Serenità
L’arte di saper invecchiare
Traduzione di Federico ferraguto
Fazi
Pagg. 90, euro 14

Misteriosa strage nei campi di colza Le api operaie sono morte sui fiori

Una strage più misteriosa di altre. Questa volte le bottinatrici non sono state trovate morte a terra, davanti all’alveare, come è successo anche troppo spesso negli ultimi anni. Alla loro «casa», semplicemente, non sono tornate. Quindi sono morte sui fiori, cadute sul campo in ogni senso. Da Pescarolo, ad est di Cremona, è Esterina Mariotti, 52 anni, apicoltrice da sempre «per passione ereditata dal babbo», a lanciare il primo allarme di questa stagione. «È capitato a noi ma anche a molti altri nel Cremonese». Le api avevano cominciato la loro attività verso marzo: «Non erano in gran forma, comunque una ventina di giorni fa, con la piena fioritura della colza, era arrivato il momento della raccolta dei primi nettari. Le api lavoravano: e due giorni dopo le bottinatrici erano sparite». Sono le api che fanno la spola tra i fiori e le arnie: nelle arnie sono rimaste solo «le api di casa». In casa, infatti, passano i primi venti dei loro 40-45 giorni di vita: preparano la pappa reale, puliscono, fanno la guardia.

«Il danno è grande perché oltre alle bottinatrici abbiamo perso le larve - spiega Esterina Mariotti. - Il polline che portano sulle zampe è il loro nutrimento. E questa è stata una vera e propria stangata». Una stima? «In un alveare, nel momento del massimo lavoro che sarà tra una settimana o due, ci sono circa 100 mila api. Dopo questa strage da noi si parte con un 30% di api in meno».

Veleno? Trattamenti sui campi? « Non sappiamo, forse qualche sostanza nuova, non era mai successo». E così il 2015 apre un’altra stagione nel segno della difficoltà: «Anche se il clima sarà buono, comunque avremo questa handicap iniziale» sospira Esterina Mariotti. Intorno a lei le 150 arnie dell’azienda che conduce con il marito Alfredo Pavesi, 60 anni e la figlia Irene, 22 anni. «E tutto questo - concludono - è anche peggio dei furti che si ripetono, come sempre in questo primo scorcio di stagione: gli onesti si ricomprano le api, i disonesti le rubano».

Qualche settimana fa i rappresentanti della categoria, Claudio Vertuan (presidente dell’Associazione Apicoltori) e Armando Lazzati (presidente di Apilombardia), hanno sollecitato l’aiuto della Regione ricordando come il 2014 sia stato «uno dei peggiori su vari fronti». In Lombardia ci sono oltre 120 mila alveari, ciascuno in grado di produrre 18-20 chilogrammi di miele all’anno: se il sogno degli apicoltori valtellinesi è di formulare «una proposta interessante per i giovani che hanno voglia di cimentarsi in un’attività imprenditoriale», la richiesta di tutti i 4 mila imprenditori alla Regione è di organizzare un confronto con agricoltori, veterinari e tecnici fitosanitari per rendere meno drammatico il 2015.

Fonte: Corriere della Sera

Earth Day, Giornata della Terra: la Green Economy una sfida per il clima e la crisi

“Domani si celebra in tutto il mondo l’Earth Day, la giornata della Terra arrivata alla sua 45esima edizione. Un’occasione per ricordare, tanto piu’ a pochi mesi dal vertice Onu sul clima di Parigi, che difendere l’ambiente e rispondere alla sfida dei mutamenti climatici non solo e’ necessario, ma rappresenta anche una straordinaria opportunita’ per affrontare la crisi e guardare al futuro”. Lo dice Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera, alla vigilia della Giornata della Terra.

green-economy“Una prospettiva, quella della green economy, vera in tutto il mondo, ma che in Italia e’ gia’ realta’. Che incrocia la sfida della qualita’, si nutre dei talenti dei territori e da’ forza alla missione del nostro paese- spiega Realacci- un’economia diversa e innovativa che punta su ricerca, conoscenza, cultura e bellezza. Che combatte le diseguaglianze, valorizza la coesione sociale e migliora la qualita’ della vita senza compromette il futuro dei cittadini di domani”. Infatti, “nel nostro paese, come evidenziato da una recente indagine promossa da Symbola e Unioncamere, gia’ oggi esiste un’Italia green che e’ fatta dal 22% delle imprese, che crea occupazione e ricchezza. Alle competenze green si devono 234mila assunzioni programmate lo scorso anno: ben il 61% della domanda di lavoro. E proprio grazie a questa green Italy sono stati prodotti 101 miliardi di valore aggiunto, con un’occupazione di 3 milioni di green jobs”, conclude il presidente della commissione Ambiente della Camera

Fonte:http://www.meteoweb.eu/2015/04/earth-day-giornata-della-terra-la-green-economy-una-sfida-per-il-clima-e-la-crisi/432742/

«Gatta rapita in giardino

Una gatta rapita dal giardino della vicina e poi lanciata in pasto ai pitbull. Una scena raccapricciante, un atto di crudeltà verso gli animali insensato su cui ora indaga la polizia. L’atroce episodio è avvenuto la domenica di Pasqua nel quartiere romano di Corcolle. Emma, una micia di otto anni, già non aveva avuto una vita facile, era cieca, zoppa e incinta: tra tanti problemi poteva però contare sulle coccole della sua padrona, Natasha. È stata la stessa proprietaria della gatta ad aver raccontato la terrificante esperienza sulle pagine Facebook, subito raggiunta dalla solidarietà di molti.

Sbranata dai pitbull

Tutto è avvenuto in pochi minuti domenica scorsa, come racconta la stessa Natasha. Intorno alle 18 sente dal giardino urla e confusione. Un uomo, nel cortile dei vicini, tiene Emma per la coda e poi, dopo aver guardato con scherno la giovane, lancia la micia ai quattro pitbull che dilaniano in pochi secondi la povera felina. Ciò che resta della gatta viene poi restituito, con un altro lancio, alla proprietaria che da anni si occupa proprio di curare gli animali randagi. Tra le urla e la disperazione Natasha e la madre chiamano anche la polizia, mentre vengono insultate e minacciate dai vicini.

Le indagini della polizia

Quando arriva una pattuglia, gli agenti restano a lungo nella casa dei vicini, cittadini di origine rumena. La loro versione è che la micia sia entrata da sola nel giardino. Prima di andare a denunciare formalmente l’accaduto Natasha, disperata e terrorizzata, dovrà anche certificare il decesso di Emma e farla visitare da un veterinario per accertare l’entità dei morsi ricevuti. «Ora ho paura, ma non finisce qui», promette la giovane. Intanto su Facebook si moltiplicano i gruppi che chiedono giustizia per Emma.

La versione dei proprietari dei cani

Secondo l’avvocato Andrea Quintigliani, che assiste i proprietari dei cani, «il gatto non è stato affatto rapito ma è entrato spontaneamente nel cortile privato della coppia romena dove è stato aggredito dai due cani di razza Amstaff. La vicina di casa con la collaborazione di altre persone prendendo spunto da una sfortunata coincidenza ha messo in moto una sorta di linciaggio mediatico attraverso Facebook, con tanto di pubblicazione di foto ed addirittura indirizzo dei proprietari dei due cani, i quali adesso hanno timore anche ad uscire di casa».

Fonte: Corriere della Sera

Lo sviluppo è «sostenibile»?

Se si dà retta al sociologo inglese Anthony Giddens (il teorico della «terza via» di Tony Blair), quello di «sviluppo sostenibile» è un concetto troppo vago, addirittura contraddittorio. Del tipo «botte piena e moglie ubriaca», per intendersi. Eppure da quando ha fatto la sua comparsa negli ultimi Anni 80 nel rapporto elaborato dall’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Bruntland, è andato per la maggiore, contribuendo a trovare un punto di incontro tra «verdi», fan della decrescita e sostenitori del mercato. Ma è un concetto che viene da ancora più lontano, dallo studio su «I limiti dello sviluppo» pubblicato nel 1972 dal Club di Roma, dove si prospettava addirittura l’esaurimento delle risorse del Pianeta (terra, acqua, petrolio, minerali) e il rischio di un crollo improvviso degli standard di vita.
Declinato sul versante delle risorse energetiche, l’allarme dei primi anni Settanta si è dimostrato esagerato. Una maggiore attenzione su consumi e efficienza, e lo sviluppo tecnologico, hanno allungato di parecchio la vita utile delle fonti fossili di energia: petrolio, gas (si pensi alla rivoluzione americana dello «shale») e carbone non finiranno presto. A rendere però sempre attuale il concetto di «sostenibilità» sono quanto meno altre due questioni: il cambiamento climatico (il settore energia è responsabile di almeno due terzi delle emissioni di gas serra); la crescita della popolazione mondiale, che l’Agenzia internazionale dell’energia ritiene possa passare dai 7 miliardi di individui del 2012 ai 9 miliardi del 2040, con un tasso medio di incremento del 3,4% l’anno. Come soddisfare il loro diritto ad avere accesso a tutta l’energia di cui avranno bisogno?

Nel primo caso (le emissioni di CO2) un obiettivo internazionalmente riconosciuto per la verità esiste, ed è quello che sarà materia di aspra discussione alla cosiddetta «Conferenza delle parti» che si terrà a Parigi il prossimo dicembre: sarà la ventunesima del suo genere dopo l’esordio a Rio 1992, e si prefigge di mantenere l’incremento della temperatura nel limite di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Si tratta del cosiddetto «scenario 450» , coerente cioè con l’obiettivo di limitare la concentrazione di gas serra nell’atmosfera al di sotto di 450 parti per milione.
Un compito immane, se si pensa che ciò significherebbe che le maggiori economie del pianeta dovrebbero tagliare le loro emissioni di gas serra della metà nei prossimi quarant’anni. Che gli Stati Uniti, ad esempio, nel 2050 dovrebbero ricavare il 40% della loro elettricità da fonti rinnovabili e il 30% da nucleare. Che il 75% del chilometraggio del settore trasporti dovrebbe essere coperto con veicoli elettrici. Che le emissioni delle centrali a carbone dovrebbero essere «catturate» e «stoccate» sottoterra. Che per l’illuminazione degli edifici dovrebbe essere adottata la tecnologia a Led. Mentre la Cina, il maggior «emettitore» mondiale, dovrebbe abbandonare completamente l’uso del carbone entro la metà del secolo. Dopo aver però messo in funzione una centrale a carbone ogni settimana nei 7 anni dal 2005 al 2012.
In sintesi, ciò di cui dispone l’umanità negli anni a venire è un budget, un «tesoretto» da spendere di circa 1.000 miliardi di tonnellate di CO2 (adesso siamo intorno ai 31 miliardi di tonnellate l’anno) esaurito il quale l’obiettivo «2 gradi» non sarebbe più raggiungibile. Operazione complicata, perché secondo lo «scenario 450» le emissioni di gas serra dovrebbero raggiungere il «picco» prima del 2020 intorno ai 33 miliardi di tonnellate l’anno, per poi iniziare a scendere rapidamente. Il 2020, si badi bene, cioè dopodomani. E se anche a Parigi si trovasse a fine anno un’intesa non diventerebbe immediatamente esecutiva, ma scatterebbe proprio dal 2020. Troppo tardi.

Nello scenario «corrente» la situazione è quindi ben diversa, e ancora più difficile. Senza tenere conto di impegni non ancora presi ufficialmente dai governi ma mettendo nel conto quelli già annunciati (e lo scorso 31 marzo solo Ue, Usa, Russia, Messico, Norvegia e Svizzera hanno depositato all’Onu le loro intenzioni in vista di Parigi) il trend attuale è coerente con una concentrazione di gas serra nell’atmosfera di 700 parti per milione, il che si tradurrebbe in un esaurimento del «budget» intorno al 2040 e, soprattutto, in un aumento delle temperature di 3,6 gradi. Nel 2040 la domanda mondiale di energia sarebbe ancora coperta per il 75% (e in parti sostanzialmente uguali) da carbone, petrolio e gas naturale, e solo per il 19% da fonti rinnovabili (più il 7% di nucleare). Per avere prospettive serie di energia da fusione (vedi articolo nell’altra pagina) bisognerebbe aspettare almeno altri vent’anni.
Un problema, soprattutto se si pensa al previsto incremento della popolazione. Un processo che avverrà soprattutto in Africa, che registrerà intorno al 2030 il punto più alto del boom cinese e vedrà l’India diventare il Paese più popoloso. Ad oggi circa 1,3 miliardi di persone vivono senza accesso all’elettricità; di questi circa 700 milioni risiedono nell’Africa subsahariana; nel mondo 2,7 miliardi di uomini e donne cucinano e si riscaldano con biomasse, ovvero con legna, residui agricoli e anche letame essiccato. Di questi solo 800 milioni sono in India.
Insomma, c’è una via d’uscita? Come sostiene Giddens «i Paesi sviluppati devono realizzare massicci tagli alle proprie emissioni di gas serra, fin da subito. I Paesi in via di sviluppo possono aumentarle per un periodo al fine di permettere la crescita, dopodiché devono cominciare a ridurle». Sembra semplice. È la via stretta che dovrà essere percorsa a Parigi.

Fonte: Corriere della Sera

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