Un mostro nelle fogne della città

DOVEVA essere un’ispezione come le altre nelle fognature sottostanti la cittadella commerciale Cameron Village, nella città di Raleigh in North Carolina. Ma come in un film dell’orrore, gli addetti della Malphrus Construction, hanno scoperto nelle tubature degli esseri viventi mostruosi. Almeno così pare, a vedere il video girato lo scorso 27 aprile da un anonimo operaio, che pubblicato su Youtube, in un solo giorno è già stato visto da oltre 2 milioni di persone e ora sta facendo il giro del web: nelle immagini si vede un organismo pulsante, attaccato alla parete della conduttura, che si ritrae a più riprese e fa tornare alla memoria i bozzoli organici visti in film come Alien o nei peggiori incubi di David Cronenberg.

Poi l’inquadratura si sposta e pochi metri più in là si vedono altri ammassi di tessuto, che a contatto con lo scolo, si muovono a intermittenza. Il mostro delle fogne di Raleigh, come è stato immediatamente ribattezzato, naturalmente ha scatenato una ridda di ipotesi tra gli internauti: chi lo ha paragonato agli esseri informi del videogame Resident Evil, chi scherzando dice che in realtà è l’immagine di una bizzarra colonscopia aliena, chi sostiene che si tratta di un organismo geneticamente modificato che presto emergerà in superficie per fare una strage, come nei recenti film Cloverfield e The Host.

Meno preoccupate sembrano però le autorità della città: il biologo della Università della North Carolina Thomas Kwak, ha dichiarato al giornale News & Observer, che si tratterebbe di una massa di Briozoi, minuscoli invertebrati acquatici che di solito vivono in colonie sui fondali del mare e che “possono raggiungere la grandezza di un’anguria”.


L’ingegnere Mark Senior, che lavora per la municipalità di Raleigh, ha tranquillizzato i cittadini dichiarando al Denver Channel della Abc che si tratta di TubifeX Tubifex, noti anche come i vermi dei canali di scolo, presenza piuttosto comune nelle fogne.

Naturalmente come ogni video incredibile che appare sul web, c’è chi ha gridato al falso, sostenendo che si tratti di immagini manipolate: perché la videocamera si muove in maniera innaturale e a scatti? La risposta più accreditata è che le immagini siano state riprese con una Snake Camera comandata a distanza e utilizzata di solito per ispezioni in tubature difficilmente raggiungibili. Ma anche se tutte le verità sembrano già disponibili, scettici e complottisti sono pronti a darsi battaglia in rete nei prossimi giorni per dare risposta alla grande domanda: c’è un mostro che sta crescendo nelle fogne di Raleigh?

Infranzioni in bici, si rischia la patente

In una delle disposizioni contenute
nella legge sulla sicurezza è prevista
la decurtazione di punti anche a chi
guida in modo spericolato le 2 ruote
MILANO
Guidare ubriachi costa caro, anche se siete al volante di una bicicletta. E se il pilota indisciplinato è automunito, scatterà la decurtazione dei punti dalla patente. Una delle disposizioni contenute nella legge sulla sicurezza approvata ieri in via definitiva (l’articolo 3, comma 48) contiene infatti una importante modifica al Codice della strada.

La norma - scrive il quotidiano Italia Oggi - introduce infatti il comma 219-bis che, nel primo comma, dispone l’attivazione del patentino a punti per i motorini mentre nel secondo comma si legge: «Se il conducente è persona munita…(…) di patente di guida, nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, sono stabilite le sanzioni amministrative accessorie del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida, le stesse sanzioni amministrative accessorie si applicano anche quando le violazioni sono commesse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida. In tali casi si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis».

Quindi, indipendentemente dal mezzo di trasporto che si guida, si rischiano decurtazioni di punti sulla patente, fino alla sospensione o al ritiro del documento. Se invece chi infrange le regole è un minorenne o non ha la patente di guida, non succede nulla, nessuna sanzione. «Si crea - scrive Italia Oggi - una evidente discriminazione tra chi la patente ce l’ha e può subire la sanzione e chi non ce l’ha; un ciclista agonista, che per allenamento fa decine di migliaia di chilometri l’anno si trova un’ipoteca non di poco conto sulla patente dell’auto». Legambiente insorge e bolla na norma come «ridicola». «Possono esserci solo due diverse motivazioni dietro questo provvedimento - sottolinea l’associazione - se escludiamo la prima, il colpo di calore, resta in piedi un ipotetico tentativo del legislatore di rendere più sicura la vita dei ciclisti». «In questo caso, tuttavia, sarebbe stata imboccata una strada completamente sbagliata: le statistiche dimostrano che gli incidenti in cui sono coinvolte biciclette - conclude Legambiente - nella stragrande maggioranza dei casi sono provocati da infrazioni o imperizia degli automobilisti».

Fonte: La Stampa

1.000 IMPIANTI FOTOVOLTAICI SUI TETTI NEL LAZIO

Saranno 1.000 gli utenti che beneficeranno di impianti fotovoltaici, in modo gratuito, sui tetti di 20 Comuni della provincia a nord di Roma. Potranno usufruirne i tetti di abitazioni o fabbricati ad uso civile, artigianale, industriale o commerciale per un periodo di 20 anni avendo, a proprio carico, solo le spese d’istruttoria che si aggirano intorno ai 900 euro. Al termine del periodo, l’impianto rimarra’ di proprieta’ del destinatario. Gli utenti che beneficeranno del progetto diventeranno produttori autonomi di energia pulita, riducendo o azzerando completamente le spese della bolletta dell’energia, senza dover affrontare, le ingenti spese necessarie alla progettazione, all’acquisto e all’installazione degli impianti. Il bando e’ appena uscito, scadra’ il 22 luglio e fara’ fede la data di timbro postale della richiesta. Il progetto si inquadra nella direttiva nazionale ed internazionale per la riduzione del livello di inquinamento ed e’ rivolto a persone fisiche, giuridiche ed Enti pubblici e privati, proprietari, o che esercitino un diritto reale di godimento su complessi edilizi o unita’ abitative, situati sul territorio dei Comuni aderenti al progetto e aventi i requisiti necessari richiesti dal bando. A finanziarlo un pool privato composto da RDR ENERGIASpA, il soggetto imprenditoriale che costruira’ e gestira’ gli impianti fotovoltaici, SIENERGIA SpA, una societa’ mista pubblico privata che avra’ la responsabilita’ della gestione amministrativa e TEN CONSULTING S.r.l. che avra’ la responsabilita’ della gestione amministrativa e manterra’ i rapporti sia con il Distributore Locale di energia elettrica sia con il GSE che usufruiranno, come compensazione, dell’incentivo sul contributo energia previsto dal decreto Bersani. Per le informazioni e’ scaricabile il bando dal sito www.energiamia.net.

Fonte : Ansa it

MALTEMPO:PRIMA SOLE POI PIOGGIA FLASH,TROPPA ENERGIA IN ARIA

Di mattina cielo terso e sole caldo, di pomeriggio arriva la pioggia lampo. In questi giorni sembra una routine ma la spiegazione e’ nell’energia che si accumula nell’aria. Forse, troppa. A chiarirlo Marina Baldi dell’Istituto di biometeorologia del Cnr. La colpa, dice Baldi, e’ dei ”fenomeni connettivi”, ovvero ”l’aria si comincia a scaldare durante la mattina e cosi’ di carica di energia che viene poi rilasciata” sotto forma di precipitazioni. Quello che succede rientra nei fenomeni delle ”perturbazioni brevi ma intense” che si stanno estendendo anche al bacino del Mediterraneo. Quelle di questi giorni, rileva Baldi, sono di ”origine Atlantica e si generano a nord”. L’opposto di quello che avviene con le ondate di calore, come quelle avute in Italia nel 2003 e nel 2006, formate dalla presenza di ”un anticiclone sull’Atlantico del centro-sud e un anticiclone sul nord Africa”.
Fonte : Ansa.it

BENZINA: PROCLAMATO SCIOPERO 8 E 9 LUGLIO

Manca il rinnovo del contratto di categoria e il Governo non rispetta gli impegni assunti per mettere mano alle regole del settore. I sindacati dei gestori proclamano uno sciopero di due giorni che terra’ i distributori chiusi per le intere giornate dell’8 e del 9 luglio.

Gli impianti resteranno chiusi sulla rete stradale dalle 19.30 di martedì 7 luglio fino alle ore 07.00 della mattina del 10 luglio. Diversi gli orari per la rete autostradale, con i distributori che chiuderanno alle 22.00 del 7 per riaprire alla stessa ora del 9 luglio. In Sicilia, lo sciopero inizierà con 24 ore di anticipo rispetto al resto d’Italia. E’ esclusa dallo sciopero la provincia dell’Aquila. “L’industria petrolifera sta scaricando sulla rete e soprattutto sulla categoria (che è la vera spina dorsale della distribuzione) tutte le contraddizioni e le diseconomie del sistema, facendo concorrenza, sui propri stessi impianti ai propri stessi Gestori”, spiegano le tre federazioni, FAIB, FEGICA e FIGISC in una nota congiunta. In questo momento, sottolineano ci sono discriminazioni “tra gestore e gestore sulla propria rete, e si favorisce, con politiche di prezzo drasticamente penalizzanti per migliaia di piccole imprese, le ‘pompe bianche’ piuttosto che gli ipermercati, in aperta violazione delle vigenti regole della concorrenza e del mercato”. Si tratta, proseguono, di “una scelta di abbandono e svalorizzazione degli investimenti fatti sulla rete, che riguarderebbe solo l’industria petrolifera se non fosse che in questo processo le uniche vittime sacrificali sono in primo luogo i Gestori”. Allo stesso tempo, prosegue la nota, “non solo gli impegni assunti dal Governo oltre un anno fa per mettere mano alle regole del settore ed alle misure strutturali richieste dalla categoria sono rimasti finora lettera morta, ma, nel frattempo, sono venute meno alcune tutele e sono stati imposti nuovi oneri alle gestioni”.

Fonte : Ansa it

Protesta contro le case automobilistiche, centro «invaso» da minicar di cartone

Singolare protesta in piazza Venezia. All’alba di giovedì alcuni attivisti per la salvaguardia dell’ambiente hanno messo in opera una grande installazione nel prato antistante l’Altare della Patria. Centinaia di piccole sagome di automobili di cartone, tra a piccoli conigli verdi - le mascotte dell’associazione «Terra!» - campeggiavano sull’erba accompagnate da cartelli che recitavano slogan come «Vietato calpestare il pianeta», «Stop alla pubblicità illegale», «Stop alla CO2».

INTERVENTO DI CARABINIERI E POLIZIA - Sul posto sono intervenuti quasi subito vigili urbani, carabinieri e polizia. Identificati alcuni dei 30 attivisti di Terra! che con il loro gesto hanno voluto protestare contro le emissioni di CO2 e contro le pubblicità illegali delle auto.
All’insegna della salvaguardia del pianeta, gli ambientalisti hanno presentato un nuovo rapporto sulle pubblicità delle auto, nell’ambito della campagna sull’efficienza energetica nel settore.
«Anche a Roma, dove il parco auto non è certo dei meno inquinanti, si continuano a commercializzare veicoli nuovi con pubblicità ingannevoli - spiegano Daniel Monetti e Fabio Ciconte, rispettivamente coordinatore della campagna e presidente di Terra! - contro le quali non viene applicata una legge che pure esiste: il Dpr n.84 del 17 febbraio 2003». Per chi desiderasse aderire alla campagna, su www.terraonlus.it sono pubblicate tutte le informazioni sul caso.

CONTRO L’INDUSTRIA DELLE AUTO - Dal sito è scaricabila anche il rapporto «Venditori di fumo» - spiega l’ associazione - che rileva come «il 91% delle pubblicità analizzate sia illegale perché non conforme alla legislazione vigente». Nei materiali promozionali «non si riporta alcuna informazione sulle emissioni di CO2 o le si riporta in forma scarsamente visibile». In particolare, su un campione di 492 inserzioni pubblicitarie esaminate in Italia, «solo il 9% può essere considerato conforme alla normativa», riportando in maniera corretta le informazioni sui consumi e sulle emissioni di CO2 dei veicoli reclamizzati.

DENUNCIATE LE CASE AUTOMOBILISTICHE - Terra! ha presentato un esposto contro le principali case automobilistiche all’Istituto della Autodisciplina Pubblicitaria (Iap), all’Unioncamere e le Camere di Commercio delle città sede dell’indagine per denunciare 96 differenti pubblicità. «Non ce ne è una che si salvi - spiega Monetti -. Il 5,68% delle pubblicità analizzate non riporta alcuna informazione su emissioni e consumi, mentre la stragrande maggioranza, l’85,6%, le riporta in dimensioni ben lontano dall’ essere di facile lettura o della stessa evidenza rispetto alle informazioni principali fornite nel materiale».

Fonte : Corriere della Sera

Ue: forniture di gas a rischio, di nuovo nodo russo-ucraino

La Commissione europea ha invitato i 27 a prepararsi a una nuova potenziale crisi del gas quest’inverno accumulando delle riserve.

(Rinnovabili.it) – ‘‘Per quanto riguarda la situazione d’incertezza delle riserve di gas in Ucraina – ha dichiarato la Commissione Ue agli Stati membri – occorrerà prepararsi meglio per il periodo invernale e accumulare riserve di gas a partire da tutte le fonti di fornitura disponibili”. Questo comunicato è stato diramato dopo una riunione degli esperti dei 27 stati membri sull’attuale situazione.
L’Ucraina sta cercando un prestito per onorare le sue forniture di gas russo dal momento che Mosca stessa si è tirata indietro e ha smesso di prestarle denaro.
Kiev rischia così di non poter riempire le sue riserve di gas durante questa estate per la successiva stagione invernale, riserve che consentono di permettere anche l’arrivo del gas russo in Europa.

Fonte: La Repubblica

Nasce Green-Job, il primo portale italiano dedicato al lavoro verde

 

green job lavoro verdeInfojobs e TimeStars hanno lanciato Green-job.it, il primo portale italiano dedicato alla ricerca del lavoro e alla selezione del personale totalmente orientato all’ecologia, alle professioni legate allo sviluppo della green-economy e alle energie alternative.

Fino ad oggi non avevamo in Italia un portale simile e i migliori esempi di siti dedicati alla ricerca di lavoro verde rimanevano i siti stranieri come Environmentjob. Da oggi è possibile entrare in un canale tematico specializzato sulla ricerca di lavoro settoriale con alle spalle InfoJobs che garantisce l’esperienza nel settore delle offerte di lavoro on-line e la presenza di partner quali Legambiente, KyotoClub/QualEnergia.

Per tutti coloro che sono interessati ad offrire e cercare lavoro nel settore verde Green-Job è proprio quello che ci mancava, ovvero un canale che facesse incontrare la domanda con l’offerta, spesso nota ma difficilmente reperibile. In particolare, Green-Job sostiene le offerte di quelle aziende i cui servizi o prodotti sono destinati alla produzione di energie rinnovabili, alla tutela dell’ambiente o al miglioramento delle qualità di vita o di servizio in un’ottica di sostenibilità.

Secondo un recente studio di Legambiente e Cgil, il solo settore delle energie rinnovabili darà lavoro a circa 141.000 persone entro il 2020, senza considerare altri eventuali 350.000 posti di lavoro che potrebbero crearsi qualora si liberassero risorse e tecnologie. Troppo ottimismo sui numeri dell’occupazione? Intanto diamo il benvenuto a Green-job e speriamo che il portale dedicato al lavoro verde, italiano al 100%, dia presto i suoi buoni frutti.

fonte: http://www.ecoblog.it/post/8678/nasce-green-job-il-primo-portale-italiano-dedicato-al-lavoro-verde

L’Arca di Noè fra le ciminiere

Sicilia, così il «triangolo della morte» è diventato l’oasi più bella d’Italia
ROSELINA SALEMI
I contadini diventano rapidamente operai, le saline muoiono, l’oleodotto le attraversa. E, quasi trent’anni dopo arriva la Lipu con il suo caparbio progetto: prendere in gestione dalla Regione siciliana, assessorato Territorio e Ambiente, il poco che restava. Non erano in molti a crederci. Ma quando, dopo cinque anni, sono tornati i fenicotteri, la sterna maggiore, che trasloca dal Baltico tra agosto e settembre, hanno capito tutti che non era stato tempo perso.Il rapporto «Un’Oasi tra le ciminiere» elenca le piccole cifre della vittoria. I fraticelli, specie a rischio, sono passati da 25 a 90 coppie, segno che si sentono al sicuro; quest’anno sono nati tre pulcini di pollo sultano, scenografico uccello nero con le zampe e becco rosso fiamma, dal carattere diffidente (e a ragione: estinto negli anni ‘50 è stato reintrodotto grazie ad alcuni esemplari portati dalla Spagna), e il settembre scorso 280 aironi cenerini hanno dato spettacolo partendo in massa al tramonto.Dietro gli strilli, i canti, i richiami, le acrobazie del falco pescatore c’è una burocrazia tortuosa. Che poi si traduce in livelli di salvaguardia. L’area delle Saline, dichiarata riserva, è stata riconosciuta dalla Comunità europea come Zona di Protezione Speciale e Sito di Interesse Comunitario, un territorio al quale si applica la Convenzione internazionale sulla diversità biologica. Naturalmente, il discoglosso dipinto (una rana-scultura che si trova soltanto in Sicilia, a Malta e nell’Africa magrebina) la tartaruga palustre, una nuova specie individuata nel 2004 e il rinofolo maggiore, un pipistrello, tutelato dalla Convenzione di Berna del 1986, non sanno niente di tutto ciò. Sanno che lì vivono in pace.

Fuori, nel mondo degli umani, l’Oasi ex discarica è diventata un fiore all’occhiello: l’assessorato al Territorio e Ambiente del Comune di Priolo Gargallo, Beniamino Scarinci, annuncia uno stanziamento di 700 mila euro per la bonifica di altri cinque ettari, l’architetto Giuseppe Santoro ha realizzato il modellino in legno di un mulino, come quello che appare nel film di Olmi, e non dispera di trovare i fondi per realizzarlo davvero. Come se tutti si fossero passati parola. Come se il rimpianto per quel piccolo mondo antico avesse prodotto una spinta riparatrice: non a caso tre dei cinque capanni per il birdwatching sono stati finanziati dalla Erg, una delle aziende del polo industriale. La Guerra delle Saline continua, (la prossima riguarderà l’ analisi dell’inquinamento) con meno rabbia, con più speranza, mentre i gabbiani, scettici, stanno a guardare.

 

Fonte: La Zampa.it

Namibia, aperta la caccia ai cuccioli di foca

Animalisti tentano di acquistare la società di pellicce
WINDHOEK
Si è aperta ieri la stagione della caccia ai cuccioli di foca sulla costa atlantica della Namibia, mentre gli animalisti della sudafricana Seal Alert sono impegnati nella raccolta dei milioni di dollari necessari per rilevare la società australiana che ne acquista le pellicce.Il ministero della Pesca ha inoltre reso noto che il numero di cuccioli di foca che potranno essere uccisi in questa stagione è di circa 85 mila. I piccoli animali sono uccisi a colpi di bastone, per non rovinarne le pelli. Una pratica cruenta, condannata dalle associazioni ambientaliste, che ha spinto Seal Alert - ha dichiarato il presidente e fondatore Francois Hugo - a lanciare una campagna per la raccolta di 14,2 milioni di dollari entro la metà di luglio, con lo scopo di rilevare la società di pellicceria ’Hatem Yavuz’.

«Ho lanciato un appello sul web questo fine settimana, tramite You Tube e Facebook, dove chiedevo» a sostegno della causa «un contributo di 15 dollari», ha spiegato Hugo, precisando inoltre di avere «ricevuto parecchie adesioni».

Una corsa contro il tempo per cercare di salvare almeno qualche cucciolo. La stessa società di lavorazione - ha riferito Hugo - avrebbe chiesto, inutilmente, al ministero di rinviare l’apertura della stagione di caccia.

In Namibia, a partire dal 2007, è stato fissato un tetto massimo del numero di foche da abbattere ogni anno: si tratta di 85 mila cuccioli e seimila maschi adulti. Con lo scopo - secondo le autorità del paese africano - di contenere il moltiplicarsi del numero di foche che, nella costa atlantica dei Paesi dell’Africa australe, conta una popolazione di almeno 850 mila esemplari. A maggio, l’Unione Europea, ha stabilito il divieto di importazione per le pelli di foca e i suoi derivati. Un regolamento che, però, non è ancora entrato in vigore.

Mais Ogm, parere Ue favorevole

L’Autorità europea di sicurezza alimentare di Parma (Efsa) ha pubblicato un parere scientifico favorevole alla domanda di ri-autorizzare per 10 anni la commercializzazione e coltivazione del mais transgenico Monsanto Mon 810. Si tratta dell’unico Ogm coltivato in Europa (sullo 0,119% dei terreni agricoli, secondo dati di Greenpeace), quasi esclusivamente in Spagna, con circa 80.000 ettari.

Già approvato dall’Ue nel 1998, il Mon 810 è modificato in modo che la pianta contenga una sorta di insetticida ’incorporatò contro alcune specie di lepidotteri infestanti (Piralide e Sesamia). Le critiche degli ambientalisti riguardano soprattutto i “danni collaterali” ambientali di questo Ogm, ovvero gli effetti della sua proteina insetticida Cry1Ab sulle specie di insetti ’non-target’, non dannosi per le coltivazioni. La sua ri-approvazione (la precedente autorizzazione durava 10 anni) dovrebbe permettere di continuare a coltivarlo, senza soluzione di continuità, nei paesi europei che ancora lo fanno (oltre alla Spagna, ci sono pochi ettari in Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania).

Nel frattempo, sei Stati membri hanno attivato la “clausola di salvaguardia” prevista dalla legislazione Ue, che consente un divieto nazionale temporaneo di coltivazione. I sei paesi sono Austria, Ungheria, Francia, Grecia, Lussemburgo e Germania. Tutti i tentativi di costringere alcuni di questi Stati membri a revocare i divieti nazionali, fatti fin qui dalla Commissione europea in base ai pareri dell’Efsa, sono stati respinti dalla maggioranza qualificata dei Ventisette in Consiglio Ue.

Durante l’ultimo Consiglio Ambiente dell’Ue, il 25 giugno a Lussemburgo, 11 paesi hanno chiesto alla Commissione di prevedere una modifica della legislazione comunitaria che lasci agli Stati membri la decisione finale se coltivare o no degli Ogm sul loro territorio, fatta salva la decisione a livello europeo sull’autorizzazione a commercializzare i prodotti transgenici importati.

Il parere positivo dell’Efsa non vale, di per sé, come via libera. L’autorizzazione finale viene data dalla Commissione europea, se non si manifesta una maggioranza qualificata contraria da parte degli Stati membri. Fin dall’ottobre del 1998, l’Ue non ha mai autorizzato alcun nuovo Ogm per la coltivazione in Europa, mentre la moratoria è caduta nel 2004 per commercializzare i prodotti Ogm importati. Una ventina di questi ultimi sono stati approvati, da allora, direttamente dall’Esecutivo comunitario, dopo che gli Stati membri non erano riusciti a trovare una maggioranza qualificata né a favore né contraria.

Proprio con il Mon 810 sembra arrivata l’ora della resa dei conti: per la prima volta in oltre 10 anni, gli Stati membri dovranno approvare la coltivazione di un Ogm per mantenere lo ’status quò (visto che questo mais transgenico è già coltivato) e non per modificarlo (ciò che i Ventisette hanno finora rifiutato di fare). Se una maggioranza qualificata di paesi si pronunciasse contro la ri-autorizzazione, l’Ue diventerebbe esente da coltivazioni Ogm su tutto il suo territorio.

Fonte: La Stampa

La fine della paperella

Giro di vite sui giocattoli, proibiti         

Addio paperelle galleggianti sul mare delle vacanze infantili e nei ricordi degli adulti. Una nuova Direttiva europea, pubblicata martedì sulla Gazzetta Ufficiale, in vigore tra venti giorni e a regime nel giro di due anni, dà un giro di vite in materia di sicurezza dei giocattoli, compresi quelli acquatici. Così la paperella, o qualsiasi altro divertente animale salvagente con la mutandina per infilare il piccino sgambettante, diventa a tutti gli effetti un ausilio da usare con la sorveglianza di un adulto e quindi non avrà un aspetto ludico, oltre a rispettare una normativa diversa.

Le nuove regole nascono sia dalle statistiche degli incidenti, sia soprattutto dallo sviluppo tecnologico nel settore che ha posto nuove problematiche, mentre le scoperte in campo medico hanno rivelato rischi e pericolosità ignorate nel 1988, quando fu varata la precedente direttiva in base alla quale i prodotti vengono a tutt’oggi certificati dal marchio CE. Tra le maggiori novità, come spiega Paolo Taverna, direttore di Assogiocattoli, che ieri ha fatto tappa alla Fiera di Genova con un Road show sui problemi legati a sicurezza e contraffazione, l’aumento appunto dei requisiti di sicurezza, una precisa definizione degli obblighi di fabbricante, distributore e dettagliante, la rintracciabilità dei giocattoli.

Si definisce meglio il concetto stesso di giocattolo, come sottolinea Giovanni Battista Orsi, responsabile per la normativa e sicurezza dell’associazione di categoria: è un prodotto progettato o destinato in modo esclusivo o meno a essere utilizzato per fini di gioco dai bambini di età inferiore a 14 anni. Quindi diventano a tutti gli effetti giocattoli i peluche portachiavi, gli zainetti a forma di animale e tutti i gadget e souvenir, dalle matite-Pinocchio agli astucci-pupazzo. Per contro, secondo la nuova direttiva, le biciclette con altezza alla sella maggiore di 435 millimetri non saranno più considerate giocattoli ma veicoli per strada pubblica, pertanto dovranno adeguarsi ai regolamenti del codice della strada e non avranno più il «CE» di tipo. Non sono più giocattoli le fionde, i veicoli con motore a combustione, le freccette, puzzle oltre 500 pezzi, pattini, skateboard e monopattini per ragazzi oltre i 50 chili.

Per quanto riguarda i fabbricanti, «prima di immettere sul mercato il prodotto, devono effettuare un’analisi dei pericoli chimici, fisico-meccanici ed elettrici, di infiammabilità, di igiene e di radioattività che il giocattolo può presentare ed effettuano una valutazione della potenziale esposizione a tali pericoli». Sono stati abbassati i livelli delle sostanze potenzialmente tossiche come arsenico, cadmio, cromo VI, piombo, mercurio, stagno organico; vietate le sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione. Le istruzioni e informazioni su sicurezza e rischi devono considerare l’utilizzo previsto dell’oggetto, ma anche quello possibile da parte del bambino. Il tutto ben visibile pure per acquisti on line.

Fonte: La Stampa

Classifica ‘hi-tech green’: il podio è della Nokia

La classifica, alla sua terza edizione, è stata scalata anche quest’anno dal colosso della telefonia mobile Nokia, che ha ottenuto 7,4 punti su 10

(Rinnovabili.it) – Nokia, Samsung e Sony Ericcson occupano il podio della eco-classifica stilata da Greenpeace.
“Greenpeace prende molto sul serio gli impegni volontari delle imprese, che devono rispettare quanto promesso”, ha spiegato Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace. “Non ci sono scuse per non mantenere gli impegni presi”.
Tenendo conto dell’intero processo di produzione sono risultati i marchi più virtuosi nel panoramam dell’hi-tsech, notevole anche il loro impegno in merito al riciclo e alle politiche per la riduzione delle emissioni dannose.
Rispetto all’anno passato è migliorato lo standard della LG, della Toshiba e della Motorola, mentre scende drasticamente Sony, poco impegnata nel riciclo dei vecchi prodotti.
La HP, la Dell e la Lenovo sono andate oltre il decimo posto per non aver rispettato l’obbligo di eliminare dalla produzione il Pvc e il Bfr (ritardanti di fiamma bromurati) entro il 2009. Greenpeace chiede alle aziende di eliminare Pvc e Bfr dalla produzione, in quanto considerati elementi dannosi per la salute.
Si è invece impegnato in questo senso il colosso americano Apple che, per quanto riguarda la classifica, è solo all’undicesimo posto, ancora carente nell’eliminazione delle sostanze tossiche, nell’utilizzo di fonti energetiche alternative che migliorino l’efficienza energetica.
L’ultimo posto è occupato dalla Nintendo, preceduta da Philips, Sharp, Acer e Panasonic.
“Greenpeace chiede a questi grandi marchi di impegnarsi nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e di intervenire con il loro peso economico sui governi del Pianeta affinchè, al Summit sul Clima che si terrà a Copenhagen in dicembre, si decidano accordi vincolanti per limitare al massimo l’innalzamento delle temperature”.

Fonte: La Repubblica

Clima, le pagelle del Wwf Bocciati in cinque su otto

Si fanno chiamare “otto grandi”, ma quando si tratta di tagliare le emissioni di CO2 e mettere in campo politiche per contrastare il riscaldamento globale, tanto grandi non lo sono più. E, soprattutto, da otto diventano tre. A una settimana dal G8 in programma a L’Aquila e a poco meno di sei mesi dalla fondamentale scadenza della conferenza Onu sul clima in programma a dicembre a Copenaghen, il Wwf internazionale in collaborazione con Allianz, ha distribuito, come è ormai consuetudine (vedi l’edizione 2008 e 2007), gli “Scorecards”, le pagelle sulle politiche nazionali di contrasto ai cambiamenti climatici.

Il quadro che ne emerge non è affatto rassicurante. A essere promosse, tenendo conto solo del rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica fissati dal timido Protocollo di Kyoto ma non certo di quanto occorrerebbe fare in realtà, sono solo Germania, Gran Bretagna e Francia. Bocciate, per ragioni diverse, Italia, Stati Uniti, Giappone, Russia e Canada. Molto meglio invece, soprattutto per gli impegni messi in campo, i paesi emergenti, dal Sudafrica alla Cina, dal Messico all’India, che si stanno dando tutti attivamente da fare per rallentare le future emissioni di gas serra.

GUARDA LA CARTINA INTERATTIVA

Prime della classe - si legge nel rapporto allegato agli Scorecards 2009 - sono Germania, Regno Unito e Francia, che hanno già raggiunto i rispettivi obiettivi nazionali per il Protocollo di Kyoto. L’Italia resta ferma al quarto posto per il terzo anno consecutivo, collocandosi a un livello intermedio insieme al Giappone”. Il nostro paese galleggia a metà classifica grazie a consumi energetici non particolarmente elevati che una politica inetta e indecisa, fatta di provvedimenti disorganici e spesso contraddittori, non riesce però a ridurre ulteriormente, abbassandoli ad un livello di sostenibilita. Anche se, come ribadisce  uno studio commissionato appositamente dal Wwf alla società Ecofys in vista del G8, all’Italia costerebbe davvero poco (4 miliardi di euro l’anno, lo 0,2% del Pil) per tagliare del 30% le emissioni entro il 2020.

Ancora più indietro restano il Canada, la Russia e gli Usa, anche se questi ultimi, grazie alle iniziative pianificate o annunciate dell’amministrazione Obama, hanno comunque guadagnato una posizione in classifica rispetto all’ultimo posto dell’anno scorso. La sterzata di Washington, per quanto decisa in extremis, alimenta però grandi speranze per il futuro, grazie alle fondamentali ricadute positive che la ritrovata leadership americana può mettere in moto. “La prima, vera azione da parte dei paesi del G8 - ricorda Mariagrazia Midulla, responsabile Energia e Clima del Wwf Italia - deve essere l’esempio, non si può chiedere agli altri quello che non si è (o non si è stati) capaci di fare in casa propria, quando i cambiamenti climatici sono il prodotto della nostra industrializzazione”.

Per questo il Wwf in vista del summit dell’Aquila chiede ai paesi del G8 di assumere una guida effettiva, “affrontando le questioni ambientali contestualmente con quelle economiche”. “Stabilità globale, pace e benessere - sottolinea l’associazione - possono essere raggiunte solo grazie a un ambiente sano e sicuro. Per questo il cambiamento climatico deve diventare parte integrale dei negoziati sulle misure finanziarie, le opportunità di lavoro e gli investimenti”.

Fonte : La Repubblica

Treni, l’allarme inascoltato

Un’inchiesta di Fabrizio Gatti di undici mesi fa. Sui rischi per la sicurezza nelle ferrovie italiane. Messi a tacere per salvare il lancio del Roma-Milano in tre ore e mezza

 

Pubblichiamo  l’inchiesta “Caos ad alta velocità” di Fabrizio Gatti, uscita nell’agosto scorso e, purtroppo, rivelatasi profetica

Zitti e sorridenti. Così i manager di Trenitalia si stanno avvicinando all’era dell’alta velocità. L’importante è che non si veda cosa c’è dietro.

Nessuno deve sapere che alcuni degli Eurostar che correranno a 300 all’ora tra Milano e Bologna già perdono pezzi. Oppure che le porte difettose degli Eurostar-city ogni settimana ghigliottinano le gambe di passeggeri e capitreno, con un incredibile elenco di contusi e feriti gravi. E nemmeno che negli ultimi mesi, secondo i macchinisti, sia stato sfiorato il disastro più di una volta: come il 5 aprile, quando lungo la Firenze-Roma un Eurostar partito da Milano ha perso a 220 all’ora un pezzo del tetto della locomotiva di coda, poi investito dal Roma-Udine in arrivo sul binario accanto.

Chi ne parla finisce nei guai. Uno dei ferrovieri, Dante De Angelis, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, pochi giorni fa è stato sottoposto a procedimento disciplinare con l’accusa di avere ‘procurato allarme’ e gettato ‘discredito sulla società e la sua dirigenza’: De Angelis aveva criticato in assemblea e su Internet l’efficienza delle manutenzioni.

È anche la strategia per piegare il forte sindacato nelle ferrovie: i detective della nuova rete di protezione aziendale indagano, i capisettore puniscono. E i passeggeri subiscono. A cominciare dall’accoglienza. Troppo spesso non all’altezza delle promesse. E dei continui aumenti del biglietto: più 6,5 per cento in giugno, contro una media in zona euro del 3,8.

Locomotive che si bloccano in aperta campagna, anche nell’esodo per le vacanze. Incendi a bordo. Toilette chiuse per risparmiare sulle pulizie: domenica 3 agosto, un solo bagno aperto in tutta la seconda classe dell’Eurostar Milano-Roma delle 19. Prese elettriche malfunzionanti perfino sul costoso Tbiz (93,10 euro da Milano a Roma), il treno degli affari progettato apposta perché si possa lavorare con computer e telefono durante il viaggio.

E le condizioni da dopoguerra di tutti gli altri treni: nel primo fine settimana di agosto, come nel resto dell’anno, il servizio bar su Espresso e Intercity da Roma in giù era garantito da un manipolo di pregiudicati casertani che, con gentilezze da camorristi, estorcevano a passeggeri affamati e assetati 3 euro per ogni mezza bottiglietta d’acqua. È anche per questo abbandono che dal 1995 al 2007 i passeggeri in Italia sono aumentati del 3 per cento, contro il 47 per cento della Francia e il 67 della Gran Bretagna.

L’incidente del 5 aprile lo raccontano alcuni ferrovieri ed è riportato da ‘La talpa’, il giornale dei macchinisti di Milano. Quel sabato pomeriggio l’Eurostar 9437 Milano-Napoli sta correndo a 220 all’ora lungo la Direttissima Firenze-Roma, il primo tracciato italiano ad alta velocità. Al chilometro 24, secondo le testimonianze, dalla locomotiva di coda dell’Etr 500 vola via un grosso strato di ‘imperiale’, il tetto. Un pezzo di oltre 70 chili, grande quattro metri quadri. Settanta chili a 220 all’ora dentro un finestrino avrebbero l’energia di una bomba. Questione di pochi istanti. Il pezzo cade sulle rotaie e viene investito a 205 chilometri all’ora dall’Etr 460 Udine-Roma. “Si è rischiato un impatto frontale con la cabina o un deragliamento dalle conseguenze disastrose”, spiegano i macchinisti.

Il 26 luglio la locomotiva dell’Eurostar Lecce-Milano prende fuoco in aperta campagna, a Orta Nova in provincia di Foggia. I due ferrovieri ai comandi controllano il principio di incendio con gli estintori fino all’arrivo dei pompieri. Duecento i passeggeri a bordo: vengono trasferiti su un altro treno che arriva a Milano di notte, annuncia Trenitalia, con “224 minuti di ritardo”. Altro principio di incendio, con una passeggera intossicata, il 22 luglio. Questa volta è l’Eurostar 9387 Roma-Reggio Calabria.

Il treno resta bloccato alla stazione di Pisciotta, in provincia di Salerno. I passeggeri raccontano dai cellulari che le carrozze sono invase dal fumo. E che il personale di bordo non ha né chiavi né cacciaviti per aprire lo sportello da dove esce la puzza di bruciato. 14 luglio, alla stazione di Foggia, scoppia la rivolta sull’Eurostar Lecce-Roma per un guasto al sistema di ventilazione di tre carrozze. I finestrini sono sigillati e il sole picchia sulle lamiere.

L’8 luglio un problema tecnico cancella la partenza dell’Eurostar Reggio Calabria-Roma e i passeggeri devono aspettare il treno sostitutivo.

Il 23 giugno un altro Eurostar Reggio Calabria-Roma pieno di gente si pianta vicino a Sapri, in provincia di Salerno. Fuori uso il motore, si blocca l’aria condizionata.

Guasti che provocano incendi non sono una novità sugli Etr, i treni italiani ad alta velocità. La serie nera comincia lo scorso autunno. Un caso il 20 novembre 2007 con un Etr 460, un altro l’11 dicembre con un Etr 470. Tre principi di incendio in gennaio sui modelli 470, 485 Tbiz e il 460 che il 25 gennaio resta immobile nella galleria San Donato vicino a Firenze. E ancora fumo e fuoco a bordo il 15 febbraio su una locomotiva della flotta Tbiz.

Il 7 gennaio si è rischiato grosso. Ecco cosa scrivono gli otto rappresentanti dei dipendenti per la sicurezza a Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, la holding che controlla Trenitalia. “Il 7 gennaio scorso, nei pressi di Orvieto, il personale del treno 9312 Roma-Bolzano (Etr 485) e gli stessi passeggeri, mentre viaggiavano alla velocità di 220 chilometri all’ora, hanno avvertito un forte rumore seguito da contraccolpi e sobbalzi delle prime vetture. Dopo l’immediato arresto del treno…è risultato il distacco dell’albero di trasmissione del secondo motore della vettura di testa, la distruzione e il danneggiamento di numerose apparecchiature meccaniche ed elettriche del sottocassa delle prime vetture e danni al binario. In particolare si è accertata la distruzione della gabbia metallica posta a protezione dello stesso albero di trasmissione e la rottura delle travi di sostegno della cassa. A seguito di ciò si è verificato un principio di incendio…”.

I delegati per la sicurezza di Trenitalia sanno bene che pericolo abbiano corso personale e passeggeri: “Il rischio è talmente elevato”, scrivono a Moretti, “che nessuno è autorizzato a confidare nelle fortunose circostanze che fino a oggi hanno evitato gli eventi facilmente immaginabili”.

L’Etr 485 Tbiz ha insomma rischiato di volare a 220 all’ora fuori dalle rotaie. “Dopo lo scontro frontale è il tipo di incidente più pericoloso che possa capitare a un treno ad alta velocità”, spiega un macchista chiedendo l’anonimato: “La rottura ha interessato i binari. Questo significa che se il pezzo dell’albero di trasmissione si fosse puntato contro le traversine, l’effetto catapulta avrebbe sollevato la locomotiva scaraventando il treno a 220 all’ora giù dalla massicciata o contro le pareti di una galleria. Di questo stiamo parlando”.

Un esposto viene depositato in Procura a Bologna, dove l’Etr 485 danneggiato è in attesa delle riparazioni. Secondo la relazione, l’incidente del 7 gennaio è identico a quello del 20 novembre 2007. Alcuni macchinisti propongono per precauzione di autoridursi la velocità a 160 chilometri orari. Il 5 febbraio Trenitalia annuncia ai rappresentanti per la sicurezza che i tecnici hanno scoperto le cause e hanno corretto i protocolli di manutenzione.

“Sulla base di questi provvedimenti”, scrivono i rappresentanti dei macchinisti in un comunicato interno, “che l’azienda ha garantito essere sufficienti per prevenire nuovi casi, abbiamo ritenuto opportunoristabilire la normale velocità di marcia“. Dieci giorni dopo, il 15 febbraio, scoppia un incendio sulla locomotiva di un Tbiz Roma-Milano. Anche su quel treno si blocca un asse di trasmissione. La rottura avviene in una galleria tra le stazioni di Orte e Orvieto mentre l’Etr 485 corre a 220 all’ora.

Una decina di cedimenti gravi con incendi a bordo in poco più di sei mesi. Se Trenitalia fosse una compagnia aerea, probabilmente verrebbe messa a terra. E quando un treno viaggia tra i 200 e i 300 chilometri orari, la differenza con un aereo è solo nelle ali. Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Fs, il 29 maggio annuncia a Radiorai di avere ridotto le perdite nel 2007 da oltre 2 miliardi di euro a 409 milioni. Un taglio netto di spesa di 1.700 milioni di euro. Ovviamente Trenitalia smentisce che in questi risparmi rientri la manutenzione. Anzi, spiega la società, secondo le statistiche sugli incidenti abbiamo le ferrovie più sicure di tutta Europa.

L’alta velocità al Nord è questione di giorni. Poco più di cento all’inaugurazione della Milano-Bologna, avverte il grande orologio davanti alla stazione di Milano Centrale. Il 14 dicembre, secondo il sito di Trenitalia, partiranno i primi treni veloci per arrivare a Bologna in un’ora contro l’ora e 42 minuti attuale, per poi proseguire verso Roma sulla vecchia rete. Ma è solo una tappa del progetto Torino-Milano-Venezia e Milano-Salerno. Le linee da 300 all’ora già in servizio sono la Roma-Salerno e la Torino-Novara.

Nel 2009 saranno inaugurate la Bologna-Firenze (72 chilometri di gallerie e 20 di viadotto) e la Novara-Milano. Nel 2011 la Firenze-Roma. Nel 2013 toccherà ad altri tre collegamenti: Milano-Verona, Padova-Mestre e Verona-Padova. E dal 2011 Trenitalia o la società pubblica che verrà creata apposta per l’alta velocità dovrà competere con i privati. Come la Nuovo trasporto viaggiatori, fondata da Luca di Montezemolo, ex presidente di Confindustria, Diego Della Valle, l’industriale simbolo della scarpa italiana, e Gianni Punzo, l’imprenditore napoletano che del boss della camorra Carmine Alfieri, ha detto ai magistrati: “Pago la mia abilità di ‘pattinare’. Non ho mai negato di conoscere Carmine Alfieri sin dal 1959 e che questa persona mi abbia fatto timore in un certo momento della mia vita. Non sono un eroe”. Trenitalia perderà così il monopolio sulla Milano-Roma, l’unica linea davvero redditizia. Ma manterrà l’esclusiva delle perdite nel resto d’Italia. Perdite che pagheremo tutti noi cittadini: con ulteriori aiuti di Stato oppure con la soppressione dei collegamenti, il taglio di posti di lavoro e un Paese ancor più diviso. Esattamente come sta succedendo per Alitalia.

Montezemolo e Punzo, se saranno capaci, si prenderanno soltanto i profitti. Perché il colossale investimento per i binari su cui correranno i loro treni rossi lo stanno sopportando le Ferrovie dello Stato, cioè tutti gli italiani che pagano le tasse. È una corsa contro il tempo. E siamo in puntuale ritardo. Nel 2001 le Fs promettevano che già nel 2006 saremmo andati da Roma a Milano in tre ore. Francesi e spagnoli sono stati più rapidi nella realizzazione dei progetti e nel contenimento dei costi.

Ma Francia e Spagna, si sa, non hanno da mantenere il peso morto di mafia, ‘ndrangheta e camorra e dei loro padrini che condizionano anche le grandi opere: dai subappalti alle forniture di cemento, manodopera e caporalato, in una filiera di cui alla fine si perdono i legami. Ecco le conseguenze: nel 1991 per i 204 chilometri della Roma-Napoli era stata prevista una spesa di 1.994 milioni di euro con un costo a chilometro di 9,77 milioni, nel 2007 è stato raggiunto il record di 6 mila 235 milioni, cioè 30,56 milioni a chilometro. Per l’Ave da Madrid a Barcellona, l’Alta velocidad española, l’aumento dei costi non ha superato il 30 per cento delle previsioni.

Il risultato è che Trenitalia userà per l’alta velocità gran parte degli Eurostar che già circolano. La novità è un’apparecchiatura che le officine di manutenzione stanno installando sulle locomotive. Si chiama Sistema di controllo marcia treno (Scmt): una sorta di pilota automatico prodotto dalla francese Alstom, in grado di leggere segnali e velocità massima e di attivare il freno se i limiti vengono superati. Uno strumento che, stando ai programmi di Trenitalia e la preoccupazioni dei sindacati, porterà la riduzione dei macchinisti da due a uno. Ma che, secondo l’amministratore delegato Mauro Moretti, ha già rivelato un difetto di progettazione: “I due sistemi di sicurezza, uno su una locomotiva e uno sull’altro, non dialogano tra loro”. È la causa degli incidenti che il 14 e il 22 lugliohanno spezzato due Eurostar senza passeggeri durante le manovre in stazione Centrale a Milano.

Prova che qualcosa non va nei programmi di aggiornamento del personale o nel controllo qualità delle forniture: perché per due volte i macchinisti o i manovratori si sono dimenticati di disattivare il dispositivo nelle locomotive di coda. E quando i motori hanno trainato il treno nella direzione opposta, il pilota automatico di coda ha attivato i freni su tutte le ruote. Un braccio di ferro tra locomotive finito in pochi secondi con la rottura di un gancio tra le carrozze.

Se l’alta velocità si sta mangiando tutti i bilanci, ben poco resta all’altra velocità: l’Italia da Venezia a Udine, da Caserta a Palermo, dal Brennero a Lecce, da Genova a Roma, costretta a rallentare a ritmi anni ‘70 su regionali, treni Espresso, Intercity. Con retroscena tecnici sempre più preoccupanti. Da qualche mese i ferrovieri denunciano il montaggio a bordo di porte killer. Anche sugli Eurostar-city, versione rimodernata degli Intercity.

Il 7 giugno a Modena due passeggere finiscono in ospedale: colpite dalla chiusura improvvisa della porta mentre stanno scendendo dal Bologna-Milano. Il 19 maggio a Pavia 16 passeggeri vengono presi a schiaffi e ‘ghigliottinati’ da 17 porte dell’Intercity plus Milano-Genova che si aprono e richiudono impazzite, senza che i ferrovieri possano fare nulla. Qualcuno resta incastrato e conclude il viaggio al pronto soccorso.

Undici i guasti di questo tipo soltanto nel mese di aprile, secondo un dossier della Cgil di Pisa. Almeno 800 segnalazioni di cattivo funzionamento in due anni. Incidenti che hanno provocato anche l’amputazione delle gambe a capitreno e passeggeri. Proprio per la chiusura improvvisa di una porta il pomeriggio del primo marzo 2007 alla stazione di Milano Lambrate Alessandra C., 15 anni, cade con le gambe sotto le ruote del regionale per Albenga. Andrebbero sostituite 9.356 porte diffettose su 2.339 carrozze in tutta Italia. Un spesa di 14 milioni.

Più o meno la stessa cifra che le Ferrovie, nonostante i risultati disastrosi, hanno pagato come buonuscita agli ex presidenti Elio Catania (7 milioni di euro nel 2006) e Giancarlo Cimoli (6,5 milioni nel 2004). La sicurezza può attendere, i supermanager no. Nei consigli di Trenitalia per l’estate si legge anche questo: “Se si prende a morsi un meritato panino, non è del tutto sbagliato stare attenti a non spargere le briciole ovunque”. Non un solo avviso sulle porte killer. L’importante è che nessuno sappia.

Fonte: L’Espresso

Coste assediate dal cemento Un reato ogni 500 metri

Partita da Grado la nave di Legambiente per monitorare la qualità dell’acqua dei nostri mari. In attesa delle bandiere blu ecco quelle nere, date ai nuovi “pirati” del Mediterraneo

 Salpa da Grado la Goletta Verde di Legambiente per una circumnavigazione della Penisola che si concluderà in Toscana il 17 agosto. Lo storico veliero Catholica percorrerà circa 2000 miglia per monitorare la salute del mare, denunciare i casi di mala gestione e gli abusi edilizi sui litorali, coinvolgere i cittadini informandoli sui nostri diritti e doveri nei confronti del mare nostrum.

Mare Mostrum 2009. Calcestruzzo illegale o “legalizzato”. Si conferma ancora una volta il cemento il peggiore nemico delle coste italiane. Tra villette per le vacanze, grande alberghi a strapiombo sul mare o porti turistici con ristoranti e shopping center sono davvero migliaia i nuovi edifici che ogni estate spuntano lungo le coste italiane. Solo nel 2009 intorno al ciclo del mattone selvaggio si sono registrate esattamente 3.674 infrazioni, sono scattati 1.569 sequestri e 4.697 denunce. “Abbattere diviene la parola d’ordine per vincere la guerra contro il cemento abusivo che devasta le nostre coste e che nelle regioni del sud è diventato, negli ultimi decenni, una vera e propria piaga”, ha spiegato Sebastiano Venneri, vicepresidente e responsabile mare di Legambiente alla presentazione del dossier a Roma.

Due reati ogni chilometro di costa. Ma il mare italiano non soffre solo il mal di cemento, è afflitto anche da tanti altri guai: scarichi illegali, cattiva depurazione, pesca di frodo, infrazioni al codice della navigazione sembrano, infatti, non passare mai di moda. Crescono, quindi, le infrazioni accertate che passano da 14.315 nel 2007 a 14.544 (+1,6), quasi 2 reati a chilometro lungo i 7.400 di costa del Belpaese. Aumentano anche le persone denunciate che da 15.756 arrivano a 16.012 (+1.6%) mentre, parallelamente, diminuiscono i sequestri che da 4.101 scendono a quota 4.049. A guidare la classifica dell’illegalità costiera è la Campania, con 2.776 infrazioni accertate dalle Forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto, seguita da Sicilia (2.286), Puglia (1.577) e Calabria (1.435).

I pirati del mare 2009. Al lavoro di denuncia contro le spiagge blindate Legambiente aggiunge anche la consueta lista delle Bandiere Nere 2009 recapitate a coloro che hanno danneggiato il mare e la sua costa. E’ il vessillo meno ambito d’Italia proprio perché segna i “nuovi pirati del mare”: amministrazioni, politici, imprenditori, società private che si sono contraddistinti per attacchi o danni all’ambiente marino e costiero. Le bandiere nere 2009 sono state assegnate pari merito a: “Volare Venezia” per il progetto di villaggio turistico su palafitte nel Delta del Po, su scanno Palo, a Porto Tolle; al comune abruzzese di Francavilla per un resort sulla spiaggia; al municipio di Termoli in Molise per la scelta di costruire un deposito ittico a ridosso delle mura medievali del borgo antico; al sindaco di Crotone per il mancato abbattimento degli abusi nell’area archeologica calabrese di Capo Colonna; alla città di Palermo per il mancato abbattimento delle ville abusive costruite dalla mafia negli anni 70 a Pizzo Sella; alla Campania per la mancata depurazione delle acque del litorale Domizio-flegreo; alla provincia di Latina e al sindaco di Sabaudia per le aggressioni al lago di Paola. Neppure le coste toscane e liguri sono immuni dal vessillo nero; il comune livornese di San Vincenzo l’ha ottenuta per la speculazione edilizia nella tenuta di Rimigliano e il porto di Imperia per aver realizzato uno degli approdi più grandi della Riviera.
Fonte : La Repubblica

Brutti, repellenti e sgraziati ma da salvare dall’estinzione

SI FA PRESTO a fondare un’associazione per salvare il rinoceronte, con quei cuccioli dagli occhi imploranti, o la balena, che ci incanta con le sue evoluzioni fuori dall’acqua. Ma quanti sono disposti a impegnarsi perché non si estingua un essere repellente come il necroforo americano, un coleottero che usa le carcasse di animali come nido in cui allevare i piccoli? Il bello è che nelle liste di specie minacciate dall’estinzione non ci sono solo lupi dagli occhi magnetici, tigri dal portamento maestoso e cetacei dall’intelligenza quasi umana, ma anche uccelli dai bargigli schifosi, vermi striscianti e rettili pericolosi. E i brutti hanno ottenuto fino a oggi meno attenzione e meno soldi, ma le cose, osservano gli esperti, stanno cambiando.

Gli elenchi. Il principio che ha guidato i compilatori delle liste di specie a rischio, 35 anni fa, è stato un po’ quello biblico di Noè: salviamo tutti. Ma in passato sono stati parecchi gli animali lasciati fuori dall’arca perché non erano “carini” o “alla moda”. Altre volte a salvare una specie non è stata la bellezza, ma la bontà delle sue carni e il suo valore economico, come nel caso dei salmoni, che hanno ottenuto negli Stati Uniti più finanziamenti per programmi di salvaguardia di altre 956 specie messe tutte insieme. Un dato parla chiaro: delle 15 specie dichiarate “salvate” dagli Stati Uniti in base a programmi di salvaguardia ci sono tre piante di cui nessuno sa il nome, due uccelli tropicali e ben 10 animali che starebbero bene su una t-shirt, quali lupi, aquile, orsi e pellicani. Al contrario, un bruttone come il condor californiano ci ha letteralmente rimesso le penne già negli anni Ottanta.

Le nuove strategie. A parlare di inversione di tendenza sono gli esperti dell’US Fish and Wildlife Service, al quale spetta almeno negli Stati Uniti di coordinare i programmi di protezione di fauna e flora. Gli addetti ai lavori assicurano che al momento i fondi vengono distribuiti tenendo conto del maggior rischio di estinzione di alcune specie. Nonostante ciò, al top della lista di quelli che ricevono più fondi ci sono i belli e commestibili, come salmoni, trote, tartarughe marine, aquile, orsi, un solo insetto e nessuna pianta.

È particolarmente indicativa la scarsa attenzione per le piante: salvare una specie vegetale significa spesso proteggerne molte altre animali, perché la scomparsa di un solo elemento nell’ecosistema interrompe un equilibrio delicato. In questo senso l’amatissimo panda è il simbolo della stretta connessione tra regno vegetale e animale: se non si salvano le foreste di bambù, non si salverà neanche chi se ne nutre. Talvolta i piani di finanziamento tengono conto di questa delicata catena: per il salmone Chinook sono stati stanziati almeno 69 milioni di dollari e di questa somma una parte è andata anche a beneficio di insetti, molluschi, piccoli crostacei che servono all’habitat del pesce.

I segnali del cambiamento, per i ricercatori americani, sono piccoli, ma esistono. Il coleottero di cui si diceva all’inizio ottiene oggi tre volte tanto in finanziamenti rispetto a dieci anni fa. E spesso molluschi, vermi e invertebrati ricevono nuova attenzione grazie al timore dei disastri del cambiamento climatico: sono loro i migliori indicatori che qualcosa non va.

La riscossa dei brutti d’Italia. Quanto accade negli Stati Uniti è emblematico di una tendenza globale. “È un problema diffuso - spiega Piero Genovesi, ricercatore dell’Istituto Superiore per la protezione e la Ricerca Ambientale - e un buon esempio è quello delle politiche di reintroduzione delle specie minacciate. In Europa in generale si è pensato a orsi, stambecchi e falchi, ben poco agli invertebrati, che invece sono il 90 per cento delle specie a rischio”. Esistono in proposito politiche europee ben definite, per cui i fondi dovrebbero servire a proteggere tutte le specie minacciate e non le più carismatiche, ma poi a influire sulla scelta dei progetti sono le associazioni, le esigenze di immagine e le scelte locali. Ve lo immaginate un parco o un comune che scelgano come animale simbolo un insetto? Basta un esempio: l’orso abruzzese ha finora beneficiato di oltre 11milioni di stanziamenti per vari progetti, l’euprotto sardo (Euproctus platycephalus), un tritone endemico nell’isola, a rischio come molti altri anfibi a causa di un fungo patogeno, sembra destinato all’estinzione.

Eppure c’è speranza per i brutti: “A confermare la tendenza di un’attenzione maggiore verso specie meno conosciute e “simpatiche” - dice Genovesi - ci sono numerosi studi sui finanziamenti dei progetti di salvaguardia. Non si deve sottovalutare infatti che non sono soltanto gli animali brutti ad essere negletti, ma anche i Paesi o le regioni più povere, per cui se Australia, America del Nord ed Europa possono impegnarsi per salvare le loro specie, non succede altrettanto nei Paesi poveri. In ogni caso, a livello europeo negli ultimi anni le direttive sono state quanto mai chiare: bisogna lavorare di più sulle specie a maggiore rischio, non su quelle più belle”.

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  • Fonte : La Repubblica

    Greenpeace, il Mediterraneo un mare d’inferno

     

    Greenpeace lancia oggi il rapporto “Un Mare d’Inferno – il Mediterraneo e il cambiamento climatico”, che conferma che anni di ricerche scientifiche ormai dimostrano in modo inequivocabile che anche il Mediterraneo sta cambiando, Alto Adriatico, mari del sud Italia (Sicilia, Puglia e Calabria), e Alto Tirreno (soprattutto Arcipelago Toscano e mar Ligure) registrano già gravi danni a causa del cambiamento climatico.Il rapporto è una rassegna di alcuni esempi eclatanti, e di certo non è esaustivo dell’enorme mole di dati scientifici noti. Con una bibliografia di quasi trenta pubblicazioni scientifiche, lo scopo del rapporto è di mettere a disposizione di tutti, con un linguaggio semplice e franco, le “prove” di un fatto ormai ben noto agli scienziati: il cambiamento climatico è già tra noi.«Non è più questione di “se” o di “ma”. Ormai siamo dentro il cambiamento climatico e dobbiamo intervenire con urgenza per arrestare una deriva che rischia di essere incontrollata e irreversibile- spiega Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. -Occorre immediatamente ridurre, e poi azzerare, le emissioni di gas serra e, nel frattempo, irrobustire i nostri ecosistemi, compreso il mare, per evitarne il collasso».

    Il rapporto evidenzia come il cambiamento climatico non agisce in isolamento, ma insieme a troppi altri fattori di degrado quali l’inquinamento, la distruzione delle coste e la pesca eccessiva e distruttiva. E’ necessario gestire meglio le attività umane che operano sul mare e uno degli strumenti più utili in tal senso sono le riserve marine.

    «Dobbiamo mettere al sicuro grandi aree di mare per garantire il funzionamento di questo ecosistema- aggiunge Giannì. -Un mare in salute potrà resistere meglio allo stress imposto dal riscaldamento globale, mentre un mare malato non ce la farà. E noi con lui! ».

    Greenpeace ha presentato una proposta per una rete di Riserve Marine che copra il 40% del Mediterraneo, lungo le coste e in altura per proteggere specie ed habitat costieri e marini che siano più sensibili al cambiamento climatico. La realizzazione di questa rete, al 2012, è stata decisa dalla Convenzione di Barcellona (il principale Accordo Internazionale per la protezione del Mediterraneo) con la Dichiarazione di Almeria, adottata nel gennaio 2008.

     

    Fonte: La Stampa

    Strage di cani a Paternò

    Non ci sono parole per commentare un episodio di tale gravità che va assolutamente punito: oltre una dozzina di cani sono morti tra atroci sofferenze a Paternò (provincia di Catania) avvelenati con salsicce mescolate con sostanze letali.
    Nel video qui di seguito le sconvolgenti immagini dei cani morti per strada con il sangue che esce dalla loro bocca e i commenti di alcune persone che conoscono la realtà dei randagi in paese.

    Decalogo per ecoparrucchieri meno acqua e meno energia

    La bellezza ha un costo. Le creme al piombo rendevano morbida la pelle delle nobildonne e delle cortigiane del Settecento a prezzo di un avvelenamento da metalli pesanti. Oggi quel rischio è tramontato, ma il prezzo in termini ambientali resta alto. Il lavoro dei 150 mila parrucchieri italiani comporta l’emissione di 800 mila tonnellate di anidride carbonica: l’equivalente delle emissioni annuali di 200 mila auto che percorrono 30 mila chilometri.

    Senza turbare l’estetica dei clienti se ne potrebbe tranquillamente risparmiare la metà. “Con l’ecodecalogo che abbiamo proposto si può evitare di consumare fino all’80 per cento dell’energia usata per illuminare i saloni e fino a due terzi dell’acqua usata per i lavaggi, 365 mila litri per un salone medio”, calcola Sergio Andreis, direttore del Kyoto club che ha lanciato il progetto assieme a L’Oreal professionnel e Federparchi.

    Ecco alcune delle buone pratiche consigliate per tagliare gli sprechi: acquisto di apparecchi elettrici di classe A+ (con un asciagacapaelli o un casco più efficienti si risparmia l’emissione di 240 chili di anidride carbonica l’anno); controllo della climatizzazione (oscurando le superfici vetrate su cui batte il sole si ottiene un risparmio che arriva al 30 per cento); aumentare la raccolta differenziata; spegnere sempre phon e piastre quando non vengono usati.

    Ai parrucchieri che aderiscono viene proposto un percorso che parte da una fase di audit dei consumi energetici. I tecnici di AzzeroCO2 hanno misurato i consumi scoprendo che un salone di medie dimensioni utilizza 6 mila chilowattora l’anno per asciugare i capelli e 216 chilowattora per le piastre. Questi numeri possono essere drasticamente ridotti e poi, eventualmente, compensati per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica piantando alberi. Seicento parrucchieri hanno già aderito ai corsi di formazione e 4.000 si sono dichiarati interessati alla proposta. L’Oreal parteciperà al progetto contribuendo alla realizzazione di un impianto di fitodepurazione nel parco dell’Alcantara, in Sicilia.

    Fonte: La Repubblica

    Dolomiti patrimonio dell’Unesco? la decisione entro pochi giorni

    dolomitiSi saprà entro questa settimana se i “giganti di pietra”, le Dolomiti, eccezionali testimonianze fossile che affascinano per la loro bellezza e unicità, saranno patrimonio naturale dell’Unesco.
    Il processo di candidatura avviato già nel 2004 condotto, su affidamento dello Stato Italiano, dalle cinque province di Belluno, Bolzano, Pordenone, Trento e Udine, è ormai alla fase finale. A Siviglia, nella regione andalusa della Spagna, è riunito il Comitato dell’Unesco che fra pochi giorni comunicherà la decisione finale. Il lavoro comune delle cinque province ha portato alla candidatura delle Dolomiti come bene seriale vale a dire come insieme organico sia dal punto di vista geografico-paesaggistico, sia da quello geologico-geomorfologico.
    I nove gruppi dolomitici - Pelmo-Croda da Lago, Marmolada, Pale di San Martino-San Lucano, Dolomiti Bellunesi, Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave, Dolomiti Settentrionali, Puez-Odle, Sciliar-Catinaccio- Latemar, Bletterbach, Dolomiti di Brenta - occupano un’area di 142.000 ettari e comprendono anche gli 85.000 ettari delle cosidette “aree cuscinetto”. Cinque territori con ordinamenti e lingue differenti (italiano, tedesco, ladino e friulano) per un sito che, se sarà compreso nell’Unesco, costituirà anche una imperdibile occasione per ragionare sui temi della montagna.
    Se il riconoscimento andrà a buon fine, la specificità culturale del territorio dolomitico, il paesaggio e patrimonio naturale, lo sviluppo sostenibile e una diversa concezione di turismo saranno i temi da affrontare con nuova consapevolezza e responsabilità amministrativa per garantire nel tempo la durata dei valori universali.
    L’Italia è lo stato con il maggior numero di siti Unesco, ben 42 quelli culturali e solo 1 naturale - le isole Eolie - . Ma le Dolomiti - qualora diventassero sito Unesco - rivestono un importante ruolo anche a livello europeo: aggiungendosi ai Beni già presenti in Svizzera e Austria potrebbero contribuire in modo significativo a comporre il sito Unesco delle Alpi. Le Dolomiti costituiscono il modello originario di quella tipologia di paesaggio definito - appunto - dolomitico che, nella contrapposizione di forme e di colori, trova il tratto più caratterizzante. Se il riconoscimento andrà a buon fine le cinque Province interessate daranno vita ad una Fondazione per la gestione del Bene universale e che costituisca il referente unico con il World Heritage Committee.

    Abruzzo, emergenza acqua dopo il sisma Rischiamo di dover chiudere i rubinetti

    Mentre le scosse tornano, minacciose, all’Aquila c’è chi guarda con terrore alla montagna. Lì, alle pendici del Gran Sasso, la notte del 6 Aprile si è sfiorata una seconda catastrofe. Per qualche frazione di secondo il flusso della sorgente che alimenta l’acquedotto è diminuito. Quasi interrotto. Poi è ripreso più forte. Devastante. Dai 470 litri al secondo è schizzato ai 580. E lì dove le condotte, costruite trasversalmente alla faglia, si erano scollate per la scossa è uscito a una pressione tale da aprire una voragine e trascinare a valle un fiume di detriti che ha allagato le cantine e sommerso per metà le auto parcheggiate nelle case sottostanti. Ma l’acquedotto del Gran Sasso, che incanala la fonte scoperta per caso durante i lavori del Traforo e alimenta tutto l’aquilano e il teramano, invece, non ha ceduto. Tiene. Grazie anche a due riparazioni di emergenza «temporanee».

    Ma per quanto reggerà? Se lo chiedono alla Gran Sasso Acqua spa che dal 6 aprile fronteggia un’emergenza destinata a sferrare il colpo fatale alla ripresa della città, se non  si interverrà in tempo. «La rete idrica, 2500 chilometri di condutture, è stata ridotta dal terremoto in una condizione di disastro» spiega l’ingegner Aurelio Melaragni, direttore tecnico dell’azienda totalmente partecipata pubblica (dal comune dell’Aquila al 46% e dagli altri comuni all’1,54% ciascuno). «Arrivano tra le 20 e le 25 richieste di intervento al giorno già ora che la città è quasi vuota e i rubinetti sono chiusi. Noi dobbiamo subito mettere in sicurezza le sorgenti e la rete. Abbiamo un depuratore fuori uso. E la rete fognaria danneggiata». Ma con quali soldi? Le casse dell’azienda sono a secco. Dal 6 Aprile non riscuote le bollette ma continua ad erogare il servizio idrico e fognario alla città e alle tendopoli. E il responsabile amministrativo Raffaele Giannone rivela: «Stiamo andando avanti con liquidità accantonata e con i mutui. Noi non siamo l’Enel che incassa in tutta Italia e altrove. I nostri utenti sono tutti terremotati e sfollati. Se non arriva subito un contributo di 13.853mila euro del mancato incasso e dei costi straordinari affrontati saremo alla bancarotta. E a ottobre saremo costretti a chiudere l’azienda, ma anche i rubinetti di tutta la città e i comuni».

    Fonte: Corriere della Sera

    ECO-ENERGIA: ASSOCIAZIONI,RISCHIO NUOVO STOP PER RINNOVABILI

    Non c’e’ pace per le rinnovabili in Italia. Dopo l’applicazione della normativa, emanata dal ministero dello Sviluppo Economico appena sei mesi fa, e’ ora in discussione al Parlamento un emendamento con la modifica del Ddl 1441-ter-B che, di fatto, sposta l’obbligo dei Certificati Verdi (CV) dai produttori ai distributori con implicazioni per il mercato delle fonti rinnovabili. Lo rendono noto le Associazioni Anev, Assolterm, Fiper, Gifi, Greenpeace Italia, Gses, Ises Italia, Itabia, Kyoto Club e Legambiente. Finora i produttori erano obbligati, infatti, a produrre una percentuale crescente di energia pulita su quella fossile (4,55% l’obbligo del 2009) con l’esenzione dei primi 100GWh ed erano, quindi, stimolati a produrre da fonti rinnovabili. Inoltre i produttori erano in numero esiguo e facilmente controllabili rispetto al numero molto piu’ rilevante di distributori che, a questo punto, immetteranno energia senza nessun obbligo di distribuirne da fonti rinnovabili. Il rischio, paventato dalle associazioni, che chiedono la modifica del provvedimento AC 1441-ter-B, al comma 16 e 17 dell’ articolo 27, e’ che salti la stabilita’ del mercato dei CV (finanziabilita’ dei nuovi progetti e flussi economici degli impianti gia’ finanziati), considerando anche che il decreto operativo dovrebbe essere emanato entro sei mesi, e ricordano che sono ancora in attesa del precedente decreto dal 2003. Tale criticita’ si ripercuoterebbe, inoltre, sull’industria italiana delle rinnovabili e sul livello di occupazione che il settore sta garantendo (in controtendenza rispetto al quadro nazionale) e comporterebbe ritardi rispetto agli obiettivi ambientali ed energetici che l’Italia ha assunto in sede comunitaria e internazionale oltre al fatto che, nella prossima riunione di Copenaghen il prossimo dicembre, le cose potrebbero ulteriormente modificarsi.

    Fonte : Ansa

    Spiaggia per spiaggia il voto dell’agenzia Ue dell’ambiente

    È tempo di vacanze e per molti la meta tanto agognata è una località di mare o, magari, qualche paesino sulle rive di un lago o di un fiume. Ma come fare a scoprire se l’acqua in cui sogniamo di immergerci per un bagno è di buona o di cattiva qualità? Un consiglio può venire da un sito creato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) che permette di cercare la località desiderata, inserendo il nome in un apposito motore di ricerca, ed avere una valutazione sulla qualità delle acque di balneazione in quell’area. Il portale Eye on Earth, creato in collaborazione con Microsoft, con il suo servizio Water Watch, monitora ben 22.000 località europee, con un indicatore “a semaforo” (verde, giallo, rosso) che fornisce un indice user-friendly sulla qualità delle acque. Per ciascuna località gli utenti possono dare il proprio voto, pubblicare i propri commenti per ciascuna spiaggia monitorata dalla Aea e leggere le opinioni degli altri visitatori. In alcuni casi, è possibile anche vedere immagini dei luoghi e collegarsi a webcams.

     

    La situazione in Italia. Con 5.684 siti di balneazione dei quali 4.917 costieri e 767 interni (55 lungo i fiumi e 712 sui laghi) l’Italia conta circa il 26,5% del totale Ue. Nel 2008 (periodo compreso tra il 1° maggio e il 30 settembre), delle acque di balneazione costiere il 92,8% (4.563) ha rispettato i valori limite obbligatori, una percentuale che scende al 65,8% (505) per quanto riguarda le acque interne. Dalla relazione annuale sulla qualità delle acque di balneazione, presentata lo scorso 11 giugno dalla Commissione europea e dall’Agenzia europea dell’ambiente, emerge che sulle coste italiane la percentuale di acque di balneazione che registrano parametri non conformi ai valori stabiliti è aumentata dallo 0,4% del 2007 allo 0,9% del 2008 (42 acque di balneazione). Sempre lo scorso anno, il 6,1% delle acque costiere è stato interdetto nel corso della stagione. Per quanto riguarda le acque interne, in cinque casi (0,7%) non rispettavano i valori obbligatori. L’elenco dei tratti di costa italiana dove è vietata la balneazione per inquinamento o per altri motivi - quali la presenza di parchi marini, zone militari, porti e aeroporti - è pubblicato sul sito del ministero della Salute e aggiornato in tempo reale.
    Il sito Eye On Earth permette di cogliere, con un colpo d’occhio, la valutazione dell’Aea. Promosse nel complesso le acque italiane: qualche bollino rosso (qualità scandente delle acque), per esempio, in alcune zone della Liguria e in Veneto, in alcune località nella fascia costiera che va da Sottomarina alla foce del fiume Adige. L’Agenzia europea dell’ambiente mette anche a disposizione un sistema di ricerca dati che permette di valutare la qualità delle acque monitorate nei ventisette paesi dell’Ue e, per quanto riguarda l’Italia, nelle singole regioni e province.
    Migliora la qualità delle acque di balneazione nella Ue. Stando al rapporto, complessivamente la qualità delle acque di balneazione nell’UE è notevolmente migliorata rispetto al 1990: in diciotto anni, infatti, il tasso di rispetto dei valori obbligatori (requisiti minimi di qualità) è salito dall’80% al 96% per le acque costiere e dal 52% al 92% per quelle interne.
    Fonte: Il Sole 24 ORE

    Turisti e sub? Teneteli lontani dalle riserve naturali

    Il dibattito sui parchi dopo la proposta Prestigiacomo
    MARIO TOZZI
    L’avvistamento di una foca monaca all’isola del Giglio ha avviato il dibattito sulla gestione delle riserve naturali italiane. Su «La Stampa» il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha sostenuto la necessità di aprire ai privati le aree marine protette. Mario Tozzi, presidente del Parco dell’Arcipelago toscano ed editorialista de «La Stampa» apre il dibattito.Prendiamo per ottimo l’impegno del ministro Prestigiacomo per la difesa dei nostri mari, ma sarebbe forse opportuno partire comunque dai dati concreti, che, nel caso dell’arcipelago toscano (dove è stata avvistata l’ormai famosa foca monaca), sostengono si tratti forse delle uniche aree di ripopolamento faunistico del Tirreno centrale e delle sole praterie di posidonia ancora in relativa buona salute. Nel contempo, però, soffrono una sovrappressione turistica che minaccia da vicino la biodiversità e i fondali.Il ministro asserisce che le aree marine protette si fanno sulla spinta delle popolazioni locali, ma che succede se gli amministratori locali, per caso, non sono sensibili alle tematiche ambientali supportate scientificamente e inseguono solo profitti e svendite di territorio? Non c’è forse un obbligo europeo e nazionale alla conservazione di un patrimonio che è di tutti, e non solo degli isolani? Ma nel caso specifico c’è di più: la proposta di istituzione di un’area marina protetta all’isola del Giglio giace già da un anno presso il Dipartimento Protezione Natura del ministero dell’Ambiente e, dunque, il ministro dovrebbe sapere che la popolazione, tramite la sua precedente rappresentanza comunale, aveva già chiesto l’area marina protetta. Il fatto che un mese fa sia cambiata maggioranza non può bloccare processi iniziati anni prima: cosa succederebbe se tutte le nuove amministrazioni contestassero le scelte di tutela ambientale di quelle precedenti? Cancelleremo il sistema delle aree protette in Italia?

    C’è poi un’affermazione più grave, quella in cui si minaccia l’apertura delle riserve marine ai natanti ecologici e ai subacquei. Ricordiamo al ministro che le sole zone in cui ciò è categoricamente proibito sono quelle di riserva integrale (zona A), che corrispondono a meno del 5 per cento dei territori marini tutelati: una piccolissima parte che però deve restare intangibile proprio per garantire quel ripopolamento ittico che lo stesso Ministro auspica. Aprire anche le zone di riserva integrale significa soltanto rendere inutile tutto il resto della protezione.

    Da un punto di vista del metodo sarebbe comunque opportuno consultare anche i responsabili dei parchi e gli ecologisti (lasciando da parte le accuse di ideologismi, per favore, che chi opera sul territorio ne fa tranquillamente a meno) su proposte come queste, e non solo gli amatori della pesca subacquea (che sembrano essere i soli a non mancare mai). Come dirigenti di parchi nazionali saremmo infine molto volentieri vicini alla lotta quotidiana del ministro per difendere le poche risorse a disposizione e razionalizzare il sistema di protezione della natura in Italia, ma, a oltre un anno dal suo insediamento, solo un paio di noi hanno avuto l’opportunità di incontrarla, mentre la maggior parte resta in attesa da mesi di un appuntamento.

    Fonte: La Zampa.it