Giappone. Toyota, Mitsubishi, Nissan, Fuji insieme per auto verde

Fondano associazione per promuovere veicoli elettrici

- Quattro costruttori auto giapponesi, Toyota, Nissan, Mitsubishi e Fuji Heavy, insieme all’utility Tokyo Electric Power, hanno fondato un gruppo per promuovere l’auto elettrica, uniformare gli apparecchi per la ricarica delle batterie e commercializzare la tecnologia all’estero. I responsabili delle cinque aziende hanno tenuto una conferenza stampa oggi a Tokyo per lanciare l’associazione che raggruppa 160 tra aziende, alcune delle quali straniere, e agenzie governative. Secondo i promotori dell’associazione, che si chiamerà “CHAdeMo”, dalle parole inglesi “charge” e “move” e in giapponese suona come “ti va un po’ di té?”, è arrivato il momento di far decollare l’auto elettrica. Ma restano da superare ostacoli quali la tecnologia per le batterie, i costi e la localizzazione delle stazioni di ricarica. “I costruttori auto si fanno concorrenza sotto molti aspetti, ma tutta l’industria deve unirsi e fare un’offerta conveniente ai consumatori” ha detto il numero uno di Nissan Toshiyuki Shiga. Nissan conta di vendere un numero limitato di veicoli elettrici quest’anno, mentre Mitsubishi e Fuji Heavy hanno già un’auto elettrica sul mercato. Toyota invece ha cominciato a offrire in affitto le sue auto ibride gas-elettricità. Il gruppo sta ancora lavorando sulla piattaforma di ricarica. La standardizzazione richiede che tutti i costruttori si mettano d’accordo sul voltaggio, sulle prese e su altri aspetti tecnici, garantendo allo stesso tempo una ricarica relativamente rapida. Si fa notare per la sua assenza Honda, presente solo nel gruppo di ricerca. Honda non ha una politica aggressiva sull’auto elettrica e punta piuttosto sulle celle di combustibile. Copyright APCOM (c) 2008

UE: ecco il manuale per valutare l’impatto ambientale dei prodotti

Il Commissario europeo all’ambiente ha lanciato una guida autorevole che permetta a governanti e per promuovere un consumo più sostenibile e ridurre impatto ambientale in Europa

(Rinnovabili.it) – La Commissione europea ha lanciato in questi giorni una guida dedicata alla modalità di valutazione dell’impatto ambientale dei prodotti e destinata a responsabili politici e imprese. Presentandola il Commissario per l’Ambiente Janez Potočnik ha dichiarato: “Se l’Europa vuole avere un futuro sostenibile, deve divenire più efficiente in termine di risorse e meno inquinante. Questo manuale fornirà un riferimento necessario a sostenere il processo decisionale ed a garantire una migliore scelta ambientale nella progettazione di beni e servizi. Un approccio scientificamente robusto e affidabile è essenziale per sostenere le esigenze delle imprese e dei responsabili politici in modo coerente ed efficace”.
I prodotti che acquistiamo e usiamo quotidianamente contribuiscono indubbiamente al comfort e benessere, ma al tempo stesso hanno la capacità di concorrere ai problemi ambientali come cambiamenti climatici, inquinamento atmosferico e idrico o l’esaurimento delle risorse naturali. Per raggiungere una produzione e modelli di consumo più sostenibili, dobbiamo considerare le implicazioni ambientali di tutta la catena di fornitura dei prodotti siano essi, beni o servizi, il loro uso e la gestione dei rifiuti; in altre parole il loro intero ciclo di vita, dalla “culla alla tomba”.
Il Manuale fornisce internazionale di riferimento Life Cycle Data System (ILCD) vuole garantire ai governi e alle imprese una base per assicurare la qualità e la coerenza di dati, metodi e valutazioni del ciclo di vita; in particolare riporta informazioni dettagliate su come condurre un Life Cycle Assessment per quantificare le emissioni, le risorse consumate e le pressioni sull’ambiente e sulla salute umana, che possono essere attribuite ad un prodotto.Sviluppato dal CCR Istituto per l’ambiente e la sostenibilità (IES), in collaborazione con la Direzione della Commissione generale per l’ambiente, la guida è in linea con gli standard internazionali ed è stato realizzato attraverso una serie di consultazioni pubbliche con le parti interessate.

Fonte: La Repubblica

Stop agli occhiali 3D per gli under 6 e divieto per quelli non monouso

Gli occhiali 3D al cinema non sono indicati per i più piccoli. Lo ha chiarito il Consiglio Superiore di Sanità, che in un parere formulato il 2 marzo ha proposto il divieto per i bambini sotto i 6 anni, oltre a stabilire un intervallo più lungo tra primo e secondo tempo e a chiedere il divieto anche per gli occhiali non monouso.

Il parere, richiesto dal Codacons e formulato dalla sezione II del Css, sottolinea che “per la visione di spettacoli cinematografici l’utilizzo degli occhiali 3D sia controindicato per i bambini al di sotto dei 6 anni di età; limitato nel tempo per gli adulti; garantito con fornitura del tipo monouso agli spettatori”. Infine il Css ritiene che “sia opportuna un’ampia divulgazione informativa circa l’utilizzo appropriato e corretto degli occhiali 3D nelle sale cinematografiche”. E’ di oggi, infatti, la notizia di una bimba di tre anni che ha riportato una fortissima infiammazione all’occhio sinistro dopo qualche ora dalla visione del film ‘Alice in the Wonderland’ in un cinema di Milano con gli occhiali 3D.

Alla luce del parere del Css, già da domani, spiega il Presidente Codacons, Carlo Rienzi - “non sarà possibile la visione di film in 3D in quei cinema che non utilizzano occhiali monouso. Non solo. Anche i cartoni animati e i film per bambini subiranno serie ripercussioni, essendo assolutamente controindicata la visione con tali occhiali ad un pubblico di età inferiore ai 6 anni. Pur avendo il Consiglio Superiore di Sanità accolto parte delle nostre richieste, non possiamo dirci soddisfatti - prosegue Rienzi - Gli occhiali in 3D, infatti, a differenza di quanto sostiene il Consiglio devono considerarsi a tutti gli effetti occhiali, e come tali essere muniti di marchio CE come prevede la legge. A tal fine incaricheremo le Procure della Repubblica di tutta Italia di intervenire a tutela della salute degli spettatori”.

Fonte: La Repubblica

Il caimano si compra on-line

FARSI recapitare migliaia di cactus pregiati, ambiti dai gourmet di tutto il mondo, o acquistare un cucciolo di tigre bianca, un orso malese o un caimano dell’Orinoco non è poi così difficile: bastano computer, connessione a internet, carta di credito e con un semplice click il gioco è fatto. Perché nell’era digitale anche il commercio di piante e animali esotici passa attraverso il web. Almeno secondo gli uomini del servizio Cites del Corpo forestale dello Stato impegnati nella lotta al wildlife crime: una task-force di circa 800 unità, con sede centrale a Roma, 28 servizi territoriali e 2 nuclei operativi doganali che si occupa di far rispettare l’applicazione della convenzione di Washington sul commercio delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione. E proprio oggi è cominciata a Doha, nel Qatar (durerà sino al 25 marzo) la riunione della Convenzione sul commercio internazionale di specie di flora e fauna selvatica minacciate di  estinzione (Cites).Il business. I numeri sono allarmanti. Le stime dell’Onu parlano di un business di 144 miliardi di dollari all’anno, legato all’alimentazione, alla moda, alle medicine tradizionali, al collezionismo: un traffico che per giro d’affari è dietro solo a quello da droga e armi. Ad alimentare la componente illegale, che si aggira tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari, non sono solo i grandi bracconieri, ma anche i privati, che nella rete hanno trovato un canale privilegiato per acquisti sicuri. Una tendenza confermata anche nel nostro Paese, che figura tra i principali importatori di specie protette. “Ci capita sempre più frequentemente  -  ammette Ciro Lungo, direttore del servizio Cites del Corpo forestale  -  di avere a che fare con segnalazione di animali vivi. Oltre ai controlli doganali, passiamo al setaccio mercati rionali, negozi e siti internet. E le sorprese non mancano”.

 

Le storie. Tra le operazioni più significative del 2009, il sequestro di 20 rapaci usati per spettacoli di falconeria, in provincia di Chieti. “L’indagine  -  spiega Luca Bruguglia, responsabile del servizio Cites territoriale di Pescara  -  è partita da un controllo del tutto casuale a carico di una persona che faceva esibire in pubblico rare specie di falchi, elencati nell’allegato 1 della convenzione, e si è poi estesa a tutto il territorio nazionale”. L’importatore italiano aveva un allevamento di circa 40 rapaci a Bari e utilizzava documenti e certificazioni false. Si trattava di esemplari già addestrati, il cui valore va da un minimo di 3.500 euro agli oltre 10.000 euro. “Le condizioni in cui erano tenuti  -  spiega il funzionario  -  erano molto precarie. Molti sono morti, altri sono stati trasferiti in strutture di riabilitazione nei parchi nazionali o all’estero”. E questa è solo la punta dell’iceberg: “Nel corso dell’anno  -  continua Bruguglia  -  abbiamo ritrovato una lince rossa abbandonata in un trasportino in un paesino vicino l’Aquila e una tartaruga azzannatrice di 50 centimeri di diametro in provincia di Teramo, molto famelica e dalla morsa a dir poco temibile”

A inaugurare la moda degli animali da compagnia decisamente fuori dal comune sono stati i piccoli e grandi malavitosi. “La tendenza  -  spiega Sandra Di Domenico, responsabile del servizio Cites territoriale di Napoli -  è molto diffusa tra i clan camorristici. Spesso abbiamo effettuato sequestri nelle zone di maggiore densità criminale. Detenere un esemplare esotico, specie se pericoloso, è considerato simbolo di potere”. Nell’ottobre scorso il presidio campano ha recuperato un caimano usato come cane da guardia di un boss emergente del Casertano. Durante il blitz nel covo di Antonio Cristoforo, gli agenti della Dia si sono trovati a dover fare i conti con un esemplare lungo un metro e dieci centimetri, alloggiato in una vasca sul terrazzo e usato come strumento di lavoro per minacciare gli imprenditori che non pagavano il pizzo. “Non è la prima volta  -  spiega l’assistente Giorgio Iodice  -  che ci imbattiamo in casi simili. Già in passato nella zona di Forcella abbiamo trovato un alligatore e una vasca di piragna nei cunicoli di un condominio. Inoltre, proprio qualche mese fa, abbiamo recuperato una bertuccia in un minibunker abusivo sul terreno di un palazzo nei pressi delle Vele di Scampia”.

Gli uffici territoriali, oltre ad occuparsi dell’attività investigativa, svolgono anche funzione amministrativa: rilasciano certificazioni e controllano l’origine degli animali e dei derivati. “Spesso  -  spiega Sandra Di Domenico  -  ci imbattiamo in aziende che non sono in regola con gli attestati. Nel 2009 a Napoli abbiamo sequestrato a un’industria di pelletteria più di 56 chili di pelli di Varano del Bengala, un rettile molto raro, e del caviale di storione del valore di 8.000 euro al chilo a ristoratori russi. E c’è anche chi usa esemplari imbalsamati di origine illegale per esposizioni museali: l’anno scorso abbiamo recuperato 170 reperti imbalsamati nell’abitazione e nella galleria del proprietario di un museo”.

I grandi traffici. L’attività di intelligence sul commercio di specie protette dalla convenzione di Washington si avvale anche della collaborazione dell’Interpol. Grazie alla sinergia tra polizia territoriale e polizia internazionale è stato possibile condurre delle operazioni molto significative anche a livello mondiale. Tra le più importati quella denominata Atacama, dal nome di un deserto a nord del Cile da cui sono state prelevate 550 piante di cactus protette, ordinate su internet e spedite via posta ai trafficanti italiani e agli amanti di piante succulente. Al 2007 risale l’operazone Beluga, che ha portato al sequestro di più di 200 chili di caviale di varie specie di storione, per un valore di circa un milione di euro, sottratti a 150 esercizi in un solo giorno. Ci sono voluti due anni di complesse indagini, dal 1998 al 2000, per smascherare un traffico di specie rarissime cacciate dai bracconieri italiani e francesi nei paesi d’origine: la tigre in India, il leopardo nebuloso asiatico, l’orso malese e birmano, l’elefante etiopico, l’antilope vietnamita, la capra afgana e altre rarissime specie. Non meno remunerativo il commercio di medicine derivanti da animali e piante protette, spesso nocivi alla salute. Tra le operazioni più grosse quella conclusasi nel 2005, che ha portato al ritrovamento di 9.500 prodotti in un solo giorno, contenti sostanze ricavate da orso, tigri, leopardi e antilopi, messe sul mercato da 25 ditte cinesi e da una italiana con sede a Milano.

I dati. Dal 1992, anno della prima legge sulle violazioni della convenzione, il servizio Cites del Corpo forestale ha controllato 18 milioni di animali, piante e derivati alle dogane, effettuando più di 180.000 sequestri. Sono 40.000 i controlli annui con circa 200 comunicazioni di notizie di reato e 350 sanzioni amministrative. Mediamente vengono sequestrati a livello nazionale 2000 animali vivi, per lo più testuggini terrestri, pappagalli, rapaci, rettili pericolosi  come coccodrilli, caimani, alligatori e varani. O, ancora, grandi mammiferi, soprattutto felini e primati. Ma allevare un minaccioso serpente a sonagli o una famelica tigre non è esattamente come tenere a bada un vivace cagnolino. E così capita sempre più spesso che animali pericolosi vengano abbandonati nelle campagne o anche in città. Con grave rischio per l’incolumità

Fonte: La Repubblica

Incentivi per 310 milioni Dagli scooter ai frigoriferi

Atteso per venerdì il primo decreto, aiuti anche a nautica e pc. Previsto lo sblocco di 800 milioni per la banda larga

sostegni ai comparti in crisi, resta fuori l’auto

Incentivi per 310 milioni
Dagli scooter ai frigoriferi

Atteso per venerdì il primo decreto, aiuti anche a nautica e pc. Previsto lo sblocco di 800 milioni per la banda larga

MILANO - Sarebbero 310 i milioni che il governo intende destinare al Fondo unico degli incentivi, destinato a far ripartire i consumi. Sono divisi in tre grandi aree e comprendono anche la rottamazione dei computer. Potrebbero durare fino a dopo l’estate. Due i decreti che dovrebbero essere messi a punto. Venerdì di questa settimana il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare il primo dei due «decreti incentivi», mettendo fine a una lunga attesa e tagliando il traguardo il giorno prima della chiusura delle Camere per la pausa elettorale. Lo ha anticipato domenica uno dei due ministri firmatari del provvedimento: il responsabile dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. «Stiamo lavorando con il ministero dell’Economia sul testo, che è complicato - ha detto -, dobbiamo indirizzare le risorse disponibili ad incentivare il consumo dei settori maggiormente in crisi e anche rendere efficaci alcune risorse economiche per le aree industriali di crisi. Pensiamo di essere pronti per il Cdm di venerdì» ha anticipato.

Tecnici al lavoro, dunque, a partire da lunedì e per quattro giorni, allo scopo di dettagliare la norma che dovrebbe essere composta da sette articoli. Scajola ha aggiunto che gli incentivi riguarderanno quei settori «che sono in crisi ma che non hanno ricevuto aiuti negli anni scorsi. Tra questi - ha precisato, essendo ospite di un salone nautico - ci sarà anche il mondo della nautica». Si conclude definitivamente il tira e molla sugli incentivi all’auto, che tanta parte sono stati della trattativa sulla Fiat, e che restano fuori dal decreto. Forse anche per questo la dotazione finanziaria è inferiore a quella da cui si era partiti. È anche vero che nel decreto, all’articolo 2, la parte relativa ai fondi per la banda larga (800 milioni), non costituisce un vero e proprio stanziamento, ma un insieme di procedure per lo smobilizzo delle risorse dei Fas (Fondo aree sottoutilizzate). La cifra degli incentivi, 310 milioni, è stata definita nell’incontro tra Scajola e il collega Giulio Tremonti, voluto da Silvio Berlusconi per chiudere la partita prima delle elezioni. Quanto alle coperture, al momento risulta che circa 110 milioni dovrebbero essere reperiti all’interno del ministero di Scajola, provenendo dalle revoche dei finanziamenti della ex legge 488.

Doppio l’impegno richiesto al Tesoro: circa 200 milioni recuperati sul capitolo dell’evasione internazionale, delle procedure di riscossione e del contenzioso fiscale. Dopo l’operazione «scudo», arriva un’altra stretta oltreconfine, destinata a colpire le frodi Iva, come le operazioni «carosello» su cui la Procura ha aperto un’inchiesta che coinvolge Telecom e Fastweb, e gli scambi commerciali in paradisi fiscali. La semplificazione delle procedure di notificazione dovrebbe poi servire a accelerare l’incasso delle somme iscritte a ruolo derivanti dal sommerso. Infine, per snellire le procedure tributarie, si starebbe lavorando all’accertamento con adesione. Se questi sono gli strumenti per trovare le risorse, altro è il capitolo delle misure per spenderle, di cui si occupa Scajola. Si parla di circa 216 milioni per un primo comparto che comprenderebbe motorini elettrici o ibridi, elettrodomestici e cucine componibili, abitazioni ad alta efficienza energetica e i computer. Circa 71 milioni dovrebbero coprire motori per nautica da diporto, rimorchi, semirimorchi, macchine per uso agricolo e gru per l’edilizia. Infine circa 16 milioni dovrebbero andare a agevolazioni per chi effettua investimenti pubblicitari incrementali. Resta una manciata di milioni da definire.

Per il tessile si agirà invece attraverso un bonus per le spese finalizzate alla realizzazione di campionari. Una settantina di milioni, già assegnati al ministero dello Sviluppo economico da due delibere Cipe del 2007 e del 2009, verranno destinati a un nuovo fondo per accordi di programma per la crisi industriale. Il meccanismo studiato dai due ministeri interessati prevederebbe un primo decreto con la costituzione del Fondo unico per gli incentivi e i tre macrocomparti d’intervento. E poi, in un secondo momento, un decreto attuativo che ripartirà le risorse settore per settore. In Consiglio dei ministri dunque, venerdì prossimo, dovrebbe arrivare solo il primo dei due. Poi, probabilmente a distanza di un mese, il secondo. Lo schema però potrebbe cambiare qualora si pensasse di accorciare ulteriormente i tempi dell’entrata in vigore degli incentivi, facendo seguito così ai numerosi appelli provenienti dal mondo dell’industria.

 

 

Antonella Baccaro
Fonte: Corriere della Sera

Bertolaso&c, l’affare emergenze

 Ci sono eventi e eventi, nell’Italia dell’emergenza continua e delle ordinanze a pioggia. Alcuni calamitosi. Altri che non lo sono per niente. Ma che, per la Protezione civile, erano e sono da ritenersi “grandi eventi”. Gare ciclistiche, regate, mondiali di nuoto, beatificazioni, visite pastorali, convegni eucaristici, vertici politici e militari, pellegrinaggi. Per legittimarli, e per assegnare un compenso “aggiuntivo” ai “soggetti attuatori”, ai commissari delegati e a quelli straordinari che li gestiscono - quasi sempre Guido Bertolaso - a palazzo Chigi è sempre pronta una disposizione urgente. Che in molti casi stabilisce un gettone: dal 3,75% al 50% del “trattamento economico complessivo in godimento”.

Sono 628 le ordinanze straordinarie dal 2001 a oggi. Un diluvio di procedure “ad hoc” che hanno permesso al dipartimento di Protezione civile della Presidenza del consiglio di bruciare, in nove anni, oltre 10 miliardi di euro. Più di un miliardo all’anno. Settanta milioni al mese. Quasi 3 milioni al giorno. Un sistema che ha ingrossato i conti delle centinaia di ditte appaltate a trattativa privata. O con gare-lampo sottratte alle regole di assegnazione e controllo della Corte dei Conti. O - vedi Abruzzo - “sulla base di criteri di scelta di carattere fiduciario”.

L’Italia che emerge dalle ordinanze di Protezione civile è un paese a rischio ininterrotto. Pronto a sprecare. Calamità naturali, certo. Terremoti, alluvioni, smottamenti. Mettiamoci pure il traffico di una mezza dozzina di città, i rifiuti sotto il Vesuvio, le gondole e i vaporetti che assediano Venezia e “l’eccezionale afflusso turistico” nelle isole Eolie. Ma in un fritto misto di sacralità, agonismo e alta diplomazia istituzionale, a Bertolaso&co sono state affidate anche: le visite pastorali del Papa (800 mila euro stanziati nel 2008 per gli spostamenti di Benedetto XVI, ogni volta che il pontefice supera le sponde del Tevere il governo concede la dichiarazione di “grande evento”); i mondiali di ciclismo di Varese (71 milioni) e quelli di nuoto di Roma (60 milioni); i congressi eucaristici di Bari (2005, 3 milioni) e Ancona (2011, 200 mila euro per ora); le Olimpiadi di Torino e i vertici internazionali come il Nato-Russia del 2002 a Pratica di Mare (5 milioni solo di telecomunicazioni). E ancora: il semestre italiano di presidenza europea, la firma della Carta di Roma, il doppio G8 Maddalena-L’Aquila - quello della “cricca” costato 500 milioni - , la Louis Vuitton trophy. E, trattata come “un evento calamitoso di natura terroristica”, l’influenza suina: 24 milioni di vaccini acquistati dalla casa farmaceutica Novartis; ne è stato usato uno solo, gli altri 23 sono andati in malora. In tutto una quarantina di eventi. Almeno tre - secondo le procure di Roma, Firenze e Perugia - hanno prodotto la “gelatina” della corruzione, il reato di cui è ac-cusato il capo della Protezione civile.

Il dipartimento al tempo di super Guido è una macchina del potere. La più veloce, ricca e meno controllata dello Stato. Un pozzo di San Patrizio che in meno di un decennio - da quando nel 2001 Berlusconi ne ha fatto un dipartimento della presidenza del consiglio - si è trasformato in un grande ente appaltatore. In spregio alle norme sugli appalti e le assunzioni. Tutte per chiamata diretta, senza concorso (l’ultima infornata ne ha prodotte 200). Gli stipendi, poi. Dal capo ai funzionari, ce ne sono molti che lievitano grazie alle indennità: non solo per le emergenze e le missioni, anche per i grandi eventi.

È qui il nocciolo del potere della Protezione civile. Decreto varato da Berlusconi il 7 settembre 2001, articolo 5 bis comma 5. La “carta” estende il potere di ordinanza “alla dichiarazione di grandi eventi (…) diversi da quelli per i quali si rende necessaria la delibera dello stato di emergenza”. Tradotto: una frana è come il G8, il terrorismo in Iraq come il ciclismo in Insubria. La canonizzazione di Padre Pio e Josè Maria Escrivà come i tuffi al Foro Italico e la preregata dell’America’s cup. Risultato: centinaia di milioni che fanno felici gli amministratori locali. E non solo.

“È un’anomalia istituzionale - tuona il senatore del Pd Mario Gasbarri - . Le ordinanze le propone Bertolaso, Berlusconi le firma e le emana. In ogni ordinanza si nomina Bertolaso commissario. E in queste ordinanze lui riceve un compenso aggiuntivo. Bertolaso, insomma, decide quanti soldi deve prendere Bertolaso”. Il capo della Protezione civile guadagna 236 mila euro (lordi). Più di ogni altro capo dipartimento. La sua retribuzione va in deroga alle leggi vigenti (pubblico impiego e contratto nazionale di lavoro del personale dirigente). Nel 2008 ha dichiarato un reddito imponibile di 1 milione e 13mila euro (quarto più ricco nel governo), a fronte di uno stipendio di molto inferiore. “Emolumenti episodici relativi ad attività svolte negli anni precedenti”, ha spiegato in una nota la Protezione civile. Già. Ma qual è il compenso “aggiuntivo” di cui - documenti alla mano - Bertolaso pare aver beneficiato in questi anni? Per quanto Repubblica ha potuto sin qui verificare, ci sono una serie di ordinanze, almeno 12, emanate dalla Presidenza del consiglio tra aprile 2002 e giugno 2009, nelle quali è indicato un compenso extra per il commissario degli eventi. Che risponde quasi sempre al nome di Bertolaso. Lo “scalino” standard ammonta al 3,75%. Da calcolarsi sul “trattamento economico complessivo in godimento”.

Esempi. Il G8, il 50° anniversario della firma dei trattati di Roma, il congresso eucaristico di Ancona (in programma l’anno prossimo e già affidato al sottosegretario B.). In altri casi, come per il pellegrinaggio a Loreto del 2007, palazzo Chigi elargisce ai soggetti attuatori un’indennità pari al 50% del “trattamento economico”. “Vorremmo capire se il compenso per Bertolaso è cumulativo o se lo è stato - ragiona Antonio Crispi, funzione pubblica Cgil - , lo chiederemo al segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri”. È un ginepraio il sistema di ordinanze di Protezione civile. Spesso, a un certo punto, la traccia che indirizza ai cachet si perde. Ecco alcune procedure urgenti. Emergenza terrorismo internazionale (2003, ancora in vigore, “retribuzione da determinarsi con successivo provvedimento del ministro dell’Interno); le frane di Cosenza (dal 2005 al 2010, compenso che Repubblica ha potuto stimare in circa 32 mila euro per il solo 2009 a favore del commissario straordinario); anniversario della firma dei trattati di Roma (2006, 3,75%); G8 (2007, 3,75%); congresso eucaristico di Ancona (2008, 3,75%). “Più ordinanze propone e più Bertolaso guadagna?”, attacca Gasbarri.

Che con le ordinanze si sia fatto prendere un po’ la mano, del resto, lo ha ammesso lo stesso sottosegretario. “Forse il ricorso ai poteri di emergenza è stato un po’ eccessivo” ha detto a Panorama il 25 febbraio scorso. “Purtroppo, da servitore dello Stato, ogni volta che mi hanno sottoposto un problema, io sono intervenuto. Mi sembrava il modo migliore per fare andare avanti il paese”. 800 dipendenti, una rete di 1milione e 300mila volontari, ultimo bilancio 2 miliardi e 72 milioni di cui 1,2 miliardi destinati ai mutui accesi per i lavori di ricostruzione e solo 31 milioni all’attività di “previsione e prevenzione” (la ragione sociale della Protezione civile).

Uno “Stato nello Stato”, lo definisce Manuele Bonaccorsi in “Potere assoluto”. Con i piedi ben piantati nei grandi eventi. Meno sulla salvaguardia dell’ambiente. “Se non tuteli il territorio non tuteli la vita umana, di cui sei diretto responsabile - dice ancora Antonio Crispi - . Bisogna togliere alla Protezione civile i grandi eventi, cambiare il sistema”. Quello che munge milioni allo Stato anche per un pellegrinaggio o una gara di ciclismo. “Emergenze” che per molti funzionari valgono il 30% in più dello stipendio. E altri cotillon. Lo dice chiaro l’ordinanza per i campionati di ciclismo di Varese: “Ai componenti della struttura commissariale”, oltre all’indennità di missione, “spettano 100 ore mensili di straordinario forfaittario

Fonte: La Repubblica

Castelli, monasteri e la vigna di don Cauda

«In un giorno dell’uomo stanno i giorni del tempo (…). Tra l’alba e il tramonto è compresa la storia universale», Jorge Luis Borges. Mi piace il termine gnomonica, ha un suono mangereccio, gustoso, che ben si apparenta a una scorribanda tra cantine (25), luoghi (20) tra cui 9 castelli (Portacomaro, Castell’Alfero, Cortanze, Montiglio, Piea, Verrua Savoia, Razzano di Alfiano Natta, Vignale Monferrato, questi ultimi tre in provincia di Torino e Alessandria) del Monferrato dove s i snoda, in questo weekend, Golosaria 2010, la ghiotta manifestazione ideata dall’enogastronomo Paolo Massobrio. È un Monferrato coperto di neve, forse (speriamo) l’ultima di questo lungo inverno. È una terra che invita al viaggio e alla riflessione sul tempo e sui tempi.

La gnomonica è la scienza che studia le teorie sulla divisione del giorno e la traiettoria del sole. Insomma, è la scienza delle meridiane. Più che orologi un invito ad affrontare il mistero, a porsi domande. Le meridiane sono anche opere d’arte straordinarie che troveranno spazio a Portacomaro in una mostra curata da Fabio Garnero che questi oggetti costruisce, recupera e diffonde. La gnomonica è la scienza dello scorrere del giorno e la cucina è la scienza degli uomini di buona volontà che lungo questo percorso cercano il loro posto, imbandiscono le loro tavole. E qua, lungo queste strade tra colli placidi, esistono tavole, cantine, luoghi di storia e di cultura. Castelli, ma anche luoghi di Fede, come l’abbazia di Grazzano Badoglio dove si parlerà di Aleramo, il fondatore del Monferrato. Qui si raccontano storie, che sembrano favole ma non lo sono. Come quella del parroco Don Cauda (un cognome che mette appetito) che acquistò da un contadino una vigna che produceva un buon barbera per trasformarla in una di ruché. Alla domenica diceva messa, poi si rimboccava la tonaca e andava nei campi. Il suo vino si chiamò «Ruché del parroco».

 

Ma prima di arrivare a Grazzano Badoglio dove si concluderà Golosaria, c’è da salire e scendere colli, lungo il corso del giorno, come un fiume che ha molti approdi dove trovare rifugio. Facile riconoscerli. Basta seguire il profumo dei salumi, dei formaggi, dei dolci, dei mieli, dei cioccolati (c’è una rassegna con 30 diverse creme gianduja), delle paste artigianali, dei vini, delle birre. E, a proposito di profumi, domani al castello di Piea si potranno ammirare, per il primo anno di fioritura, 13.000 piante di narcisi. Il bello, ma anche il buono. E davanti a un bel piatto di cardi gobbi di Nizza gratinati e tartufati, a uno sformato di peperoni, a una montagna di agnolotti, a una finanziera sabauda, a una bagna caöda, a un bunet, a fine giornata si può riconoscere che la gnomonica ha un senso. Discussa a tavola, però.

 

Oranghi contro benzina “verde”: Greenpeace nel porto di Genova

All’ingresso del porto di Genova, tre gommoni di Greenpeace hanno affiancato la nave Bunga Melati, che traposta un carico di biodiesel fabbricato con l’olio di palma. L’estensione delle piantagioni di palma da olio è uno dei principali fattori della distruzione delle foreste torbiere indonesiane. Il carico di biodiesel appartiene alla multinazionale Wilmar ed è destinato all’azienda italiana produttrice di biodiesel Oxem s.p.a. La Wilmar è il principale produttore di biodiesel. Un ristretto gruppo di imprese – tra cui Wilmar - controlla il mercato globale dell’olio di palma, materia prima per la produzione di beni di consumo - saponi, cioccolata, carta e persino biodiesel - sta distruggendo le ultime foreste torbiere indonesiane, decimando gli ultimi oranghi e intossicando il clima del pianeta.
Travestiti da oranghi, gli attivisti hanno fissato con dei magneti sulla fiancata della nave uno striscione con la scritta:”Taglia la CO2, non le foreste”.

Numerosi rapporti di Greenpeace e Friends of the Earth hanno denunciato gli impatti devastanti delle concessioni irregolari della Wilmar su aree di foresta pluviale e segnalato le sue irresponsabili pratiche incendiarie.

“Bruciare le foreste per produrre la cosiddetta “benzina verde” non può essere la soluzione per combattere i cambiamenti climatici. Ad accelerare questo processo, anche la legge europea che prevede, entro il 2020, la sostituzione del 10% del totale dei consumi di carburante con biodiesel” sostiene il comunicato di Greenpeace.

Le associazioni ambientaliste richiedono un’immediata moratoria sulla conversione delle foreste torbiere in piantagioni industriali di palma da olio. Tutte le aziende che non la sosterranno saranno direttamente responsabili del più grave dei crimini ambientali

Fonte: Salva le foreste

Mediterraneo il mare che muore

Scienziati e biologi marini lanciano l’allarme: “Veleni, pesca e traffico lo stanno uccidendo”

VINCENZO ZACCAGNINO

ROMA

Sta malissimo. Sulla cattiva salute del Mediterraneo gli scienziati sono d’accordo. Il più famoso bacino del mondo versa in pessime condizioni. «La situazione è sempre più preoccupante. Aumenta l’inquinamento e il traffico navale, la pesca industriale depaupera la fauna, le praterie sommerse Posidonia si stanno riducendo. L’unica nota positiva, ma ancora di scarso peso, è rappresentata dalle riserve marine», dice Rosalba Giugni, presidente dell’Associazione Ambientalista Mare Vivo, da quarant’anni in lotta per la difesa del più famoso bacino del mondo.
Più ottimista Patricia Ricard, che guida l’Istituto Oceanografico Francese Paul Ricard. Sta monitorando con un’équipe di scienziati l’habitat marino a bordo di un trealberi, il Garlaban: «Il Mediterraneo può avere delle debolezze, ma è capace di riprendersi. E’ necessario però prendersi cura della sua salute».

A questo punto è lecito domandarsi qual è la situazione di un mare, molto chiuso, che come affermava l’oceanografo Jacques Cousteau ha bisogno di 75 anni per il ricambio totale delle sue acque. Un primo problema è rappresentato dall’affollamento dei 46mila chilometri di coste, sulle quali vivono 143 milioni di persone, senza contare le legioni di turisti che le affollano durante la bella stagione. Rappresentano un terzo del turismo mondiale, ovvero 246 milioni di individui. E infatti l’80 per cento dell’inquinamento ha origine terrestre, anche perché il cinquanta per cento dei centri urbani rivieraschi con più di 100mila abitanti non dispone di impianti di trattamento delle acque reflue.

L’Italia non può vantarsi di giocare un ruolo positivo. Molti dei suoi impianti funzionano male o sono fuori uso. Siamo i primi nell’inquinamento da metalli pesanti. Ovvero il 30% del totale di piombo, cadmio, rame e zinco. Il pericolosissimo mercurio ci vede al terzo posto, con uno scarico annuo di 13 tonnellate, dietro alla Spagna che è a quota 18 e alla Francia che è a livello 17. Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto dell’Inquinamento Atmosferico del Cnr, ha evidenziato i rischi per la salute che nascono dal cibarsi di specie ittiche infettate dal mercurio. «Il consumo di pesci di grandi dimensioni - precisa - aumenta l’esposizione. meglio quelli di piccola taglia».

Un’altra fonte di inquinamento è rappresentata dall’intenso traffico navale. Ogni giorno solcano le acque del Mediterraneo 200 traghetti, in stagione 130 navi da crociera, 1500 cargo, 2000 imbarcazioni commerciali, 300 navi cisterna. Quest’ultime costituiscono il pericolo maggiore, perché trasportano ogni anno 340 milioni di tonnellate di greggio. E 150mila finiscono in mare per il lavaggio abusivo delle cisterne o a causa di collisioni.

Le zone a rischio sono lo Stretto di Gibilterra, quello di Messina, il Canale di Sicilia e le acque antistanti i porti di Alessandria, Beirut, Limassol, Pireo, Genova, Livorno, Civitavecchia e Venezia. La salvezza può arrivare, oltre che dal comportamento di chi frequenta le coste e di chi naviga, anche dai Parchi Marini, dove è vietata o ridotta la pesca e la navigazione. Purtroppo rappresentano soltanto l’1 per cento della superficie mediterranea.

Fonte: La Stampa

e-Wheel è la bicicletta elettrica del futuro

Presentata a Parma
in anteprima nazionale

 

 

Si chiama e-Wheel ed è la bicicletta elettrica del futuro, l’ultimo ritrovato in fatto di tecnologia applicata alle due ruote. Nasce dalla collaborazione tra Ducati Energia, Senseable City Lab e Mit (Massachusetts Institute of Technology) di Boston e con il supporto del ministero dell’Ambiente. La rivoluzionaria bicicletta, con tecnologia applicata alla ruota posteriore che può essere montata su qualsiasi bici trasformandola da normale a “pedalata assistita”, è stata presentata a Parma in anteprima nazionale nell’ambito degli eventi collaterali alla 5a Conferenza Ambiente e Salute ospitato dalla città.

La nuova bici finora è stata presentata solo a Copenhagen in occasione della conferenza Cop 15 sui cambiamenti climatici del dicembre 2009. La novità sta nel fatto che tutta la tecnologia sta nella ruota posteriore del mezzo che può essere montata su qualunque bicicletta che così, da normale, può trasformarsi così in a ’pedalata assistità: il sistema può essere controllato tramite smartphone, via bluetooth oppure direttamente tramite i comandi presenti sulla ruota stessa. Motore, batterie, elettronica di controllo: tutto è racchiuso nella ruota e questo agevola le operazioni di montaggio e lo smontaggio.

Flessibile e integrata, dunque, con un sistema di controllo elettronico che attiva il motore elettrico al fine di fornire un’assistenza proporzionale a quella della pedalata. In questo modo, il motore assiste di più dove c’è più bisogno, come in salita. Tre sono le modalità di funzionamento: normale, funzionamento classico, senza assistenza.

Con possibilità di recupero dell’energia in frenata (Kers elettrico) per la ricarica delle batterie; assistita, il motore assiste la pedalata e recupera, anche in questo caso, l’energia in frenata (Kers elettrico) per la ricarica delle batterie; esercizio (fitness), la bici diventa una ’cyclette da citta«, permettendo al ciclista di allenarsi scegliendo fra tre livelli di sforzo. In questa modalità il motore funziona come generatore, ricaricando le batterie durante la marcia in avanti.

La nuova bicicletta sarà commercializzata a partire dal prossimo autunno e presto potrebbe diventare una risposta importante in fatto di politiche per la mobilità: permette spostamenti rapidi, è versatile e non inquina.

Ma soddisferà anche i più esigenti: come un’automobile, potrà avere a disposizione addirittura alcuni optional, dai sensori per l’inquinamento dell’aria e del traffico alla possibilità di registrare i dati sull’inquinamento in fase di spostamento e condividerli sul web ad es. tramite social network, dal sistema antifurto, all’uso dello smartphone come navigatore satellitare e alla possibilità di misurare il consumo di calorie nella modalità ’fitness’ sempre tramite l’utilizzo di smartphone. Il futuro, insomma, e tutto con un semplice colpo di pedale.

Fonte: La Stampa

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