
Li chiamano “transhippatori”. Sono gli operatori del traffico illecito dei pesci ornamentali. Prendono le scatole contenenti gli animali all’aeroporto e le portano direttamente ai negozianti. Evitano così la quarantena e abbattono i costi. Il prezzo al consumatore rimane lo stesso, ma negoziante e importatore guadagnano di più
ROMA - Aeroporto di Fiumicino, Cargo City. Un uomo esce dal capannone, in mano ha una grossa scatola di cartone con sopra disegnato un pesce. Si guarda intorno, apre lo sportello di un grosso furgone bianco posa la scatola, chiude, sale e parte. Quell’uomo sta violando e, nelle prossime ore violerà diverse norme. Quell’uomo è un “contrabbandiere” di pesci tropicali: dall’aeroporto li porta (chiusi nelle scatole in cui sono arrivati) direttamente ai negozi, evitando la quarantena prevista per legge e guadagnando (a metà con gli esercenti) un bel po’ di soldi in nero.
Sono circa dieci milioni i pesci di ogni specie che ogni anno vengono importati in Italia per arricchire gli acquari, per la maggior parte domestici. Il giro d’affari è di qualche milione di euro, difficile da calcolare visto che una percentuale tra il 70 e l’80 per cento è illegale. Il traffico sommerso è talmente vasto che finora i controlli delle autorità competenti non sembrano averlo minimamente scoraggiato. Anzi, secondo le ipotesi di diversi addetti del settore, la Camorra avrebbe annusato l’affare inserendosi in modo sostanziale in questo commercio, utile al riciclaggio di denaro sporco.
Squali, piranha, coralli, meduse o piccoli pagliaccio, a seconda delle mode del momento, dettate soprattutto da americani e giapponesi. Insospettabili, come le monete false di piccolo taglio, i pesci ornamentali riescono a passare per innocui e a far arricchire chi se ne occupa illegalmente. Arrivano prevalentemente a Cargo City, nell’aeroporto di Fiumicino in scatoloni, in sacchetti di plastica con poca acqua dove rimangono per 48 o anche più ore. Sono stati pescati, talvolta da lavoratori bambini, nei mari dello Sri Lanka, di Bali, del Mali e dovrebbero essere portati, prima di essere venduti, in acquari dove ci sono biologi che li aiutino a riprendersi dal trauma del viaggio e ne controllino lo stato di salute, sottoponendoli alla stabulazione, una quarantena necessaria per legge.
Questo, tuttavia, avviene raramente, più di frequente accade invece che i transhippatori (come vengono definiti nel gergo gli operatori del transhipping, gli importatori) prendano le scatole contenenti i pesci e le portino direttamente ai negozianti finendo così per abbattere i costi. Il prezzo del pesciolino al consumatore rimane lo stesso, ma negoziante e importatore diminuiscono significativamente le spese e guadagnano molto di più. Anche perché i rischi di controllo sono pochi.
I CONSIGLI PER LA “SCATOLA CHIUSA”
La vendita a scatola chiusa è illegale e comporta una multa fino a 3000 euro, ma a quanto pare, sono moltissimi che continuano a farla e c’è chi si è inventato i modi più creativi per sembrare in regola. Nei negozi, fra l’altro, chi vende animali di questo tipo non è tenuto ad avere nessuna particolare formazione. Per il consumatore finale ci sono anche rischi sanitari: questi pesci potrebbero essere portatori di diverse malattie. Per la comunità i rischi sono ambientali, perché nella maggior parte dei casi, sia l’acqua che i pesci morti finiscono nello scarico fognario. A quanto pare esiste un vuoto normativo che permetterebbe a chi vuole fare traffico illegale, di cavarsela senza troppi problemi. Per questo, la regione Emilia Romagna, ha deciso di auto dotarsi di norme specifiche più restrittive.
All’aeroporto, la dogana dovrebbe controllare i pacchi, un veterinario dovrebbe verificare che i pesci siano corrispondenti alla specie segnalata e verificare che siano vivi, quindi comunicare alla Asl competente per la sede della società che i pesci stanno per arrivare nell’impianto di stabulazione (dove si farà la quarantena), la Asl a sua volta poi comunicherà che tutto è avvenuto come per legge ed è questo, a quanto pare, l’anello debole. Nella realtà, infatti, i controlli avvengono a campione, le scatole che salgono sui furgoni verranno distribuite lungo il tragitto ai vari negozianti e il furgone arriverà vuoto alla sede della società importatrice.
Addirittura, alcuni tecnici del settore testimoniano che numerose aziende hanno sedi fittizie, non posseggono impianti, o hanno talmente poche vasche da essere con ogni evidenza di facciata, dato invece il notevole numero di pesci importati ogni settimana. Tutto avviene impunemente e anche i siti web delle società comunicano ogni giorno i nuovi arrivi. Il traffico principale si svolge tra Roma, Milano e Napoli. Alcune società nascono e vivono per un solo anno, dichiarano fallimento e rinascono sotto nuovo nome.
Il giro d’affari illegale è difficile da valutare ma supererebbe di molto i 100mila euro al mese. Incontriamo, in incognita, uno dei tanti “transcippatori”. Ci racconta, sfoggiando un Mercedes ultimo modello: “Soltanto nella giornata di ieri ho portato dall’aeroporto Fiumicino ai negozi di Napoli 20mila euro di roba. Abbiamo arrivi più giorni a settimana. Se ci sai fare, questi pesci valgono più dell’oro”.

Secondo alcune stime, il traffico illegale riguarda il 70-80% del mercato. Ma dietro questi affari si nascondono rischi per gli animali e per il consumatore. E per ogni piccolo ‘Nemo’ venduto, quattro muoiono durante il tragitto
Quello che sembra un hobby, un settore di nicchia, nasconde un traffico di dimensioni sempre maggiori. La parte illegale è stimata tra il 70 e l’80 per cento. Dietro l’importazione dei 10 milioni l’anno di pesci colorati si nascondono: frode fiscale, danni all’ambiente (l’80 per cento dei pesci pescati a questo scopo muore), danni al benessere dell’animale, rischio sanitario per il consumatore di contrarre malattie (come colera, Tbc, salmonellosi, sindrome ulcerativa epizootica) e concorrenza sleale nei confronti di chi invece cerca ancora di fare questo lavoro onestamente e rischia di scomparire.
A Roma, ad esempio, le società che lavorano secondo tutti i criteri di legge sarebbero soltanto un paio, mentre almeno 15 farebbero traffico illegale. Un mercato molto ampio considerando già soltanto le importazioni intercontinentali, provenienti per lo più dall’Oriente. A tutto questo va aggiunto il grande volume di animali provenienti, mediante camion o treni, da Francia ed Est Europeo.
Non vedrete mai la differenza andando a guardare i prezzi al dettaglio ma solamente guardando i listini all’ingrosso. Prendiamo ad esempio il pesce pagliaccio, il tanto amato Nemo del cartone Disney: dall’esportatore cingalese viene venduto a 0,75 dollari all’importatore italiano. Questi, se procede come previsto dalla legge e sottopone l’animale a quarantena, pagando l’impianto di stabulazione e i tecnici che se ne occupano, lo rivenderà al negoziante a 7,50 euro, se invece si tratta di un transhippatore che lo porterà direttamente dall’aeroporto al negozio, glielo venderà a 2,50 euro. All’ignaro consumatore finale il piccolo Nemo costerà in ogni caso circa 13 euro. Con la differenza che quello non sottoposto a quarantena potrebbe essere portatore di malattie o nella migliore ipotesi, un cattivo affare, morendo dopo qualche giorno nell’acquario domestico. Intanto, in Shri Lanka, per vendere cento piccoli Nemo, di cui almeno ottanta moriranno, sono stati distrutti centinaia di metri di corallo.