Clima pazzo, così cambia quello che mangiamo

Clima pazzo, così cambia quello che mangiamo Paradossi del terzo millennio. Rispetto a quello che bevevamo trent’anni fa, il vino di oggi è più alcolico: un grado di aumento, secondo la Coldiretti, di pari passo con l’aumento delle temperature. In compenso il 2014 verrà ricordato come l’anno nero dell’olio di oliva. Per colpa delle piogge battenti di quest’estate la Bactrocera Oleae (altrimenti detta mosca olearia) ha devastato le colture toscane e laziali. Ma a causa dell’andamento climatico la produzione di olio sarà scarsa ovunque, anche se i danni maggiori si vedranno al centro nord, con cali del raccolto tra il 35 e il 50 per cento.

Così il fenomeno del global warming, con l’aumento delle temperature medie, della siccità in alcune regioni e delle piogge in altre, finisce anche nei nostri piatti. Per il 2050 i climatologi prevedono, per esempio, che le concentrazioni di anidride carbonica (CO2) nell’aria raggiungeranno livelli mai visti: 570 parti per milione, anziché le 400 attuali. E questo, dicono ora diversi studi scientifici, ridurrà sensibilmente il valore nutrizionale dei cibi che quotidianamente compaiono sulle nostre tavole, mettendo a rischio la salute globale. Parliamo del contenuto proteico di grano, riso, mais, patate e soia, per esempio, cioè delle specie vegetali che, in varie forme, rappresentano il principale nutrimento della popolazione del pianeta.

Ma parliamo anche della consistenza delle carni del maiale o del pollo, del colore e del sapore delle uova, o della quantità di latte che mucche e pecore sarebbero in grado di produrre ogni giorno. E parliamo persino del pesce, visto che l’acidificazione delle acque oceaniche si ripercuote immediatamente sulla catena alimentare della vita marina.

ADDIO PASTA AL DENTE
In Italia il problema è serio, perché potrebbe riguardare il piatto nazionale: la pasta. Il grano che coltiveremo nel 2050, infatti, avrà delle caratteristiche diverse da quelle di oggi, e non necessariamente migliori, anzi. Lo dicono i risultati del progetto Duco (Durum wheat adaptation to global change: effect of elevated CO2 on yield and quality traits ), l’esperimento condotto dal Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura in collaborazione con l’Enea e il Cnr, e finanziato dalla Fondazione Ager.

«I cambiamenti climatici avranno un enorme impatto sull’ambiente e su attività come l’agricoltura. Il continuo aumento della concentrazione della CO2 nell’atmosfera, infatti, ha un effetto importante sul metabolismo delle piante, e di conseguenza sulla produzione agraria, sia in termini quantitativi che qualitativi», spiega Luigi Cattivelli, coordinatore del progetto che si è chiuso ad agosto di quest’anno. Il gruppo di ricerca ha dunque testato in campo aperto gli effetti dell’aumento della CO2 su 12 diverse varietà di frumento duro.

“L’esperimento è stato condotto presso l’azienda sperimentale del Cra Centro di ricerca per la Genomica di Fiorenzuola d’Arda. Abbiamo delimitato quattro aree circolari con ugelli collegati a serbatoi di anidride carbonica. Alcuni sensori posti al centro delle aree, collegati a un centralino, controllavano il flusso della CO2, affinché ci fosse una concentrazione costante di CO2 pari a 570 parti per milione”, continua il ricercatore. La sperimentazione è durata da ottobre a giugno. Alla fine, il trend è emerso chiaramente: «Per i vegetali l’anidride carbonica è un alimento, dunque in generale le piante producono più biomassa, cioè crescono di più. I fusti sono più alti, i semi più grossi», spiega Cattivelli.

Sembrerebbe un vantaggio. Ma contemporaneamente si assiste alla modifica della composizione del seme, con la riduzione della percentuale di proteine. E queste, oltre a rappresentare un aspetto importante della nutrizione umana, nel frumento duro sono anche quelle che mantengono la pasta soda nell’acqua bollente, e sono dunque essenziali per la cottura al dente.

L’esperimento italiano conferma le ultime ricerche condotte negli Stati Uniti e appena pubblicate su “Nature Climate Change”. Uno studio americano guidato da Arnold Bloom, dell’Università della California a Davis, e Samuel Myers di Harvard, ha riprodotto sul campo le condizioni ambientali previste tra qualche decennio, valutando i loro effetti su circa 41 diverse varietà di grano, riso, mais e soia. Ebbene, quando la CO2 aumenta, dicono i ricercatori, la quantità di proteine contenute nei semi diminuisce in modo evidente. Meno 6 per cento nel grano, meno 8 nel riso. Non basta. In condizioni di elevata CO2, si riducono anche i livelli di altri elementi essenziali per la salute come zinco e ferro. Meno 9 per cento di zinco nel grano, meno 5 di ferro nel riso, e analoghe percentuali anche nel mais e nella soia.

«Se si calcola che nel mondo oltre due miliardi di persone, soprattutto bambini e donne in gravidanza, già soffrono di carenze di questi elementi», commenta Myers: «Appare chiaro come il global warming rappresenti anche un gigantesco problema di salute pubblica». Che colpirebbe soprattutto i paesi in via di sviluppo. Perché, come ricorda Laura Rossi, nutrizionista e ricercatrice del Centro di Ricerca per gli alimenti e la nutrizione, alle nostre latitudini la diminuzione di zinco e ferro sarebbe poco rilevante, mentre la riduzione del contenuto proteico in soia, grano e riso avrebbe effetti minimi sulla salute. «Anche perché i cibi di cui parliamo non sono la principale fonte delle proteine a noi necessarie, che assumiamo invece mangiando carne, uova, pesce e legumi, che potremmo quindi consumare di più». Eppure nessuno dovrebbe dormire sonni tranquilli: perché, continua Myers, l’aumento dei carboidrati nei semi potrebbe aumentare i tassi di diabete e di malattie cardiovascolari proprio nelle nostre regioni, in quei paesi dove l’obesità è una condizione sempre più diffusa.

LA BISTECCA E’ INSIPIDA
Se i vegetariani piangono, anche i carnivori hanno poco da ridere. Perché come l’agricoltura, anche l’allevamento è destinato a ricevere un duro colpo dagli sconvolgimenti climatici prossimi venturi. Non soltanto i cambiamenti nella composizione nutrizionale dei mangimi avranno un impatto sulle carni di bovini, ovini e suini. Ma le variazioni di temperatura potrebbero anche incidere sulla qualità, oltre che sulla quantità, di prodotti come latte, formaggi e uova. Prendiamo per esempio l’allevamento dei polli. «Per questi volatili la temperatura critica è di circa 30 gradi centigradi», spiega Laszlo Babinszky, del Dipartimento di Biotecnologie alimentari dell’Università di Debrecen, in Ungheria, autore nel 2011 di un volume sugli effetti socioeconomici dei cambiamenti climatici.

Al di sopra di questa soglia, e in condizioni di alta umidità, il metabolismo dei polli va in tilt. Gli animali smettono di mangiare, la produzione di uova si riduce, e spesso sopraggiunge la morte. Lo stress termico, continua lo studioso, accelera la produzione di radicali liberi, che ritarda la schiusa delle uova e rende le carni meno sode, meno proteiche, più grasse e dunque di qualità più scadente. Chi volesse ripiegare sulle braciole di maiale avrà di che lamentarsi. Anche in questo caso, infatti, l’aumento delle temperature potrebbe alterare la qualità delle carni dei suini. Alcuni studi recenti, continua il ricercatore ungherese, indicano che in condizioni di eccessivo caldo e umidità anche i maiali mangiano meno, compromettendo l’accrescimento dell’animale, e nelle carni il rapporto tra componente grassa e componente proteica viene alterato a scapito di quest’ultima.

Peggio ancora se sotto la lente c’è l’allevamento dei bovini. I forti stress termici generati da un innalzamento delle temperature - continua Babinszky - potrebbero generare una riduzione nella produzione di latte di circa due litri al giorno per animale (cioè una resa inferiore fino al 10 per cento), nonché la composizione di questo alimento: meno proteine, e meno grassi. E ancora: un forte stress termico ridurrebbe la crescita delle mucche, soprattutto di quelle allevate all’aperto. Animali di peso inferiore avrebbero meno grasso muscolare, e le carni risulterebbero meno succose e tenere.

Soluzioni? «In questo caso la compensazione, cioè il diversificare gli alimenti, dovrebbe puntare sul consumo di altre fonti di proteine animali», continua la nutrizionista. E magari, sapendo che le carni conterranno anche più grassi, provare a ridurne il consumo, con beneficio di tutti.

DAL MARE POCO FOSFORO
Il riscaldamento globale è destinato a infrangere anche uno degli ultimi miti alimentari: mangiare pesce, nel 2050, non migliorerà più le nostre capacità cerebrali. Uno studio condotto dai ricercatori dell’Istituto di Ecologia in Olanda mostra infatti come l’aumento della CO2 si ripercuoterà anche sulla vita marina, modificando le qualità nutritive di pesci e crostacei.

L’indagine parte dalle micro-alghe, che sotto l’influenza dei cambiamenti climatici cresceranno sempre più in fretta. Ma come accade sulla terraferma per riso e grano, anche la composizione delle piante acquatiche si modificherà, così come il loro valore nutrizionale. Ed essendo le micro-alghe alla base della catena alimentare sottomarina, questa variazione influenzerà anche il sapore e la consistenza delle carni della fauna ittica. I ricercatori hanno riprodotto le condizioni del 2050 coltivando in grandi vasconi ad alti livelli di CO2 diverse varietà di questi minuscoli esseri galleggianti unicellulari, analizzando successivamente il rapporto tra elementi essenziali come carbonio, azoto e fosforo.

I risultati sono in parte quelli attesi: ad alte concentrazioni di anidride carbonica, le microalghe crescono più rapidamente. Ma questa crescita porta con sé una variazione nella loro composizione: più carbonio, meno fosforo. Questo, spiegano gli studiosi olandesi, risulta nella riduzione del loro valore nutritivo, influenzando tutta la catena alimentare. «Per gli esseri umani, il problema non sarebbe tanto nella disponibilità di fosforo in sé, quanto nelle ripercussioni sull’ecosistema», spiega Rossi. Meno fosforo significa meno pesce. E questo vorrebbe dire ridurre ulteriormente il consumo di un alimento prezioso, ricco di nutrienti importanti, primi tra tutti gli omega 3. «Già oggi mangiamo una quantità di pesce insufficiente a soddisfare le raccomandazioni nutritive (cioè almeno due porzioni a settimana). Uno scenario in cui il fosforo diminuisca sensibilmente comporterebbe la riduzione della disponibilità e dunque del consumo di pesce”

Fonte: L’Espresso

Ora solare

Lancette indietro di un’ora nella notte fra sabato 25 e domenica 26 ottobre. Torna infatti l’ora solare che ci accompagnerà fino al 29 marzo del 2015. Gli italiani godranno così domenica di un’ora in più di sonno. Almeno per i primi giorni ci alzeremo con più luce al mattino (poi le giornate si accorceranno inesorabilmente), ma il sole se ne andrà via sempre prima alla sera, scatenando in qualcuno tristezza e malinconia.

Luce solare

Per chi fatica ad abituarsi al cambiamento di luce ed ora l’antidoto migliore sembra essere proprio la luce naturale del sole. «Un cambio che determinerà per il 10% della popolazione una lieve confusione per l’orologio biologico con effetti come stanchezza, malinconia o depressione, che possono incidere sulle le relazioni personali ed il lavoro. Ma basta una maggiore esposizione alla luce, come il passaggio in un ambiente lavorativo ad una postazione più chiara e luminosa, per indurre un miglioramento di questi sintomi». Lo spiega Francesco Peverini, direttore della Fondazione per la Ricerca e Cura dei disturbi del sonno Onlus.

Effetti negativi di breve durata

«Sotto il profilo della salute, pur esistendo la necessità che corpo e cervello si adeguino al nuovo orario, controindicazioni e possibili effetti negativi relativi all’adozione dell’ora solare sono in generale trascurabili e di breve durata - prosegue Peverini - Ma diversi soggetti, in autunno, con la prima settimana di riduzione della luce accentuata dal passaggio all’ora solare, vedono diminuire significativamente la propria efficienza in ambiente di lavoro, peggiorare la qualità della vita, aumentare la suscettibilità a varie patologie o, infine, divenire progressivamente più stanchi. Si tratta del cosiddetto “jet lag sociale”, una condizione in cui i propri ritmi circadiani sono disallineati rispetto a quelli determinati per legge».

L’anticipata produzione di melatonina

In sostanza secondo l’esperto «questa sensazione di stanchezza è spesso associata ad una anticipata produzione di melatonina, come accade nel “disturbo affettivo stagionale”, in cui i sintomi sono notati in autunno - osserva Peverini - all’inizio dell’inverno e cominciano a diminuire in primavera». Ma come affrontare in così pochi giorni questo problema senza assumere farmaci? «Semplicemente con l’esposizione alla luce naturale - risponde - come ben sanno i viaggiatori che contrastano gli effetti del “jet lag”, esponendosi il più possibile alla luce. Infatti, una maggiore esposizione alla luce, come il passaggio in un ambiente lavorativo ad una postazione più chiara e luminosa, può già indurre un miglioramento dei sintomi». Inoltre, è noto come la fototerapia (light therapy) costituisca «un efficace strumento terapeutico sia nel `disturbo affettivo stagionale´ che in alcune forme di depressione»conclude Peverini.

In Gran Bretagna il movimento per mantenere ora legale

In particolare, a subire le conseguenze dello spostamento indietro delle lancette sono i più piccoli che, nel giro di 24 ore, vedranno ridurre del 5% la dose quotidiana di attività fisica, come conseguenza della diminuzione delle ore di luce pomeridiane disponibili per giocare. I ricercatori della London School di Igiene e Medicina tropicale e dell’Università di Bristol, riporta la BBC, hanno preso in esame 23.000 bambini dai 5 ai 16 anni in nove paesi, tra cui Inghilterra e Australia, verificando, grazie a dispositivi elettronici fatti indossare, che i livelli di attività erano superiori dal 15% al 20% nelle giornate estive rispetto a quelle invernali e che avere più ore di luce dopo l’uscita da scuola aiuta a mantenerli in movimento, cosa utile soprattutto in casi di sovrappeso. È nato per questo in Gran Bretagna un movimento che chiede di lasciare l’ora legale per l’intero anno, a tutto beneficio della salute pubblica. La proposta è stata anche discussa in parlamento, ma mai attuata.

Fonte: Corriere della Sera

Le piante frenano i danni del global warming: assorbono più Co2 del previsto

assorbono più Co2 del previsto

(reuters)

I LIVELLI di anidride carbonica nell’atmosfera non crescono tanto quanto stimato fino a oggi. Ma non è merito nostro, ovvero, delle nostre abitudini più attente all’ambiente. È invece grazie alle piante se gli effetti del surriscaldamento globale potrebbero non arrecare danni alla Terra così velocemente come previsto. Le piante, infatti, hanno la capacità di assorbire molta più anidride carbonica di quanto precedentemente si pensava. A scoprirlo un gruppo di ricercatori della Wyoming University (Usa) in uno studio pubblicato sulla rivista Pnas. Secondo i ricercatori, gli attuali modelli climatici non sono riusciti a tenere in considerazione che quando l’anidride carbonica aumenta nell’atmosfera, le piante crescono e, diventando più grandi, riescono ad assorbire più Co2.

“La biosfera terrestre può assorbire più Co2 di quanto si pensasse”, ha detto Sun Ying, autore dello studio. Per questo, secondo gli studiosi, i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera non stanno aumentando così rapidamente come invece previsto dai modelli. Questo nuovo studio ipotizza che gli scienziati del clima hanno sottovalutato la capacità delle piante di crescere e assorbire anidride carbonica di ben il 16%. Questo potrebbe significare che sarà più facile raggiungere l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi rispetto al periodo pre-industriale. Prima si stimava infatti che la vegetazione sulla Terra fosse capace di eliminare un quarto di tutte le emissioni umane. Il nuovo studio, invece, suggerisce che questa capacità è di gran lunga superiore.

Fonte: La Repubblica

Sardegna, i Giganti riemersi dalla terra riscrivono la storia del Mediterraneo

Ieri è cominciata la delicatissima operazione di trasferimento degli ultimi due Giganti di Mont’e Prama verso il Museo civico di Cabras. Ci sono volute due ore per imbracare la prima statua in un telaio di legno, chiuderla in una cassa e sollevarla con il braccio meccanico di una gru per caricarla su un camion. Le operazioni di prelievo della seconda statua si dovrebbero invece concludere domani, mentre l’attesa è già tutta per quello che è nascosto sotto il secondo pugilatore. Gli archeologi non si sbilanciano, ma qualche pezzo di arenaria rivelatore è già stato “liberato” e nuovi esami col georadar avrebbero confermato una “anomalia” che lascerebbe pochi dubbi. Non resta che attendere.

Storia affascinante per un’impresa archeologica di eccezionale valore storico e culturale che ha già richiamato in Sardegna studiosi da tutto il mondo perché potrebbe riscrivere in parte l’epopea umana nel Mediterraneo, quando il mistero della datazione di quelle statue imponenti, alte tra i due metri e i due metri e mezzo, non sarà più tale.

Con gli ultimi ritrovamenti la risoluzione del mistero sembra davvero più vicina. Perché alcuni fondamentali dettagli distinguono i due Giganti dalla trentina di statue riemerse, in gran parte a pezzi, ai tempi dei primi ritrovamenti a Mont’e Prama, circa 40 anni fa. Era il 1974 quando il mezzadro Battista Meli si ritrovò sotto la lama dell’aratro una testa di pietra. E con l’opera di recupero che ne seguì si capì che i Giganti sovrastavano una necropoli.

Gli scavi nel sito nelle campagne di Cabras, finanziati con fondi dell’Università, sono ripresi cinque mesi fa con gli archeologi della Soprintendenza ai Beni archeologici per le province di Cagliari e Oristano e dell’Università di Sassari. Il 25 settembre è stato portato alla luce il primo Gigante. Ed era già altissimo il fermento degli studiosi intorno a quel titanico pugilatore. Quasi integro, privo di piedi e testa, con gli archeologi fiduciosi di trovare il capo proseguendo lo scavo, mentre i piedi potrebbero essere quelli posti su un basamento recuperato qualche settimana prima.

Ma a rendere speciale questa prima statua è la postura: il pugilatore non ha il pugno col guantone e lo scudo elevati in alto sul capo, come i precedenti che si possono già ammirare nei musei di Cagliari e Cabras. Li ha invece stretti sul petto e sul fianco. Gli archeologi Alessandro Usai della Soprintendenza e Paolo Bernardini dell’Università di Sassari hanno spiegato che questo particolare rende il pugilatore somigliante in modo straordinario a un piccolo bronzetto nuragico ritrovato nella celebre tomba etrusca di Vulci, in provincia di Viterbo. Di quel bronzetto è stata ricavata con certezza l’età: IX secolo avanti Cristo, epoca in cui la grande statuaria greca era ancora da venire. Se il legame tra la statua di arenaria e il bronzetto fosse accertato definitivamente, i Giganti diventerebbero l’esempio più antico di “colossi” nella grande statuaria classica dell’area Mediterranea.

A fine settembre, poi, il rinvenimento del secondo Gigante, ancora un pugile, stavolta con la testa ancora attaccata al collo. Condizioni decisamente migliori rispetto ai frammenti - tra cui 15 teste, 27 busti, 176 pezzi di braccia, 143 di gambe, 784 di scudo - che ricomposti diedero forma alle prime statue ritrovate di pugili, arcieri e guerrieri. Questo induce ora gli archeologi a porsi nuove domande. Una, in particolare: perché i due pugilatori sono scampati alla furia distruttrice dei Cartaginesi insediati nella fenicia Tharros, indicati come i più probabili responsabili della sistematica opera di distruzione dell’esercito di Giganti di arenaria che svettava su Mont’e Prama tra il decimo e l’ottavo secolo avanti Cristo, secondo le diverse teorizzazioni sin qui avanzate?

Interrogativo che si aggiunge a quelli già ben presenti nella mente degli studiosi. Cosa rappresentavano, quel sito e quella immanente milizia di pietra, per le popolazioni della tarda età nuragica? Erano monumenti funebri di re divinizzati? Sacerdoti guerrieri? Antenati eroi? E il senso di quegli scudi rivolti verso l’alto, come a protezione da qualcosa proveniente dal cielo? E ancora: esistono riferimenti comuni tra quelle statue ed espressioni artistiche di altre civiltà del Mediterraneo? Le risposte dovranno darle i prossimi studi e gli scavi.

Intanto, è stato rilevato un filo rosso che lega i Giganti di Mont’e Prama ad alcune maschere tradizionali della Sardegna. Il fotografo Nicola Castangia, di Nurnet, la Rete dei Nuraghi, ha ipotizzato che gli stessi pugilatori indossassero della maschere simili a quelle del Componidori della Sartiglia di Oristano, degli Issohadores di Mamoiada e dei Boes di Ottana: “Alcune teste presentano dei solchi laterali al volto che rimandano a un’ipotetica maschera applicata - spiega Castangia - in particolare, oltre a Su Componidori , ho raffrontato Issohadores con la testa del pugilatore, la testa del guerriero con l’elmo cornuto con la maschera di Ottana. Queste comparazioni non vogliono affermare che i Giganti siano uguali a una determinata maschera, ma che si potrebbe pensare a una Sardegna mascherata fin da 3000 mila anni fa”.

I Giganti potrebbero dunque rappresentare figure mascherate, legate a un culto o a un rito ancestrale, di cui resterebbe traccia in quella tradizione che da sempre anima le strade della Sardegna nei giorni delle ricorrenze, conservando la memoria della caccia e della pastorizia, della lotta tra uomo e forze della natura, del rapporto dell’uomo con il destino, la vita e la morte. Ipotesi che, se approfondita scientificamente, potrebbe aprire nuovi scenari antropologici.

Davanti agli archeologi si schiudono studi di altissima potenzialità, a cui la stampa internazionale ha già prestato attenzione spedendo in Sardegna i suoi inviati. Eppure, prima della scoperta a Mont’e Prama regnava l’indifferenza, con gli studiosi a lamentare le incursioni di turisti e curiosi. Finché, solo tre giorni prima del sensazionale ritrovamento del pugilatore senza testa, il sito era stato “visitato” dai tombaroli, che avevano approfittato della mancanza di un’adeguata vigilanza. L’archeologo Raimondo Zucca, tra quanti vissero la grande scoperta dei Giganti quarant’anni fa e ancora oggi tra i responsabili dei lavori, per due giorni ha pagato di tasca propria il servizio di guardia prima che se ne facesse carico l’Università di Sassari.

Situazione avvilente, cambiata radicalmente con le scoperte successive. Dallo stato di abbandono alla ribalta internazionale. Con contorno di polemiche, soprattutto politiche, sul passaggio del sito di Mont’e Prama sotto la gestione diretta del Ministero dei Beni Culturali e conseguente ridimensionamento del ruolo dell’Università di Sassari e delle sovrintendenze locali. Polemiche che in questi giorni coinvolgono la scelta del Mibact di affidare il recupero, l’indagine scientifica e la valorizzazione dei Giganti a un’impresa emiliana scelta con procedura negoziata, senza passare da un vero e proprio bando pubblico, per un lavoro da oltre 430mila euro che interessa anche l’area di Tharros.

Tra qualche settimana, conclusa la campagna finanziata dall’Università, gli scavi passeranno dunque dagli archeologi sardi alla nuova impresa che risponderà direttamente al Ministero. Il sottosegretario Barracciu oggi ha confermato, in un’intervista al quotidiano La Nuova Sardegna, che non ci saranno interruzioni nei lavori. In mezzo alle polemiche, i Giganti, strappati alla terra e al passato, osservano silenziosi.

Fonte: La Repubblica

Sacchetti di plastica: due su tre ancora «fuorilegge»

Dal 2011, in Italia, l’utilizzo e la vendita di sacchetti di plastica non biodegradabili sono vietati. Però in giro se ne vedono ancora tanti. I negozianti ce li ripropongono, soprattutto nei piccoli negozi o al mercato. È vero che la legge lasciava il tempo per smaltire le scorte, ed è vero anche che a tratti non era certo quali fossero i sacchetti da usare. Ormai però è stato chiarito: gli unici sacchetti ammessi sono quelli biodegradabili e compostabili, di consistenza molliccia, riconoscibili anche grazie a marchi autorizzati come «Ok compost» o «compostabile».

Molti ancora fuorilegge

Tutti gli altri sono di plastica tradizionale (polietilene, Pe) oppure «oxodegradabili»: si sminuzzano in particelle minuscole, che però rimangono nell’ambiente per centinaia di anni. Secondo una recente indagine del pm Raffaele Guariniello, il 60 per cento dei sacchetti in circolazione sarebbe tuttora fuorilegge. L’idea più ecologica rimane quella di portare con sé una robusta sacca riutilizzabile (plastica, cotone o iuta). Per gli acquisti imprevisti ci sono anche dei comodi sacchetti richiudibili, poco ingombranti, da tenere in borsa.

Fonte: Corriere della Sera

Great Shake Out: la più grande esercitazione antisismica globale

Abbassati. Riparati. Reggiti. Non solo è la procedura più appropriata da seguire per proteggersi durante un terremoto, ma è anche lo slogan della Great Shake Out. L’esercitazione antisismica che giovedì 16 ottobre si svolgerà contemporaneamente in tutto il mondo, alle 10,16 (ora locale delle varie nazioni), con l’intento di diffondere la consapevolezza del rischio sismico e le buone pratiche di sicurezza.

Dalla California in tutto il mondo

Il Great Shake Out, organizzato per la prima volta in California nel 2008, è promosso per incoraggiare adulti e bambini a reagire correttamente in caso di terremoto. «Quando la Terra trema, infatti, è necessario agire con grande tempestività e solamente esercitandosi costantemente ci si può rendere conto delle eventuali criticità che ci circondano e non farsi quindi trovare impreparati», commenta Angela Saraò, ricercatrice del Centro ricerche sismologiche dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale di Trieste, che attraverso il progetto Sisifo promuove nelle scuole l’educazione alla sicurezza sismica, dentro e fuori gli edifici scolastici. «Del resto, vivere in un Paese sismico significa anche acquisire pratiche corrette per minimizzare le eventuali conseguenze di un terremoto. Per questo è importante che cittadini e scuole partecipino, cogliendo così l’opportunità di esercitarsi in contemporanea con milioni di persone in tutto il mondo».

Piano di emergenza

Obiettivo del Great Shake Out (questo il sito italiano) è proprio accrescere la consapevolezza individuale e collettiva, far capire cosa è meglio fare durante e dopo un terremoto e come prevenire e ridurre gli effetti di questi fenomeni naturali, che possono verificarsi in qualsiasi momento, mettendo in pratica strategie adeguate a seconda del contesto. «Perché se è vero che non è possibile prevedere con certezza quando, con quale forza e dove un evento sismico si verificherà, è vero anche che conosciamo la pericolosità sismica del nostro territorio e sappiamo quali sono le zone a più alto rischio: l’unica difesa che abbiamo è costruire bene, essere preparati e avere un piano di emergenza per prevenire e ridurre le conseguenze di un terremoto», aggiunge la ricercatrice.

Abbassati. Riparati. Reggiti

In generale, la procedura di sicurezza più efficace, sia per ridurre gli infortuni, sia per ridurre le morti, è abbassarsi e ripararsi sotto un tavolo o una scrivania, reggendosi forte. Ma se, per esempio, non è possibile trovare riparo sotto tavoli o banchi, è più sicuro rannicchiarsi vicino le pareti interne, lontano da finestre, librerie e mobili, riparando la testa e il collo con le mani e le braccia. Inoltre, meglio non cedere alla tentazione di correre immediatamente fuori (in caso in cui il terremoto ci sorprenda mentre siamo all’interno di un edificio): le scale possono danneggiarsi e l’ascensore potrebbe bloccarsi. «Anche una delle credenze più diffuse, ovvero ripararsi sotto il telaio delle porte, non è in realtà sempre adeguata, dipende se è su un muro portante». In ogni caso è importante individuare un luogo sicuro in ogni stanza della propria casa, o del proprio ufficio o della scuola, così da non farsi sopraffare dal panico e agire efficacemente. Se invece si è all’aperto, meglio allontanarsi da edifici, alberi, lampioni e linee elettriche per evitare di essere colpiti da materiali che cadono.

Come partecipare

Partecipare alla grande esercitazione mondiale è semplice. Basta segnalare la propria richiesta di adesione sul sito della manifestazione, dove sono riportate anche le istruzioni da seguire alle 10,16 del 16 ottobre. Al momento in Italia hanno già aderito all’iniziativa quasi 9.300persone: le iscrizioni più numerose da Friuli Venezia Giulia (3.912) e Campania (3.204).

Fonte: Corriere della Sera

L’Italia frana nella giornata per la prevenzione dei disastri naturali

Ogni anno si celebra la giornata internazionale per la prevenzione dei disastri naturali. Ogni anno si ricordano catastrofi e cataclismi, il 13 ottobre, oggi, una beffa. Perché mentre Genova annaspa e la provincia di Alessandria, in Piemonte, sta a galla a mala pena, mentre i disastri, in Italia e nel mondo, si ripetono come il peggiore dei deja vu, l’agenzia italiana per la Risposta alle Emergenze, Agire, diffonde dati. Agire, rappresenta il meccanismo congiunto di raccolta fondi di 10 tra le più importanti ed autorevoli organizzazioni non governative presenti in Italia, e ha notato come, nonostante nel 2013, sulla Terra, si siano verificate 330 catastrofi naturali, la prevenzione resti scarsa. Eppure sono stati colpiti 96 milioni di persone, ci sono state 21.600 morti e danni per oltre 118 miliardi di dollari.

Cina, Stati Uniti, Filippine, Indonesia e India sono i cinque paesi più battuti dalle calamità, in particolare lo Stato cinese ha subito, solo lo scorso anno, 42 catastrofi naturali. Ma il 2013, nonostante tutto, è stato un anno relativamente moderato: con un calo di emergenze naturali pari al 9,2% rispetto al 2012. La media del decennio 2003-2012 è stata di 388 catastrofi l’anno. I numeri, da soli, rendono ancor più chiaro quanto l’impatto, che negli ultimi 10 anni ha colpito quasi un terzo della popolazione mondiale, sia esteso e quanto di conseguenza siano importanti misure volte alla prevenzione.

“Resilience is for Life - La Resilienza è per la Vita”: è lo slogan della 25° Giornata internazionale per la prevenzione e la riduzione dei disastri naturali promossa dalle Nazioni Unite. L’obiettivo è valorizzare capacità e talento delle persone per ridurre i rischi e diffondere conoscenze sull’importanza delle pratiche di prevenzione. Ma “in Italia – spiega la Croce Rossa - la preparazione della popolazione alla risposta ai disastri per ridurre le conseguenze umanitarie è particolarmente ridotta. Qui si predilige la preparazione del personale che sia qualificata per rispondere alle emergenze”.

Secondo i calcoli del gruppo assicurativo Munich Re, le perdite globali sono cresciute di oltre il 200% negli ultimi 25 anni. Conseguenze economiche che bisogna considerare da più punti di vista: sul piano dei costi diretti, ossia in termini di valore dei danni provocati, e su quelli indiretti. Cioè il peso economico dell’interruzione di una serie di attività nel medio e nel lungo periodo. Il paradosso è che numerose ricerche internazionali hanno dimostrato come la prevenzione dei disastri sia possibile e conveniente. Per le cifre della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Metereologica Mondiale per ogni dollaro investito in prevenzione se ne risparmierebbero 7 in aiuti umanitari. Nonostante l’evidenza, la gran parte delle risorse destinate all’assistenza umanitaria nei paesi colpiti da emergenze, Italia compresa, continua ad essere utilizzata nella risposta ai disastri più che alla prevenzione.

Fonte: La Stampa

Un terzo dei bambini va scuola a piedi, più pigri i genitori

Un terzo dei bambini va scuola a piedi, più pigri i genitori

ROMA - L’ideale per tutelare la salute sarebbe camminare almeno un’ora al giorno. Un’abitudine spesso disattesa perché per ‘fare in fretta’ si finisce sempre per scegliere la macchina o un altro mezzo di trasporto. L’intenzione della Giornata nazionale del camminare, che si tiene domenica 12 ottobre, è ricordare i vantaggi di una sana camminata. Perché andare a piedi fa bene alla salute, ma anche all’ambiente. Questa pratica salutare, sempre più di moda, potrebbe garantire una maggiore qualità di vita soprattutto nelle città. L’iniziativa, coinvolgerà oltre 100 comuni in tutta Italia, e nasce su iniziativa di Federtrek per promuovere ‘la passeggiata’ , ovunque e in qualsiasi momento.

I bambini più virtuosi. E’ la più semplice delle attività fisiche, ma regala benefici contro ipertensione, sovrappeso, diabete, stress. L’obiettivo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità,  sono 10mila passi al giorno, circa 7 km, ma anche 400 metri in più possono fare la differenza. In Italia i più piccoli risultano più diligenti e meno pigri dei genitori. Secondo l’Istat, oltre un terzo dei bambini italiani va a scuola a piedi: sono il 33,2% fino a 5 anni, il 38,4% dai 6 ai 10 anni e il 41,7% tra gli 11 e i 13 anni. Un comportamento più sano, anche dal punto di vista ambientale, rispetto agli adulti, che raggiungono il luogo di lavoro a piedi solo nell’11,5% dei casi. L’andare a scuola o all’università a piedi, da soli o accompagnati, è un’abitudine in crescita. L’anno scorso ha interessato il 29% degli studenti contro il 25,9% del 2009. L’essere accompagnati a scuola in auto è prerogativa dei bambini - il 57,1% per i piccoli fino a anni, il 47,5% per i bimbi delle elementari e il 38,7% per i ragazzi delle medie - mentre crescendo si scelgono altri mezzi di trasporto. Si cammina per andare a scuola o all’università più al Sud (36,6%) e nelle Isole (32%) che al Centro (22,1%) e al Nord (26,5%).

Più pigro chi va in ufficio. La situazione è diversa se si tratta di andare al lavoro: solo l’11,5% delle persone occupate da 15 anni in su va a piedi mentre l’88%, complici forse le maggiori distanze e la necessità di risparmiare tempo, usa un mezzo di trasporto. Per quasi sette persone su dieci ciò vuol dire mettersi alla guida di un’auto privata, mentre il 5,4% viene accompagnato da qualcun altro. Sulle due ruote a motore si sposta il 3,5% dei lavoratori e il 3,8% inforca in bici. Per i mezzi pubblici si va dall’1,9% di pullman o corriera al 6,1% di tram e bus. Bici e trasporto pubblico predominano nei comuni non metropolitani con oltre 500mila abitanti, mentre il camminare è più diffuso nei piccoli comuni sotto i 20mila abitanti.

Gli uomini preferiscono la macchina. In questo quadro le donne dimostrano di compiere scelte più sane: il 13,6% va al lavoro camminando contro il 10% degli uomini, il 4,4% usa la bici (3,4% tra gli uomini) e il 9,3% sfrutta i mezzi pubblici, che invece sono usati da appena 3,9% degli uomini, il 71,8% dei quali si sposta con l’auto privata a fronte del 64,6% delle donne. Andare al lavoro a piedi è una pratica molto diffusa fra gli ultrasessantacinquenni (23,5% contro una media dell’11,5%) così come l’uso della bicicletta (6,5% contro 3,8%). L’uso dell’auto come conducente predomina invece nelle classi di età intermedie, soprattutto tra i 35 e i 44 anni (71,2%).

A Nord tutti in bicicletta. Si cammina meno per andare al lavoro al Nord e al Centro (9,9% e 9,2%). Al Nord risulta più alta la quota di coloro che vanno al lavoro in bicicletta (5,8%), in particolare in confronto al Mezzogiorno (0,9%). La tipologia del comune incide in modo netto sulle scelte, obbligate o spontanee, di mobilità per lavoro. In particolare, al crescere della dimensione del comune aumenta la propensione all’uso della bicicletta (che è massima nei grandi comuni non metropolitani con più di 50.000 abitanti) e dei mezzi pubblici urbani come tram, bus, metropolitana. L’abitudine di andare al lavoro a piedi è invece appena un po’ più diffusa nei comuni al di sotto dei 2000 abitanti (13,3% contro una media dell’11,5).

Gli italiani e lo sport. I dati Istat confermano quanto gli italiani siano ancora un popolo ‘pigro’. Nel 2013 tre persone su dieci hanno svolto attività sportive in modo costante o saltuario. Il 27,9% dichiara di praticare solo qualche attività fisica (era 29,2% nel 2012), non assimilabile allo sport propriamente detto (come passeggiare, nuotare, andare in bicicletta). La quota di sedentari, cioè di coloro che non praticano l’una né l’altra, è al 41,2% (contro il 39,2% nel 2012).

I ragazzi. Lo sport è un’attività tipicamente giovanile. La pratica sportiva continuativa riguarda infatti, più degli altri, i bambini ed i ragazzi tra i 6 e i 17 anni, in particolare i maschi di 11-14 anni (61,8%). Per l’attività sportiva praticata in modo saltuario, l’età media si alza leggermente, con quote maggiori tra i 18-24enni. Sulla diffusione della pratica sportiva pesano le differenze di genere: gli uomini che fanno sport in modo continuativo sono infatti il 26,8% rispetto al 17,2%

di donne. I praticanti saltuari sono invece il 10,6% rispetto al 6,9% di donne. L’attività fisica non sportiva risulta invece più diffusa tra le donne (29,1%) rispetto agli uomini (26,4%). Nella pratica di sport e attività fisica della popolazione le differenze territoriali tra Nord e Sud risultano abbastanza accentuate: tra i residenti al Nord il 25,1% pratica sport con continuità contro il 15,3% del Mezzogiorno.

Fonte: La Repubblica

Esondano 4 torrenti: un morto, allerta prolungata alle 12 di sabato

La grande paura alluvione da Genova ora si trasferisce all’entroterra ligure. È emergenza a Campogrande di Savignone dove un affluente del torrente Scrivia è esondato nel pomeriggio. Alcune persone si sono rifugiate sui tetti delle proprie abitazioni e sul posto è stato inviato un elicottero dei vigili del fuoco per portarle in salvo. Anche il livello del torrente Scrivia, che giovedì sera ha rotto gli argini devastando il paese di Montoggio, è tornato a salire a causa delle forti piogge delle ultime ore. La Protezione civile della Regione Liguria, in seguito all’aggiornamento delle previsioni meteo e al monitoraggio idrologico di questa sera del centro meteo Arpal, ha deciso di prolungare lo stato di allerta 2 idrogeologica, il massimo grado, fino alle 12 di sabato su Genova, Savona e La Spezia e per le aree interne di Genova e La Spezia. Emanata allerta 1 per l’entroterra savonese.

Tre torrenti esondati

A Genova l’incubo però non è finito. Tutto è iniziato col forte temporale che ha prodotto l’esondazione di tre torrenti (Bisagno, Rio Feregiano e Sturla): auto trascinate via dall’acqua, mezza città al buio e un morto. A poco meno di 12 ore dalla catastrofe di giovedì sera l’amministrazione comunale precisa: «Non abbiamo avuto la possibilità di prevedere l’allerta perché i modelli matematici dei tecnici dell’Arpal e della Protezioni civile regionale non lo hanno consentito», ha detto il vicesindaco di Genova, Stefano Bernini. E intanto massima allerta fino a mezzanotte di venerdì, mentre l’autostrada per Milano viene chiusa tra Bolzaneto e Busalla a causa di una frana: una cascata di acqua e fango è finita sulla carreggiata Nord bloccando il transito. Nei pressi di Bolzaneto c’Un affluente del torrente Scrivia è esondato nel pomeriggio a Campogrande di Savignone, nell’entroterra di Genova. Alcune persone si sono rifugiate sui tetti delle proprie abitazioni e sul posto è stato inviato un elicottero dei vigili del fuoco per portarle in salvo. Anche il livello del torrente Scrivia, che ieri ha rotto gli argini devastando il paese di Montoggio, è tornato a salire a causa delle forti piogge delle ultime oreè stato un altro smottamento ed è stata chiusa una corsia, sempre in direzione di Milano. In entrambi i casi non risultano mezzi coinvolti.

L’alluvione

Le forti piogge sono iniziate giovedì sera e sono continuate per ore. Il Bisagno è esondato intorno alle 23,30. L’acqua ha invaso le strade trascinando via le auto parcheggiate. Parte della città è rimasta al buio a causa di un black out. L’esondazione del ereggiano ha trascinato via auto, cartelli stradali e allagato la zona dietro lo stadio Ferraris. Una tempesta di fulmini ha lasciato mezza città al buio. Poi è esondato lo Sturla. Poco dopo la mezzanotte è arrivata la notizia di un cadavere, ritrovato in via Canevari: Antonio Campanelli, un infermiere 57enne, è morto travolto dall’acqua.

Treno fuori dai bianri

Venerdì un treno è uscito dai binari intorno alle 12.15, probabilmente proprio a causa della pioggia, sulla linea Milano-Genova, all’altezza del bivio Fegino. Rimane chiuso il casello di Genova Est dell’autostrada A12. E nella zona del Fereggiano i residenti hanno aggredito e insultato agenti della Municipale e tecnici della Protezione civile.

Il calcio si ferma

Anche il calcio, visti i forti disagi in città, si ferma. L’amichevole tra il Genoa e lo Shakthar Donetsk, prevista per domenica alle 17 è stata annullata. Tre anni fa gli allagamenti che avevano causato sei vittime avevano anche colpito lo stadio, che si trova proprio accanto al Bisagno.

«Mancata allerta meteo»

«Non doveva essere il Comune a lanciare l’allerta meteo dopo cinque giorni di pioggia», ha precisato il sindaco Doria, investito dalle polemiche. «In assenza di una allerta meteo, il Comune aveva comunque alcune pattuglie sul territorio per monitorare la situazione». Aggiungendo: «L’allerta per noi rimane alta- qualunque cosa ci dicano gli organi predisposti. Ieri abbiamo organizzato piani per gli edifici scolastici». «Purtroppo, secondo quanto abbiamo capito, per quanto la perturbazione fosse estesa non è stato possibile prevedere fenomeni improvvisi e intensi come quelli che hanno colpito la sponda destra del Bisagno. In questa area l’esondazione è stata molto superiore rispetto a quella del 2011 che colpì la sponda sinistra. Sta emergendo, ma deve essere ancora confermato, che il Fereggiano (che provocò 6 morti nel novembre del 2011) sia esondato non per l’intensità della pioggia, ma per un fenomeno di rigurgito provocato dalla spinta delle acque del Bisagno».

La situazione in evoluzione

Dalla notte di giovedì sono oltre 250 gli interventi dei pompieri. «Siamo ancora nella fase dell’emergenza», ha detto il portavoce di Arpal Liguria. Intanto scuole e mercati sono rimasti chiusi. E già si parla di danni per milioni di euro. Per tutta la notte le forze dell’ordine hanno effettuato anche servizio di antisciacallaggio. Banca Carige ha messo a disposizione prestiti per 15 milioni euro a condizioni particolarmente favorevoli per famiglie e imprese danneggiate (che saranno erogati senza diritti di istruttoria né spese legate alla riscossione delle rate»).

Nell’entroterra esondato lo Scrivia

Disagi anche nell’entroterra ligure: a Montoggio, al confine tra Liguria e Piemonte, è esondato lo Scrivia. Il torrente ha rotto gli argini poco dopo le 21 e la piena ha travolto alcune auto. Alcune persone rimaste nelle auto circondate dall’acqua sono state soccorse da vigili del fuoco, intervenuti anche con i nuclei sommozzatori. In un primo momento si temeva ci fossero due dispersi ma l’allarme è poi rientrato.

Quei fondi inutilizzati

«In Italia abbiamo ben 2,5 Mld di euro, già disponibili, in cassa, per la messa in sicurezza del territorio ma non li spendiamo, rischiamo di perderli. Questo è inquietante. I soldi ci sono ma è un problema di coordinamento ed anche di mentalità culturale», ha detto Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. « Bisogna realizzare opere di messa in sicurezza tenendo conto del contesto per ottenere risultati compatibili con il territorio». « Genova per dissesto idrogeologico credo sia la seconda città più pericolosa d’Europa - ha affermato Carlo Malgarotto , presidente dell’Ordine dei Geologi della Liguria - e dunque il territorio va gestito in maniera diversa. Bisogna ridisegnare il territorio in maniera sostenibile. Si potrebbe ad esempio trattenere le acque a monte cercando di diluirle durante il percorso . Non possiamo spostare mezza Liguria ma possiamo invece fare la prevenzione con interventi sostenibili. Da tempo diciamo che c’è la necessità di convocare tavoli istituzionali ma purtroppo questi tavoli non siamo noi che dobbiamo convocarli».

Fonte: Corriere della Sera

Italia territorio fragile

Frane, allagamenti, alluvioni: l’Italia è un Paese martoriato dal dissesto idrogeologico. Le aree ad elevata criticità rappresentano il 9,8% della superficie nazionale e riguardano l’89% dei comuni, su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali. Il riscaldamento globale – spiegano dal Centro Euro Mediterraneo sui cambiamenti climatici – porterà a un’inevitabile recrudescenza dei fenomeni estremi.

Le regioni hanno stimato un fabbisogno di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio, cui però il governo nell’ultima Legge di Stabilità ha destinato appena 180 milioni per i prossimi tre anni. Ad aggravare ulteriormente il quadro è il consumo del suolo, aumentato del 156% dal 1956 ad oggi, a fronte di un incremento della popolazione del 24%. Ogni cinque mesi viene cementificata una superficie pari al comune di Napoli, un dato che mette in luce le responsabilità dell’uomo per queste catastrofi, che solo negli ultimi cinquant’anni hanno causato la morte di quattromila persone

fonte: La Stampa

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