Earth Day, Giornata della Terra: la Green Economy una sfida per il clima e la crisi

“Domani si celebra in tutto il mondo l’Earth Day, la giornata della Terra arrivata alla sua 45esima edizione. Un’occasione per ricordare, tanto piu’ a pochi mesi dal vertice Onu sul clima di Parigi, che difendere l’ambiente e rispondere alla sfida dei mutamenti climatici non solo e’ necessario, ma rappresenta anche una straordinaria opportunita’ per affrontare la crisi e guardare al futuro”. Lo dice Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera, alla vigilia della Giornata della Terra.

green-economy“Una prospettiva, quella della green economy, vera in tutto il mondo, ma che in Italia e’ gia’ realta’. Che incrocia la sfida della qualita’, si nutre dei talenti dei territori e da’ forza alla missione del nostro paese- spiega Realacci- un’economia diversa e innovativa che punta su ricerca, conoscenza, cultura e bellezza. Che combatte le diseguaglianze, valorizza la coesione sociale e migliora la qualita’ della vita senza compromette il futuro dei cittadini di domani”. Infatti, “nel nostro paese, come evidenziato da una recente indagine promossa da Symbola e Unioncamere, gia’ oggi esiste un’Italia green che e’ fatta dal 22% delle imprese, che crea occupazione e ricchezza. Alle competenze green si devono 234mila assunzioni programmate lo scorso anno: ben il 61% della domanda di lavoro. E proprio grazie a questa green Italy sono stati prodotti 101 miliardi di valore aggiunto, con un’occupazione di 3 milioni di green jobs”, conclude il presidente della commissione Ambiente della Camera

Fonte:http://www.meteoweb.eu/2015/04/earth-day-giornata-della-terra-la-green-economy-una-sfida-per-il-clima-e-la-crisi/432742/

«Gatta rapita in giardino

Una gatta rapita dal giardino della vicina e poi lanciata in pasto ai pitbull. Una scena raccapricciante, un atto di crudeltà verso gli animali insensato su cui ora indaga la polizia. L’atroce episodio è avvenuto la domenica di Pasqua nel quartiere romano di Corcolle. Emma, una micia di otto anni, già non aveva avuto una vita facile, era cieca, zoppa e incinta: tra tanti problemi poteva però contare sulle coccole della sua padrona, Natasha. È stata la stessa proprietaria della gatta ad aver raccontato la terrificante esperienza sulle pagine Facebook, subito raggiunta dalla solidarietà di molti.

Sbranata dai pitbull

Tutto è avvenuto in pochi minuti domenica scorsa, come racconta la stessa Natasha. Intorno alle 18 sente dal giardino urla e confusione. Un uomo, nel cortile dei vicini, tiene Emma per la coda e poi, dopo aver guardato con scherno la giovane, lancia la micia ai quattro pitbull che dilaniano in pochi secondi la povera felina. Ciò che resta della gatta viene poi restituito, con un altro lancio, alla proprietaria che da anni si occupa proprio di curare gli animali randagi. Tra le urla e la disperazione Natasha e la madre chiamano anche la polizia, mentre vengono insultate e minacciate dai vicini.

Le indagini della polizia

Quando arriva una pattuglia, gli agenti restano a lungo nella casa dei vicini, cittadini di origine rumena. La loro versione è che la micia sia entrata da sola nel giardino. Prima di andare a denunciare formalmente l’accaduto Natasha, disperata e terrorizzata, dovrà anche certificare il decesso di Emma e farla visitare da un veterinario per accertare l’entità dei morsi ricevuti. «Ora ho paura, ma non finisce qui», promette la giovane. Intanto su Facebook si moltiplicano i gruppi che chiedono giustizia per Emma.

La versione dei proprietari dei cani

Secondo l’avvocato Andrea Quintigliani, che assiste i proprietari dei cani, «il gatto non è stato affatto rapito ma è entrato spontaneamente nel cortile privato della coppia romena dove è stato aggredito dai due cani di razza Amstaff. La vicina di casa con la collaborazione di altre persone prendendo spunto da una sfortunata coincidenza ha messo in moto una sorta di linciaggio mediatico attraverso Facebook, con tanto di pubblicazione di foto ed addirittura indirizzo dei proprietari dei due cani, i quali adesso hanno timore anche ad uscire di casa».

Fonte: Corriere della Sera

Lo sviluppo è «sostenibile»?

Se si dà retta al sociologo inglese Anthony Giddens (il teorico della «terza via» di Tony Blair), quello di «sviluppo sostenibile» è un concetto troppo vago, addirittura contraddittorio. Del tipo «botte piena e moglie ubriaca», per intendersi. Eppure da quando ha fatto la sua comparsa negli ultimi Anni 80 nel rapporto elaborato dall’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Bruntland, è andato per la maggiore, contribuendo a trovare un punto di incontro tra «verdi», fan della decrescita e sostenitori del mercato. Ma è un concetto che viene da ancora più lontano, dallo studio su «I limiti dello sviluppo» pubblicato nel 1972 dal Club di Roma, dove si prospettava addirittura l’esaurimento delle risorse del Pianeta (terra, acqua, petrolio, minerali) e il rischio di un crollo improvviso degli standard di vita.
Declinato sul versante delle risorse energetiche, l’allarme dei primi anni Settanta si è dimostrato esagerato. Una maggiore attenzione su consumi e efficienza, e lo sviluppo tecnologico, hanno allungato di parecchio la vita utile delle fonti fossili di energia: petrolio, gas (si pensi alla rivoluzione americana dello «shale») e carbone non finiranno presto. A rendere però sempre attuale il concetto di «sostenibilità» sono quanto meno altre due questioni: il cambiamento climatico (il settore energia è responsabile di almeno due terzi delle emissioni di gas serra); la crescita della popolazione mondiale, che l’Agenzia internazionale dell’energia ritiene possa passare dai 7 miliardi di individui del 2012 ai 9 miliardi del 2040, con un tasso medio di incremento del 3,4% l’anno. Come soddisfare il loro diritto ad avere accesso a tutta l’energia di cui avranno bisogno?

Nel primo caso (le emissioni di CO2) un obiettivo internazionalmente riconosciuto per la verità esiste, ed è quello che sarà materia di aspra discussione alla cosiddetta «Conferenza delle parti» che si terrà a Parigi il prossimo dicembre: sarà la ventunesima del suo genere dopo l’esordio a Rio 1992, e si prefigge di mantenere l’incremento della temperatura nel limite di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Si tratta del cosiddetto «scenario 450» , coerente cioè con l’obiettivo di limitare la concentrazione di gas serra nell’atmosfera al di sotto di 450 parti per milione.
Un compito immane, se si pensa che ciò significherebbe che le maggiori economie del pianeta dovrebbero tagliare le loro emissioni di gas serra della metà nei prossimi quarant’anni. Che gli Stati Uniti, ad esempio, nel 2050 dovrebbero ricavare il 40% della loro elettricità da fonti rinnovabili e il 30% da nucleare. Che il 75% del chilometraggio del settore trasporti dovrebbe essere coperto con veicoli elettrici. Che le emissioni delle centrali a carbone dovrebbero essere «catturate» e «stoccate» sottoterra. Che per l’illuminazione degli edifici dovrebbe essere adottata la tecnologia a Led. Mentre la Cina, il maggior «emettitore» mondiale, dovrebbe abbandonare completamente l’uso del carbone entro la metà del secolo. Dopo aver però messo in funzione una centrale a carbone ogni settimana nei 7 anni dal 2005 al 2012.
In sintesi, ciò di cui dispone l’umanità negli anni a venire è un budget, un «tesoretto» da spendere di circa 1.000 miliardi di tonnellate di CO2 (adesso siamo intorno ai 31 miliardi di tonnellate l’anno) esaurito il quale l’obiettivo «2 gradi» non sarebbe più raggiungibile. Operazione complicata, perché secondo lo «scenario 450» le emissioni di gas serra dovrebbero raggiungere il «picco» prima del 2020 intorno ai 33 miliardi di tonnellate l’anno, per poi iniziare a scendere rapidamente. Il 2020, si badi bene, cioè dopodomani. E se anche a Parigi si trovasse a fine anno un’intesa non diventerebbe immediatamente esecutiva, ma scatterebbe proprio dal 2020. Troppo tardi.

Nello scenario «corrente» la situazione è quindi ben diversa, e ancora più difficile. Senza tenere conto di impegni non ancora presi ufficialmente dai governi ma mettendo nel conto quelli già annunciati (e lo scorso 31 marzo solo Ue, Usa, Russia, Messico, Norvegia e Svizzera hanno depositato all’Onu le loro intenzioni in vista di Parigi) il trend attuale è coerente con una concentrazione di gas serra nell’atmosfera di 700 parti per milione, il che si tradurrebbe in un esaurimento del «budget» intorno al 2040 e, soprattutto, in un aumento delle temperature di 3,6 gradi. Nel 2040 la domanda mondiale di energia sarebbe ancora coperta per il 75% (e in parti sostanzialmente uguali) da carbone, petrolio e gas naturale, e solo per il 19% da fonti rinnovabili (più il 7% di nucleare). Per avere prospettive serie di energia da fusione (vedi articolo nell’altra pagina) bisognerebbe aspettare almeno altri vent’anni.
Un problema, soprattutto se si pensa al previsto incremento della popolazione. Un processo che avverrà soprattutto in Africa, che registrerà intorno al 2030 il punto più alto del boom cinese e vedrà l’India diventare il Paese più popoloso. Ad oggi circa 1,3 miliardi di persone vivono senza accesso all’elettricità; di questi circa 700 milioni risiedono nell’Africa subsahariana; nel mondo 2,7 miliardi di uomini e donne cucinano e si riscaldano con biomasse, ovvero con legna, residui agricoli e anche letame essiccato. Di questi solo 800 milioni sono in India.
Insomma, c’è una via d’uscita? Come sostiene Giddens «i Paesi sviluppati devono realizzare massicci tagli alle proprie emissioni di gas serra, fin da subito. I Paesi in via di sviluppo possono aumentarle per un periodo al fine di permettere la crescita, dopodiché devono cominciare a ridurle». Sembra semplice. È la via stretta che dovrà essere percorsa a Parigi.

Fonte: Corriere della Sera

auguri a tutti!

Ora della Terra, nel mondo una “ola di buio” contro il cambiamento climatico

CHANGE CLIMATE CHANGE - Use your power, ovvero, “cambia il cambiamento climatico - usa la tua forza”. È questo lo slogan dell’Earth Hour, l’evento promosso da Wwf che domani sera vedrà spegnersi progressivamente le luci di tutto il mondo. Un segno di impegno contro il cambiamento climatico. “Domani sera, per l’ora della terra si spegneranno simbolicamente anche i luoghi di culto delle tre principali religioni monoteiste: a Roma hanno deciso di aderire, infatti, tre luoghi altamente simbolici, la cupola della Basilica di San Pietro, la Moschea di Roma e la Sinagoga di Roma”, dice il Wwf, spiegando che “la grande ‘ola di buio’ inizierà alle 20.30 locali delle Isole Samoa (8.30 italiane), dal lato opposto della Terra, e proseguirà interessando tutti i fusi orari fino a raggiungere le 20.30 italiane per poi proseguire in direzione dell’Atlantico. L’evento globale Earth Hour, giunto alla sua nona edizione, farà il giro del mondo concludendosi domenica mattina alle 7.30 nelle Isole Cook”. Inoltre quest’anno è stato raggiunto un nuovo record: “172 paesi e territori nel mondo hanno confermato la partecipazione, comprese le aree sempre più colpite dagli eventi climatici estremi come le Filippine, le Maldive e il Madagascar insieme a paesi chiave come Brasile, Stati Uniti e Cina”. Si spegneranno “la Torre Eiffel, il Golden Gate di San Francisco e altri luoghi simbolo, tra cui 40 siti Unesco, come l’acropoli di Atene e il castello di Edimburgo e la Valle dei Templi di Agrigento. In Italia sono saliti a 323 i comuni che hanno aderito ufficialmente, su 400 spegnimenti di luoghi e simboli totali”. In Italia, anche la Camera dei deputati aderisce all’iniziativa con lo spegnimento della facciata principale di Palazzo Montecitorio
Per il Wwf, “lo spegnimento di questi simboli religiosi testimonia l’importanza morale che la sfida del cambiamento climatico rappresenta in quanto minaccia per il creato e per l’umanità. Rappresenta anche la compassione, la saggezza e la leadership millenaria che l’umanità nel suo complesso ha saputo esprimere. Prendersi cura e rispettare la vita sono elementi centrali per ogni fede sulla Terra”. Eppure, denuncia il Wwf, “oggi si mette a repentaglio la vita sulla Terra con emissioni pericolosamente elevate di gas serra che destabilizzano l’equilibrio climatico globale, fanno salire la temperatura, inacidiscono gli oceani ed espongono l’umanità e tutte le creature viventi a rischi inaccettabili. Gli effetti del riscaldamento globale già colpiscono le vite, i mezzi di sussistenza e i diritti dei più poveri ed emarginati, e quindi le popolazioni più vulnerabili”. Inoltre, “coloro che hanno meno responsabilità nelle azioni che hanno provocato e provocano il cambiamento climatico sono quelli più colpiti e il pericolo degli effetti più disastrosi grava sulle future generazione, minacciando le fondamenta della civilizzazione umana. Tutto questo è moralmente ingiusto”. Da qui quindi il sostegno e la partecipazione a un’iniziativa come Earth Hour, “che unisce tutte le persone e i popoli, chiamandoli prima di tutto a prendersi cura della terra e diventare protagonisti del cambiamento per ‘cambiare il cambiamento climatico’; e poi a chiedere vero impegno e capacità di visione e di speranza a tutti i governi e tutti gli stati, perché il 2015 deve essere l’anno delle decisioni concrete, eque ed efficaci, l’anno in cui si comincia ad agire”.

Fonte: La Repubblica

Torna l’ora legale, sabato notte lancette avanti di 60 minuti

Expo, Carta di Milano: 20 milioni di firme per l’appello all’Onu

MILANO La novità è che viene chiesto a ciascuno di metterci il nome. Quindi, quando firmi, come cittadino ti impegni ad «avere consapevolezza e cura della natura del cibo di cui ci nutriamo», ma anche a «consumare solo le quantità di cibo sufficienti al fabbisogno». Se invece sei un’impresa, dovrai «applicare le normative in materia ambientale e sociale», piuttosto che «investire nella ricerca promuovendo una maggiore condivisione dei risultati». Le organizzazioni della società civile dovranno «far sentire la nostra voce a tutti i livelli decisionali, al fine di determinare progetti per un futuro più sostenibile» e la politica sarà attiva sul «formulare e implementare regole e norme giuridiche riguardanti il cibo e la sicurezza alimentare» .

Esempi, certo: perché la Carta Milano che sarà eredità di Expo è ancora in bozza. Una bozza che verrà presentata oggi e domani a Palazzo Vecchio di Firenze, secondo appuntamento di quel dibattito delle Idee che il 7 febbraio scorso all’Hangar Bicocca di Milano aveva dato il via al «modello partecipativo»: 42 tavoli di lavoro su tematiche precise, altrettanti report finali elaborati dal comitato scientifico che, su incarico di Expo e del governo, sta predisponendo questo documento.
Il ministro Maurizio Martina, delegato all’Expo, spiega che «il nostro obiettivo è trasformare i 20 milioni di visitatori dell’esposizione di Milano in ambasciatori del cibo». Gli argomenti affrontati nella Carta Milano sono i modelli economici e produttivi per uno sviluppo sostenibile in ambito economico e sociale; i diversi tipi di agricoltura rispettosi del sistema e delle biodiversità; il cibo come fonte di nutrizione e identità socio-culturale; le pratiche per ridurre e disuguaglianze.
Martina insiste: «Per la prima volta una esposizione universale si pone l’obiettivo di contribuire alla discussione che si farà alle Nazioni Unite, quando si dovranno definire gli obiettivi del Millennio ed è una scommessa per l’Italia, perché esalta anche l’ambizione del nostro Paese ad essere la patria del diritto al cibo».
Aggiunge Salvatore Veca, coordinatore del comitato scientifico al lavoro sulla Carta, che «stiamo preparando un documento di impegni di cittadinanza globale, perché la sottoscrizione è richiesta a persone di tutto il mondo ed è un’assunzione di responsabilità di fronte alle contraddizioni e ai paradossi del cibo che viene assunta da singoli, dalla società civile e dalle imprese. Questi soggetti si rivolgono però alle istituzioni a vari livelli, nazionali, transazionali e sovranazionali, perché a loro volta si impegnino su scelte che mitighino queste contraddizioni e facciano rispettare i diritti affermati».

Dal punto di vista operativo, sono stati consultati Fao e Unione europea, oltre che diversi centri di ricerca, fondazioni e università già impegnate su questo tema. In aprile la Carta di Milano approderà in Parlamento, per una discussione straordinaria; il 15 aprile se ne parlerà a Bruxelles e il 28 aprile il documento verrà ufficialmente presentato a Milano. Da maggio a ottobre, durante il semestre di Expo, potrà essere sottoscritto all’interno del sito espositivo o sul web. Il 16 ottobre, infine, la Carta verrà consegnata al segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon.
La due giorni di Firenze, dopo i saluti istituzionali di Martina, del commissario del Padiglione Italia Diana Bracco e del commissario unico di Expo Giuseppe Sala, sarà caratterizzata dagli interventi di Emma Bonino sulla «potenza delle donne» e di Romano Prodi sulla «geopolitica del cibo» .
Saranno trasmessi un video del Premio Nobel Aung San Suu Kyi e un collegamento col sindaco di New York Bill De Blasio. L’incontro sarà concluso dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: sarà lui ad inaugurare Expo il primo maggio prossimo. Fra 35 giorni .

Fonte: Corriere della Sera

Inverno addio, arriva il grande caldo

L’inverno è finito, ma sta per arrivare non la primavera bensì l’estate. Più che primavera, sarà quasi un anticipo d’estate quello che da domenica caratterizzerà a livello meteorologico tutta l’Italia. La «rimonta» dell’alta pressione porterà infatti sole e caldo, già da domani al Nord, in Toscana e in Sardegna, per poi estendersi alle altre regioni.

Bassa pressione

Al momento la presenza di un’area di bassa pressione nel Mediterraneo mantiene condizioni di instabilità o di maltempo in molte zone del nostro Paese. Sabato, in particolare, il cielo sarà nuvoloso con precipitazioni residue, al mattino più probabili su Irpinia, Basilicata, Calabria e nord della Sicilia. Nel pomeriggio si avranno fenomeni localizzati su Calabria meridionale e Sicilia orientale, ma in esaurimento in serata. Il cielo sarà sereno altrove. Verso sera e nella notte tendenza al passaggio di modeste nubi medio-alte al Nord e sull’alta Toscana. Il clima sarà particolarmente mite al Nord, Toscana e Sardegna con picchi di 18-20 gradi. Domenica continuerà l’influsso dell’Anticiclone delle Azzorre, che ci accompagnerà poi anche nella prima parte della prossima settimana. In giornata il tempo sarà in generale bello e soleggiato, salvo qualche velatura al Nord e qualche banco nuvoloso più consistente ed esteso sulle zone alpine di confine. Qualche modesto annuvolamento in forma residua potrà essere osservato su Basilicata, Calabria e Sicilia orientale. Per il fine settimana, invece - precisano i meteorologi - si conferma la rimonta anticiclonica da ovest, che favorirà un graduale miglioramento, atteso anche al Sud nella giornata di domenica. Assieme all’alta pressione giungerà una massa d’aria calda di matrice sub-tropicale, che si manifesterà tra domenica e mercoledì prossimo, quando il termometro, da nord a sud, si porterà su valori sensibilmente oltre la norma. In qualche caso non si escludono punte vicine ai 25 gradi, valori tipici della tarda primavera.

Fonte: Corriere della Sera

Eclissi del secolo, l’Italia senza luce

La mattinata di venerdì 20 marzo il Sole darà spettacolo. La Luna lo oscurerà e per qualche minuto nel nord dell’Europa l’eclissi del secolo, come qualcuno l’ha battezzata (o eclissi dell’equinozio), sarà totale e per lunghissimi secondi l’astro scomparirà del tutto. In Italia avremo la possibilità di vedere un’eclissi parziale ma comunque eccezionale perché arriveremo a cogliere circa 70 per cento del fenomeno e quindi le ombre avvolgeranno bene la nostra Penisola.
Un evento analogo si era verificato nel 2006 e la sua totalità era stata raggiunta in Egitto. La prossima con valori così elevati la potremo seguire soltanto nel 2026 e il buio totale sarà in Islanda. Quindi è un momento da non perdere. Una volta le eclissi erano occasioni di ricerca per gli astronomi, ora di rado mobilitano gli scienziati e si offrono soprattutto come un magnifico spettacolo della natura per tutti noi.

Sicuramente una delle eclissi più celebri è stata quella del 1919 quando servì per confermare la Teoria della relatività di Albert Einstein, fino ad allora soltanto una profonda intuizione del genio criticata e non accettata proprio perché non esistevano prove. Il fisico britannico decise di compiere una spedizione in Africa riuscendo a dimostrare che la luce di una stella veniva deviata dalla massa del Sole. Da allora Einstein divenne un mito e rivoluzionò definitivamente la conoscenza. Questa eclissi che inizierà alle 9.30 e si protrarrà per un paio d’ore sino alle 11.30 avrà il suo picco di massima oscurità alle 10.40. E il Sole sarà abbastanza alto sull’orizzonte da poter vedere bene ciò che accade. «Bisogna essere cauti nell’osservare il fenomeno - avverte Paolo Ochner dell’Osservatorio astrofisico di Asiago - perché gli occhi sono a rischio se non si adottano protezioni particolari. Bisogna quindi usare dei filtri adeguati e certificati, capaci di schermare i raggi non solo dalla radiazione visibile ma anche dai raggi infrarossi e ultravioletti che possono altrettanto recare danno».

Naturalmente è bene seguire le diverse fasi per rendersi conto del movimento degli astri, e del passaggio della Luna davanti alla rovente palla di fuoco distante 150 milioni di chilometri. «Per chi ha la possibilità di recarsi in un parco può essere testimone di un fatto molto particolare - prosegue Paolo Ochner -. La luce che filtra tra le foglie si comporta come entrasse in una camera oscura proiettando sulla terra l’immagine rovesciata dell’eclissi».
Ma per la prima volta si è diffuso uno strano allarme, soprattutto in Germania, per le conseguenze negative che potrebbero verificarsi sulla Terra. I tedeschi negli ultimi anni hanno installato un consistente numero di impianti funzionanti a energia solare tanto da soddisfare ormai circa un quarto dei loro consumi. Secondo alcune valutazioni l’eclissi che alle latitudini maggiori è più rilevante potrebbe provocare addirittura un blackout pericoloso creando problemi a edifici pubblici, abitazioni, centri commerciali. L’allarme è stato lanciato dell’Entso-E (European Network of Transmission System), cioè la rete dei gestori di sistemi di trasmissione elettrica.

Fonte: Corriere della Sera

Vajont, Taranto, Terra dei Fuochi: in rete l’Atlante dei conflitti ambientali

in rete l'Atlante dei conflitti ambientaliCONFLITTI: quelli che emergono mettendo insieme emergenze ambientali ed esperienze di cittadinanza attiva in difesa dei territori. Lotte per arrivare a gradazioni quantomeno civili nella declinazione della giustizia ambientale. In Italia sono oltre cento. E si tratta solo di un punto di partenza, di un primo censimento. Vajont, Casale Monferrato, Taranto, Terra dei Fuochi, Val di Susa. La punta visibile – almeno per l’opinione pubblica – delle crepe che attraversano aria, suolo e sottosuolo italiano. Il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, ne ha iniziato la mappatura. E i risultati sono in rete. Pubblici, visibili, consultabili.

A essere restituita è un’Italia in cui l’attenzione per il futuro è quanto meno bassa. Perché gran parte dei problemi e delle questioni, oltre a essere perennemente aperti, sono lì da anni. Sfruttamento petrolifero oltre i limiti del buon senso, centrali a carbone che non fanno altro che continuare a inquinare, poli industriali mai del tutto dismessi, agroindustria, mega infrastrutture che non funzionano, discariche più o meno abusive. Un atlante delle emergenze ambientali: fatto delle rivendicazioni dei cittadini che quei territori li vivono e dell’impegno, spesso pari a zero, delle istituzioni dello Stato.

Quello che il CDCA si propone è il coinvolgimento dei cittadini. Nelle intenzioni di chi lo ha progettato, infatti, il portale potrebbe diventare uno strumento di “mappatura partecipata”. Come? Registrandosi come utenti, comitati territoriali, ricercatori, e società civile in qualunque forma organizzata si potranno caricare direttamente schede monografiche “inerenti a specifici conflitti ambientali che entreranno a far parte della mappatura visibile sulla home page dell’Altante”. Non solo un archivio, quindi. Ma uno strumento per aggregare partecipazione pubblica e una piattaforma dove poter diffondere le proprie denunce.

“Il CDCA lavora dal 2007 alla mappatura e documentazione dei conflitti ambientali. Abbiamo iniziato mappando le grandi lotte ambientali latinoamericane, allargandoci poi agli altri sud del mondo, dove le comunità locali sono in prima linea da oltre 10 anni per la difesa dei beni comuni, della sovranità territoriale, dell’ambiente e dei propri diritti individuali e collettivi, a partire da quello alla salute”, dice a Repubblica.it Marica Di Pierri, presidente del centro. E il motivo dell’impegno è chiaro: “Studiamo questi conflitti ambientali perché sono manifestazioni sintomatiche dell’insostenibilità sociale del modello economico dominante”.

Povertà diffusa, scarsa attenzione alla salute pubblica, devastazioni del territorio. Dinamiche che non possono essere lo scotto da pagare di un’economia alla perenne ricerca del profitto. E non si tratta solo di denunciare. “Studiare questi conflitti è importante perché all’interno delle mobilitazioni a difesa del territorio sono sorti negli ultimi due decenni movimenti organizzati che hanno declinato in maniera nuova e alternativa gli istituti di democrazia diretta e sperimentato modelli sostenibili di gestione delle risorse”, continua la Di Pierri.

L’Atlante è stato realizzato nell’ambito del progetto europeo di ricerca Ejolt, finanziato dalla Commissione europea. Programma che ha coinvolto per cinque anni di lavoro su conflitti e giustizia ambientale oltre 20 partner internazionali tra università e centri studi indipendenti. “Il nostro Paese è pieno di conflitti ambientali da nord a sud. Dai disastri prodotti dai grandi poli industriali alle centrali a carbone, dai campi di estrazione petrolifera alle migliaia di siti di incenerimento e smaltimento dei rifiuti, dalle mega infrastrutture alle installazioni militari”.

L’obiettivo è utilizzare la rete per fornire una traccia permanente. Per evidenziare come gli impatti dell’economia globale “sono localizzati e sempre più gravi e diffusi”, conclude la Di Pierri. E per far sì che i cittadini raggiungano una sempre più ampia consapevolezza del futuro scarsamente green che li attende.

Fonte: La Repubblica

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